annalisace
annalisace - Ominide - 39 Punti
Rispondi Cita Salva
Ultimo capitolo del libro il resto di niente di Enzo striano
sampei171
sampei171 - Genius - 7419 Punti
Rispondi Cita Salva
ma ti serve il riassunto? il commento? l'analisi?
annalisace
annalisace - Ominide - 39 Punti
Rispondi Cita Salva

analisi del testo il riassunto sono riuscita a farlo

Aggiunto 2 secondi più tardi:

analisi del testo il riassunto sono riuscita a farlo

sampei171
sampei171 - Genius - 7419 Punti
Rispondi Cita Salva

"Il resto di niente" di Enzo Striano è un libro di straordinario fascino ed incredibile modernità, un tuffo nel passato delle rivoluzioni repubblicane che fa riflettere sulla volontà, sempre viva nell'animo umano, di libertà, giustizia, uguaglianza.
Il resto di niente narra la storia di una famosa eroina napoletana della fine del '700, Eleonora Pimentel de Fonseca, che si accosta, fin dalla giovinezza, agli ambienti letterari della Napoli- bene e si appassiona lentamente agli ideali repubblicani che arrivano dalla lontana rivoluzione francesce. Al suo percorso di crescita intellettuale come poetessa, si affiancano le paure di non essere pronta, come donna, ad affrontare i doveri di amante, moglie e madre. Si sposa per volontà del padre con un uomo rude e violento e perde anche il suo unico figlio, che muore tragicamente.
Si delinea così il ritratto di una donna forte e fragile allo stesso tempo, proiettata verso la modernità ma pur sempre ancorata al suo ruolo.
Il triste fallimento della sua vita privata non spegne in lei gli ardori della rivoluzione ed Eleonora continua a frequentare i circoli repubblicani, anche se sempre più in clandestinità. Diventa poi redattrice del giornale della Rivoluzione Napoletana del 1799 ma, più il governo repubblicano si concretizza, più ne percepisce la fragilità.
Il re scappa da Napoli e la città è in preda al caos. I repubblicani non riescono ad organizzarsi concretamente e ben presto sono costretti alla resa non appena i reali tornano in città, pronti a riprendere il potere. Eleonora non si arrende e non rinnega mai il suo passato, lottando fino alla fine.
Questa storia avvincente è tracciata con maestria da Striano, sul panorama di una Napoli intrigante e vivace, ma pur sempre piena di contraddizioni. Un romanzo per chi ama la Storia nella sua universalità e ne apprezza le innumerevoli sfaccettature.

Enzo Striano - Il resto di niente - Avagliano, Napoli, 1999, pp. 411

«Questo - scrive in una nota Enzo Striano - è un romanzo 'storico' (secondo la classificazione didascalica dei generi, in verità tutti i romanzi sono 'storici', così come tutti i romanzi sono 'sperimentali'), non una biografia, né una vita romanzata. L'autore s'è quindi preso, nei confronti della Storia, quelle libertà postulate da Aristotele ("Lo storico espone ciò che è accaduto, il poeta ciò che può accadere, e ciò che rende la poesia più significativa della storia, in quanto espone l'universale, al contrario della storia, che s'occupa del particolare" Poetica, IX, 1451 b), dal Tasso ("Chi nessuna cosa fingesse, poeta non sarebbe, ma historico" Primo discorso sull'arte poetica), dal Manzoni ("Lo scrittore deve profittare della storia, senza mettersi a farle concorrenza" Lettera al Fauriel), da altri grandi ».

