• Italiano
  • Mi potete Fare il riassunto di queste novelle ?

    closed post
sportivissima.39@live.it
sportivissima.39@live.it - Ominide - 4 Punti
Salva

Mi potete fare i riassunti di queste novellee ? URGENTISSIMOO PLEASEEE :)
1 DON CANDELORO C.I
2 AL VEGLIONE
3 IN PIAZZA DELLA SCALA
4 NANNI VOLPE
5 LA CACCIA AL LUPO
6 DON LICCIU PAPA

MARTINA90
MARTINA90 - Genius - 4930 Punti
Salva

Faresti bene a mettere di chi sono.
Se sn giuste ho trovato qst.

II- I DUE CICLI E IL "DON CANDELORO E C.I”
 
 
 
I- LA PUBBLICAZIONE DEL VOLUME
 
Le novelle del ciclo teatrale e conventuale, come del resto tutte quelle del Don Candeloro e C.i, appaiono prima su rivista[1], poi sono racchiuse in volume, secondo un procedimento seguito anche da molti altri scrittori e consueto nel caso del Verga.
In questo modo, infatti, il Catanese, sempre bisognoso di denaro, riusciva ad ottenere il più possibile, dal punto di vista economico, dalle sue opere; d'altra parte, c'è anche un validissimo motivo artistico, per cui il lasso di tempo che intercorre dalla pubblicazione su rivista permette all'autore di rivedere a freddo il suo lavoro, così da apportarvi delle modifiche e da conferire una patina più unitaria a composizioni di diverso argomento ed estensione.
Le dodici novelle pubblicate nell'edizione Treves del 1894, formata da 234 pagine, per un costo di 3,50 lire, appaiono in prima redazione dal 1889 al 1893. Vale la pena di notare, però, che in due casi il rapporto cronologico tra testo su rivista e in volume è invertito: ci riferiamo a Gli innamorati e a Fra le scene della vita, entrambe edite sul "Corriere della sera", rispettiva­mente, sul numero del 28-29 dicembre 1893, la prima, del 29-30 dicembre dello stesso anno, la seconda.
La particolarità non è in parte sfuggita ad alcuni studiosi, come il Tellini, il quale ha sottolineato che le due redazioni appaiono contempora­neamente[2], mentre il Cucinotta ha ipotizzato che la redazione del "Corriere della Sera" "sia posteriore al volume"[3], fermandosi, però, per stabilire la data di pubblicazione del Don Candeloro e C.i, alla pubblicità apparsa il 31 dicembre 1893 sull’”Illustrazione italiana".
La questione assume un aspetto più chiaro proprio andando a sfogliare con maggiore attenzione la raccolta del settimanale, fatto, questo, che ci permette di fare delle scoperte interessanti.
E' risaputo che il volume edito dal Treves porta i millesimi del 1894, ma compare nel dicembre del 1893, e gli studiosi hanno giustamente dato un notevole rilievo al succitato annuncio pubblicitario, ma ad essi è sfuggito che l'inserzione si ritrova già sul numero immediatamente precedente a quello di San Silvestro, che porta la data del 24 dicembre 1893. Il testo è identico quanto a grandezza e risalto.
Il numero ancora precedente, quello del 17 dicembre, ospita una piccola inserzione a fondo pagina, nella quale si annuncia che "Questa settimana esce" il Don Candeloro e C.i. In altri termini, possiamo essere ragionevolmente certi che quella che doveva rimanere l'ultima raccolta verghiana viene pubblicata tra il 17 e il 24 dicembre 1893, ma il Treves, accorto editore, appone all'opera il millesimo dell'anno successivo, perché il volume non sembrasse già vecchio dopo pochi giorni.
D'altra parte, se il mercato librario non presentava l'asfissiante affollamento odierno, con il libro ormai ridotto a una merce da fast food, è pur vero che già allora le novità si susseguivano, come dimostrano le stesse pagine dell’”Ilustrazione italiana", ad un ritmo incalzante, per cui era necessario saper promuovere con accortezza il prodotto librario, per non incorrere in perdite economiche. Treves cura sapientemente ogni aspetto e per alcuni mesi, come già ricordato, ripropone l'inserzione pubblicitaria, con risultati positivi.
Definita la data di pubblicazione del Don Candeloro e C.i, risulta più netto il rapporto di posteriorità delle redazioni del "Corriere della sera", alla base delle quali sembrano esserci, ancora una volta, dei motivi economici, con il Catanese che non vuole rinunciare a sfruttare anche le ultime due novelle. Le varianti de Gli innamorati e di Fra le scene della vita dovevano rientrare in precisi accordi con i responsabili del quotidiano e l'intera operazione doveva essere, anche, finalizzata ad un aumento delle vendite del volume.
In questo modo tutti si ritrovano soddisfatti, i giornalisti del "Corriere della sera", che si attribuiscono, a torto, il merito di aver ospitato dei lavori scritti appositamente per il loro organo di stampa, Verga, che ne ricava denaro e pubblicità, e Treves, con le sue esigenze di guadagno.
 
