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  • Mi trovate un buon rissunto sui prom sposi,1°cap.?perfavoreee!

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LittleWoman.
LittleWoman. - Sapiens - 469 Punti
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mi serve entro sta seraa,qui sul sito ce ne sono tanti ma non ne trovo uno buono! perfavore ho tante altre cose da fare ,a iutatemi voiiiiii!
Francy4e
Francy4e - Erectus - 143 Punti
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Il romanzo inizia descrivendo il paesaggio, lungo le rive del lago Como che proseguono fino a restringersi formando il fiume Adda. Attorno al lago circondato dai monti, c'erano i campi dei contadini, le case, i boschi che arrivavano fin su ai monti. Lecco era una di quelle terre, a quel tempo un grosso borgo incamminato a diventare una grossa città.
Lungo una delle stradicciole che percorrevano i monti veniva percorsa da don Abbondio che pronunciava il suo ufizio e tra un salmo e l'altro chiudeva il libro, a testa china e la mano che destra fungeva da segna libro mentre l'altra era piegata dietro la schiena. Lungo la strada c'era un bivio la strada di destra portava su al monte l'altra andava fino giù al torrente. Come era solito fare don Abbondio alzò la testa arrivato al bivio, e vide due uomini uno dirimpetto all'altro, i loro vestiti facevano capire da dove venivano: portavano una reticella verde al capo, due lunghi mustacchi arricciati in punta, una cintura di cuoio lucido, da essa spuntavano due pistole, un coltellaccio inserito in un taschino degli ampi calzoni, un corno pieno di polvere da sparo, penzolante sul petto e infine uno spadone, si facevano conoscere come i bravi.
Si notava benissimo che aspettavano qualcuno e quel qualcuno era proprio don Abbondio non ne fu contento. Lesse un altro dei versi nel suo libro affrettò il passo e quando fu tra i due uomini si fermò un di loro salutò don Abbondio, esso chiese se i signori avevano bisogno. L'altro bravo rispose che non si doveva fare, perplesso don Abbondio rispose che cosa non si doveva fare, il bravo completò la frase dicendo che domani il matrimonio tra Lorenzo e Lucia non si doveva celebrare. Don Abbondio tornò a casa e difficilmente ne parlò con la sua serva Perpetua, poi andò a letto.
che dici?!?!?!?!

♥Coky♥
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I promessi sposi
Autore
Alessandro Manzoni
Genere
romanzo
Sottogenere
romanzo storico
Lingua originale
italiano
Ambientazione
Lombardia, 1628 - 1630
Protagonisti
Renzo Tramaglino e Lucia Mondella
Antagonisti
Don Rodrigo, Conte Attilio, Conte Zio
Altri personaggi
Don Abbondio, Innominato, Padre Cristoforo, Padre provinciale, Monaca di Monza, Agnese


I promessi sposi è un romanzo storico di Alessandro Manzoni. Assieme alle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo è considerato il più importante romanzo della letteratura italiana prima dell'unità nazionale. Preceduto dal Fermo e Lucia, spesso considerato romanzo a sé, fu edito in una prima versione nel 1827; rivisto in seguito dallo stesso autore, soprattutto nel linguaggio, fu ripubblicato nella versione definitiva fra il 1840 e il 1841.

Ambientato dal 1628 al 1630 in Lombardia durante l'occupazione spagnola, fu il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana. Secondo un'interpretazione risorgimentista, il periodo storico era stato scelto da Manzoni con l'intento di alludere al dominio austriaco sul nord Italia. Quella che Manzoni vuole descrivere è la società italiana di ogni tempo, con tutti i suoi difetti che tuttora mantiene.[1] Il romanzo si basa su una rigorosa ricerca storica e gli episodi del XVII secolo, come ad esempio le vicende della Monaca di Monza e la grande peste del 1629-1631, si fondano tutti su documenti d'archivio e cronache dell'epoca.

Il romanzo di Manzoni viene considerato non solo una pietra miliare della letteratura italiana, ma anche un passaggio fondamentale nella nascita stessa della lingua italiana. Nei dialoghi, riporta anche diversi esempi di parlato spontaneo non ammissibili nella lingua standard. È una delle letture obbligate del sistema scolastico italiano[senza fonte].

Indice
[nascondi] 1 L'opera
2 La stesura e le edizioni
3 Genesi interna e genesi esterna
4 Il Seicento, protagonista del romanzo
5 Gli umili e la Provvidenza
6 Trama 6.1 Quel ramo del lago di Como
6.2 L'incontro tra padre Cristoforo e don Rodrigo
6.3 La notte degl'imbrogli e dei sotterfugi
6.4 La fuga
6.5 L'Addio ai monti
6.6 In convento a Monza
6.7 I tumulti di Milano
6.8 L'Innominato
6.9 La peste
6.10 Conclusione

7 L'ambientazione geografica
8 Personaggi
9 Fonti manzoniane
10 Frasi e personaggi proverbiali
11 Opere derivate
12 Adattamenti 12.1 Opera lirica
12.2 Musical
12.3 Cinema
12.4 Sceneggiati televisivi
Quel ramo del lago di Como...
È considerata l'opera più rappresentativa del Risorgimento e del romanticismo italiano e una delle massime opere della letteratura italiana. Dal punto di vista strutturale è il primo romanzo moderno nella storia di tutta la letteratura italiana. L'opera ebbe anche un'enorme influenza nella definizione di una lingua nazionale italiana[2].

Considerato principalmente un romanzo storico, in realtà l'opera va ben oltre i ristretti limiti di tale genere letterario: il Manzoni infatti, attraverso la ricostruzione dell'Italia del Seicento, non tratteggia soltanto un grande affresco storico, ma prefigura degli evidenti parallelismi con i processi storici di cui era testimone nel suo tempo, non limitandosi ad indagare il passato ma riflettendo su costanti 'umane' - culturali, psicologiche, spirituali, sociali, politiche.. - e tracciando anche un'idea ben precisa del senso della storia, e del rapporto che il singolo ha con gli eventi storici che lo coinvolgono[3].