Era assolutamente necessario riportare per intero questa nota perché se Enzo Striano ha scorto la necessità di redigerla è perché voleva dare al proprio lavoro la giusta angolatura di visione, quasi una precisazione di fronte a quei critici che prima di interrogarsi sul valore in sè di un'opera sentono il bisogno di catalogare i manufatti letterari che hanno dinnanzi, non sempre per orientare il giudizio, quanto per un'attitudine rigida e scolastica, da necrofori, di assegnare ad ogni salma il suo loculo.
Ora, a parte quell'acutissima osservazione che tutti i romanzi sono storici e tutti i romanzi sono sperimentali (1), c'è da dire che quest'opera, non solo per la forma (un misto di storia e d'invenzione), starebbe bene al fianco di quel capostipite che sono I promessi sposi. E ciò senza intenzione di scatenare comparazioni sulla grandezza di un'opera che, a tutta prima - ma anche a giudizio sedimentato - ci appare, sotto ogni riguardo, un vero capolavoro, quanto per le indubbie omologie strutturali con quel "romanzo italiano" per eccellenza: la storia ficcata dentro la Storia , la pluridiscorsività e il pluriliguismo (lo spagnolo e il latinorum lì, il portoghese, lo spagnolo, il napoletano, il francese, e l'inglese qui), quella tensione di escutere gli eventi storici per tirarne una filosofia della storia (il sugo direbbe Manzoni) e il senso (posto che ci sia) della Storia (2)... Insomma, si parva licet, più di un elemento è consonante tra i due romanzi.
Ne Il resto di niente (formula che appare in più riprese durante la narrazione con diversi significati e sfumature), è raccontata, semplicemente, la vicenda umana, intellettuale, storica di Eleonora Pimentel Fonseca, l'animatrice de Il monitore napoletano, "organo" ufficiale della rivoluzione partenopea: la biografia di una donna sullo sfondo di quelle vicende storiche, mai raccontate con tanta nitidezza e potere di fascinazione, della rivoluzione giacobina napoletana del 1799. Solo questo? No, di scena è Napoli, la città di Napoli, la sua miseria e la sua grandezza. Non s'era mai vista una meditazione così profonda, non dico sui "mali di Napoli" (che costituirebbe dopo secoli di letteratura su quella meravigliosa e disgraziata città un ette in più che nulla ci direbbe sul suo misterioso e inestricabile viluppo di organismo storico- antropologico), quanto su quello specifico problema che è l'incontro, o meglio il testa-coda, tra l'intellighenzia e il sottosviluppo di una città. E sotto questo riguardo la storia qui raccontata non è solamente quella dell'incontro-scontro tra li Giacobbe e i lazzari, quanto il resoconto sceneggiato e drammatizzato del paradigma, appunto, dell'andata al popolo di un gruppo di intellettuali e il loro scontro con il mob come lo chiamava Eric Hobsbwam, la populace, la plebe irredenta, irredimibile e recalcitrante alla "redenzione". Se così è, questa è la storia - per stringente analogia - dei narodniki e dei mugichi in Russia, degli zapatisti e i guevaristi, dei sandinisti e gli indios nei tristi tropici, insomma la storia drammatica, tragica, del mancato incontro ( e talora del conseguente scontro) di una minorité consciente intellettuale di estrazione borghese o aristocratica ( e chi altri potrebbe essere?) che capisce e comprende il corso degli eventi e cerca di piegarli ai propri desideri (ispirandosi però a modelli elaborati altrove), e di chi li subisce e non vuole cambiarli, anzi va in senso contrario.
Questo paradigma prende il nome di "rivoluzione passiva" secondo la formula dell'intellettuale Vincenzo Cuoco (che in questo romanzo è uno degli indimenticabili protagonisti), formula che tanto ossessionò un altro intellettuale del nostro secolo, Antonio Gramsci, che sul Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli di Cuoco meditò lungamente in carcere, come medita Enzo Striano in questo romanzo, di cui l'intelletuale molisano è sicuramente, pour cause, ma anche per citazioni dirette, una sicura fonte d'ispirazione.
Cuoco, grandiosa, generosa e tragica figura, intelligenza affilatissima, che in questo romanzo sembra prestare all'autore il suo "punto di vista", rifletté molto, fino a perderci letteralmente la ragione (morì pazzo di dolore quando vi fu l'ultima restaurazione dei Borboni) su questa Rivoluzione importata, che voleva "fare come in Francia", rivoluzione forse sbagliata per come fu condotta e che egli, pur tuttavia, ancora in esilio continuò a chiamare la "nostra" rivoluzione (e la "nostra" repubblica); rivoluzione di cui egli fu un fervente sostenitore, seppure lucidamente prima, durante e dopo gli eventi, ne vide tutte le ingenuità, le insensatezze, le astrattezze ma che, nonostante tutto, e nonostante quindi se stesso, ispirò e condivise, con estrema generosità e lealtà fino al tragico finale.
Scriveva, e leggiamo nella copia che abbiamo reperito in Rete: «I primi repubblicani furono tutti delle migliori famiglie della capitale e delle province: molti nobili, tutti gentiluomini, ricchi e pieni di lumi; cosicché l'eccesso istesso de' lumi, che superava l'esperienza dell'etá, faceva lor credere facile ciò che realmente era impossibile per lo stato in cui il popolaccio si ritrovava. Essi desideravano il bene, ma non potevano produrre senza il popolo una rivoluzione; e questo appunto è quello che rende inescusabile la tirannica persecuzione destata contro di loro».
