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La costituzione sull'uguaglianza dei cittadini quando si forma?
coltina
coltina - Genius - 11961 Punti
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Scusa non capisco la domanda...cos vuoi sapere esattamente?
Quando nella Costituzione entra il principio di uguaglianza? e quale Costituzione, quella Italiana?
Altrimenti mi viene da dire che la prima fu quella Americana seguita da quella francese!
mirma02
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so che è TROPPO lungo ma è l'unica cosa che sono riuscita a trovare su internet che combaciava con la tua domanda :asd


Conoscere

I principi di “uguaglianza” e “libertà”, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo alla Costituzione italiana

di Maria Donata Di Stefano

Se la formulazione di una legge o di una regola giuridica è l’espressione della civiltà di un popolo, non possiamo non convenire sui caratteri di <modernità> dei concetti presenti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Già nella premessa al documento dell’Assemblea nazionale, infatti, si parla di <diritti dell’uomo>, di diritti naturali, inalienabili e sacri, come dimostra l’articolo primoi che si apre proprio con la considerazione della libertà e della uguaglianza <per nascita> di tutti gli uomini.
Da un punto di vista giuridico i diritti umani attribuiscono ad ogni persona una dignità che è indipendente dalla nascita, dalla cittadinanza, dalle condizioni personali e sociali. Tali diritti rientrano nell’ambito di un < diritto naturale > che preesiste e giustifica una qualsiasi forma di <diritto positivo>. Per diritto naturale si intende id quod sempre aequum et bonum est, cioè un insieme di regole non sempre codificate che trovano il loro fondamento nei principi superiori di Giustizia ed Equità.
Noi uomini dell’occidente, eredi di una certa storia, di una certa tradizione, di una certa <cultura>, abbiamo a disposizione alcuni punti di riferimento fondamentali che traggono la loro origine proprio nella Dichiarazione del 1789; non sorprende, pertanto, che molti diritti presenti nella nostra Costituzione siano già enunciati nel 1789.
L’articolò primo della dichiarazione recita infatti: “ Gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune”.ii Confrontato con i primi articoli della Costituzione italiana, notiamo come esso ne rappresenti il presupposto.