 
II- LA GENESI E IL TITOLO DELLA RACCOLTA
 
Verga manifesta sin dall'inizio il proposito di realizzare una nuova raccolta, ben prima di aver scritto tutte le novelle. Egli evidenzia una certa ansia, un desiderio di completare altri volumi, che troverà il caso più emblematico nelle traversie legate alla Duchessa di Leyra, della cui pubblicazione si parla a più riprese, ma alla fine i posteri ne leggeranno solo un capitolo e mezzo.
La silloge del 1894 viene annunciata all'amico Federico De Roberto con oltre due anni di anticipo, in una lettera scritta da Milano e datata 16 ottobre 1891: "Don Candeloro è quasi terminato, e l'avrai presto. Tu intanto che fai? A quest'ora devi aver pronto un altro volume di 5 o 600 pagine"[4]. Il documento ci sembra importante perché fornisce l'occasione per molte­plici considerazioni, che riguardano vari aspetti del nostro discorso.
Il frenetico desiderio di raccogliere il materiale in volume lo porta a non nascondere un pizzico di invidia verso la vena fluente del collega e, inoltre, come già anticipato, lo spinge ad una ottimistica valutazione dello stadio dei lavori. In verità, egli aveva pubblicato solo sei delle dodici opere definitive, Don Candeloro e C.i, Le marionette parlanti, Paggio Fernando, La serata della diva, L'Opera del Divino Amore e La vocazione di suor Agnese, mentre una settima, Il peccato di donna Santa, sarebbe apparsa in rivista il mese successivo.
Si tratta di quattro novelle teatrali e di tre conventuali, fatto, questo, che ci permette di affermare che i due nuclei centrali della raccolta erano chiari sin dall'inizio e che, in fondo, lo scrittore non basava le sue previsioni solo su vuote speranze; egli ha, tra l'altro, già composto il dittico candeloriano d'apertura.
Inoltre, nel ritenere che con sei novelle ed una più o meno pronta sarebbe bastato poco per completare il libro, Verga probabilmente pensa anche alle vicende compositive de I ricordi del capitano d'Arte, pubblicati proprio nel 1891. In questo lavoro, edito sempre dal Treves, egli unisce sette composizioni nuove a tre ripescate dai Drammi intimi.
In ogni caso, il tempo intercorso dall'ottobre 1891 al dicembre del 1893 ha solo potuto migliorare il risultato artistico, con una revisione più attenta delle novelle e l'utilizzazione di opere che, altrimenti, sarebbero rimaste estravaganti. In Don Candeloro e C.i, così, si riversava un materiale narrativo omogeneo, senza le stonature de I ricordi del capitano d'Aree.
Le due ultime raccolte novellistiche ci fanno riflettere sulla incredibile capacità di scindersi di Verga, fino alla fine, con ben diversi risultati. Ginevra, d'Arce, Alvise Casalengo, le tresche, i viaggi, l'abbandono alla passione si scontrano, stridendo, con la lotta per la sopravvivenza e il sarcasmo amaro di Candeloro Bracone, con l'estremo abbrutimento umano.
D'altra parte, leggendo anche in modo superficiale la silloge del 1894, ci si renderà perfettamente conto del motivo per cui Verga fosse ormai giunto al capolinea artistico, donandoci delle novelle che compongono un affresco a sé stante, che illumina i vari, inquietanti volti di una squallida realtà, ma dalle quali, alla fine, non sarebbe nato alcun romanzo del ciclo dei vinti.
Ritornando alla lettera al De Roberto, si deduce con tutta evidenza che la scelta del titolo definitivo della raccolta era già stata fatta, sin dal 1891. Verga si propone risolutamente di privilegiare il puparo e la prima novella del libro, che nella redazione su rivista si intitolava Le marionette viventi, si uniforma in toto al nome del protagonista.
Il titolo prescelto è peculiare, sia in senso assoluto che relativamente alla produzione del Catanese, con quell'allusione ai compagni, espressa in modo abbreviato. Nessun'altra opera di Verga contiene un'abbreviazione proprio nel titolo, se si esclude Il canarino del N. 15, in Per le vie, dove però non c'è alcun senso recondito nella scelta.
Certo, Verga ha dedicato sempre un'attenzione particolare al proble­ma, con soluzioni originali, come X, in Primavera ed altri racconti, ...e chi vive si dà pace, in Vagabondaggio e, soprattutto, Mastro-don Gesualdo, dove il contrasto tra i due termini iniziali ha finito quasi per scomparire all'attenzione del lettore, a causa dell'abitudine. Don Candeloro e C.i, però, ci sembra andare ben oltre.
Una considerazione di massima va fatta con un certo stupore: sono pochissimi i critici che hanno ritenuto di soffermarsi sul titolo, complice, in alcuni casi, l'esiguo respiro delle analisi. In tempi più recenti, la Riccardi ne ha evidenziato il carattere simbolico, notando che sotto di esso "ricadono tutti i personaggi verghiani"[5], e il Tellini, da parte sua, ha concordato, evidenziando che "Il «compagni» siglato nell'abbreviazione del titolo fa subito riferimento ad un sodalizio unitario, ai vincoli di un medesimo consorzio che aggrega protagonisti e comparse dell'intera raccolta all'inse­cna del puparo don Candeloro Bracone e delle sue allegoriche marionette"[6].
Ma il significato del titolo si può senz'altro estendere ancora, comprendendo non solo i personaggi del libro, quanto anche tutti gli uomini, “compagni” di sventura del puparo. I protagonisti delle novelle sono delle marionette, degli attori che recitano la propria parte, piccola o grande che sia, su di un palcoscenico diverso, dal teatro al convento, apparendo dei modelli esemplari, dei simboli di una meschina umanità, alla quale è preclusa ogni via di scampo.
Tutti sono ridotti allo stesso rango, senza distinzioni, dei vinti, anche quando sembrano coronare momentaneamente la loro egoistica lotta per la sopravvivenza. Verga può accomunare ogni uomo perché il diverso non esiste più o, al limite, è assolutamente secondario e ininfluente, quando la sua qualità non è transitoria, come nel caso dei bambini. Un tempo la diversità trovava il suo baluardo intorno alla famiglia, con le sue leggi interne, con la sua solidarietà reciproca di fronte al mondo malvagio e spietato, ma dal punto d'osservazione costituito dal Don Candeloro e C.i la fase de Malavoglia e di Vita dei campi appariva lontanissima o, se vogliamo, del tutto rovesciata.
La visione desolata del mondo, ridotto ad una mera ricerca del proprio gretto tornaconto, di qua e di là, aveva trovato un momento fondamentale nella novella di Nanni Lasca, Vagabondaggio e, prima ancora, nelle Novelle rusticane. Non è un caso, d'altra parte, come incidentalmente ricordato ne primo capitolo, che la tematica del vagabondaggio sia tanto presente anche nell'ultima raccolta verghiana, incarnandosi nella figura dell'artista errante o del religioso.
Ora però non c'è più la calma sconsolata della novella del 1887, nella quale il protagonista accetta pacificamente ogni compromesso, dopo aver appreso le leggi dell'esistenza dai suoi due maestri negativi, don Tinu e Zanno, fino al matrimonio con un'ostessa dai torbidi trascorsi; in Don Candeloro e C.i un ghigno amaro si leva sull'umanità, svelata nella sua essenza più profonda ed immutabile, con un accanimento che lascia quasi sconcertati.
E' una tragedia che assume i caratteri della farsa, sostituendo alla pietà il ludibrio, per rendere più duro il giudizio morale. Ogni uomo, in modi diversi, si ritrova nel novero dei vinti e non c'è alcuna possibilità di evitare la sconfitta, proprio come nelle due novelle iniziali avviene all'umiliato puparo, le cui vicissitudini, quindi, vanno interpretate in un'ottica universalizzante.
Il titolo dell'opera, così, che potrebbe sembrare, a prima vista, una stranezza d'autore, diventa la chiave di lettura imprescindibile dei racconti del volume. Il punto di partenza è Candeloro Bracone, l'arrivo, che conferma l'inizio, i suoi compagni, il legame la tragicommedia dell'esistenza. Nel titolo, pertanto, Verga riesce a condensare tutto quanto aveva in animo di esprimere e per questo motivo non lo cambierà fino alla fine, preferendolo senza indugio anche a Fra le scene della vita, indubbiamente più banale e meno suggestivo.
Il Campari, come visto a proposito del dibattito critico, era di diverso avviso, ma per rendere la grande recita della vita è molto più efficace il dramma barocco, per così dire, di don Candeloro che quello grigiamente borghese dell'ultima opera, che anche artisticamente è di molto inferiore.
Un ragionamento simile si può fare ricordando che il titolo originario della prima novella era Le marionette viventi, che poi lascia spazio a quello definitivo, "quasi lo scrittore volesse evitare il suggerimento, che dovette sembrargli troppo esplicito o fuorviante, della chiave di lettura"[7]. Infatti una troppo netta dichiarazione di intenti attenua fortemente il piacere della scoperta, che invece deve spingere il lettore all'approccio con il testo, e il volume in questione è un chiaro esempio di ciò.
Fondamentale, per il nostro discorso, ci sembra anche un altro passo, tratto da una lettera inviata da Vizzini al De Roberto, il 19 gennaio 1890: "Sì, caro Federigo, sono lieto che tu abbia notato il cenno di distratto e di mortificato, ch'è in me della vita, e mi rende più facile forse lo starmene in disparte a vederla passare, così com'è, ed entrare nella pelle dei Mastro don Gesualdi e C.i."[8]. L'autore affianca il termine "compagni" all'immortale protagonista del secondo romanzo del ciclo dei vinti, un personaggio ugualmente descritto in chiave universalizzante, la cui esistenza finisce per dimostrare l'ingratitudine degli uomini e l'impossibilità di mutare stato sociale. Un uomo tradito nelle sue aspirazioni, deluso dagli eventi e dagli uomini, dopo aver cercato di dominarli, fidando nelle proprie capacità.
La lettera, inoltre, testimonia che il Verga non disdegnava di ricorrere a questa orma di abbreviazione, un uso di cui si ricorderà al momento opportuno, dirottando l'originario titolo della prima novella su quella
successiva, Le marionette parlanti.
 
