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  • Presentazione del libro \"Morti e silenzi all\'Universit

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su facebook mi è arrivato questo invito da parte del gruppo Cos'e' successo al dipartimento di Farmacia dell'Universita' di Catania?
che riporto qui di seguito:

"Mi permetto di scrivervi per informarvi dell'uscita del libro"Morti e silenzi all'Università" di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti et invitarvi alla presentazione che si terrà a Catania il 19 febbraio presso la Libreria Tertulia, v. Michele Rapisardi 1.

Ecco la recensensione di Costanza Quatriglio, pubblicata su La Repubblica:


Nel titolo è contenuto tutto l’orrore di una storia che potrebbe essere il frutto della fantasia cinica di un narratore di genere. Ragazzi che muoiono in serie studiando e lavorando nei laboratori di Farmacia dell’Università a cui avevano affidato il loro futuro. Invece è il frutto del lavoro lungo e puntiglioso di due giornalisti che hanno cercato di capirci qualcosa, laddove comprendere è difficile e intuire fa paura. “Morti e silenzi all’università” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti (Aliberti editore, pag. 110, euro 11,50) è un resoconto limpido della storia del sequestro, avvenuto nel novembre del 2008, dei laboratori didattici e di ricerca della Facoltà di Farmacia dell’Università di Catania. La chiusura dei locali fu seguita dalla notifica di avvisi di garanzia per disastro colposo ed inquinamento ambientale all'ex rettore dell'Università, al preside, e ad altri sette tra docenti e responsabili dei laboratori. I due giornalisti di Repubblica, seguendo la vicenda fin dall’inizio, capirono immediatamente che la storia è ancora più complessa. Un giovane ricercatore morto per cancro ai polmoni cinque anni prima, aveva scritto un diario in cui aveva annotato la propria frustrazione per le condizioni di lavoro in barba alle più elementari norme di sicurezza: cappe aspiratrici non funzionanti, mancanza di aperture e di aerazione in ambienti dove sostanze chimiche anche cancerogene venivano lasciate sui banconi o custodite in frigoriferi arrugginiti, smaltite negli scarichi dei lavandini, le cui esalazioni altamente tossiche venivano respirate quotidianamente da studenti e ricercatori.

La storia di Emanuele Patanè e degli altri giovani morti prima e dopo di lui è emblematica e raccontarla è necessario. È una storia scomoda che ci parla di noi. Ci dice che abitiamo il mondo della malavoglia, in cui si può morire a vent’anni con la delusione in corpo che ti mangia, cellula dopo cellula, la voglia di vivere, di crescere, di contribuire al futuro del nostro Paese. Insieme allo smarrimento degli studenti, il libro chiarisce anche l’aspetto più tecnico delle perizie, delle assemblee, delle lettere di protesta firmate da ricercatori e docenti per le condizioni di lavoro considerate inaccettabili. Come conferma la perizia eseguita da una società lombarda che in quel laboratorio aveva trovato contaminazioni da mercurio, zinco, arsenico, piombo, rame, nichel e stagno con percentuali che superano i livelli industriali dei petrolchimici. Immediatamente la memoria corre ai fatti di Porto Marghera e di altri siti inquinanti, alle lotte tra gli operai e i padroni che tacciono pur sapendo. In questa storia catanese non ci sono padroni ma padri. Una studentessa di 23 anni, ammalata di tumore e ancora sotto chemioterapia, si chiede: “i docenti, i presidi, i professori con cui sono stata sempre a contatto, perché mi hanno tradito? Perché hanno tradito tutti quei ragazzi, quei miei colleghi che sono morti o stanno per morire? Questo non lo comprenderò mai.” Quando venne resa pubblica la notizia del sequestro dei laboratori, fu come scoperchiare un formicaio, in un lampo come l’apocalisse o la peste. È incredibile che tante famiglie abbiano pianto in silenzio i loro figli senza trovare mai il coraggio di denunciare le condizioni insalubri di quel laboratorio, che avrebbe dovuto costituire il futuro dei loro ragazzi, non la loro tomba. L’avvocato Terranova, legale dei parenti delle vittime, sostiene che l’unione fa la forza e che è stato per pudore e non solo per paura di rimanere inascoltati, che questi genitori non abbiano fino a quel momento denunciato pubblicamente il loro dolore. Poi, con la condivisione, è arrivato anche il coraggio.

