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piano per la ricerca : la donna e linteresse economico nelle novelle del verga : vita dei campi e novelle rusticane
giu92d
giu92d - Genius - 7170 Punti
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Ciao soukayana

I romanzi giovanili del Verga, scritti tra il 1865 e il 1875, risentono fortemente degli autori francesi di grande popolarità in quegli anni (Dumas, Prever, Feuillet) e dell'ambiente della Scapigliatura con il quale viene in contatto a Firenze.
Da un lato, dunque, ritroviamo il gusto per storie sentimentali dall'altro la rappresentazione del mondo borghese, corrotto e indifferente al linguaggio artistico.
La donna diventa in questi suoi primi lavori la personificazione dell'ipocrisia borghese. Tema ricorrente è il mistero dell’innamoramento, legato al fascino della lontananza, all’illusione che si nasconde dietro la figura femminile, al mito dell’apparenza: una volta caduti gli apparati scenici, la donna si rivela in tutta la sua povertà.
Verga vuole analizzare le passioni per raggiungere il fine dell’arte, cioè il vero. Questo è spiegato nella prefazione ad Eva, romanzo che racconta la passione di Enrico Lantieri, un giovane pittore privo di mezzi, per la ballerina Eva; una passione che conduce il giovane, abbandonato dall’amante, alla morte. Eva è la donna fatale, ora inerme e fragile come una “capiniera”, ora crudele e aggressiva come una “tigre reale”; è una “peccatrice”, è Eros che consuma e distrugge l’uomo perché non sa lottare, nè reagire ai colpi della sorte. Nel romanzo Eva vi è un notevole realismo nello studio della psicologia della protagonista: ciò che prevale in lei è la motivazione economica che interferirà fortamente nella vicenda amorosa.
La seduzione femminile è associata molto spesso a un particolare stato sociale: si tratta di una donna di lusso, per la quale l'artificio è alla base della sua bellezza e dell’ambiente in cui vive.
Il corpo femminile non è più sublimato, simbolo dell’armonia della natura, ma il suo fascino dipende solo dagli artifici (trucco, abbigliamento), che la trasformano in una fata, ma una volta caduti gli orpelli si rivela in tutta la sua miseria.
Il carattere eccezionale della donna diventa per l’uomo uno strumento per raggiungere il successo e integrarsi nella società mondana. Quando ella perde questa funzione o cessa di essere puro oggetto di contemplazione del desiderio maschile, perde fascino e quindi fugge dall’uomo come fa Eva dopo essersi accorta che i sentimenti del suo amante si erano affievoliti.
È nelle novelle di Vita dei campi che Verga riscopre l’energia e l’autenticità dei sentimenti scomparsi nella società borghese. Motivi romantici e caratteri naturalistici si fondono nella nuova figura contadina della donna fatale, rappresentata dalla Lupa, che viene descritta da Verga come un insieme di passioni, di bestialità e di violenza. È una ragazza tutta occhi neri e labbra rosse il cui vagare solitario nelle ore più calde della giornata è un elemento che prelude la sua relegazione nell’ambito demoniaco.
Isolata dalla comunità, la Lupa si integra perfettamente nella natura selvaggia del luogo, manifestazione estrema di sensualità panica e demoniaca.
Ella appare dunque, non solo proiezione degli aspetti femminili più inquietanti e oscuri, ma come donna-bestia-demone perché la sua passione è ossessione e la sua sensualità aggressiva è associata ala distruzione. L’attributo animale fa della Lupa un archetipo dell’eros insaziabile, e insieme rivela una nuova prospettiva: l’uomo guarda la donna come minaccia della propria integrità psichica e familiare. La Lupa è incarnazione di una sessualità istintiva e animalesca, immagine di una femminilità primitiva, inquietante e incontrollabile.

La prevalenza del motivo economico sull’amore è evidente in racconti come Jeli il pastore e Cavalleria rusticana, dove la donna tradisce accettando la corte di uomini più ricchi. Così Mara, protagonista di Jeli il pastore, diventa l’amante del padrone, mentre Lola in Cavalleria rusticana abbandona il povero Turriddu per sposare un agiato carrettiere, Alfio.

L’ideologia verghiana

Che cosa induce Verga a formulare questo principio dell’impersonalità? Nella Prefazione ai Vinti l’autore stesso spiega: “Chi osserva lo spettacolo della lotta per l’esistenza non ha il diritto di giudicarlo”.

Alla base di tale visione stanno posizioni pessimistiche: la società umana per Verga è dominata dal meccanismo della lotta per la vita, in cui il più forte schiaccia il più debole, in cui non c’è spazio per i valori ideali come la generosità disinteressata, l’altruismo e la pietà. Gli uomini sono mossi dall’interesse economico, dalla ricerca dell’utile, dall’egoismo, dalla volontà di sopraffare gli altri. E’ questa una legge di natura, universale, che governa qualsiasi società, in ogni tempo e in ogni luogo, quindi non esistono alternative alla realtà esistente. Si tratta di una concezione atea che esclude ogni consolazione religiosa, ogni speranza di riscatto dalla negatività dell’esistente in un’altra vita.

Se è impossibile modificare il reale, ogni intervento giudicante è inutile e privo di senso e allo scrittore non resta che riprodurre la realtà così com’è, lasciare che parli da sé: ogni suo giudizio è illegittimo e vano.

Dunque la tecnica impersonale usata da Verga non è frutto di una scelta casuale, ma è il modo più adatto con cui esprime la sua pessimistica visione del mondo.

Tale pessimismo, che nega ogni trasformazione della società, ha una connotazione conservatrice ma comunque non implica un’accettazione acritica della realtà. Anzi, proprio il pessimismo, pur impedendo di indicare alternative, consente a Verga di cogliere con grande lucidità ciò che vi è di negativo in quella realtà. Non solo. Il pessimismo assicura a Verga l’immunità da quei miti che trionfano nella letteratura contemporanea, come il mito del progresso e il mito del popolo. Anche se al centro delle opere di Verga si pone il popolo, esso non è osservato con quell’atteggiamento di pietà per le miserie degli umili che pervade la letteratura del secondo Ottocento, con quella fiducia in un miglioramento delle condizioni dei diseredati. La visione arida e desolata di Verga mortifica ogni abbandono al patetismo, alla pietà, e proprio la scelta di raccontare la lotta per la vita che nega ogni valore di umanità e altruismo, costituisce la impietosa dissacrazione di ogni mito populistico.

In Verga non è presente neppure la nostalgia verso forme passate di vita. Egli, pur sottolineando la negatività del progresso moderno, non contrappone ad essa il mito della campagna, della civiltà contadina concepita come oasi dominata dall’autenticità e dall’innocenza. Il pessimismo lo induce a vedere anche il mondo primitivo della campagna retto dalle stesse leggi del mondo moderno, l’interesse economico, l’egoismo, la ricerca dell’utile, la forza e la sopraffazione, che pongono gli uomini in costante conflitto tra loro.

Verga non offre facili evasioni o immagini consolatorie, per questo è uno scrittore scomodo, aspro, che non diffonde miti, ma semmai li distrugge.


Buona Notte!
:hi

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