III- LA MASCHERA, L'ESASPERAZIONE ED IL COMPENDIO
 
Il rapporto tra finzione e realtà, tra maschera e sincerità, si ritrova, in modi diversi, in molti scrittori, che rappresentano spesso un mondo segnato da ambizioni ipocrite o da stupide consuetudini. In questa maniera si trasmette una carica polemica contro la società, in nome di un ideale positivo o di uno scetticismo assoluto, demistificandola, visto che la realtà è diversa da come vuole apparire.
Il giovane Verga non risparmia i suoi attacchi alla civiltà del benesse­re, come nella prefazione del romanzo Eva, condannando la legge del denaro, che si sostituisce alla moralità. E' fin troppo facile isolare le suggestioni letterarie delle prime opere del Catanese, ma a noi interessa, in questa sede, cogliere questa originaria attenzione alla problematica della finzione, in fondo banale, che però permetterà all'esperto Verga di giungere alla profonda ed originale sintesi del Don Candeloro e C.i, quando ai vecchi temi si sovrapporrà l'amarezza sarcastica di chi è costretto a vivere ogni giorno immerso nella commedia di questo "mondaccio", per citare le illuminanti parole del canonico Lupi nel Mastro-don Gesualdo (pag. 653; il testo di riferimento per i due romanzi del ciclo dei vinti è I grandi romanzi, a cura di F. Cecco e C. Riccardi, Mondadori, Milano, 1981), senza attendersi nulla di nuovo, mentre la vita si avvia inesorabilmente verso la fine.
L'attenzione per la maschera si concretizza all'inizio sostanzialmente in due modi, in un'accezione più o meno fortemente polemica e astratta o, al contrario, pacatamente descrittiva e materiale. La maschera è uno schermo per la verità, un'abitudine negativa, un segno di aridità umana, ma anche, propriamente, un semplice pezzo di stoffa che nasconde il viso ai partecipanti ad uno dei tanti veglioni presenti nelle opere del Catanese.
In fondo, in questa ambivalenza possiamo ritrovare il giovane Verga che vive in un ambiente raffinato ed elitario, ma non riesce ad integrarsi del tutto in esso, che partecipa a tante manifestazioni galanti, ma non dimentica l'ipocrisia e la falsità del "bel mondo" che lo circonda, uno scrittore che deve la sua celebrità alle plebi siciliane, ma non tralasciò del tutto le classi più alte.
Le due accezioni della maschera percorrono la sua produzione, con momenti molto significativi, come nella già citata Eva, che si apre proprio con la descrizione di un veglione alla Pergola, in cui il conte Silvani indossa i panni di un trovatore, Enrico Lanti quelli di un Arlecchino, mentre la protagonista ballerina "passava sorridente sotto la sua maschera" (pag. 257; per Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva e Tigre reale citiamo dal volume a cura di G. Croci e C. Simioni, Mondadori, Milano, 1985) e l'io narrante si aggirava "a casaccio fra le maschere" (pag. 259).
In seguito, però, Lanti rimprovererà la ballerina adducendo queste ragioni: "Perché ti ho visto fingere allo stesso modo sul palcoscenico; perché il tuo volto è una maschera; perché dubiterò sempre che tu mentisca; giacché la tua arte è una menzogna!" (pag. 306). L'uomo chiederà ad Eva di diventare sincera, abbandonando il teatro, ma questa, dopo un periodo di privazioni, porrà termine alla relazione.
L'epilogo della storia vede ancora i protagonisti mascherati, con un esito cruento, visto che Lanti, "arlecchino d'onore" (pag. 330), e Silvani si sfideranno a duello. Verga gioca sull'ambiguità, ma a livelli epidermici, tra nobili, artisti bohemien e donne annoiate, dando prova del suo acerbo realismo.
Anche Eros, come Eva, si apre con un uomo in maschera, il marchese Alberti, che ritorna a casa a tarda notte, in una delle ultime giornate di Carnevale, e un ballo in occasione del giovedì grasso si ritrova ancor prima, in Una peccatrice: "...e in quella sera, tutti mascherati in modo poveramente e orribilmente grottesco, vanno al Teatro a farvi pompa del cinismo del vizio, della brutalità della violenza... Dopo la recita aspettano l'apertura del ballo mascherato..." (pag. 88).
Nello stesso romanzo fiorentino ci imbattiamo, nelle pagine d'esor­dio, in un altro passo notevole, in cui l'autore dichiara di voler "far sentire... i caratteri che presentiamo prima di agitarli nelle scene di un racconto intimo. Scopriamo sin dal principio il meccanismo, per non attirarci la taccia, poscia, di aver fatto agire delle marionette, da chi non ne vedesse il filo motore ch'è il cuore" (pag. 46). A distanza di anni tutti gli uomini dovevano trasformarsi proprio in marionette, assumendo questo dato come comune al genere umano, e stabilmente.
Quanto all'importanza del "cuore", esso era destinato sempre più a lasciare spazio, nella visione dell'autore, ai concreti condizionamenti dell'egoistica brama di ricchezza. Il vero "filo motore" dell'uomo sarà la sua materialità, per cui Verga brucerà senza lasciare traccia ogni residuo di romanticismo giovanile.
