bonurajessica
bonurajessica - Ominide - 46 Punti
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Ragazzi aiutatemi dovrei fare la recensione dei promessi sposi ma non so cosa scrivere per favore mi potreste aiutare?

lisa92ita
lisa92ita - Erectus - 94 Punti
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Io avevo in giro questo.
Prova a vedere

La vicenda si svolge in Lombardia, tra il 1628 e il 1630. Siamo nel territorio di Lecco, soggetto alla dominazione spagnola, che si materializza attraverso numerose "grida", le quali, per la verità, sortiscono assai poco effetto nel far rispettare le leggi. Don Abbondio, il curato di un paese della zona, di ritorno dalla passeggiata quotidiana, viene fermato dai bravi di don Rodrigo, il signorotto del posto. Gli viene intimato di non celebrare il matrimonio programmato per il giorno dopo fra due popolani, Lucia Mondella e Renzo Tramaglino.
Impaurito, don Abbondio fa ritorno a casa e si confida con Perpetua, la sua donna di casa, intimandole di mantenere il segreto. Il curato trascorre una notte tempestosa rimuginando sulla sua penosa situazione e sui possibili rimedi.

Intanto il curato cerca di prendere tempo con Renzo, farfugliandogli improbabili impedimenti e utilizzando per confonderlo e convincerlo persino il latino. Ma Perpetua mette al corrente il filatore dei disegni di don Rodrigo. Renzo si reca a casa di Agnese e Lucia. In preda alla collera, il giovane viene consigliato da Agnese di consultare un avvocato, Azzecca-garbugli, che però, sentito pronunciare il nome di don Rodrigo, si ritrae.

Fallito il tentativo di Renzo, Agnese e la figlia decidono di rivolgersi a padre Cristoforo, tramite la mediazione di Fra Galdino, un ex cappuccino che gira umilmente casa per casa a raccogliere noci per il convento.

Padre Cristoforo lascia il convento di Pescarenico per incontrate le due donne. La storia del frate, così come ce la racconta Manzoni , rappresenta il primo intervento, nella vicenda narrata, della provvidenza divina. Nato in una famiglia nobile e ricca, padre Cristoforo, al secolo Lodovico, è un giovane impetuoso e amante dei piaceri della vita. Per una sciocca questione di puntiglio, sfida un giovane a duello e lo uccide. Anziché affrontare il proposito di vendetta della famiglia dell'ucciso, Lodovico matura il sincero convincimento di lasciare il mondo e farsi frate. Chiede pubblicamente perdono alla famiglia del rivale, ottenendo, attraverso l'umiltà, il rispetto.

Padre Cristoforo, appresi dalla voce di Agnese i fatti, decide di recarsi personalmente da don Rodrigo. Il signorotto sta pranzando con il cugino Attilio e altri due convitati. Tratta il frate con sufficienza e degnazione, pronunciando larvate minacce. Padre Cristoforo, giunto con umiltà e con le migliori intenzioni, di fronte all'arroganza di don Rodrigo, lo minaccerà egli pure.

Agnese, nel frattempo, architetta uno stratagemma: celebrare il matrimonio di sorpresa, mettendo don Abbondio di fronte al fatto compiuto. Le tristi notizie portate da fra Cristoforo inducono Renzo e Lucia, aiutati dai testimoni Tonio e Gervaso, a mettere in atto il piano. Mentre don Abbondio si sta interrogando su chi sia Carneade, i "congiurati" piombano nella canonica, ma la sorpresa fallisce: don Abbondio riesce, nel trambusto a evitare la trappola e il sagrestano suona le campane segnalando il pericolo.

Il matrimonio fallito, tuttavia, ha permesso a Lucia di scampare a un pericoloso tranello: quella sera stessa i bravi erano stati incaricati dal loro padrone di rapirla. Il suono della campane mette in fuga anche loro.

Renzo e Lucia lasciano così il paese, riparando dapprima al convento di padre Cristoforo, poi, dietro sua raccomandazione, nel convento di Monza. La "notte dei sotterfugi" si conclude col bellissimo monologo interiore di Lucia "Addio monti".
La badessa del monastero di Monza è Gertrude. Destinata alla vita monastica per volere del padre e secondo le consuetudini del tempo, ella non accetta il suo destino, ma vi si ribella, conducendo una vita scellerata, corrispondendo le brame di Egidio, un vicino di quartiere e facendo uccidere una conversa. Quando Lucia arriva a Monza, Gertrude è tuttavia, attanagliata dal rimorso.

Don Rodrigo, scornato per il rapimento fallito, studia delle contromosse: fare allontanare padre Cristoforo e far accusare Renzo di sedizione.

Renzo, intanto, raggiunge Milano, in preda ai tumulti causati dalla carestia. La folla inferocita dà l'assalto ai forni, distruggendoli, dando così prova di poca saggezza. Renzo è coinvolto suo malgrado nei tafferugli e su segnalazione di una spia, sta per essere arrestato, quando riesce fortunosamente a fuggire. Si rifugia a Bergamo, dal cugino Bortolo, scampando alla fame e alla prigione.

