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chi può passarmi un riassunto molto concreto sui "futuristi" oppure sui "crepuscolari"

Alexander-Alessandro
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Il crepuscolarismo


Caratteri generali
Il termine crepuscolare fu usato per la prima volta dal critico Giuseppe Antonio Borgese, con il quale voleva indicare quei poeti che avevano certi elementi in comune, al fine di conferirgli una collocazione storica: la modestia dei temi il tono sommesso e prosastico della lingua e dello stile; lì definì “poeti crepuscolari”. Essi infatti gli apparvero come l’estremo momento, il “crepuscolo” della poesia moderna italiana, la quale sembrava spegnersi “in un mite e lunghissimo crepuscolo”.
Successivamente tale termine fu usato per definire un gruppo di poeti fioriti nel primo quindicennio del ‘900, che, senza costituire una vera e propria scuola, crearono una particolare poesia dai colori spenti (simili a quelli della penombra crepuscolare), caratterizzata da uno stato d’animo ombroso (umbratile) ed estenuato, da una tematica modesta, da uno stile volutamente trasandato e prosastico.
Con i crepuscolari incomincia la nuova poesia del ‘900, essi si pongono (insieme ai futuristi) in piena rottura con la tradizione e, investiti dalla complessa spiritualità del Decadentismo, operano nella poesia un profondo cambiamento di contenuto e di forme.
La poesia crepuscolare è una delle manifestazioni in Italia del Decadentismo. La crisi di tutti i grandi ideali ottocenteschi e l’incapacità di sostituirli con altri per il diffuso scetticismo, generarono un senso di aridità spirituale, di sfiducia, di stanchezza e di angoscia esistenziale. È questo il motivo di fondo del Decadentismo e lo ritroviamo vissuto in modo diverso nei crepuscolari, nei futuristi e negli altri movimenti di avanguardia del nuovo secolo.
Mentre i poeti crepuscolari cercano di superare l’angoscia esistenziale con l’attaccamento alle piccole cose, perché sono le sole che danno loro il senso della concretezza e col vagheggiamento di una vita modesta, semplice, provinciale, lontana dal frastuono della modernità. I futuristi, al contrario dei crepuscolari, reagiranno con l’attivismo vitalistico, l’amore del pericolo, il culto della forza e dell’audacia.

La poetica, i motivi e le forme
La poetica dei crepuscolari esprime la crisi della civiltà romantica e positivistica, che determinò l’abbandono della poesia civile, patriottica e morale. La poesia cessa di essere di tipo dantesco, ossia uno strumento di educazione e di esortazione come era diventata durante l’800, e torna ad essere di tipo petrarchesco, un mezzo di confessione e di analisi del proprio mondo interiore. Il poeta crepuscolare ha un senso della vita così stanco e sfiduciato che non ha ideali da proporre né miti da celebrare, perché non ha più fede in nulla; perciò rinuncia ad ogni impegno, civile, politico e sociale. Il poeta crepuscolare arriva anche a vergognarsi di essere poeta.
Muta la figura del poeta, che da vate (Pascoli) o eroe (D’Annunzio) diviene cantore della propria pena. Cambia perciò anche la poetica, si passa a una concezione della poesia come specchio dell’umile realtà quotidiana.
I critici hanno individuato alcuni precedenti della poesia crepuscolare in certi motivi degli Scapigliati (Betteloni, Stecchetti, Graf) e nello stesso interesse verso il mondo degli umili degli scrittori veristi, ma si tratta di motivi sparsi e confusi con altri di diversa natura. Le radici della poetica crepuscolare si trovano nella poetica del “Fanciullino” del Pascoli, nel principio, in essa contenuto, della poeticità insita nelle cose. La poesia è come un etere diffuso nelle cose; il poeta non inventa nulla, ma scopre nelle cose la poesia che c’era prima e ci sarà dopo di lui. Pascoli sovraccaricava le cose di allusioni simboliche, i poeti crepuscolari, invece, rinunciano a questa posa di poeta – veggente e contemplano cose, persone e situazioni nella loro realtà nuda e squallida. Ed infatti di tutti gli aspetti della vita quotidiana i poeti crepuscolari amano quelli più tristi e modesti.
La poesia crepuscolare è lirico - descrittiva ma anche lirico – rievocativa degli anni dell’infanzia e del piccolo mondo antico della borghesia ottocentesca con i suoi salotti decrepiti adorni di “buone cose di pessimo gusto” (Gozzano), ricordate con struggente tristezza e nostalgia, ma anche con una punta di ironia.
La forma della poesia crepuscolare è usuale (ordinaria), discorsiva, prosastica e tuttavia scaltra e controllatissima. Si tratta di una poesia certamente non grande, ma suggestiva e sincera, importante dal punto di vista storico sia come testimonianza della crisi del nostro secolo, sia come segno di una poesia nuova.

Poeti crepuscolari
I principali poeti crepuscolari furono Sergio Corazzini e Guido Gozzano.