L'attenzioone alla maschera, nel suo significato proprio, come occasione di galanti equivoci, continua nella prima raccolta novellistica, Primavera e altri racconti, nell'opera La coda del diavolo, in cui viene riproposta l'usanza catanese di nascondere le proprie fattezze in occasione della festa di Sant'Agata. Un espediente per costruire una novella, insomma, come in X, nello stesso volume, dove assistiamo ad un ballo mascherato alla Scala. Ancora carnevalesca è l'atmosfera di Al veglione, chiara fin dal titolo, e de L'osteria dei "Buoni Amici", in Per le vie, con in primo piano il mondo milanese.
Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Nel complesso, Verga gioca con la maschera o si lascia andare a notazioni psicologiche più o meno polemiche e scontate, distinguendo chiaramente i due piani, quello della realtà e della finzione, della verità e della maschera. Il tema, però, è destinato a modificarsi, a perdere la sua semplicità iniziale, complicandosi come in un cangiante gioco di specchi, con il risultato di rendere sempre più difficile, se non impossibile, guardare sotto la maschera.
Non si tratta più di un semplice pezzo di stoffa che nasconde il viso, né di una momentanea finzione, la maschera smarrisce la sua specifica identità, universalizzandosi. Inoltre, essa non è più solo appannaggio delle classi nobiliari ed alto-borghesi, che dominano i romanzi giovanili, ma di tutti gli strati della piramide sociale, dal popolano in su. La maschera, poi, è una componente stabile nel tempo perché ognuno nella propria esistenza recita sempre, consapevolmente e/o inconsapevolmente, nascondendo sotto la finzione la propria "ricerca del meglio".
Il che, in altri termini, significa trovarsi di fronte ad un mondo particolarmente complesso, in cui i dati reali si intrecciano con le finzioni, in un viluppo sempre vario, a maggior ragione, poi, se l'attenzione viene posta su ambiti particolari, come il teatro e il convento, dove, rispettivamente, già si interpreta un testo e dove l'uomo dovrebbe rinunciare ad alcuni istinti naturali, per rispettare i tre consigli evangelici.
Questi due luoghi fungono, pertanto, da esasperazione e da compendio, perché la dialettica realtà-recita viene portata al massimo della tensione e perché il convento è un "piccolo mondo", in una visione nella quale non esiste una sfera spirituale in grado di porsi in contrasto con le leggi terrene.
Il tema della finzione trova una resa epidermica e galantemente superficiale anche ne I ricordi del capitano d'Arte. Ginevra è una gran commediante e la società che ruota intorno a lei non è diversa, fatta di obblighi e convenzioni solo formali. La donna pronuncia Giuramenti di marinaio, come s'intitola una delle novelle del volume del 1891, alla quale segue un'altra altrettanto esplicita, Commedia da salotto, ed è capace anche di inventarsi una nuova maschera, quella della sensuale Carmen.
Malgrado il contesto frivolo, comunque, la commedia finisce ugualmente in dramma, come si legge nell'ultima pagina di Ciò ch'è in fondo al bicchiere, che chiude la parte de I ricordi del capitano d'Arte propriamente detta: "Seppi ch'era morta dall'invito per assistere ai funerali. Nelle sale dove essa ci aveva ricevuti festante, era una gran folla, e molti fiori, come il primo giorno dell'anno... C'erano tuttora gli avanzi delle candele nei candelabri posti dinanzi agli specchi dove ella s'era guardata. Le sue amiche misero dei fiori sulla bara" (pag. 677; per il testo delle novelle, citiamo dall'edizione a cura di C. Riccardi, Mondadori, Milano, 19873).
Sembra quasi una festa, ma è un funerale, dove ognuno si cala nel suo ruolo, compreso il marito, che ritorna per un momento al suo posto. E' la sostanza, in parte, che si ritrova nel Don Candeloro e C.i, ma come banalizzata e nascosta dal "bel mondo" preso come soggetto. Tra sale e specchi, marinai e passioni improvvise, l'arte del Verga non riesce a librarsi.
Eppure lo scrittore continuerà sempre a confidare nella possibilità di dominare le classi più elevate, che dovevano costituire l'humus dei tre restanti romanzi del ciclo dei vinti. Una scommessa persa, quella del Catanese, come sappiamo, che nel 1899, in una lettera datata 14 luglio, così scriveva al Rod: "E qui cade in acconcio quel che disse Goncourt che le scene e le persone del popolo sono più facili a ritrarsi, perché più caratteristici e semplici -quanto complicati e tutti esprimentesi per sottintesi sono le classi più elevate, massime se si deve tener conto di quella specie di maschera e di sordina che l'educazione impone alla manifestazione degli stessi sentimenti, e alla vernice quasi uniforme che gli usi, la moda, il linguaggio quasi uniforme nella stessa società tendono a rendere pressoché internazionale in una data società”[9].
E a Francesco Guglielmino Verga confidava: "La gentuccia, sapevo farla parlare; ma questa gente del gran mondo no. Questi per dire una cosa mentiscono due volte; se per esempio hanno debiti, dicono di aver mal di testa ..."[10].
Il gioco di specchi di Don Candeloro e C.i si rivelerà un arrivo definitivo, con l'autore alle prese con una proteiforme realtà, in cui gli ideali che sembrano guidare la società si rivelano mere coperture di una sola, interminabile recita; e la differenza tra classi popolari e non, tra mondo più e meno facilmente rappresentabile, scompare nella comune atmosfera, torbida e caliginosa, che avvolge l'umanità, senza lasciare scampo.
 
