pexolo di pexolo
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Il capitalismo tende, per natura propria, non alla produzione per il consumo, ma alla produzione per il profitto, e ciò lo espone, con alta frequenza ciclica, a crisi di sovrapproduzione. L'accumulazione di capitale si ottiene dalla peculiarità della merce-lavoro, in quanto è pagata, dal capitalista al proletario, al «valore di scambio» (valore oggettivato nei mezzi di sussistenza primari, sufficienti al mantenimento in vita del lavoratore e della sua. famiglia), e non al «valore d'uso» delle ore lavorative, valore oggettivato nelle merci prodotte. In breve, la merce-lavoro rende più di quanto il capitalista la paga. Tuttavia, egli chiarisce che tale fonte di plusvalore ha evidenti limiti. Si tratta di questo: diminuendo i tempi di produzione, il capitalista può diminuire i costi per unità prodotta; immette il prodotto sul mercato a prezzo ribassato, mentre ne aumenta le quantità vendute, in modo sufficiente a mantenere stabili gli incassi. Per esempio, se incassa un milione di lire dalla vendita di cinque unità prodotte in una giornata, potrebbe incassare la medesima cifra vendendo, a metà prezzo, dieci unità prodotte nello stesso numero di ore. Pur non avendo un evidente guadagno diretto, il capitalista può contare su un risparmio indiretto: infatti, come sopra abbiamo detto, la legge bronzea dei salari stabilisce che l'importo dei salari tende al minimo sufficiente per la sussistenza del lavoratore, e se questi trova sul mercato prodotti di prima necessita a prezzi inferiori, può acquistarli anche se fruisce di un salario più basso. In altre parole, aumentando pluslavoro», a parità di incassi, il capitalista registra accumulazione da risparmio sulle spese per salari («parte variabile del capitale»).

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