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  • l'indagine di Socrate da Senofonte

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Maddyyy
Maddyyy - Ominide - 3 Punti
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potreste darmi la traduzione della versione l'indagine di Socrate da Senofonte,Memorabili? Grazie Mille
Tony83
Tony83 - Mito - 30579 Punti
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Dovresti postare il testo della versione ;)
Niveous
Niveous - Erectus - 120 Punti
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Traduzione pubblicata dalla Zanichelli:

Mi sono domandato tante volte con stupore con quali argomenti mai gli accusa- tori di Socrate seppero convincere gli Ateniesi che egli meritava la pena di morte per le sue colpe verso lo stato. Questa era infatti l’accusa contro di lui: Socrate è colpevole di non credere agli dèi riconosciuti dallo stato e di introdurre altre, nuove divinità; è colpevole anche di corrompere i giovani.
Anzitutto dunque, quanto all’accusa che non credesse agli dèi riconosciuti dallo stato, di che prove mai si servirono? Giacché era risaputo che faceva spesso sacri- fici in privato e presso gli altari comuni della città, né costituiva mistero il fatto che ricorresse alla divinazione. In effetti si era sparsa la voce che Socrate sosteneva di ricevere indicazioni dal demone; certo fu soprattutto sulla base di questo che lo accusarono di introdurre nuove divinità.
Ma egli non introdusse niente di più insolito di quanto non facciano quelli che credono nella divinazione e interrogano il volo degli uccelli, gli oracoli, i presagi, i sacrifici. Essi presumono infatti non che gli uccelli o le persone incontrate per caso siano a conoscenza di quel che giova a chi li interroga, ma che essi siano lo strumento attraverso cui gli dèi rendono manifesto ciò, ed anch’egli credeva questo. Mentre però la maggioranza di costoro sostiene di essere distolta o in- coraggiata all’azione dal volo degli uccelli e dalle persone che incontra, Socrate invece parlava sulla base di ciò che lui stesso aveva compreso: sosteneva appunto che era il demone a dargli indicazioni.
E a molti di coloro che lo frequentavano sapeva predire ciò che dovevano fare e ciò che non dovevano, secondo l’avvertimento del demone; e quelli che gli obbedivano ne traevano vantaggio, mentre quelli che non gli obbedivano ave- vano motivo di pentirsene. Eppure chi non riconoscerebbe che egli non voleva sembrare ai suoi seguaci né uno stolto né un impostore? E sarebbe sembrato en- trambe le cose, se facendo previsioni come ispirato dal dio, si fosse nello stesso tempo rivelato bugiardo; è dunque evidente che non avrebbe fatto predizioni se non avesse creduto di dire la verità.

Ma per cose di questo genere, chi confiderebbe in qualcun altro se non in dio? E se Socrate confidava negli dèi, come poteva pensare che non esistono? Inoltre faceva anche questo con gli amici: per le cose che era necessario fare consigliava di agire pure come a loro pareva meglio; ma riguardo a quelle di cui era incerto come sarebbero andate a finire, li mandava a interrogare l’oracolo per sapere se si dovevano intraprendere.
E sosteneva che anche coloro che intendono governare bene sia una casa che una città, hanno bisogno della divinazione. Considerava infatti il diventare costruttore o fabbro o contadino o governante di uomini o l’esaminatore di questi mestieri, o ragioniere o amministratore o stratega, tutte attività oggetto di apprendimento e suscettibili di essere scelte dall’uomo sulla base della sua intelligenza. Diceva però che quello che in esse è decisivo gli dèi l’hanno riservato per sé e di ciò niente è chiaro agli uomini.
Né infatti chi ha ben coltivato un campo sa con certezza chi coglierà i frutti, né chi ha ben costruito una casa sa chi la abiterà, né il generale sa se porterà benefici il suo comando, né il politico sa se porterà benefici la sua guida dello stato, né chi si sposa con una bella donna per godere con lei sa se avrà da lei dolore, né chi acquista legami potenti in città sa se per causa loro ne sarà esiliato. E coloro che credono che in tutto questo non ci sia niente di divino, ma che tutto dipenda dall’intelligenza umana, diceva che son presi da pazzia.
Ma diceva che sono fuori di senno anche coloro che interrogano gli dèi per quelle cose in cui essi hanno dato agli uomini la capacità di discernere da soli attraverso l’apprendimento, come se uno li interrogasse per sapere se è meglio prendere a guida del carro uno che sa guidare o uno che non sa, o se è meglio mettere al comando della nave uno che sa fare il timoniere o uno che non sa, o come se uno li interrogasse su quelle cose che è possibile conoscere contando, misurando, pe- sando; riteneva che coloro che chiedono agli dèi informazioni di questo genere, compiano atti contrari alla legge divina.
Affermava che dobbiamo apprendere quelle cose che gli dèi ci hanno concesso di poter fare attraverso l’apprendimento, mentre quelle che restano oscure agli uomini, dobbiamo cercare di conoscerle dagli dèi attraverso la divinazione; essi infatti le rendono manifeste a coloro verso i quali sono ben disposti.
Inoltre viveva sempre sotto gli occhi di tutti. Al mattino infatti si recava nei portici e nei ginnasi e quando l’agorà era piena di gente, si poteva vederlo là, e per tutto il resto della giornata si trovava dove avrebbe incontrato più gente possibile. Per la maggior parte del tempo parlava e a chi lo desiderava, era possibile ascoltarlo. Eppure nessuno mai vide o sentì Socrate fare o dire niente di irreligioso o empio.
E infatti non trattava della natura di tutte le cose alla maniera della maggior par- te degli altri pensatori1, indagando com’è fatto quello che i sapienti chiamano «kòsmos» [universo ordinato] e per quali leggi necessarie avvenga ciascuno dei fenomeni celesti, ma indicava come matti anche coloro che si occupavano di tali questioni. E di costoro si chiedeva prima di tutto se mai impegnassero la loro mente in tali argomenti perché credevano di saperne già abbastanza delle cose umane, oppure se pensavano di fare la cosa giusta, trascurando le questioni uma- ne per le divine.