 
IV- LA DISPOSIZIONE DELLE NOVELLE
 
A questo punto ci sembra doveroso fare alcune considerazioni sulla disposizione delle novelle nel volume del 1894. La prima, e più ovvia, è che l'ordine seguito non rispecchia quello cronologico di composizione e di pubblicazione, fatto, questo, tanto più normale in un libro che racchiude materiale che abbraccia l'arco di un quinquennio.
Verga, dopo aver pubblicato su rivista le prime opere teatrali (Paggio Fernando, Don Candeloro e C.i e Le marionette parlanti), ritorna sul tema solo in seguito, dando spazio, nel frattempo, ad alcuni lavori conventuali Anzi, l'intreccio tra le novelle dei due cicli appare ancora più stretto, se si pensa ad Olocausto, pubblicata sull’”Illustrazione italiana" del 21 dicembre 1889, basata sulla delicata analisi dell'anima di suor Crocifissa, non compresa nel libro perché estranea al crudo materialismo dominante in Don Candeloro e C.i.
L'autore alla fine raccoglie un nucleo definitivo di opere, un numero ritenuto perfetto e che si ritrova nelle Novelle rusticane, in Per le vie e in Vagabondaggio, mentre la revisione finale porta a delle modifiche che evidenzieremo, per quanto concerne direttamente la nostra indagine tematica, nei singoli capitoli.
Ora ci preme ricordare che il Catanese dispone all'inizio le opere teatrali. Le prime due, Don Candeloro e C.1 e Le marionette parlanti, non potevano che essere affiancate, visto che formano un tutt'uno, dominate come sono dal personaggio potentemente drammatico del puparo Barcone, con un eguale ritmo discendente all'interno di ognuna e varie altre analogie che esamineremo in seguito, non a caso, nello stesso capitolo, il quarto. Paggio Fernando si collega alle due novelle successive, specie nel finale, quando Rosmunda riappare come un'attrice affermata, al centro delle attenzioni generali, a Roma. La meditazione, così, si sposta sulla dialettica tra successo ed insuccesso, nel potente chiaroscuro de La serata della diva e de Il tramonto di Venere, in cui troviamo gli splendori e le miserie dell'artista, il momento d'oro, anche se mai privo di tormenti e dispiaceri, al quale fa seguito la decadenza, tanto più dolorosa se si è stati imprevidenti, come nel caso in questione. Va pure ricordato il ruolo del critico Barbetti, presente nelle tre opere, con la sua fortunata ascesa nel mondo del giornalismo.
In seguito, però, Verga non dispone le novelle conventuali in uno stretto ordine, ma segue un giro più ampio, avvertendo l'esigenza di armonizzare come meglio possibile anche le tre restanti composizioni, rimpolpando il volume. Per questo motivo dopo la novella conventuale maschile pone Epopea spicciola, un po' a sé stante nel volume.
Il Cucinotta ha scritto che la vicenda raccontata da zio Lio, "nonostan­te rappresenti... una digressione tematica, lo iato è più apparente che reale, soprattutto perché la novella ripropone il medesimo esperimento narrativo azzardato in Papa Sisto"[11]. Più semplicemente, però, noi riteniamo che il vero nesso tra le due novelle sia costituito dai riferimenti storici contenuti, relativi alla rivoluzione siciliana del '48-'49, che favorisce l'ascesa di Vito Scardo alla carica di superiore del convento dei cappuccini di Militello e provoca la tragedia narrata nella più breve opera del Don Candeloro e C.i.
A L'Opera del Divino Amore Verga lega Il peccato di donna Santa, sulla base della comune presenza dei predicatori liguorini, mentre La vocazione di suor Agnese è seguita da Gli innamorati, visto che in entrambe il sentimento amoroso appare del tutto subordinato ai condizionamenti economici, svelando in modo inequivocabile la sua falsità. Di prassi, poi, l'ultimo posto per Fra le scene della vita, secondo un modello già collauda­to.
I due nuclei portanti del libro, però, sono chiaramente quello teatrale e quello conventuale, compatti ed insieme internamente articolati, nove novelle di sicuro valore, che ci apprestiamo ad esaminare singolarmente.
 