Rodrigo medita vendetta; fa trasferire padre Cristoforo a Rimini, tramite l'interessamento del conte zio e si rivolge all'Innominato, torbida figura di signore e bandito, cui nessuna cattiva azione è estranea, affinché rapisca Lucia. L'Innominato, malgrado la promessa fatta a don Rodrigo, comincia a vacillare. Lo prende la scontentezza per la parola data. Il rapimento tuttavia va a segno, compiuto dal Nibbio, il capo dei bravi dell'Innominato.

Non senza turbamento, il Nibbio conduce Lucia al castello. Quando anche l'Innominato vede la purezza e la semplicità della ragazza, si turba egli pure. Trascorre una notte segnata da incubi, da rimorsi, da profonda insoddisfazione per la vita condotta fino a quel momento.
Il giorno appresso, vuole incontrare il cardinale Federigo Borromeo, un santo, arcivescovo di Milano, venuto in visita al paese. Lo incontra e crolla. Il bene trionfa. Lucia, dopo che l'Innominato le chiede perdono, viene consegnata a don Abbondio.

Lucia va a casa del sarto, dove riabbraccia la madre e incontra oil cardinale. Trova poi ospitalità a casa di don Ferrante, un letterato un po' fatuo e di una gentildonna, donna Prassede, sua moglie. Renzo, ricercato dalla polizia, è costretto a cambiare identità, si chiamerà Antonio Rivolta, e rifugio.
Don Abbondio viene convocato dal cardinal Borromeo a render conto del suo operato. Verrà trattato con equanime indulgenza.

Frattanto scoppia la guerra per la successione del ducato di Mantova e del Monferrato. A Milano, i disordini precipitano la città nel caos e nella carestia. Don Abbondio, spaventato dall'imminente arrivo dei lanzichenecchi, Lucia e Agnese riparano al castello dell'Innominato, convertitosi alla fede.

Scoppia la peste, dapprima negata dalle autorità, poi ammessa solo parzialmente. Alcune persone, considerate "untori", vengono perseguitate. La peste non lascia scampo: nel lazzaretto muore don Rodrigo, abbandonato anche dal Griso, il suo bravo più fidato. Lucia, ammalatasi, guarisce. Renzo, di ritorno a Milano, viene scambiato per un untore. Si salva dalla cattura, salendo su un carro di monatti.

Una pioggia provvidenziale risana la città. Renzo, accantonato ogni proposito di vendetta, e la casta Lucia sciolto ogni impedimento possono finalmente sposarsi e intraprendere una nuova vita.

Pubblicato nel 1827, I Promessi sposi rappresentano la rielaborazione e la revisione radicali di un primo tentativo narrativo compiuto tra il 1821 e il 1823, Fermo e Lucia.

Nello scrivere la sua opera maggiore, Manzoni è influenzato dalla lettura dei romanzi storici dello scozzese Walter Scott e dalle cronache del Ripamonti e del Gioia. Compie un grande lavoro di documentazione per descriverci la Lombardia del Seicento, anche se in verità è la realtà a lui contemporanea che Manzoni intende rappresentare, una realtà fatta di soprusi, oppressioni, angherie esercitate dai potenti verso i più deboli e bisognosi.
Il lettore stesso di oggi può trovare nel libro utili considerazioni che ben si attagliano all'attualità e al carattere e identità nazionali.

La novità e il merito del romanzo sono costituiti dal metter al centro della vicenda narrata non le classi superiori, bensì i ceti popolari, i poveri, il filatore Renzo e l'umile Lucia.
I ceti meno abbienti, oltre che i flagelli della natura, devono subire le angherie e le umiliazioni dei potenti, spesso rappresentati dal Manzoni come impari alle loro cariche e ai loro ruoli.

Il romanzo è permeato da una poetica visione cristiana della vita, carica di speranza. La provvidenza divina interviene e mette ogni cosa a posto. La carità di Dio è talmente grande che egli si preoccupa non soltanto della salvezza dei buoni e dei giusti, bensì anche di quella dei malvagi.
L'ideale cristiano della vita viene espresso dal Manzoni senza scadere mai nel didattico o nel didascalico.

La valenza del romanzo non è soltanto storica, contingente. Manzoni mette in scena, nel suo capolavoro, l'eterna lotta fra il Bene e il Male.
Sul mistero del male nel mondo, lo scrittore non tace, anche quando la sua presenza può costituire un elemento di crisi per la fede in Dio

Sul versante stilistico, grande attenzione pone lo scrittore lombardo al linguaggio, alla ricerca della scorrevolezza, della semplicità dell'efficacia e della dolcezza. Con classico equilibrio, si mantiene lontano dall'enfasi, smorza l'effusività con l'ironia, non indulge nemmeno troppo alla "bella pagina".
Per Manzoni il fiorentino è la più eletta parlata d'Italia. Egli è talmente convinto di ciò che organizza un soggiorno con la famiglia a Firenze nel 1827, per "risciacquare i panni in Arno", per affinare, cioè, la propria abilità linguistica.
Manzoni contribuisce, col suo romanzo, a dare una lingua all'Italia, a fondere letteratura e uso.

Oltre a rappresentare memorabili personaggi, Manzoni si rivela ne I Promessi Sposi un acuto psicologo del comportamento delle folle. La folla diviene un personaggio stesso del romanzo, spesso tumultuante, descritta con una tecnica quasi cinematografica. Nella folla prevalgono i comportamenti più irrazionali e meno accorti e saggi, come sappiamo, purtroppo, anche dalle cronache odierne.

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