Sulla loro astrazione intellettuale ha delle parole di fuoco: « Il male, che producono le idee troppo astratte di libertá, è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire», parole profetiche che sembrano anticipare i guasti operati nella storia del nostro secolo da tutti quegli "ismi" che hanno voluto imporre con la forza il "bene".
Sul linguaggio libresco e il latinorum (ahi ancora Manzoni!) dei suoi amici e sodali (ed Enzo Striano "sceneggia" tutto ciò in pagine davvero icastiche), scriveva: «Che sperare da quel linguaggio che si teneva in tutt'i proclami diretti al nostro popolo? "Finalmente siete liberi"... Il popolo non sapeva ancora cosa fosse libertá: essa è un sentimento e non un'idea; si fa provare coi fatti, non si dimostra colle parole. "Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema"... Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicitá? "L'uomo riacquista tutt'i suoi diritti"... E quali? "Avrete un governo libero e giusto, fondato sopra i princípi dell'uguaglianza; gl'impieghi non saranno il patrimonio esclusivo de' nobili e de' ricchi, ma la ricompensa de' talenti e della virtú"... Potente motivo per il popolo, il quale non si picca né di virtú né di talenti, vuol esser ben governato, e non ambisce cariche! "Un santo entusiasmo si manifesti in tutt'i luoghi, le bandiere tricolori s'innalzino, gli alberi si piantino, le municipalitá, le guardie civiche si organizzino"... Qual gruppo d'idee che il popolo o non intende o non cura! "I destini d'Italia debbono adempirsi". "Scilicet id populo cordi est: ea cura quietos sollicitat animos". "I pregiudizi, la religione, i costumi"... Piano! mio caro declamatore; finora sei stato solamente inutile, ora potresti esser anche dannoso».
E si!, inutili, e forse dannosi. La sinistra estrema e "immaginaria", anche quella dei nostri giorni, dovrà riflettere ancora su questo binomio: non è Ruffo che collega i lazzari, sono li Giacobbe che non sanno collegarli, sono li Giacobbe che invece di legare a sé il popolo con mirate riforme ( e Cuoco le elenca tutte nel suo Saggio), ossessionati dalle loro fallaci rappresentazioni mentali pretendono solo di cambiare i nomi alle cose, finendo col declamare nel vuoto, col profferire « parole vaghe che niuno intendeva».
Se questo è il "nucleo" forte del romanzo, ossia il paradigma, sfociato in psicodramma, della "rivoluzione passiva" (e si vedano a tal proposito le pagine in cui Striano cede la parola allo stesso Cuoco o la passa ai capi lazzari o in cui sottolinea lo sforzo della Pimentel giornalista di parlare la lingua delle plebi), non renderemmo giustizia a questo capolavoro se non citassimo l'alto voltaggio espressivo dell'arte di Striano, la straordinaria capacità mimetica della sua lingua narrativa mai indulgente verso il "quadro pittorico" di maniera - articolo pericolosissimo per e con la città di Napoli -, ma sapiente e mobile, assolutamente assoggettata alle necessarie urgenze narrative o descrittive; lo strabiliante suo talento nel saper far cozzare l'alto e il basso-mimetico; il raffinato mélange della plastica lingua dei lazzari e l'arricciato rococò dei pensieri dei suoi protagonisti intellettuali, i Pagano, i Lauberg, i Russo, i Manthoné, i Jerocadés, i Cuoco...
Memorabili le pagine del primo incontro della Pimentel con Napoli: abbiamo ancora negli occhi il caravaggesco chiaroscuro della Napoli perenne tutta monnezza e dorature, colta con favoloso realismo durante la festa di Piedigrotta. Striano, con abilità infinità, ci dà tutto delle cose che "vede", mercé un realismo descrittivo allucinato che schiva le facili malìe del barocco più esagitato, sempre in agguato in queste circostanze, e il rigido ricatto incombente di un documentarismo inerte. Altre pagine che non ci abbandoneranno facilmente sono quelle conclusive degli ultimi giorni della Repubblica, l'assalto a Sant'Elmo, la fuga, la cattura, l'esecuzione davvero commuovente di quegli sciagurati eroi. Il vasto lavoro di documentazione approntato da Striano riuscirà di giovamento anche agli storici di professione, credo. Gioverà a costoro il ridimensionamento di figure quali Caracciolo o il chiaro equivoco storico della Luisa Sanfelice, come sicuramente il ritratto a tutto tondo del giovanissimo e generoso Gennaro Serra di Cassano.
Ma su tutta l'opera si estende non lo sguardo freddo dello storico che connette i fatti e gli eventi, né quello del polemista che può ancora giovarsi di quegli eventi così distanti nel tempo, ma così vicini ancora a noi tutti uomini del Sud ( un vero rompicapo, che quando sarà sciolto o saremo morti noi o il Sud non sarà più il Sud), per tirare da una parte o dall'altra le ragioni ( e noi staremmo ancora a fianco di quegli sciagurati e pazzi visionari se dovessimo dibatterle qui ed ora), quanto lo sguardo sereno e purificato dell'artista vero, che quasi con occhio divino è penetrato nei cuori delle sue creature e del suo mondo così genialmente suscitato, e tutto ha compreso e "visto".