 
 

 
[1] Don Candeloro e C.i è pubblicato sul "Fanfulla della domenica" del 6 aprile 1890, con il titolo Le marionette viventi; Le marionette parlantisulla "Gazzetta letteraria" del 3 maggio 1890, come Le angustie di Bracale; Paggio Fernandosull’”Almanacco di Fanfulla per il Carnevale del 1889"; La serata della diva sul "Fanfulla della domenica" del 13 luglio 1890; Il tramonto di Venere sul numero speciale di "Natale e capo d'anno della Illustrazione italiana" del 1892-93, come Il trionfo di Venere; Papa Sisto sul "Corriere della Sera", dal28 al 31 luglio 1893; L'Opera del Divino Amore sul "Fanfulla della domenica" del 29 giugno 1890, come Il demonio nell'acqua santa; Il peccato di Donna Santa sul "Fanfulla della Domenica" del 15-16 novembre 1891; La vocazione di Suor Agnese sulla "Gazzetta letteraria" del 24 maggio 1890. Le tre rimanenti, ossia Epopea spicciola, Gli innamorati e Fra le scene della vita appaiono, rispettivamente, su "Vita moderna" del 18 giugno 1893, con il titolo Sul passaggio della gloria,sul "Corriere della sera" del 28-29 dicembre 1893 e sullo stesso foglio milanese del 29-30 dicembre 1893.
 
Al veglione
Il romanzo è ambientato nel piccolo paese di Aci Trezza in Sicilia e narra la decadenza di una famiglia di pescatori: i Malavoglia, che lentamente perdono tutti i loro averi. La famiglia è composta da padron ‘Ntoni, il figlio Bastianazzo, sua moglie Maruzza e 5 nipoti: ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia.
Il declino inizia con la partenza per il militare di ‘Ntoni, il figlio maggiore di Bastianazzo.
La necessità di guadagno induce padron ‘Ntoni a comprare, senza poter pagare, una partita di lupini dallo zio Crocifisso, usuraio di mestiere. Questo sarebbe dovuto essere un buon affare ma si trasforma in una vera e propria tragedia: Bastianazzo, che pensava di vendere la merce a riporto, muore a causa di un naufragio e con lui vanno perduti i lupini e la Provvidenza.
Quest’ultima viene poi ritrovata e ‘Ntoni torna dal servizio militare. Egli ha poca voglia di lavorare e ciò che guadagna viene usato per riparare la Provvidenza, non potendo così ripagare il debito.
Dopo alcuni mesi la barca, rimessa a nuovo, ritorna in mare, padron ‘Ntoni riesce a guadagnare un buon gruzzolo di soldi ma nuove disgrazie incombono sui Malavoglia: Luca muore in battaglia.
Non potendo più pagare il debito, i Malavoglia devono lasciare la casa allo zio Crocifisso e vengono abbandonati da tutti: padron Cipolla non vuole più che suo figlio Brasi sposi Mena e la Zuppidda non vuole più dare la figlia Barbara a ‘Ntoni.
Ancora una volta però la famiglia alza la testa e vede riaffiorare sogni e speranze grazie a una pesca abbondante. Tuttavia Maruzza muore di colera e ‘Ntoni decide di partire nuovamente in cerca di ricchezza. I Malavoglia sono così costretti a vendere la Provvidenza e ad andare a lavorare sotto padrone.
L’avventuriero torna senza un soldo e senza voglia di lavorare, successivamente entra nel giro del contrabbando, ma durante una fuga accoltella una guardia e viene condannato a 5 anni di prigione. Lia, disonorata, scappa di casa e di lì a poco padron ‘Ntoni, ormai vecchio e malato, muore in ospedale. Gli unici “sopravissuti” alle disgrazie, Alessi che sposa la Nunziata riscattando anche la casa del nespolo e la Mena che va a vivere con loro, formano sulle ceneri della precedente, una nuova famiglia.

In piazza della Scala racconta la vita di un vetturino della città di Milano vista con i suoi stessi occhi: non modificata quindi dal punto di vista di un eventuale narratore esterno. Non è quindi un racconto di contadini siciliani; il motivo portante di tutto il racconto resta però sempre lo stesso: il denaro.