Il merito del libro di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti va ancora oltre: questa storia tutta italiana ci fa domandare oggi se il nostro Paese abbia mai prodotto veramente gli anticorpi per il virus del progresso, oppure Catania è solo il primo di casi come questo e allora questo racconto dell’orrore ci fa ancora più paura perché contiene in sé lo spettro di ciò che forse siamo, anche se ha il coraggio di dire a chiare lettere ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Costanza Quatriglio, regista. "

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ieri sono stata alla presentazione del libro, vi riporto due articoli d step1:

[Art. 6088] «Farmacia? Una storia “catanese”» - Step1 - Periodico telematico di informazione

Alla presentazione del libro di Viviano e Ziniti sui veleni all’edificio 2 della Cittadella, si insiste sui molti silenzi e sulla poca informazione nella nostra città. A breve la chiusura delle indagini che dovrebbero far chiarezza su morti e malattie

“Una storia scioccante, una storia paradigmatica, di quelle che possono verificarsi solo a Catania, una città a democrazia sospesa”. Così Alfio Sciacca, giornalista del Corriere della Sera, introduce la presentazione del libro inchiesta “Morti e silenzi all’università” di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, giornalisti di Repubblica, presentato ieri alla libreria Tertulia di Catania.

“Quando si entra in una logica di asservimento e di paura, tanto da mettere a rischio la stessa salute, si ha chiara percezione che qualcosa non funziona come dovrebbe”, prosegue il corrispondente, sottolineando come il “caso Farmacia” rappresenti lo specchio di una città malata, “una città che non ha gli anticorpi per difendersi. Dimostrazione ne è un Ateneo che, per dire quello che pensa, ha bisogno di pagare una pagina mensile al giornale cittadino”, afferma il giornalista del Corriere. “Se l’università, che dovrebbe essere luogo di eccellenze, diventa luogo di asservimento e di potere, i silenzi di cui si fa voce il libro fanno paura”, aggiunge.

“Non vogliamo dare l’impressione che paghiamo per questi silenzi, che anzi non vogliamo ci siano” risponde il rettore dell’università di Catania, Antonino Recca, che ha voluto essere presente “per un breve saluto”. Il Magnifico loda il lavoro di Viviano e Ziniti: “Un meccanismo di riflessione importante che ci mette nelle condizioni di valutare le situazioni e migliorarle”. Ma torna a lamentare la “gogna mediatica” che ha subìto l’Ateneo. Non è mancata una coda polemica sulla sede dell’incontro. Gli autori avrebbero voluto presentarlo all’Università, ma il rettore – come ha annunciato ieri ai microfoni di Radio Zammù - dà piena disponibilità a dibattiti di questo tipo all’interno dell’Ateneo non appena sarà conclusa la fase preliminare dell’indagine giudiziaria.

Ma torniamo al libro-inchiesta, che molto sta facendo discutere, non solo a Catania. “Morti e silenzi all’università” ripercorre la storia dell’edificio 2 della Cittadella e della sua contaminazione e raccoglie non solo gli atti giudiziari, ma anche molte (inedite) testimonianze personali. Dieci morti e 26 malati, questi sono i tragici numeri riportati dai due giornalisti de La Repubbica. Lì dentro c’è la voce di Emanuele Patanè, ricercatore morto a 29 anni per un tumore ai polmoni che, scrivendo un diario, ha lasciato una prova inoppugnabile su ciò che avveniva all’interno dei laboratori. “Il racconto di un giovane che stava morendo e ha visto gli altri morire”, spiega l’autrice Alessandra Ziniti. Non voci di gogna, come spesso ha detto il rettore - aggiunge la giornalista – ma voci della vergogna. Tutti sapevano ma per il buon nome dell’università nessuno ha parlato. Questo è scandaloso. Ecco perché questo libro rappresenta per noi una battaglia di civiltà”.