È al tempo stesso romanzo di formazione (si veda in particolare il percorso umano di Renzo), ma per alcune ambientazioni e vicende presenti (la Monaca di Monza, il rapimento di Lucia segregata poi nel castello), ha anche caratteristiche che lo possono accomunare ai romanzi gotici sette-ottocenteschi.
Il romanzo tuttavia è anche e soprattutto filosofico, profondamente cristiano, dominato dalla presenza della Provvidenza nella storia e nelle vicende umane. Il male è presente, il gioco dei contrapposti egoismi genera effetti a volte disastrosi nella storia, ma Dio non abbandona gli uomini, e la fede nella Provvidenza, nell'opera manzoniana, permette di dare un senso ai fatti e alla storia dell'uomo.

« Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. (I promessi sposi, cap. XXXVIII) »


In particolare il romanzo ha un suo punto di forza nella scelta e nella raffigurazione dei personaggi, resi tutti con grande forza narrativa, scolpiti a tutto tondo dal punto di vista psicologico e umano, tanto che alcuni di essi sono diventati degli stereotipi umani, usati ancora oggi nel linguaggio comune (si pensi ad esempio a un "don Abbondio" o alla figura di "un Azzeccagarbugli" o di una "Perpetua";). Una rappresentazione psicologica così accurata dei suoi personaggi fa sì che, salvo poche eccezioni, quasi nessuno di essi sia completamente "positivo" o "negativo". Anche il malvagio trova un'occasione di umanità e redenzione, così come anche il personaggio positivo, quale ad esempio Renzo, non è immune da difetti, azioni violente e riprovevoli ed errori anche gravi. La stessa Lucia viene tacciata spesso come egoista e addirittura "solipsista", e non sempre a torto: il discorso di padre Cristoforo a Lucia al Lazzaretto, benché paterno e benevolo, è durissimo. Lo stesso Padre Cristoforo, il personaggio forse più positivo del romanzo assieme al cardinale Federigo Borromeo (e anch'egli non è esente da tragici errori, come si vede dal Romanzo stesso e dalla Colonna Infame), ha anche lui una grave macchia nel suo passato.
È anche questa caratteristica quindi a consentire al romanzo di elevarsi ben al di sopra del livello medio dei romanzi storici e gotici dell'Ottocento.

La maestria di Manzoni nel tratteggiare i suoi personaggi emerge soprattutto nei dialoghi, scritti con sottile cura, che spesso sono i veri rivelatori dei personaggi, della loro psicologia e delle loro motivazioni.

La stesura e le edizioni [modifica]

La prima idea del romanzo risale al 24 aprile 1821[4], quando Manzoni cominciò la stesura del Fermo e Lucia, componendo in circa un mese e mezzo i primi due capitoli e la prima stesura dell'Introduzione. Interruppe però il lavoro per dedicarsi al compimento dell'Adelchi, al progetto poi accantonato della tragedia Spartaco, e alla scrittura dell'ode Il cinque maggio.
Dall'aprile del 1822 il Fermo e Lucia fu ripreso con maggiore lena e portato a termine il 17 settembre 1823 (sarebbe stato pubblicato nel 1915 da Giuseppe Lesca col titolo "Gli sposi promessi";). In questa prima redazione è presente, in nuce, la trama del romanzo. Tuttavia, il Fermo e Lucia non va considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, ma come opera autonoma, dotata di una struttura interna coesa e del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell'autore. Rimasto per molti anni inedito, il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell'opera è meno elaborata di quella de I promessi sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell'autore che, ancora lontano dalle preoccupazioni che preludono alla terza ed ultima scrittura dell'opera, crea un tessuto verbale ricco, dove s'intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere. Nella seconda Introduzione a Fermo e Lucia, l'autore definì la lingua usata

« un composto indigesto di frasi un po' lombarde, un po' toscane, un po' francesi, un po' anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall'una o dall'altra di esse. »


Anche i personaggi appaiono meno edulcorati e forse più pittoreschi di quella che sarà la versione definitiva.


Sullo sfondo la Lombardia del XVII secolo è dipinta come scenario non pacificato, il cui potere politico coincide con l'arbitrio del più forte, la cui ragione (come insegna La Fontaine) è sempre la migliore. Romanzo dell'arbitrio e della violenza, mostra l'eterna oppressione dei potenti nei confronti degli "umili", riprendendo il tema già presente nell'Adelchi dei "due popoli", quello degli oppressi e quello degli oppressori, vicenda eterna di ogni tempo.

Una seconda stesura dell'opera (la cosiddetta Ventisettana, che è la prima edizione a stampa) fu pubblicata da Manzoni nel 1827, con il titolo I promessi sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, e riscosse notevole successo. La struttura più equilibrata (quattro sezioni di estensione pressoché uguale), la decisa riduzione di quello che appariva un "romanzo nel romanzo", ovvero la storia della Monaca di Monza, la scelta di evitare il pittoresco e le tinte più fosche a favore di una rappresentazione più aderente al vero sono i caratteri di questo che è in realtà un romanzo diverso da Fermo e Lucia.[5]