Se l’articolo 2iii della costituzione repubblicana, facendo riferimento ai diritti<inviolabili> dell’uomo rimanda a quei concetti di dignità inerenti l’essenza stessa dell’umanità, l’articolo 3 definisce nella uguaglianza il principio fondamentale da cui dipendono tutti i successivi diritti.
Tuttavia, non si può parlare di libertà se prima non si parla di uguaglianza. I due concetti sono complementari: solo un cittadino uguale davanti alla legge può godere delle libertà che una costituzione repubblicana garantisce.
A norma del primo comma dell’art.3iv leggiamo :“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ciò vuol dire che il legislatore non può discriminare gli individui in base a questi parametri. Questo primo comma resterebbe una pura enunciazione teorica se non fosse integrato dal secondo, che recita: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”.
Si parla di uguaglianza formale nel primo comma dell’art.3 e di uguaglianza sostanziale nel secondo comma, perché nella prima parte si specifica il presupposto logico-linguistico di un concreto intervento dello stato.
La nostra Costituzione affida alla Repubblica il compito di intervenire per rimuovere gli ostacoli materiali, affinché tutti i cittadini siano posti su un piano di sostanziale parità. L’articolo 34, ad esempio, in riferimento al diritto allo studio, è complementare all’articolo 3 quando recita: “ (…) I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”
Il costituente, riconosciuto che non è sufficiente stabilire una eguaglianza giuridica dei cittadini quando esistono ostacoli di ordine economico, ha affidato ad una repubblica, che ha come norma fondamentale un principio di uguaglianza formale e sostanziale, il compito di rimuovere gli ostacoli materiali.
In riferimento al diritto di uguaglianza, notiamo come la nostra costituzione repubblicana dedichi diversi articoli finalizzati a raggiungere una parificazione tra uomo e donna, laddove, nella dichiarazione dei diritti del 1789, la donna non è affatto menzionata. Le ragioni di ciò sono di ordine culturale e sociologico, che esulano dallo scopo di questo studio, tuttavia riteniamo opportuna qualche riflessione.
La dignità della donna è un concetto che emerge in modo implicito dalla lettura di numerosi articoli della Costituzione, i quali costituiscono un corollario della tesi sull’uguaglianza espressa dall’ articolo 3. L’articolo 29 della Costituzione, ad esempio, il primo di una sere di articoli che regolano i rapporti etico-socialiv, recita: “ La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Questa norma è stata posta a fondamento di quella riforma del diritto di famiglia che giudicava incostituzionali, perché contrari al principio di uguaglianza, molte norme sia del codice civile, sia del codice penale.vi
Se è dunque vero che la famiglia è fondata sul matrimonio come unione spirituale dei coniugi, il matrimonio è a sua volta alimentato dalla esigenza di uguaglianza morale e giuridica.
Se può essere semplice realizzare un’ uguaglianza giuridica, la peculiare genericità dell’ aggettivo morale rende difficile la effettiva realizzazione e tutela della norma, anche perché una tradizione secolare di costume si oppone alla effettiva eguaglianza dei coniugi.
Nonostante infatti alcuni interventi legislativi, la parità tra uomo e donna non può dirsi ancora raggiunta, per la persistenza di forme di discriminazione dirette e indirette.
Se è vero che l’articolo 51vii afferma che: “Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge(…)”, è anche vero che sono pochi i posti di alta responsabilità ricoperti dalle donne. Per queste esigenze è stato istituito negli ultimi anni il “Ministero per le pari opportunità”, a dimostrazione di come un principio espresso, fin dal 1947, non sia sufficiente alla sua applicazione.
Indipendentemente dalle normative successive al principio costituzionale, occorrerebbe un processo di maturazione civica ed ideologica che deve, per legge storica naturale, fare il suo corso, a dimostrazione di come alla base di ogni cambiamento materiale sia necessaria una ideologia che lo sostenga.