1) Flaubert, considerava "storico" il proprio romanzo l'Educazione sentimentale che dopotutto, all'epoca dell'ultima stesura, riprendeva eventi di qualche dozzina d'anni prima, ma che, anche, gli era diventato "storico" tra le mani, essendo la prima stesura, in contemporanea con gli eventi narrati. Ci chiediamo: tutti i romanzi coi tempi rivolti al passato non sono forse "storici"? Ci sono libri o film, poi, dei nostri anni '60 che sembrano addirittura in "costume", come ritraenti epoche di parrucche e ciprie, con le loro vespe e giradischi colorati o le strade, come l'Aurelia, totalmente sgombre dalle carrozzerie automobilistiche. (Torna supra)

2) E la Storia può assumere anche queste movenze secondo le parole di Striano. " Com'è strana la Storia , ad un tratto t'accorgi che respiri aria diversa. Non sai dire in che: tutto va come prima, però senti che le abitudini han preso confortevole, smorta eternità. Frizza irrequieta attesa d'avvenimenti ignoti".

Titolo del libro: Il resto di niente
Nome dell’autore: Enzo Striano
Casa editrice: Avagliano
Prima pubblicazione: 1986

Enzo Striano (Napoli 1927 - 1987) è stato giornalista e insegnante, nonché collaboratore di diversi quotidiani e programmi televisivi. Quella della scrittura è una passione che ha coltivato fin da gli anni Settanta quando ha scritto I giochi degli eroi (1974), Il delizioso giardino (1975), Indecenze di Sorcier (1978) e che gli ha fatto vincere numerosi premi letterari.
Ma è soltanto con Il resto di niente, pubblicato nel 1986 da Loffredo e ripubblicato da Avagliano nel 1997, che ottiene una certa notorietà, a livello nazionale ed, addirittura, internazionale.
Questo romanzo, definito dall’autore stesso storico, ci racconta di Eleonora Pimentel de Fonseca, che emerge tra tanti personaggi, in una Napoli di fine 700.
Striano racconta, spesso molto minuziosamente, tutti gli aspetti, dalla fisionomia al rapporto che aveva con gli altri, del protagonista della rivoluzione napoletana del 1799, durante quasi tutta la sua vita da quand’era bambina fino alla sua eroica morte.
E’ una donna che, sfidando quelle che erano cose vietate al “sesso debole”, ama la cultura, che la guida durante la sua vita, infatti, legge libri, scrive poesie e diviene una delle prime giornaliste d’Europa, dirigendo il “Monitore napoletano”, con il quale cerca di avvicinare il popolo alle sue idee repubblicane, e la politica, di cui ama discutere con i suoi amici.
Ha una personalità molto complessa: forte e risoluta in alcuni momenti, debole in altri, attaccata al ricordo della sua famiglia e ai racconti paterni, ma distaccata dal marito cui non vuole assoggettarsi come le altre donne di quell’epoca.
Oltre alla protagonista ci sono molti altri personaggi secondari, come Vincenzo Sangez, la sua guida durante il periodo iniziale a Napoli, tutti descritti molto approfonditamente. Inoltre nel romanzo fanno la comparsa numerosissimi personaggi famosi come il re Ferdinando e la regina Maria Carolina, Cimarosa, Nelson, Vico, Metastasio, Filangieri e tanti altri ancora.
Infine ci sono numerosissimi personaggi di sfondo, che sono figure caratterizzanti del popolo napoletano, come i lazzari.
La storia si sviluppa durante l’ultima metà del XVIII secolo nella capitale del Regno delle Due Sicilie, una delle più grandi città europee, divisa tra palazzi lussuosi parchi alberati e ville e i bassi, privi di luce e di aria. Tutto viene descritto dall’autore nei minimi particolari dalle vesti delle ricche signore ai personaggi più poveri e semplici, ai meravigliosi paesaggi napoletani.
Il narratore è esterno, come la focalizzazione, ed è onnisciente, anche se non lo fa capire durante il romanzo; l’intreccio non segue la fabula, poiché vi sono spesso flash-back.
Infine i registri linguistici cambiano a seconda dei personaggi, da quello alto dei letterati a quello basso dei bottegai, mentre la sintassi è molto varia, infatti, potremmo dire che viene usata la paratassi allo stesso modo dell’ipotassi.

------------------------


Autore: Enzo Striano
Titolo: Il Resto di Niente
Casa editrice: Loffredo editore
Genere: romanzo storico
Anno pubblicazione:1986

E' la storia della breve Repubblica di Napoli del 1799. Nata col sangue e finita nel sangue."Il resto di niente" di Enzo Striano è un libro di incredibile modernità, un tuffo nel passato delle rivoluzioni repubblicane che fa riflettere sulla volontà di libertà, giustizia, uguaglianza. Il romanzo narra la storia di una contessa della fine del '700, Eleonora Pimentel de Fonseca, nata a Roma ma trasferitasi a Napoli durante l’adolescenza. Al suo percorso di crescita intellettuale come poetessa, si affiancano le paure di non essere pronta, come donna, ad affrontare i doveri di moglie e madre. Si sposa per volontà del padre con un uomo che lascerà dopo due anni, poco dopo la morte del figlio. Nonostante ciò non si spengono in lei gli ardori della rivoluzione ed Eleonora continua a frequentare i circoli repubblicani. Diventa redattrice del giornale della Rivoluzione Napoletana del 1799 ma, più il governo repubblicano si concretizza, più ne percepisce la fragilità. Il re scappa da Napoli e la città è in preda al caos. I repubblicani non riescono ad organizzarsi e ben presto sono costretti alla resa non appena i reali tornano in città, pronti a riprendere il potere. Eleonora non si arrende e non rinnega mai il suo passato, lottando fino alla fine. Verrà impiccata a Piazza Mercato.