Manzoni non era, tuttavia, soddisfatto del risultato ottenuto, poiché il linguaggio dell'opera era ancora troppo legato alle sue origini lombarde. Nello stesso 1827 egli si recò, perciò, a Firenze, per risciacquare - come disse - i panni in Arno, e sottoporre il suo romanzo ad un'ulteriore e più accurata revisione linguistica, ispirata al dialetto fiorentino considerato lingua unificatrice. Tra il 1840 e il 1842, Manzoni pubblicò quindi la terza ed ultima redazione de I promessi sposi, la cosiddetta Quarantana, cui oggi si fa normalmente riferimento. Fondamentale, all'interno dell'economia dell'opera, il ruolo che assumono le illustrazioni del piemontese Francesco Gonin, cui l'autore stesso si rivolge per arricchire il testo di un apparato iconografico. Il rapporto fra Manzoni e Gonin è di grande intesa, lo scrittore guida la mano del pittore nella composizione di questi quadretti. La forza espressiva delle litografie del Gonin è impressionante, al lettore si rivela un mondo vastissimo di volti e fisionomie, sempre varissime; personaggi che passano dal solenne al grottesco, dall'ascetico al torbido, in una composizione che non trascura mai quella certa, accattivante, ironia che ogni lettore del romanzo ben conosce. Su quest'ultimo punto si consideri, ad esempio, la vignetta che chiude l'introduzione, dove è di scena lo stesso scrittore, in camicione da notte e pantofole, mentre sfoglia davanti ad un rassicurante camino un librone, che potrebbe essere tanto il resoconto secentesco della vicenda, quanto il romanzo che chi legge ha sotto gli occhi in quel momento. La più recente critica manzoniana, si pensi solamente a Ezio Raimondi o a Salvatore Silvano Nigro, ha lungamente sottolineato il valore esegetico di questo apparato di immagini, vero e proprio paratesto alla narrazione delle vicende matrimoniali dei due protagonisti. Le moderne edizioni, che non si rifanno ai criteri della stampa anastatica, privano i lettori di uno strumento essenziale alla comprensione del testo. Oggi sfugge anche ai più colti fruitori dell'opera di Manzoni che uno dei nodi principali de I promessi sposi consiste proprio nel rapporto che intercorre fra lettera e immagine.

Secondo un tipico cliché della narrativa europea fra Settecento e Ottocento che l'influenza de I Promessi sposi avrebbe rilanciato[6], il narratore prende le mosse da un manoscritto anonimo del XVII secolo, che racconta la storia di Renzo e Lucia. Nulla sappiamo dell'autore di questo manoscritto, salvo che ha conosciuto da vicino i protagonisti della vicenda, e non si esclude che lo stesso Renzo possa aver reso edotto questo curioso secentista lombardo della sua storia. Il tòpos della trascrizione della vicenda narrata da un testo o trascritta dalla voce diretta di uno dei protagonisti permette all'autore di giocare sull'ambiguità stessa che sta alla base del moderno romanzo realistico-borghese, ovvero il suo essere un componimento di fantasia che, spesso, non disdegna di proporsi ai suoi lettori come documento storico reale ed affidabile.

Conclude il testo la Storia della colonna infame, in cui Manzoni ricostruisce il clima di intolleranza e ferocia in cui si svolgevano gli assurdi processi contro gli untori, al tempo della peste raccontata del romanzo. Secondo alcuni studiosi, non sarebbe un'appendice ma il vero finale del romanzo, come dimostrerebbe l'impaginazione stessa, stesa dallo stesso Manzoni.

Nell'Introduzione Manzoni usa la finzione letteraria del manoscritto ritrovato, "il dilavato e graffiato autografo" del Seicento. Tale finzione era già stata usata nel poema epico- cavalleresco Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, nel romanzo Don Chisciotte di Miguel Cervantes (il manoscritto arabo di Cide Hamete Benengeli), nonché nell'opera di Walter Scott.

Interessante anche l'analisi narratologica dell'opera manzoniana, da cui si comprende la distanza esistente fra narratore ed autore.[7]

Genesi interna e genesi esterna [modifica]

La genesi interna del romanzo I promessi sposi è costituita dalle idee di partenza, dall'ideologia di base che la poetica di Manzoni doveva propagandare. È stata evinta soprattutto grazie alle lettere che lo stesso scrisse mentre stava preparando le diverse edizioni dell'opera. Il suo romanzo era fondato, infatti, su tre perni principali:[8]
1.Il vero per soggetto: l'autore mette al centro la ricostruzione storica degli eventi che caratterizzarono quei luoghi a quel tempo.
2.L'utile per scopo: l'opera deve mirare ad educare l'uomo ai valori che Manzoni vuole diffondere.
3.L'interessante per mezzo: l'argomento del romanzo deve essere moderno, popolare, e quindi avere forti legami con la realtà contadina ed operaia.

La genesi esterna, invece, comprende tutte le letture e gli autori che hanno ispirato Manzoni. Tra le principali abbiamo l'Ivanhoe di Walter Scott da cui l'autore prende l'ispirazione per la tipologia del romanzo che sarà a sfondo storico, la Storia Milanese (del 1600) di Giuseppe Ripamonti, da cui l'autore prende, appunto, la maggior parte degli avvenimenti storici che verranno intrecciati con le vicende dei personaggi.[9]. Altre fonti sono le opere dell'economista Melchiorre Gioia e del cardinale Federico Borromeo al cui scritto De Pestilentia Manzoni si ispirò per l'episodio della madre di Cecilia.