Il principio di “uguaglianza” codificato dalla dichiarazione del 1789, per quanto espresso in forma molto generica, è il punto di partenza della evoluzione, non ancora conclusa, di un concetto.
In alcuni articoli della Dichiarazione sono tuttavia presenti principi di uguaglianza molto vicini ai principi della Costituzione: l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge è garantita dall’articolo 6viii della Dichiarazione, così come il diritto democratico riconosciuto a ciascun cittadino di concorrere personalmente, o mediante i suoi rappresentanti, alla sua formazione.
Il riconoscimento del principio di uguaglianza davanti alla legge è contenuto anche nelle costituzioni liberali del 1800, ad esempio l’articolo 24 dello Statuto Albertino recita: “ Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali in faccia alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessi alle cariche civili e militari, salve le eccezioni determinate dalle leggi”.
La novità della Carta Costituzionale in materia di uguaglianza è data dalla previsione delle situazioni di fatto alle quali deve essere applicata.
Si è già parlato dell’art.29 circa l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e di come di essa non si parli affatto nella Dichiarazione ; si è fatto cenno all’uguaglianza dei cittadini dell’uno e dell’altro sesso nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettiveix, è importante riflettere, inoltre, sulla garanzia, da parte dello stato di un’ equa retribuzione del lavoro compiuto dai lavoratori, dalle lavoratrici e, a condizioni particolari, dai minori.x
Al principio di uguaglianza formale si conforma, inoltre, l’eguale libertà di espressione di tutte le confessioni religiosexi, mentre nello Statuto Albertino, essendo dichiarata la religione cattolica <religione di stato> , gli altri culti vengono solamente tollerati.xii
Relativamente all’applicabilità del principio di uguaglianza formale a situazioni diverse da quelle espressamente indicate dall’art.3, bisogna considerare che esso non può significare assoluta parità di trattamento, anche perché se così fosse contraddirebbe se stesso.
Il principio può dirsi integralmente applicato in quanto la legge tratta in modo uguale situazioni uguali e in modo diverso situazioni diverse.
Possono esistere, infatti, circostanze obiettive che impediscono una assoluta parità di trattamento, perché la stessa Costituzione ha apportato delle deroghe al principio. Tali deroghe sono contenute negli articoli 68xiii e 122, che sottraggono i parlamentari ed i consiglieri regionali alla responsabilità civile, penale ed amministrativa, per le opinioni espresse ed i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. L’articolo 68 subordina, inoltre, ad una autorizzazione della Camera alla quale appartengono, la limitazione della libertà personale dei parlamentari ed un eventuale procedimento penale a loro carico.
Allo stesso modo il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio ed i Ministri, che abbiano compiuto determinati reati, sono sottratti alla giurisdizione ordinaria, in particolare il Presidente della Repubblica è responsabile unicamente in caso di alto tradimento o di attentato alla Costituzione.xiv
Anche per un lettore superficiale tali norme non appaiono contraddire il principio di uguaglianza espresso dall’art.3, proprio perché la Costituzione garantisce parità di trattamento di tutti i cittadini per raggiungere i più alti gradi degli studi, attraverso quegli aiuti materiali ai bisognosi, se capaci e meritevoli.
La Costituzione rimette, però, al cittadino, il dovere di svolgere, secondo la propria scelta e le proprie possibilità, un’attività che concorra al progresso materiale e spirituale della società.xv Il lavoro è quindi un diritto-dovere per il cittadino di una repubblica fondata, appunto, sul lavoro, per cui non esistono più distinzioni in base al titolo, al grado o all’appartenenza ad una classe socialexvi, in uno stato in cui l’unico titolo di dignità è da rinvenire nello svolgere un’attività che concorra al progresso della società.
Nel momento in cui la Repubblica enuncia un principio di uguaglianza formale e fornisce i mezzi per una uguaglianza sostanziale, è rimesso al talento dei cittadini, al loro estro e alla loro volontà, il raggiungimento dei più alti livelli politici, economici, sociali e culturali. E’ questa la principale conquista della Costituzione Repubblicana, dopo la parentesi fascista che, anche se solo formalmente, manteneva in vigore lo Statuto Albertino.
Non possiamo negare che il concetto di uguaglianza, così bene espresso nella Costituzione Repubblicana del 1948, tragga la sua origine proprio dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, essendo questa la base di ogni costituzione repubblicana europea.
Non è un caso, infatti, che si parli di cittadino e non di suddito, per sottolineare la pari dignità di tutti gli abitanti della civitas, senza distinzione di classe sociale.
Il termine <suddito> è mantenuto all’interno dello Statuto Albertino, proprio perché esso è un chiaro esempio di costituzione elargita ai cittadini da parte di un re la cui autorità sovrana<sottomette> coloro che si trovano in una posizione subalterna. Il termine <suddito> infatti, deriva dal latino subditu(m), participio passato di subdere <sottomettere>.xvii
Il potere del re emerge dalla lettura di molti articoli dello statuto, infatti il potere legislativo è esercitato collegialmente dal re e dalle due Camere, di cui una, il Senato, è nominata direttamente dal sovrano.
La persona del re è sacra ed inviolabilexviiied è detentrice del potere esecutivo dello stato, sanzionando le leggi e promulgandole.
La sovranità di uno stato a costituzione repubblicana appartiene, al contrario, al popolo, in ottemperanza ad un fondamentale principio di uguaglianza, che non è pura omologazione di tutti, ma che trova il suo limite, paradossalmente, proprio in quel principio di libertà presente in numerosi articoli della Costituzione.
Possiamo concludere, infine, che il concetto di uguaglianza include quello di libertà, come a buon diritto afferma Bobbio : “(…) L’unica forma di eguaglianza che non solo è compatibile con la libertà così come è intesa dalla dottrina liberale, ma è addirittura richiesta da essa è l’eguaglianza nella libertà: il che significa che ognuno deve godere di tanta libertà quanta è compatibile con la libertà altrui e può fare tutto ciò che non lede l’eguale libertà degli altri (…)”xix.

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