Il grande sogno repubblicano del 1799 a Napoli e un'affascinante protagonista femminile, Lenòr, con i problemi della sua esistenza (la politica, l'amore, il sesso, il lavoro, la famiglia, la fede) e la sua fine terribile, animano le pagine di questo romanzo. Un libro in cui il problema di una donna fuori dal comune si trasforma nel calvario dell'incomunicabilità tra i sessi e tra le classi sociali. Striano indaga con straordinaria forza evocativa il suo percorso di donna e di rivoluzionaria: l'impegno politico, ma anche il matrimonio infelice, la scomparsa prematura dell'unico figlio, gli amori di gioventù e quelli della maturità, la fede, l'amicizia, le passioni, fino alla tragica fine. E’ una donna che, sfidando quelle che erano cose vietate al “sesso debole”, ama la cultura, che la guida durante la sua vita. Infatti legge libri, scrive poesie e diviene una delle prime giornaliste d’Europa, dirigendo il “Monitore napoletano”, con il quale cerca di avvicinare il popolo alle sue idee repubblicane, e la politica, di cui ama discutere con i suoi amici. Ha una personalità molto complessa: forte e decisa in alcuni momenti, debole in altri, attaccata al ricordo della sua famiglia e ai racconti paterni, ma distaccata dal marito. La protagonista è legata all’ idea intellettuale di smuovere il popolo napoletano da legami nei confronti dei Borboni, quindi intravede una soluzione attraverso la collaborazione degli intellettuali facenti parte del suo circolo letterario, ma ne rimarrà delusa poiché il popolo non vuole accettare l’ipotesi di poter cambiare regime di vita, e ciò renderà la rivoluzione napoletana un fallimento. Infatti Lénor nell’ ultimo capitolo del libro si arrende all’idea di poter liberare il popolo e questo si comprende attraverso la frase che pronuncia in punto di morte: “ Mi è rimasto il resto di niente”. Attraverso una visione della Napoli del 700 balza alla storia una donna particolare ed anticonformista. Si delinea così il ritratto di una donna forte e fragile allo stesso tempo. A fare da sfondo, la città di Napoli, la sua miseria e la sua grandezza.. E Napoli è sempre presente in queste pagine, Napoli dal volto innocente e crudele, città miserabile dove il destino di ciascuno sembra sempre segnato da una storia irrisolta.
Nel romanzo si intersecano, italiano, francese, portoghese, napoletano, per connotare la diversità dei modi del pensiero, delle situazioni, dei momenti. I registri linguistici infatti cambiano a seconda dei personaggi, da quello alto dei letterati a quello basso dei bottegai.

