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Cesare ed Augusto: i caratteri e lo stile

Quando si comincia a parlare d’Augusto non è possibile farlo se non contrapponendolo a Cesare. Troppo diversi i due in tutto, nel fisico, nel carattere, nell’educazione, nello sviluppo della vita. E' ben difficile trovare un elemento a comune denominatore se non il posto d'onore che essi conservano nella storia romana.

Non è mai accaduto che due uomini usciti dallo stesso ceppo familiare si siano succeduti nel dare opera, con criteri tanto diversi, alla più grande creazione storica che il mondo abbia veduto.

Alla genialità vasta e possente di Cesare, dà continuità la sagacia, la costanza, la duttilità e l'equilibrio d’Augusto. Entrambi accomunati, però, nello scopo finale, la salvezza e la perpetuità della missione di Roma.

In questa opera li sorregge una straordinaria tensione morale, un fondo di misticismo, comune in tutti i grandi spiriti. Entrambi avevano visto le insufficienze ed i mali dello Stato; la loro diagnosi coincideva perfettamente. Profondamente diversa era la cura.

Cesare operò sempre da solo, come un navigatore solitario. Augusto credeva nel gioco di squadra, di cui sapeva essere il regista. Cesare non seppe individuare luogotenenti di cui sia rimasta traccia positiva. Augusto, invece, seppe scegliersi collaboratori coi fiocchi di cui guadagnò la devozione completa fino alla fine.

Cesare fu capo di Roma per soli pochi mesi e morì in maniera tragica. Augusto lo fu per 57 anni e morì di una serena vecchiaia fra le braccia della moglie.

La situazione dopo l’uccisione di Cesare
Dopo l'uccisione di Cesare, il 15 marzo del ’44 a. C., la lotta politica sembrava limitata al partito cesariano capeggiato da Antonio ed a quello dei congiurati.

Arbitro della contesa avrebbe dovuto essere il Senato. L'alternativa era una sola: sconfessare Cesare od i congiurati. Fu trovata una "brillante" soluzione di compromesso: Cesare non era un tiranno e non aveva aspirato al regno, ma per i congiurati fu riscoperta la parola amnistia giacché fu considerato che avessero agito nell'interesse dello Stato. La situazione sembrava normalizzata.

All’apertura del testamento di Cesare, ancora una volta, quel grande Condottiero realizzava la sorpresa. Quale erede, era indicato Caio Ottavio. Chi era costui?

Era nato a Velletri nel 63 a. C. aveva, quindi, poco più di 18 anni. Nella lotta fra congiurati ed Antonio sembrava destinato a fare la rapida fine del vaso di coccio fra quelli d'acciaio. Era pronipote di Cesare, poiché nipote della sorella Giulia. Lo zio lo aveva preso a ben volere e lo aveva voluto con sé in occasione dell'ultima spedizione in Spagna contro i pompeani.

Lo aveva mandato in Epiro a fare esperienza militare in vista della guerra contro i Parti. Era ad Apollonia quando gli giunse la notizia dell'assassinio dello zio. Gli amici lo esortavano ad assumere il comando delle Legioni dell'Epiro ed a marciare contro Roma. I familiari lo scongiuravano di rimanere dov'era e di non abbracciare la politica. Non accettò i consigli della temerarietà e della pusillanimità, scelse una linea d'azione di fermezza. Venne in Italia, da solo, senza minacciare nessuno, ma determinato a far valere i suoi diritti.

Giunse a Roma all’inizio di maggio del 44, si incontrò con Antonio chiedendo che fossero convocati i Comizi Curiati che dovevano dare esecuzione alle ultime volontà testamentarie di Cesare e pretese di avere i fondi trovati nella sua casa.


Augusto diventa Console
La contesa politica fra cesariani e congiurati diventava sempre più aspra. Ottaviano si rese conto di due cose. La prima era l'inevitabilità di un contrasto con Antonio; la seconda, la sua posizione era, al momento, molto più debole. Non gli rimaneva che cercare il consenso del popolo. Lo fece con una manovra audace e demagogica.

Antonio si ostinava a rifiutare la consegna del denaro di Cesare? Vendendo propri terreni e facendo cospicui prestiti, Ottaviano si procurò la somma sufficiente a dare esecuzione alla volontà paterna di dare 300 sesterzi ad ogni romano. L'elargizione riscosse l'ampio consenso del popolo aumentando enormemente la fama di Ottaviano. Antonio si rese conto che non poteva più sottovalutare quel ragazzo che, sotto l'aspetto diafano e malaticcio, mostrava d’avere la stessa spina dorsale di Cesare.