Secondo il critico Giovanni Getto una fonte per l'opera manzoniana potrebbe essere stata anche la Historia del Cavalier Perduto, romanzo erotico - cavalleresco del XVII secolo scritto dal vicentino Pace Pasini.[10] Il prof. Claudio Povolo dell'Università di Venezia con recenti documentati studi ha dimostrato che una ulteriore fonte del romanzo potrebbe essere la storia di Paolo Orgiano, signorotto di Orgiano (Vicenza), violento, rapitore di donne, condannato al carcere a vita nel processo del 1607. Molte sono le analogie con la vicenda descritta nei Promessi sposi.[11]

Molti personaggi e situazioni del romanzo manzoniano presentano analogie con precedenti opere della letteratura europea. L'argomento è trattato molto esaurientemente anche dal critico Giovanni Getto nel suo libro Manzoni europeo. Per limitarsi ad alcuni cenni, c'è da rilevare una evidente analogia fra il capolavoro manzoniano e i romanzi dello scozzese Walter Scott iniziatore del romanzo storico. Manzoni però elimina gli aspetti favolosi presenti nelle opere di Scott (per esempio, in Ivanhoe nel primo capitolo si parla del "favoloso dragone Wantley" e di "riti della superstizione druidica" ). Esistono rapporti con il gusto inglese del “quotidiano”, tipico del romanzo borghese dell'Inghilterra sette-ottocentesca (Samuel Richardson, Jane Austen, Thomas Hardy, William Thackeray, per citare gli autori più noti), gusto trasferito dal Manzoni sul mondo popolare. Riguardo all'Innominato, sono state notate analogie col mito satanico del “grande ribelle”, personaggio titanico e individualista presente in certi poeti romantici inglesi e tedeschi come Schiller e Byron (ad esempio ne I Masnadieri di Schiller e ne Il Corsaro di Byron). Egidio e, in minor misura, don Rodrigo richiamano gli eroi libertini del Settecento francese, moralmente anticonformisti, dissacratori della tradizione e rinnegatori della virtù nell'esaltazione del desiderio, degli istinti naturali, come i protagonisti dei romanzi del Marchese De Sade (Storia di Juliette, Justine ovvero le disavventure della virtù).
Lucia è la giovane innocente e virtuosa, perseguitata come Clarissa Harlowe dell'omonimo romanzo di Samuel Richardson, inoltre il suo rapimento si può avvicinare a quello di lady Rowena descritto da Walter Scott in Ivanhoe. Il rapimento di Lucia e la sua prigionia nel tetro castello dell'Innominato nonché la descrizione del castello e del suo ambiente (capitolo XX) richiamano analogie con il romanzo gotico, il genere “nero” inglese del Settecento: The monk di Matthew Gregory Lewis, The castle of Otranto di Horace Walpole, The Mysteriers of Udolpho di Ann Radcliffe.
Per la storia di Gertrude si è trovato un riferimento nel romanzo La monaca di Diderot: è la storia della monacazione forzata di una figlia della ricca borghesia. Nel romanzo di Diderot c'è però una avversione contro le istituzioni ecclesiastiche, risalente all'Illuminismo, che è assente in Manzoni. Inoltre si rileva una descrizione più positiva in Diderot in cui manca la cupezza tragica di Manzoni.
Sono riscontrabili echi dal romanzo epistolare Giulia o la nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau: la descrizione del paesaggio del lago di Ginevra (v. il lago di Como nel romanzo manzoniano), la figura di Giulia (lettera XVIII, III parte) che richiama quella di Lucia. Le avventure di Renzo sono accostabili a quelle del picaro dei romanzi picareschi spagnoli del XVI e XVII secolo.[12]

Il Seicento, protagonista del romanzo [modifica]

Il Seicento è il protagonista immanente in ogni pagina del romanzo e simbolo del fortissimo gusto storico del Manzoni che lo critica nei suoi limiti e difetti. Nel primo capitolo l'autore parla ampiamente della situazione sociale, morale, politica e giuridica del XVII secolo. L'incontro di don Abbondio con i bravi, espressione della violenza e della prepotenza dei signorotti, è un eloquente esempio. "L'impunità era organizzata ed aveva radici che le grida non toccavano, o non potevano smuovere" e i luoghi di culto godevano del diritto di asilo per i ricercati dalla legge. Lo scrittore aggiunge: "Tali eran gli asili, tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio". "Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni". Il critico Luigi Russo ha ben evidenziato come il Seicento sia il protagonista del romanzo. Il gusto della stampa seicentesca è presente in molti capitoli: l'Introduzione con la finzione del manoscritto ritrovato, la descrizione dei bravi nel capitolo primo, il linguaggio militaresco e cancelleresco del secondo capitolo ("neutralità disarmata", "alla retroguardia", "giorno di battaglia", "consulte angosciose", "guadagnar tempo";), nel terzo capitolo le grida nelle mani di Azzeccagarbugli con i ritratti dei dodici Cesari nello studio di un leguleio appartenente da un secolo fanatico delle monarchie autoritarie. Si tratta di un secolo esteriore e farisaico in cui dominano il puntiglio e l'orgoglio. Don Rodrigo muove tutta l'azione per spuntare un impegno, per tenere fede ad una vile scommessa; il conte Attilio e il conte Zio devono sostenere l'onore del casato; il padre provinciale, l'onore dell'abito; il podestà, l'onore della formale dottrina giuridica; don Ferrante, l'onore della scienza umbratile e inutile e quello delle buone regole ortografiche. Il cancelliere Ferrer, per tutelare l'onore del governo, prima abbassa il prezzo del pane, e poi sguinzaglia i suoi bargelli; don Gonzalo Fernandez de Cordoba (governatore spagnolo di Milano), per salvare l'onore di un trono conduce una guerra funesta per la conquista di Casale Monferrato. Più cupo di tutti il principe-padre che per forte pregiudizio dell'onore e del decoro sacrifica e manda alla perdizione una figliola: Gertrude, la quale è una figlia del secolo che obbedisce alle leggi della falsa religiosità. Il principe-padre le aveva detto: " Il sangue si porta per tutto dove si va", "comanderai a bacchetta", "farai alto e basso". In convento Gertude (monaca di Monza) si sente la figlia del principe; educanda, gode di distinzioni e privilegi; monaca, è "la signora".[13] Russo afferma che "la menzogna del secolo vive nel sangue dei vari personaggi, come la più pacifica e ovvia verità". L'indirizzo della civiltà seicentesca è errato e Manzoni esprime quindi un implacabile giudizio morale, ma anche una sovrana indulgenza verso gli individui. La nota dominante del romanzo è questa: una pena grave per l'uomo sviato da un falso vedere e dai pregiudizi di un mondo, di un'epoca.