Sergio Corazzini
Accenni sulla vita (1887 – 1907) e produzione letteraria
Morì ventenne a causa di tisi e perciò non poté portare a maturità la sua arte, ma visse con ingenuo abbandono l’esperienza crepuscolare, tanto che la sua lirica Desolazione del povero poeta sentimentale può essere considerata il manifesto del Crepuscolarismo. Il poeta vi esprime la sua tristezza di fanciullo dolce e pensoso, l’amore per le gioie sane e semplici, il desiderio di morte. Un’altra poesia nota di Corazzini è Per un organo di Barberia, in cui è descritta la pianola che diffonde vecchie arie sperdute, che nessuno ascolta, simili al canto del poeta che vive in solitudine.

Guido Gozzano
Accenni sulla vita (1883 – 1916) e produzione letteraria
Egli è il poeta più rappresentativo del Crepuscolarismo ed anche il primo poeta autentico del Novecento italiano. Morì anche lui, come Corazzini, di tisi. Le sue raccolte di poesie sono: La via del rifugio (1906), I Colloqui (1911). In prosa scrisse Verso la cuna del mondo.
Mentre gli altri crepuscolari vissero con un sostanziale ingenuo abbandono all’esperienza crepuscolare, Guido Gozzano la visse con un atteggiamento ambiguo, misto di partecipazione e distacco, non privo di una leggera autoironia. Ciò fu dovuto all’incapacità del poeta di aderire pienamente alla vita a causa della tisi. Il presentimento della morte gli inaridì a poco a poco lo spirito e rese fragili e labili (instabili, temporanei) i rapporti umani, soprattutto l’amore. Gozzano imitò dapprima D’Annunzio e i suoi atteggiamenti estetizzanti, ma poi la lettura del Petrarca e dei poeti decadenti francesi lo distaccarono da lui e lo spinsero verso atteggiamenti opposti, verso i motivi e le forme del crepuscolarismo. Le sue più importanti poesie sono: La signorina Felicita, ovvero la Felicità (vagheggiamento delle gioie sane e semplici della provincia) e L’amica di nonna Speranza (descrizione degli interni borghesi, vera e propria stampa dell’Ottocento romantico). Il motivo più frequente in Gozzano è il rimpianto dei sogni infranti, il rimpianto delle cose, come egli dice, che “potevano essere e non sono state”.
Questi ed altri temi sono trattati con vigile autoironia, suggerita dalla consapevolezza dei limiti e della meschinità del mondo piccolo – borghese pur tanto vagheggiato: ad esso, infatti, Gozzano sente di non poter aderire totalmente. Gozzano utilizza le forme dimesse e colloquiali, vicine al linguaggio parlato, care ai crepuscolari, ma sono usate in modo assai scaltro, filtrate attraverso una ricca e raffinata cultura letteraria, a tal punto che alcuni critici lo distaccano dagli altri poeti crepuscolari, assai più trasandati, prosastici e a volte anche banali.
La signorina Felicita (ovvero la Felicità): la lettura della data del 10 luglio, festa di Santa Felicita, sul foglio di un calendario, sta all’origine di questa poesia che forse è la più celebre di Gozzano, quella che meglio esprime il suo animo e la sua poetica crepuscolare. Quella data gli ricorda una donna non bella, ma buona, semplice, tenera e riposante, conosciuta anni addietro in un paesino del Canavese, con la quale un giorno s’illuse di poter vivere una vita tranquilla e serena abbandonandosi a un sogno, che, come tanti altri, non gli riuscì di realizzare tormentato, come era sempre, dalla malattia e dal presentimento della fine imminente. Nella signora Felicita, così come il Gozzano la pensa e la descrive, si ha il ribaltamento del mito della donna aristocratica, delle attrici e delle principesse, al tempo delle suggestioni dannunziane e nietzschiane [Donna: mistero senza fine bello! – Gozzano: rimarca l’imprevedibilità dell’animo femminile]. E al ribaltamento dell’ideale di donna corrisponde il ribaltamento della forma, che in D’Annunzio è sempre eletta, ricercata e preziosa; in Gozzano è piana, dimessa, a volte anche prosastica. La poesia ha la struttura di un poemetto, poemetto di ciò che “poteva essere e non è stato”.
L’amica di nonna Speranza: è, con il poemetto La signorina Felicita, ovvero la Felicità, la più celebre e caratteristica poesia di Gozzano. Anch’essa fa parte della raccolta i Colloqui. Un giorno il poeta scorrendo l’album di famiglia, trova la fotografia di una fanciulla in crinoline, con una data, 28 giugno 1850, la firma Carlotta e la dedica: “Alla sua Speranza la sua Carlotta”. Carlotta era stata compagna di scuola di Speranza, la quale divenne poi la nonna del poeta. Questa fotografia induce il poeta a rievocare la giovinezza della nonna e i tempi del Risorgimento, di cui ricostruisce l’atmosfera, gli ambienti, gli arredi, l’abbigliamento, i discorsi, le abitudini e i costumi, descrivendoli con un sentimento misto di nostalgia per quel tanto di valido che il passato conserva sempre nella memoria, e di ironia per ciò che di angusto e di superato il passato sempre rivela. Nella prima strofa il poeta rievoca il salotto di una casa borghese dell’800, stracarico di “buone cose di pessimo gusto” (espressione divenuta proverbiale): buone, in quanto erano care a chi li aveva collocate, perché legate alla vita della famiglia, ma , a distanza di tempo, col cambiamento del gusto, apparivano espressione del pessimo gusto del passato.

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