Per rafforzare la sua posizione. Ottaviano comprese che vi era un solo mezzo: avere un proprio esercito. Con un altro gesto di suprema audacia, al di fuori ed al di sopra d’ogni legge, con l'aiuto dei veterani del padre adottivo, riuscì ad arruolare alcune migliaia di uomini ed a costituirsi un proprio esercito. Fu un atto rivoluzionario che diede avvio alla sua potenza.

Lo scontro politico fra cesariani e congiurati si era ormai trasformato in una lotta armata ed il Senato fu costretto a sanare l’irregolare posizione di Ottaviano conferendogli la facoltà propretoria.

Antonio intanto marciava contro Decimo Bruto che si era organizzato a difesa a Modena. Fu tentata una mediazione da parte del Senato, ma Antonio rifiutò. Il Senato decretò allora lo stato di tumulto e conferì ai due nuovi Consoli ed allo stesso Ottaviano l'incarico di ristabilire l'ordine.

Lo scontro avvenne a Modena. Antonio fu sconfitto e dovette ritirarsi con le sue truppe verso la Gallia Narbonese, inseguito da Decimo Bruto (Aprile 43).

I due Consoli morirono negli scontri. La collaborazione di Ottaviano con gli avversari di Cesare era stata solo d’ordine tattico nell'intento di ridimensionare la potenza di Antonio. Ora era lui in una posizione di grande forza. Si rifiutò di partecipare all'inseguimento d’Antonio ed operò un ulteriore ardimento: i Consoli erano morti, poteva pretendere la carica di Console!

Pochi giorni dopo era a Roma con le sue Legioni a dar peso alla richiesta. Un Senato disorientato ed impaurito dovette eleggerlo Console. Era il 10 agosto del 43. Erano passati 17 mesi dalle Idi di Marzo ed Ottaviano non aveva ancora 20 anni! Il pulcino aveva spiccato il volo!

Il secondo Triumvirato e la guerra civile
A Roma Ottaviano, padrone della situazione fece approvare la legge che dichiarava crimine sacrilego l'uccisione di Cesare e decretava la più grave pena per i suoi autori. Era così compiuto quell'atto supremo che lo stesso Antonio non aveva avuto il coraggio di compiere. Era aperta una nuova guerra civile.

Ed era necessaria anche una riconciliazione con Antonio per ricompattare tutto il partito cesariano e completare la lotta contro i congiurati.

Si incontrò con Antonio e Marco Lepido presso Bologna e stipularono un accordo, noto come secondo Triumvirato. Al fine di riordinare lo Stato, i Triumviri avrebbero avuto poteri straordinari, liberi da qualunque ingerenza del Senato. Si era nel novembre del 43 ed un Senato ormai alla deriva sancì il predetto accordo.

Completata l'eliminazione degli avversari politici inseriti nelle liste di proscrizione, non rimaneva che lo scontro con Cassio e Bruto in Oriente.

Lo scontro avvenne a Filippi. Bruto si trovò di fronte le truppe d’Ottaviano e riuscì vincitore. Cassio invece subì una grave sconfitta da Antonio e si uccise. Alcuni giorni dopo vi fu un secondo scontro completamente sfavorevole a Bruto che, abbandonato anche dalle truppe superstiti, si uccise. Il merito principale della vittoria andava ad Antonio. Siamo alla fine d’ottobre del 42 a.C..

Dopo due anni e mezzo, la morte di Cesare era completamente vendicata.

La difficile convivenza con Antonio e la battaglia di Azio
Vi fu ora una nuova ripartizione dei compiti fra i Triumviri. Ad Antonio andò l'Oriente ove maggiori erano le esigenze militari. Ottaviano ritornava a Roma, ove erano prevalenti le esigenze politiche. A Lepido fu concessa l'Africa.

Dal 42 al 31 vi fu un lungo periodo di difficile convivenza tra Antonio ed Ottaviano. Troppo diversi i due per cultura, per stile di vita, per senso dello Stato. In questo scenario s’inserì Cleopatra che fiaccò completamente la personalità e l’energia d’Antonio.

Si arrivò inevitabilmente allo scontro che avvenne ad Azio, in Grecia.

Pur disponendo di una notevole superiorità sia in campo navale sia in quello terrestre, Antonio non n’approfittò. Evidenziava una crescente apatia non riuscendo a decidersi fra una battaglia navale ed una terrestre. Aveva ormai perduto l'antica rapidità di decisione, imparata a fianco a Cesare.

Col tempo decise di combattere sul mare, subendo anche in questo la volontà di Cleopatra. I suoi errori furono in ogni modo molti. Aveva sì 500 navi, ma le aveva costipate entro un golfo dall'angusta bocca.