Gli umili e la Provvidenza [modifica]

I Promessi Sposi sono una vicenda di umili. Si attua un capovolgimento della storia: gli umili sono i veri protagonisti. Lucia Mondella è una contadina umile, riservata e dotata di grande fede religiosa. Renzo Tramaglino ha le doti di un uomo di popolo: bontà, giustizia, religiosità, liberalità, ingenuità. Gli umili sono i protagonisti della storia, non come eserciti o gruppi sociali, ma ciascuno per sé, con il suo gruzzolo di sentimenti e di idee e le sue opere buone. Intorno ai due protagonisti, Renzo e Lucia, è presente un mondo di esseri semplici, contadini, artigiani, barcaioli, barrocciai, sempre pronti al bene nei pensieri e nelle opere. C'è, nel romanzo, la vita del villaggio, con i suoi interni squallidi e le campagne, bruciate dalla siccità. Ogni vicenda storica è vista in quanto aderisce alla vita degli umili, li agita, procura loro sofferenza. È questa novità di un giudizio morale che esce da tutte le norme e le convenzioni ed attua il paradosso del Vangelo, che dà al romanzo la sua sostanza religiosa e rivoluzionaria. Il romanzo ha uno sfondo popolano dove gli umili sono solidali nella sventura. Non vi sono solenni quadri storici, ma è presente la fisionomia varia e minuta di un'epoca. I grandi personaggi sono in funzione subordinata: protettori dei deboli (Federigo Borromeo, fra Cristoforo) o incarnano gli aspetti negativi di un secolo (don Rodrigo, Azzeccagarbugli, conte Attilio, conte Zio, padre provinciale). I reggitori del destino dei popoli sono macchiette insignificanti: capitani di ventura, sovrani, ministri, il conte duca d'Olivares, Ferrer, il vicario di provvisione.[14] Il romanzo manzoniano è stato sempre considerato dalla critica tradizionale il romanzo della Provvidenza divina. L'intervento di Dio è vivo in tutto il romanzo, ma avvertito con la fede semplice degli umili: "quel che Dio vuole, Lui sa quel che fa; c'è anche per noi"; "lasciamo fare a Quel lassù"; "tiriamo avanti con fede, Dio ci aiuterà". L'opera di Dio si sente soprattutto negli affanni e nelle tribolazioni; essa è una presenza paterna, amorosa e severa. "La provvida sventura del coro di Ermengarda (Adelchi), il Dio che atterra e suscita che affanna e che consola dell'ode napoleonica, sono anche il filo conduttore la trama segreta del romanzo, ma espressi in termini più delicati, familiari, popolareschi."[15] Nell'epilogo dell'Addio monti (cap. VIII) l'autore scrive: "Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto, e non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una certa e più grande". Il "sugo" di tutta la storia del romanzo (cap. XXXVIII) sta nelle parole di fra Cristoforo a Renzo e Lucia: " Ringraziate il cielo che v'ha condotti a questo stato, non per mezzo dell'allegrezze turbolente e passeggere, ma co' travagli e tra le miserie, per disporvi ad un'allegrezza raccolta e tranquilla". La provvida sventura è il dolore che redime, che purifica ed eleva spirituialmente l'animo. "Il pessimismo cristiano di Adelchi si è schiarito ed intenerito in questo dono di fiducia e di attesa in questa luce di allegrezza raccolta e tranquilla".[16].Tuttavia a questa chiave di lettura classica del romanzo, che vede appunto nella "Provvidenza" la vera protagonista della vicenda,si contrappone altra,invero molto stimolante,soprattutto perché foriera di riflessioni ancora di scottante attualità.Avanzata dallo scrittore Leonardo Sciascia(1920-1989)-uno dei massimi autori italiani del secolo scorso-ma in effetti già fatta propria dal critico salernitano Angelo Andrea Zottoli,uno dei maggiori e nello stesso tempo misconosciuti studiosi manzoniani, nel suo "Il sistema di don Abbondio",(Laterza- Bari 1933),tale chiave di lettura,pur senza ovviamente voler negare il rilevante aspetto religioso dell'opera vede nel romanzo soprattutto "Un disperato ritratto dell'Italia ",del Seicento,dei tempi del Manzoni e dei giorni nostri,di sempre(L. Sciascia articolo sul Corriere Della Sera 03/08/1985).Secondo questa ottica,dunque il vero protagonista del romanzo sarebbe Don Abbondio, proprio il personaggio "perfettamente refrattario alla Grazia e che della Provvidenza si considera creditore"(L. Sciascia -Cruciverba -Einaudi 1983 -Adelphi 1998). In effetti,simbolo di grettezza ed egoismo portato a livelli sublimi,il curato manzoniano finisce proprio per identificare il prototipo dell'italiano peggiore, menefreghista, convinto che la regola principe alla base della civile convivenza sia quella di farsi gli affari propri anche di fronte alle più palesi iniquità, atteggiamento mentale e di vita che finisce con il favorire le prepotenze di chi calpesta leggi e persone emarginando altresì in maniera micidiale chi tale andazzo vuol combattere.Insomma quel tipo di italiano ancora oggi lungi dal essere stato messo all'angolo e che già nel finale de i "Promessi sposi" appare,secondo Sciascia,come il vero vincitore,perché Don Abbondio se la cava allegramente senza pagare dazio a nessuno,tetragono alle sofferenze di Renzo e Lucia,ma anche ai rimproveri del cardinale Borromeo che converte sì il terribile Innominato,ma non il curato con cui predica praticamente al vento!E proprio l'esigenza di non continuare a subire il "sistema di Don Abbondio",secondo Sciascia,costituisce il vero motivo per cui, alla fine del romanzo,a tempesta placata,Renzo e Lucia decidono di abbandonare,stavolta spontaneamente il loro paese(L. Sciascia-Cruciverba op. cit): perché quel sistema,a dispetto del lieto fine,"è uscito temprato dalla vicenda"(L. Sciascia op. cit.),quel sistema in cui accanto a Don Abbondio fanno spicco i "Ferrer dal doppio linguaggio", gli "Azzecagarbugli",I Conti Zio,i Padri Provinciali" e più in generale "Le coscienze che facilmente si acquietanto"(ibidem).