Mi è sembrato, leggendo il libro, di vedere la stessa Napoli di oggi, con la stessa gente ignorante del '700, sopravvissuta insieme alle sue credenze popolari, sotterrando quegli spiriti rivoluzionari. Quei rivoluzionari che hanno perso la lotta per la libertà, l'uguaglianza, la fratellanza, sono stati sovrastati dall'ignoranza di quella gente dei vicoli, che non ha mai accettato di sbarazzarsi di sogni illusionari promessi dal re Ferdinando di Borbone, come da qualsiasi potente, che proclami gli interessi del popolo facendo, invece, i suoi di interessi.
- "Pulcinella non è un tipo allegro. Sa le cose nascoste. Ca la Repubblica adda ferni', come finisce tutto, ca ll'uommene se credono de fa' chesto, de fa' chello, de cagna' lo munno, ma non è vero niente. Le cose cambiano faccia, non sostanza: vanno sempre comme hanno da ì. Comme vo' lo Padrone…Pulcinella queste cose le ha sapute sempre, come volete che si metta a fare il giacobino? Lo po' pure fa', ma solo per far ridere, per soldi. Isso non ce crede" – E’ questa la parte che tanto mi è piaciuta. Ma cosa vuol dire? Che voglion essere lasciati in pace nella loro grande città. Nel sicuro protettivo dei vicoli, del tempo. Resteranno così? Sempre il vecchio problema: è la storia di sempre, non solo del '700, la storia che si ripete, la storia nelle mani di chi non sa e che si affida a chi dichiara di sapere la verità assoluta. Forse qualcosa sarà cambiato dopo che secoli di sangue rivoluzionario sono ecceduti sulla storia del mondo, ma nei vicoli dei quartieri la generazione dei "lazzari", di cui Enzo Striano racconta nel libro, si è protratta fino ai nostri giorni. Ancora oggi si può assistere a quella Napoli descritta da Striano, che può sembrare così lontana, ma solo per quegli animi ribelli e repubblicani che non ci sono pi, o che forse ci sono ma non si fanno sentire, che tacciono, per paura o per ignoranza."Forse bisognerà aspettare che queste generazioni di Napoletani man mano s'estinguano…Napoli diventerà una città come tante altre, civili, della Terra, abitata da un popolo istruito, educato, ragionevole, pronto a seguire quanto gli verrà intimato dai filosofi, da tutti quelli che vogliono assolutamente dargli la felicità. Così da poter essere un popolo che non si rassegni più a un "Accossì adda i'”, come dicono i lazzari: così deve andare. Tu non ce può fa' niente. Il resto di niente" , ma che sappia dove sia il niente e non ci finisca dentro. Così Enzo Striano narra di Napoli, di quella gente che oltre le mura dei vicoli stretti e dei bassi così chiusi, non si è mai azzardata ad andare, né tanto meno a guardare. Oggi quella gente è ancora lì, ma nessuno la vede e così viene lasciata al suo destino. Attraverso gli occhi di Lénor Enzo Striano ha guardato quella gente di cui stiamo parlando. Nel libro, si può vedere come l’ intento di Lénor era quello di conoscere Napoli e la sua gente e alla fine ha capito che "nonostante tutto…nonostante il "Monitore" scriva i suoi begli e inutili articoli educativi, i lazzari, il popolo basso, non ci stanno”. Continuano a ricordare con affetto il re Ferdinando. Si batteranno per cacciar da Napoli Francesi e Giacobini. Quindi si fa avanti in lei la convinzione che qualsiasi forma