Il protagonista, ovvero il narratore, si chiama Bigio. Egli fa il vetturino, passa la vita sulla sua carrozza in attesa di clienti, e quando non è in giro medita sulla sua vita, sua moglie, i suoi figli, spesso e volentieri su quell’uguaglianza tanto predicata nei giornali ma che lui, in effetti, non vede da nessuna parte, essendo circondato da caffè di lusso, teatri, e persone che lì dentro vi passano il più del loro tempo mentre lui è lì in attesa di clienti da portare in giro, sia nelle giornate estive, quando neanche a sera fa un po’ fresco, sia in inverno, quando si sente diventare un tutt’uno con la piazza imbiancata di neve intorno. E non riesce a mettere neanche cinque lire da parte a fine anno, mentre gli altri spendono fior di quattrini per i veglioni; e la moglie impreca contro la miseria, una delle figlie va via di casa facendosi mantenere da qualche ricco, e uno dei suoi figli, trovato un lavoro migliore di quello del padre, quasi non lo saluta più!

Ancora una volta si nota la contrapposizione tra un mondo in continuo cambiamento e l’impossibilità per alcune persone di adeguarsi ad esso, restando quindi in una condizione misera. Non solo: al mondo dei caffè, dei teatri, e della gente che può permettersi di andare ai veglioni o di vestirsi con una pelliccia, si contrappone, la notte, quello dei barboni e dei vagabondi, che hanno come massima aspirazione il dormire in un portone per sentire meno freddo.

NANNI VOLPE
Nanni Volpe, nei suoi begli anni, aveva pensato soltanto a far la roba. - Testa fine di villano, e spalle grosse - grosse per portarci trent'anni la zappa, e le bisacce, e il sole, e la pioggia. Quando gli
altri giovani della sua età correvano dietro le gonnelle, oppure all'osteria, egli portava paglia al
nido, come diceva lui: oggi un pezzetto di chiusa, domani quattro tegole al sole: tutto pane che si
levava di bocca, sangue del suo sangue, che si mutava in terra e sassi. Allorché il nido fu pronto,
finalmente, Nanni Volpe aveva cinquant'anni, la schiena rotta, la faccia lavorata come un campo;
ma ci aveva pure belle tenute al piano, una vigna in collina, la casa col solaio, e ogni ben di Dio. La
domenica, quando scendeva in piazza, col vestito di panno blu, tutti gli facevano largo, persino le
donne, vedove o zitelle, sapendo che ora, fatta la casa, ci voleva la padrona. Egli non diceva di no, anzi, ci stava pensando. Però faceva le cose adagio, da uomo uso ad allungare il passo secondo la gamba. Vedova non la voleva, ché vi buttano ogni momento in faccia
il primo marito; giovinetta di primo pelo neppure, per non entrare subito nella confraternita, diceva
lui. Aveva messo gli occhi sulla figliuola di comare Sènzia la Nana, una ragazza quieta del
vicinato, cucita sempre al telaio, che non si vedeva alla finestra neppure la domenica, e sino ai
ventott'anni non aveva avuto un cane che le abbaiasse dietro. Quanto alla dote, pazienza! Vuol dire
che aveva lavorato egli per due. La Nana era contenta; la ragazza non diceva né si né no, ma
doveva esser contenta anche lei. Soltanto qualche mala lingua, dietro le sue spalle, andava dicendo:
- Acqua cheta rovina mulino -. Oppure: - Questa è volpe che se la mangia il lupo, stavolta! - A Pasqua finalmente giunse il momento della spiegazione. I seminati erano alti così, gli ulivi carichi, Nanni Volpe aveva terminato allora di pagare l'ultima rata del mulino. - Ogni cosa proprio
opportuna. - Infilò il vestito blu, e andò a parlare a comare Sènzia. La ragazza era dietro l'uscio
della cucina ad ascoltare. Quando poi sua madre la chiamò, comparve tutta rossa, lisciata di fresco,
colla calzetta in mano, e il mento inchiodato al petto. - Raffaela, qui c'è massaro Nanni che ti vuole per sposa, - disse la madre.
La giovane rimase a capo chino, seguitando a infilare i punti della calza, col seno che le si gonfiava. Massaro Nanni aggiunse: - Ora si aspetta che diciate anche voi la vostra -.
La mamma allora venne in aiuto della sua creatura.
- Io, per me, sono contenta -.
E Raffaela levò gli occhi dolci di pecora, e rispose:
- Se siete contenta voi, mamma... -
Le nozze si fecero senza tanto chiasso, perché compare Nanni Volpe non aveva fumi pel capo, e sapeva che a fare un tarì ci vogliono venti grani. Pure non si dimenticarono i parenti più stretti ed i
vicini; ci furono dolci del Monastero, e vino bianco. Fra gli invitati c'erano anche quelli che
sarebbero stati gli eredi di Nanni Volpe, poveri diavoli che s'empivano di roba, e si sarebbero
mangiata cogli occhi anche la sposa. Questa, impalata nel vestito di lana e seta, cogli ori al collo,
badava già ai suoi interessi, l'occhio al trattamento, il sorrisetto della festa e una buona parola per
tutti, amici e nemici. Nanni Volpe, tutto contento, si fregava le mani, e diceva fra sé e sé: - Se non riesce bene una moglie come questa vuol dire che non c'è più né santi né paradiso! -
E Carmine, suo cugino alla lontana, che lo chiamava zio per amor della roba, ed ora gli toccava anche mostrarsi amabile con lei che gli rubava il fatto suo, diceva alla zia, ogni manciata di confetti
che abbrancava: - Avessi saputo la bella zia che mi toccava!... Vorrei pigliarmi gli anni e i malanni di mio zio, stanotte! - Chiusa la porta, quando tutti se ne furono andati, compare Nanni condusse la sposa a visitare le stanze, il granaio, sin la stalla, e tutto il ben di Dio. Dopo posò il lume sul canterano, accanto al
letto, e le disse: - Ora tu sei la padrona -.

http://it-it.abctribe.com/usweb/Mobile/Guide/Dettaglio.asp?CodiceGuida=490&NPagina=295

La caccia al lupo

LO SPAZIO - La vicenda è ambientata in casa del protagonista, sicuramente in Sicilia e probabilmente nei pressi di Catania, ambientazione anche delle altre novelle.
 