Trama [modifica]

Renzo Tramaglino


Lucia Mondella
La vicenda è ambientata in Lombardia tra il 1628 e il 1630, al tempo della dominazione spagnola. I protagonisti sono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani operai che vivono in una località lecchese, nei pressi del lago di Como, allo sbocco del fiume Adda. Il romanzo ebbe un impatto tanto forte sull'immaginario collettivo italiano che si volle per forza identificare il "paesello" dei Promessi Sposi e così, con i più capziosi ragionamenti, si scelsero due quartieri di Lecco, Olate ed Acquate che, ancora oggi, si contendono questo ruolo. Di fatto Manzoni non si riferiva a luoghi precisi e nel romanzo gli unici indicati chiaramente sono il quartiere lecchese di Pescarenico, dove si trovava il convento di Padre Cristoforo, e il castello della guarnigione spagnola, posto in riva al lago. Ogni cosa è pronta per il suo matrimonio quando un signore del luogo, Don Rodrigo, scommette con il cugino Attilio che riuscirà a impossessarsi di Lucia. Perciò il curato del paese, don Abbondio, incaricato di celebrare il matrimonio, viene minacciato durante la sua solita passeggiata serale da due bravi di don Rodrigo, affinché non sposi i giovani. In preda al panico, don Abbondio cede subito. Il giorno dopo imbastisce delle scuse a Renzo per prendere tempo e rinviare il matrimonio, non esitando ad approfittare della sua ignoranza per utilizzare come spiegazione frasi in latino.

Quel ramo del lago di Como [modifica]

L'intonazione del passo iniziale è sentimentale e nostalgica, pur nella sua concretezza descrittiva. L'atteggiamento psicologico ed artistico di Manzoni è di chi rivede i luoghi cari della sua infanzia e li ricostruisce amorosamente in tutti i loro particolari. L'aggettivo dimostrativo iniziale (Quel) esprime con efficace evidenza il senso del ricordo. Nella descrizione c'è una pittoricità a larghe tinte che si fa via via sempre più minuziosa; nella solitudine dei luoghi è come il vagheggiamento dell'anima. Lo scrittore passa, con tecnica che si può dire cinematografica, dall'ampiezza ed indeterminatezza delle prime immagini (il ramo del lago "che volge a mezzogiorno", le "due catene non interrotte di monti";) ad un successivo articolarsi di particolari, resi con immediatezza e freschezza quasi fotografiche. C'è freschezza di acquerello nel quadro del lago e domina sempre il gusto dello spettacolo panoramico, un'atmosfera idillica di silenzio e di solitudine alpestre ("Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua, di qua lago....di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora.......";). Il gusto dello spettacolo panoramico è per esempio ben evidente quando Manzoni scrive: " Il luogo stesso da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo d'ogni parte....". Lo scenario della natura si restringe poi per mostrarci il mondo irrequieto e travagliato degli uomini ("Per una di queste stradicciole tornava bel bello......";).[17]

L'incontro tra padre Cristoforo e don Rodrigo [modifica]

Renzo però, parlando con Perpetua, la domestica di don Abbondio, capisce che qualcosa non quadra e lo costringe a rivelare la verità. Si consulta così con Lucia e con sua madre, Agnese, e insieme decidono di chiedere consiglio a un avvocato, detto Azzecca-garbugli, che appena sente fare il nome del signorotto scaccia precipitosamente il giovane. Così i tre si rivolgono a padre Cristoforo, loro "padre spirituale", cappuccino di un convento poco distante. Il frate decide di affrontare don Rodrigo, e si reca al suo palazzo; ma quegli accoglie con malumore il frate, intuendo il motivo della visita; Cristoforo tenta di farlo recedere dal suo proposito, ma viene cacciato via in malo modo.

La forza evangelica di fra Cristoforo, straordinariamente accresciuta dalla provocazione, la sua semplice e terribile minaccia determinano nella coscienza addormentata di don Rodrigo un segno visibile di un remoto risveglio. La sua violenza persuasiva ed ispirata spalanca per un istante all'atterrito antagonista le porte della vera, autentica vita.

La notte degl'imbrogli e dei sotterfugi [modifica]

Fra Cristoforo inveisce contro Don Rodrigo
Intanto Agnese propone ai due promessi un matrimonio a sorpresa, pronunciando davanti al curato le frasi rituali alla presenza di due testimoni. Con molte riserve da parte di Lucia, il piano viene accettato, quando fra' Cristoforo annuncia il fallimento del suo tentativo di convincere don Rodrigo. Intanto don Rodrigo medita il rapimento di Lucia, e una sera dei bravi irrompono nella casa delle donne, che però trovano deserta: Lucia, Agnese e Renzo sono infatti a casa di don Abbondio per tentare di sorprenderlo, ma falliscono, e si devono riparare al convento di fra' Cristoforo, perché frattanto vengono a sapere del tentato rapimento. Contemporaneamente fallisce anche il rapimento di Lucia da parte dei bravi che sono messi in fuga dal trambusto scoppiato nel villaggio. Il Manzoni, maestro di psicologia collettiva, ha schizzato qui alcuni temi che svolgerà nel grande affresco della sommossa milanese.