Sotto il profilo giudiziario “ancora non c’è nessun imputato”, spiega l’avvocato Santi Terranova, legale di alcune famiglie dei morti e malati che si presumono vittime dell’inquinamento ambientale riscontrato nel sito. “Il risultato dell’incidente probatorio dice che l’università ha sbagliato. Avrebbe infatti dovuto valutare il rischio chimico ad un livello molto più elevato di quanto ha fatto. La qual cosa l’avrebbe obbligata a svolgere degli accertamenti sanitari all’interno della sua struttura per salvaguardare le persone che ivi lavoravano”, spiega l’avvocato Terranova. “Ho avuto oggi stesso conferma dal pm Lucio Setola che a breve verranno inviate le notifiche di conclusione della fase preliminare dell’indagine. Sarà allora che prenderà avvio la seconda indagine, quella che dovrà accertare la presunta relazione tra l’inquinamento ambientale del sito e le morti e malattie riscontrate”, aggiunge il legale. “La mia causa in parte l’ho già vinta. Un risultato l’abbiamo ottenuto. Adesso c’è maggiore attenzione da parte di chi deve vigilare sulla sicurezza dei laboratori e allo stato attuale non sussiste alcun pericolo. Ma ora spero in un rinvio a giudizio per “strage colposa”.

A chiudere l’incontro, diversi interventi sul tema della cattiva informazione. “Molti studenti non si rendevano effettivamente conto del rischio, altri tutt’ora non sanno cosa sia successo racconta Francesco Marino, studente di Farmacia. Una proposta arriva da Giovanna Regalbuto. Dato che “il problema di questa città è l’informazione”, si possono distribuire fotocopie di copertina e indice del libro inchiesta a firma Viviano e Ziniti. “Non ho intenzione di fare rumore, ma voglio essere la serpe in seno, iniziando dalla Cittadella Universitaria”. E poi a prendere la parola è un ex docente a contratto della Dau (Dipartimento di Architettura e Urbanistica), Vincenzo Milona, che conclude: “Fare l’insegnante vuol dire ricoprire in parte la figura genitoriale. Un genitore che uccide i propri figli non è ammissibile. Da quest’anno ho deciso di abbandonare l’università”.

shawna-votailprof
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un paio d'ore dopo, scossa ancora dall'intervento finale del padre d Lelè Patanè, dalle sue lacrime, che dovrebbero essere anche le nostre lacrime, con ancora in bocca l'amaro che t può lasciare ascoltare alcun dichiarazioni fatte in tale contesto come "sano nepotismo",e ancora una volta delusa dalla mancata partecipazione massiccia dei miei colleghi a questo appuntamento (noi studenti infatti saremmo stati non più d una trentina), prendo in mano il mio neo acquisto e leggo il libro tutto d'un fiato.

le sensazioni che descrivevo poche righe fa si fanno molto più intense.

rimango sgomenta alla lettura di quelle poche pagine intrise di morti e silenzi, silenzi rotti solo in parte durante gli interrogatori i cui verbali vengono solo parzialmente e immagino minimamente riportati nel libro, ma tanto basta per farti rimanere basita , sconcertata.

ieri si è parlato tanto della mancata informazione, di noi studenti "distratti e dorgati" dallo studio, della nostra apatia di fronte quanto successo, e anche di chi ancora oggi non vuole vedere e si nasconde dietro un dito parlando di "montatura".

io vi invito a leggerlo questo libro, a leggere quella lista di nomi puntati che resteranno ferite aperte e irrimarginabili d questa facoltà , a leggere di quegli uomini che tanto dovrebbero insegnarci e che tanto ci hanno taciuto, tradendoci.
mario1987-votailprof
mario1987-votailprof - Ominide - 0 Punti
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Porca miseria! Questa volta mi avete battuto nella segnalazione del resoconto pubblicato su step1. Invito però chi fosse effettivamente interessato all'argomento ad intervenire anche lì, perché ho visto che si è sviluppato un avvio di discussione sull'articolo qui riportato. Ciao a tutte/tutti.
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