IL TEMPO - La vicenda si svolge in una serata.
 

L’INTRECCIO E LA FABULA - In questa novella l’intreccio e la fabula coincidono.
 

RIASSUNTO - Lollo è un contadino di poche parole che una sera torna a casa, dopo aver scoperto la relazione della moglie con Michelangelo. Al suo rientro in casa si svolge una ambigua discussione con la moglie riguardante la caccia al lupo, che lui intendeva essere l’amante. Così dice di volergli preparare un trappola e, uscendo di casa chiude dentro la moglie con l’amante, in casa. Amante che comunque non è molto diverso dal marito, tanto che insulta anche lui l’amata, con improperi e bestemmie.
 

LE SCELTE STILISTICO-ESPRESSIVE - In questa breve novella, lo stile dell’autore è tipico delle novelle rusticane: presenza del discorso indiretto libero, ricorso ad espressioni dialettali, spesso un po’ italianizzate, e comunque la breve vicenda è narrata in modo semplice e conciso.
 

I TEMI - In questa novella si tratta del tema dell’infedeltà, tema molto caro ai siciliani, che sentono il matrimonio come un patto strettissimo e non tollerano per nessuna ragione il tradimento, come è dimostrato dalla reazione di Lollo. Inoltre è anche trattato il tema della poca importanza della donna nella società, tanto che veniva disprezzata dall’amante stesso.


https://www.skuola.net/appunti-italiano/giovanni-verga/verga-novelle-riassunti.html

Don licciu papa
Le galline stavano correndo davanti alle case quando arrivò zio Masi, incaricato dal sindaco di catturare le galline e i maiali che erano in contravvenzione. Come zio masi vide la porcellina di comare Stesa davanti alla porta di casa le mise al collo una fune e la catturò. Comare santa, disperata, tentò di fermarlo ma non ci riuscì; allora, per salvare la sua porcellina diede un calcio a zio Masi che cadde a terra. Le altre donne volevano far la festa a zio Masi per tutte le galline che aveva sulla coscienza, ma, in quel momento, arrivò don Licciu Papa. Don Licciu Papa chiarì subito la situazione: Comare Santa si prese la multa ma non andò in carcere perché il barone aveva visto che zio Masi non portava il cappello con lo stemma del municipio.
Don Licciu Papa si era interessato anche del pignoramento della mula di mastro Vito assieme all’usciere. Quando mastro Vito era stato citato da mastro Venerando per un debito non aveva potuto rispondere, perché non aveva un avvocato. La mula venne venduta e mastro Vito disperato disse che non poteva più lavorare e quindi non avrebbe mai potuto estinguere il debito. Mastro Vito disse male parole verso mastro venerando e se non fosse stato per don Licciu Papa sarebbe andata per il peggio. Un giorno curatolo Arcangelo si mise in causa con il reverendo, consapevole di ciò a cui andava incontro perché il reverendo aveva i migliori avvocati. Il prete, arricchitosi, aveva allargato la casa paterna e voleva costruire la cucina sopra la casa di curatolo Arcangelo; perciò, voleva costringerlo a vendere. Curatolo Arcangelo si rifiutò e il reverendo, per dispetto, gli buttava sul tetto dell’acqua sporca, dicendo che era acqua che serviva per innaffiare i fiori. Curatolo Arcangelo fece venire il giudice e don Licciu Papa ma il reverendo eliminò ogni prova. A furia di spese giudiziarie arcangelo rimase senza un soldo vendette metà casa al reverendo e metà al barone che voleva allargare la dispensa. La figlia di Arcangelo non voleva andarsene ma solo le vicine sapevano il perché. Nina, infatti era solita incontrarsi con un signorino che le abitava di fronte ma non ne voleva sapere di sposarsi; il signorino l’avrebbe mantenuta. Come lo seppe, arcangelo, chiamò don Licciu Papa per convincere la figlia a partire; ma, il giudice, disse che Nina aveva l’età per decidere. Quando Arcangelo vide il signorino gli diede una randellata in testa, ma, dopo che i passanti lo avevano legato accorse don Licciu Papa dicendo: "Largo alla Giustizia". Ad arcangelo venne dato un avvocato che riuscì a farlo condannare a soli 5 anni.
Tutte le storie che si intrecciano in questa novella si ricollegano tutte al problema comune del rapporto tra gli "umili" e la "giustizia": nel caso della zia Santa, quest'ultima vede sottrarsi il suo maialino per il semplice fatto che sostava in mezzo alla strada; nel caso di massaro Vito che si era visto pignorare la sua mula da don Licciu Papa; nel caso poi di curatolo Arcangelo, quest'ultimo doveva subire "l'innaffiamento dei fiori" da parte del Reverendo.

Aggiunto 2 minuti più tardi:

Spero ti vadano bene. Ciao.

sportivissima.39@live.it
sportivissima.39@live.it - Ominide - 4 Punti
Salva
Comunque erano di Giovanni Verga le poesie .. Cmq Grazie MARTINA90 anche se sono troppo lunghe ma me le faccio io più corte ! :)
MARTINA90
MARTINA90 - Genius - 4930 Punti
Salva
Pultroppo è quello che ho trovato. Più corte non ho trovato nulla.
Ti ho detto di mettere l'autore in quanto sono un tantino arruginita in questa materia e non volevo sbagliare a cercarli.
Questo topic è bloccato, non sono ammesse altre risposte.
Come guadagno Punti nel Forum? Leggi la guida completa