di imposizione di una verità, non poteva mai essere presa come legittima, soprattutto per un popolo come quello napoletano, oppresso per secoli. Tutto ciò lascia intravedere la volontà di voler cambiare atteggiamenti e modi di porsi di una società ed è riconducibile all’attuale lotta alla camorra, che vede schierata da una parte una moltitudine di persone che non hanno intenzione di modificare le proprie idee un po’ per interesse, un po’ per paura. Da questo si può notare come le problematiche fondamentali non cambino con il passare del tempo.
Oggi giorno ci troviamo di fronte ad una massa ignorante, a-sociale, disposta solo a farsi sfruttare nel miraggio di un facile guadagno quotidiano. Niente di nuovo rispetto al popolo dei “lazzari” con la differenza che oggi lo sfruttatore non è l’aristocrazia, ma la criminalità. Vi fa da sfondo poi, sin dalle prime pagine, una città con mali e carenze che ancora sussistono, ma riscattata nelle sue più allettanti immagini, attraverso la ricostruzione che ne ha fatto Striano, in incantati equilibri ecologici ormai perduti, tra profumi, suoni e sensazioni che sembrano renderla quasi estranea alle vicende degli uomini. Così, alla fine, Eleonora, incerta del suo destino, dopo un‘onorevole resa, "sta seduta a poppa... Può vedere Napoli dal largo: la prima volta. E’ stupenda. Sul grande specchio verdazzurro s’impastano i riflessi, i colori della costa. Un paese segreto. Com’è bello, in alto, Sant’Elmo". Mi ha affascinato la descrizione di Napoli, descrizione accurata, con cognizione del dialetto, con amore della città, scritta da un napoletano. Tutta la storia mi è sembrata documentata molto seriamente. Le parole in dialetto sono quelle del vero dialetto.
Impresse nella mia mente sono le pagine del primo incontro della Pimentel con Napoli: la descrizione della Napoli tutta “monnezza”, colta con favoloso realismo durante la festa di Piedigrotta. Altre pagine sono quelle conclusive degli ultimi giorni della Repubblica, l'assalto a Sant'Elmo, la fuga, la cattura, l'esecuzione davvero commuovente di quegli eroi. Tutto viene descritto dall’autore nei minimi particolari, dalle vesti delle ricche signore ai personaggi più poveri e semplici, a La rivoluzione napoletana del 1799 che appare come uno di quei drammi sanguinari, senza luce e senza liberazione. Perché se la rivoluzione francese alla fine diede gloria e libertà alla Francia, la rivoluzione napoletana del 1799 a che servì? Al resto di niente. Tutto a Napoli rimase come prima, se non peggio: storia bloccata, storia irrisolta.
Quando ho finito di leggere questo libro mi sono chiesta: Perché Enzo Striano ha scritto questo libro? Forse perché non tutti dimentichino e perché non tutto a Napoli valga il resto di niente. Solo così, rappresentando e facendo rivivere gli avvenimenti e le persone che prepararono la rivoluzione del '99 e tragicamente la conclusero, si sarebbe salvata la memoria, solo così le parole di Eleonora non sarebbero cadute nel vuoto...
Mi hanno suggerito IL RESTO DI NIENTE di Striano. L'autore lo sentivo per la prima volta. Ma il titolo mi aveva colpito. IL RESTO DI NIENTE. E' il titolo di un libro, il titolo di un film , il titolo di un popolo, il titolo di una vita.