Il 2 settembre del 31 le navi d’Antonio si mossero per uscire dal Golfo e si ebbe lo scontro. Lo svolgimento della battaglia non è chiaro, tuttavia fino a mezzogiorno la situazione si mantenne incerta. In quel momento si vide la nave di Cleopatra abbandonare l'area dello scontro e dirigersi verso sud.

Con lei si allontanarono 60 navi egiziane. Assurdamente anche Antonio, abbandonò i suoi e si diresse al seguito di Cleopatra. Fu inevitabile lo scoramento nelle file antoniane. La giornata finì con la perdita o la resa dell'intera flotta. Di fronte ad un così triste spettacolo, anche l'esercito antoniano si arrese. Antonio si suicidò ad Alessandria, seguito, poco dopo da Cleopatra.

Eliminati i congiurati ed Antonio, la pace era ormai completa. Fu chiuso il tempio di Giano che il rito religioso voleva rimanesse aperto in tempo di guerra e che, per sole due volte, era stato chiuso dalla fondazione della città.

Il riordinamento dello Stato
Ottaviano aveva 33 anni ed aveva di fronte a se un compito immane: rimettere in ordine uno Stato ingrandito e sconquassato da quasi 20 anni di guerra civile.

Uno dei primi provvedimenti fu la revisione del Senato, necessaria per i troppi rimaneggiamenti che si erano avuti negli anni precedenti e per l'ormai troppo elevato numero dei suoi membri, giunti quasi al migliaio.

Invitò molti a dimettersi. Poi, per ridurre ulteriormente il numero, scelse 30 Senatori d’assoluta probità. A questi dette il compito di designarne altri 30 e così via fino a raggiungere il numero finale di 600.

Impose poi un nuovo regolamento finalizzato a migliorare il funzionamento del Senato. In particolare impose ammende per le assenze non giustificate, ridusse il numero delle sedute obbligatorie a due il mese, stabilì di trattare gli affari meno importanti con una giunta di Senatori estratti a sorte (Consilium Principes)

Nel 29 il Senato conferì solennemente ad Ottaviano il titolo d’Imperatore, non come appellativo, ma come Prenome, con facoltà di trasmetterlo agli eredi.

La riforma costituzionale
Fino ad allora, Ottaviano aveva mantenuto il vecchio assetto costituzionale repubblicano, tentando di migliorarne soltanto il funzionamento.

Egli si rese, comunque, conto della necessità di una nuova Costituzione.

I confini dello Stato romano si erano enormemente allargati, superando l’orizzonte della città-stato per diventare un Impero. Non era più possibile che un tale coacervo di popoli fosse governato da Magistrati romani che cambiavano ogni anno.

Era necessaria una riforma che garantisse uniformità, continuità e stabilità. Occorreva trovare altri istituti più consoni al tempo od allo spazio enorme da governare. Andavano, tuttavia, evitate soluzioni radicali e nette.

Il primo passo fu la sanzione della fine dell’emergenza. Questo fece Ottaviano in una memorabile riunione del 13 giugno del 27 a.C.. Riportiamo le sue parole, pronunciate davanti al Senato "Depongo l'intero potere e vi rendo completamente le armi, le leggi ed i popoli soggetti".

Con questa rinuncia la Costituzione repubblicana ritornava alla sua forma originaria. Ma a questo punto s’inserì la riforma costituzionale, preparata e conseguita con grande sagacia politica e non con la forza. Il Senato pregò Augusto di voler conservare il governo di quelle provincie che non potevano essere considerate del tutto tranquille. Augusto accettò quest’incarico per 10 anni, acquisendo, in tal modo, un imperium proconsolare.

Con questo provvedimento, si ebbero due categorie di provincie:

- la prima, sotto il controllo del Senato che le faceva governare come di consueto da ex Consoli o ex Pretori, inviati annualmente;

- la seconda (provincie di confine e non tranquille), controllate da Augusto, per mezzo di propri Luogotenenti che rimanevano in carica per quanto tempo fosse necessario. Si veniva in questo modo a creare una nuova figura giuridica che non era quella del Magistrato, bensì quella dell'alto funzionario regolarmente retribuito. Le Legioni stanziate in queste provincie, sostanzialmente, facevano capo allo stesso Augusto.

Un altro provvedimento con cui Augusto mantenne e rafforzò i suoi poteri sostanziali, mascherandoli con la rinuncia a poteri formali, si verificò nel 23 a.C. quando rinunciò al Consolato, incarico troppo appariscente, facendosi dare la "tribunicia potestas", incarico più defilato ma con grandi poteri, specie per la facoltà di veto nei riguardi di tutte le iniziative del Senato.

Augusto aveva il potere più assoluto pur mantenendo inalterato l'edificio costituzionale nella sua antica costruzione. In sostanza fu creata una forma di diarchia (sovranità divisa fra Augusto e Senato).

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