La fuga [modifica]

Renzo, Lucia e Agnese giungono al convento di Pescarenico dove padre Cristoforo espone loro i suoi progetti: Renzo si rifugerà presso il convento dei cappuccini a Milano dove cercherà padre Bonaventura, mentre Lucia troverà aiuto dal padre guardiano del convento nei pressi di Monza. Il religioso ha già scritto una lettera per ognuno dei confratelli e le consegna ai tre.

L'Addio ai monti [modifica]

Addio monti con il Resegone e il villaggio di Pescarenico sullo sfondo.
Secondo quanto padre Cristoforo ha preordinato, Renzo, Lucia e Agnese scendono alle rive dell'Adda e salgono su una piccola barca. Lucia medita sull'addio ai monti.

È una pagina permeata di spiritualità ed elegia. Domina fin dalle prime note un movimento verticale, che va dal cielo alla terra, per risalire di nuovo al cielo, e che è come un preludio all'ascensione spirituale contenuta nella chiusa. Il pianto segreto di Lucia sulle cose più care che deve abbandonare si compone di un gesto che è tra i più belli che la poesia italiana ha saputo attribuire alle creature femminili. È la grande notte di Lucia, il suo paesaggio trepido e segreto: senza l'"Addio" Lucia non avrebbe mai rivelato la parte più gelosamente custodita del proprio cuore. Il notturno vigilante del lago è uno dei più belli di malinconia e serenità della poesia italiana.[18]

In convento a Monza [modifica]

Giunta al convento "pochi passi distante da Monza", Lucia viene accompagnata dal padre guardiano al convento di Monza dove vive Gertrude, la "signora" (la cui storia è ispirata a quella di suor Maria Virginia de Leyva) che prende la giovane sotto la sua protezione. Dopo l'incontro con Lucia, Manzoni racconta la biografia della monaca di Monza. Gertrude è figlia di un principe feudatario di Monza di cui il narratore, seguendo l'"Anonimo", tralascia il nome. Per conservare intatto il patrimonio del primogenito si era deciso prima ancora che nascesse che sarebbe entrata in convento. L'educazione della bambina è continuamente orientata a convincerla che il suo destino di monaca sia il più desiderabile. Divenuta adolescente però, Gertrude comincia a dubitare di tale scelta. Tuttavia, un po' per timore, un po' per riconquistare l'affetto dei genitori, compie i vari passi previsti per diventare monaca. In convento soggiace alle attenzioni di Egidio, uno "scellerato di professione", in una relazione che avviluppa la "sventurata", colpevole non meno che vittima, in un gorgo di menzogne, intimidazioni, ricatti - proferiti e subiti - e complicità, anche nell'omicidio di una conversa che minacciava di far scoppiare lo scandalo.

I tumulti di Milano [modifica]

Renzo, a Milano, non potendo subito ricoverarsi nel convento indicatogli da Fra' Cristoforo, dato che padre Bonaventura è in quel momento assente, rimane coinvolto nei tumulti scoppiati in quel giorno per il rincaro del pane. Renzo si fa trascinare dalla folla e pronuncia un discorso in cui critica la giustizia, che sta sempre dalla parte dei potenti. È tra i suoi ascoltatori un "birro" in borghese, che cerca di condurlo in carcere ma Renzo, stanco, si ferma in un'osteria, dove il poliziotto viene a conoscenza, con uno stratagemma, del suo nome. Andato via costui, Renzo si ubriaca e fa nuovi appelli alla giustizia con gli altri avventori. L'oste lo mette a letto e corre a denunciarlo per proteggere i propri interessi. Il mattino dopo Renzo viene arrestato ma riesce a fuggire e si ripara a Bergamo, nella Repubblica di Venezia, da suo cugino Bortolo, che lo ospita e gli procura un lavoro. Intanto la sua casa viene perquisita e viene fatto credere che sia uno dei capi della rivolta. Nel frattempo il conte Attilio, cugino di don Rodrigo, chiede a suo zio, membro del Consiglio Segreto, di far allontanare fra' Cristoforo, cosa che il conte ottiene dal padre provinciale dei cappuccini. In questo modo padre Cristoforo viene trasferito a Rimini.

È un grande quadro della follia umana, una visione di violenza e di stoltezza, ma sollevata da un'ironia senza punte e cordiale. All'irrazionale moto della folla i singoli personaggi si mescolano e si acconciano. La folla che ha perduto i lumi crede di aver ragione e se non gliela danno, se la fa con le sue mani. Il risultato della rappresentazione è il sentimento di una miseria umana ma staccata e vista con freschezza ilare. Renzo s'inserisce meccanicamente nella massa urlante e trova nel coro la sua voce segreta mille volte ripetuta. È un capitolo epico od eroicomico degli imbrogli e delle inversioni di questo mondo. I luoghi topici dell'episodio sono la "profondità metafisica" del capitano di giustizia, il chilo agro del Vicario di provisione, la frusta del cocchiere, il Ferrer. Ogni gesto in questa prospettiva di umana follia è innalzato nel cielo della poesia per l'efficacia liberatrice del sorriso manzoniano.[19]

L'Innominato [modifica]