FONTE :http://geniv.forumfree.it/?t=50826590

annalisace
annalisace - Ominide - 39 Punti
Rispondi Cita Salva

grazie ma non intendevo questo.Analisi del testo del libro per esempio narratore,focalizzazione,personaggi ecc...

Aggiunto 1 secondo più tardi:

grazie ma non intendevo questo.Analisi del testo del libro per esempio narratore,focalizzazione,personaggi ecc...

Aggiunto 3 secondi più tardi:

grazie ma non intendevo questo.Analisi del testo del libro per esempio narratore,focalizzazione,personaggi ecc...

sampei171
sampei171 - Genius - 7419 Punti
Rispondi Cita Salva
Ah OK dopo te lo posto

Aggiunto 1 ora 36 minuti più tardi:

leggi qui

http://ambrosioe.altervista.org/il_resto_di_niente_romanzo.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_resto_di_niente_(romanzo)
annalisace
annalisace - Ominide - 39 Punti
Rispondi Cita Salva
grazie molto <3
sampei171
sampei171 - Genius - 7419 Punti
Rispondi Cita Salva
di nulla
Come guadagno Punti nel Forum? Leggi la guida completa
In evidenza
Classifica Mensile
Vincitori di agosto
Vincitori di agosto

Come partecipare? | Classifica Community

Community Live

Partecipa alla Community e scala la classifica

Vai al Forum | Invia appunti | Vai alla classifica

Gioinuso

Gioinuso Geek 155 Punti

VIP
Registrati via email