E si stupiva che non fosse evidente per loro come non sia possibile agli uomini svelare questi misteri dal momento che anche quelli che andavano assai fieri di occuparsi di tali cose non avevano le stesse opinioni, ma si comportavano l’un verso l’altro come gente fuori di senno. [...]
E fra quelli che si arrovellano sulla natura di tutte le cose, alcuni credono che uno solo è l’essere, altri che è di numero infinito e alcuni che tutto è sempre in movimento e altri che niente è mai in movimento e alcuni che tutto si genera e tutto perisce, altri che niente mai nasce né perirà.
Riguardo a tali pensatori si chiedeva anche questo: forse come coloro che hanno appreso le cose umane pensano di poter fare ciò che hanno imparato per sé e per chiunque altro vogliano così anche quelli che indagano le cose divine credono, dopo aver scoperto per quali leggi necessarie si verifica ciascun fenomeno, di po- terlo riprodurre quando vogliano, ad esempio venti, piogge, stagioni e qualunque altra cosa siffatta di cui abbiano bisogno, oppure non si aspettano neppure niente del genere, ma basta loro soltanto conoscere per quali cause avviene ciascuna di queste cose? Questo egli sosteneva dunque riguardo a coloro che sono impegnati in argomenti di questo tipo.
Lui invece, per parte sua, trattava sempre questioni inerenti agli uomini, indagan- do su che cosa fosse pio, che cosa empio, che cosa bello, che cosa turpe, che cosa giusto, che cosa ingiusto, che cosa la saggezza, che cosa la pazzia, che cosa il coraggio, che cosa la viltà, che cosa lo stato, che cosa l’uomo politico, che cosa il governo degli uomini, e che cosa l’uomo adatto a governare gli uomini e circa le altre cose indagava quelle conoscendo le quali si era a suo giudizio dei veri gentiluomini e ignorandole si poteva a ragione essere chiamati schiavi.
Riguardo alle cose dunque su cui non era evidente come la pensasse, non c’è da stupirsi che i giudici si siano sbagliati su di lui; ma quello che era a conoscenza di tutti, non è strano che non l’abbiano considerato? Una volta, appunto, quando era stato buleuta2, e aveva pronunciato il giuramento buleutico, in cui era previsto di «consigliare secondo le leggi», fu scelto per presiedere l’assemblea come epistàtes, e poiché il popolo desiderava mandare a morte tutti con un sol voto, in modo contrario alla legge, Trasillo, Erasinide e quelli insieme a loro3, non volle mettere ai voti la proposta, nonostante l’ira del popolo e le minacce di molti personaggi potenti.

Ma considerò più importante mantenere il giuramento fatto che essere gradito al popolo e difendersi da chi lo minacciava, violando la giustizia. Credeva infatti che gli dèi prestino attenzione agli uomini, ma non nel modo in cui si pensa comune- mente: si ritiene che essi sappiano alcune cose ed altre no. Invece Socrate era del parere che gli dèi conoscano ogni cosa, parole e azioni e pensieri non espressi a parole, e che essi siano presenti in ogni luogo e diano indicazioni agli uomini su tutte le questioni umane.
Mi domando dunque con stupore come mai gli Ateniesi si fecero convincere che Socrate non aveva opinioni corrette nei riguardi degli dèi, lui che non aveva detto né fatto mai niente di irrispettoso verso la divinità, ma anzi diceva e faceva proprio quelle cose facendo e dicendo le quali una persona sarebbe in realtà e verrebbe considerata estremamente pia.

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