L' Innominato
Don Rodrigo chiede aiuto all'Innominato, potentissimo e sanguinario signore, che però da qualche tempo riflette sulle proprie responsabilità, le vessazioni di cui si è reso autore o complice per attestare la propria autorità sui signorotti e al di là della legge, e il senso della propria vita. Costui fa rapire Lucia dal Nibbio, con l'aiuto di Egidio e la complicità di Gertrude, e Lucia viene portata al castello dell'Innominato. Lucia, terrorizzata, supplica l'Innominato di lasciarla libera e lo esorta a redimersi dicendo che "Dio perdona molte cose per un atto di misericordia". La notte che segue è per Lucia e per l'Innominato molto intensa. La prima fa un voto di castità alla Madonna perché la salvi e quindi rinuncia al suo amore per Renzo. Il secondo trascorre una notte orribile, piena di rimorsi, e sta per uccidersi quando scopre, quasi per volere divino (le campane suonano a festa in tutta la vallata), che il cardinale Federigo Borromeo è in paese. Spinto dall'inquietudine che lo tormenta, la mattina si presenta in chiesa per parlare con il cardinale. Il colloquio, giungendo al culmine di una tormentata crisi di coscienza che egli maturava da tempo, sconvolge l'Innominato, che si impegna a cambiare vita e per prima cosa libera Lucia, che viene ospitata presso la casa di don Ferrante e donna Prassede, coppia di signori milanesi amici del Borromeo. Intanto il cardinale rimprovera duramente don Abbondio per non aver celebrato il matrimonio. Poco dopo scendono in Italia i Lanzichenecchi, mercenari tedeschi che combattono nella guerra di successione al Ducato di Mantova, i quali mettono a sacco il paese di Renzo e Lucia e diffondono il morbo della peste. Molti, tra cui don Abbondio, Perpetua e Agnese, trovano rifugio nel castello dell'Innominato, che si è fatto fervido campione di carità.

La peste [modifica]

Con i Lanzichenecchi entra nella penisola la peste: se ne ammalano Renzo, che guarisce, e don Rodrigo, che viene tradito e derubato dal Griso, il capo dei suoi bravi (che, contagiato anch'egli dalla peste, non godrà dei frutti del suo tradimento). Don Rodrigo viene portato dai monatti al Lazzaretto in mezzo agli altri appestati. Renzo, guarito, torna al paese per cercare Lucia, preoccupato dagli accenni fatti da lei per lettera a un suo voto di castità fatto quando era dall'Innominato, ma non la trova, e viene indirizzato a Milano, dove apprende che si trova nel Lazzaretto. Qui trova anche padre Cristoforo, indomito nel servizio sebbene segnato dalla malattia, che scioglie il voto di Lucia e invita Renzo a perdonare don Rodrigo, ormai morente.

La peste viene descritta in maniera scrupolosa e nei minimi particolari nelle sue prime manifestazioni, nelle reazioni suscitate, negli interventi positivi e negativi degli uomini chiamati a occuparsene (dai medici, ai politici, alla chiesa). Agli errori delle autorità, alla voluta disinformazione si somma l'ignoranza superstiziosa della popolazione. Ne deriva uno sconvolgimento drammatico della città intera, attraversata da Renzo, ormai guarito, come un luogo infernale pieno di pericoli e di insidie mortali.

La parte più drammatica di questa descrizione si trova nel capitolo 34, con una delle più celebri frasi della letteratura italiana:

"Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato".

In tale capitolo si parla anche di Cecilia, "di forse nov'anni", che, ormai morta, è posta sul carro dei monatti dalla madre, che li implora di non toccare il piccolo corpo composto con tanto amore, e chiede poi di tornare dopo a "prendere anche me e non me sola" (per questo episodio Manzoni trasse ispirazione dal De pestilaentia di Federigo Borromeo).

La descrizione della carestia, della fame, della calata dei Lanzichenecchi sono prove corali dell'immensa rappresentazione della peste. La peste descritta nel romanzo ha il carattere della necessità: superflua perciò ogni nota storica. Il prologo del dramma è nella descrizione di don Rodrigo preso dal contagio. La peste appare nel suo vario orrore quando Renzo viene al suo paese e poi a Milano. Nella descrizione della città colpita dal morbo è una spaventevole verosimiglianza: non più la luce dell'alba cara al Manzoni ma la spietata intensità del sole a picco. La descrizione dei carri dei monatti è pagina potente e sinistra. Un'immagine di follia è nella corsa del cavallaccio spinto dal frenetico cavaliere. L'accordo dei vari temi dell'episodio si rivela però nelle note soavi della scena della madre di Cecilia, nell'umoristico contrasto tra l'angoscia dell'ambiente e il comico errore dei monatti su Renzo scambiato per untore, nell'idillica visione dell'ospedale degli innocenti, dove i bimbi allattati da donne e da capre suggeriscono il senso di una società favolosa come l'età dell'oro.[20]

Conclusione [modifica]

Infine i due promessi si incontrano nel Lazzaretto di Milano, dove Renzo era andato alla ricerca di Lucia. Con l'aiuto di fra' Cristoforo superano lo scoglio rappresentato dal voto di Lucia e tornano al loro paese dove don Abbondio prima tentenna, poi acconsente a celebrare le nozze (avuta conferma della morte di Don Rodrigo). Si trasferiscono infine nel bergamasco; Renzo acquista con il cugino una piccola azienda tessile e Lucia, aiutata dalla madre, si occupa dei figli. Hanno una prima figlia che chiamano Maria, come segno di gratitudine alla Madonna, e poi ne arriveranno altri.
Il significato dell'opera suggerito da Manzoni è che con la fede in Dio tutti i problemi e le disgrazie si possono superare. Manzoni, traslando le problematiche del suo tempo in questo contesto romanzesco lascia inoltre una morale di grande importanza: è il popolo, nella sua condizione povera e umile, il vero protagonista della storia. Dio istituisce secondo Manzoni una Provvidenza che non decide al posto dell'uomo, ma determina un perpetuo equilibrio, pertanto il popolo deve giustamente cercare di riscattarsi e reclamare il proprio diritto di vivere e lasciare un proprio segno nella storia.

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Francy1982
Francy1982 - Mito - 119085 Punti
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cassetto
cassetto - Erectus - 88 Punti
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https://www.skuola.net/manzoni/riassunti-promessi-sposi/riassunto-capitolo-1-promessi-sposi.html che ne dici? ;)

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