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Nuova filosofia della scienza - Tesi ed esponenti principali

Tesi principali
Alcune delle fondamentali tesi dell’«epistemologia post-positivistica», anche detta «nuova filosofia della scienza», che derivano in larga parte dal popperismo, sono:

1) L’anti-empirismo e l’anti-fattualismo, ossia la messa in questione della fase empirica: quella che in Popper era una diversa considerazione della fase empirica, nei nuovi filosofi della scienza diviene un preciso e radicale antiempirismo; se, kantianamente, ci rivolgiamo ai fatti attraverso il pensiero, le congetture e le nostre presupposizioni, non incontreremo mai i fatti (Paul K. Feyerabend parla di una «scienza senza esperienza», cioè dell’inscrutabilità della fase empirica, che a suo avviso è un «mito»)

2) Recupero della dimensione storico-psicologica della scienza, che si configura accanto a quella logica (contro il Neopositivismo e Popper: attenzione rivolta quasi esclusivamente alla struttura logica della scienza, secondo un’indagine sincronica sulla scienza, mentre ora il dualismo psicologia della ricerca/logica della scoperta è ritenuto privo di alcun senso, si riconsidera la scienza nel suo svolgersi storico, che è stato dimenticato; si tenta un «matrimonio» tra epistemologia e storia della scienza, anche se non è un’unione d’amore ma d’«interesse», dal momento che l’epistemologia tende ad allontanarsi dalla storia e lo stesso fa quest’ultima, mentre ad entrambe gioverebbe tale unione: l’epistemologia ci guadagna nella ripresa della dimensione storica della scienza, che era stata dimenticata, la storia della scienza nella ripresa di quello schematismo epistemologico che, forse, la storia positivistica aveva dimenticato).

3) Messa in luce dei condizionamenti extra-scientifici (sociali, pratici, metafisici ecc.) cui è sottoposta la scienza; nel considerare il sapere scientifico si sono comunemente assunte due posizioni: da un lato si prediligeva una visione internalista, per cui il sapere scientifico procede con la sola forza della razionalità e qualsiasi inciampo trova esternamente esso riesce a superarlo, la scienza progredisce da se stessa, dall’altro si è configurata una visione esternalista, secondo cui la scienza progredisce attraverso incentivi economici, psicologici, scientifici (lo sviluppo di determinati settori della scienza è stato dovuto ad interessi economici→scienza farmaceutica; altri sono stati rallentati da fattori esterni→Galilei: astuto polemico della chiesa: se non avesse avuto aiuti economici non avrebbe potuto diffondere a quel livello le sue idee).

4) La negazione di un presunto «metodo» fisso, unico (empiristico/verificazionistico/deduttivistico) del sapere e di ogni rigida «demarcazione» della scienza rispetto alle altre attività umane: la scienza si caratterizza per una pluralità di metodi, che comporta anche l’uso «spregiudicato» dei metodi (Feyerabend: «in scienza tutto va bene», Polanyi: «con qualsiasi mezzo», «anarchismo metodologico», che non significa assenza di metodo, ma l’adozione di una pluralità di metodi, che possono essere anche in conflitto tra loro)

5) Primato del teorico, o meglio, dei fatti «sporchi» di teorie.

6) La propensione a considerare le teorie non in termini di «verità» (in termini di rappresentazione o di verificazione), bensì di «consenso» (→Egidi: accusa di relativismo; il mettersi d’accordo su che cosa sia la verità, non partire dall’assunto che essa sia qualcosa di oggettivo).

7) L’introduzione del concetto di discontinuità, per cui si nega che il cammino della scienza sia stato continuo: non assistiamo al succedersi di teorie come di una verità sull’altra, laddove una teoria costituisca un inveramento di quella precedente, ma all’incommensurabilità tra un universo teorico e l’altro, fra i quali sussiste un «taglio», non solo storico ma anche epistemologico, cioè un taglio di razionalità, di ragioni, che porta all’impossibilità di paragonare una teoria ad un’altra (incommensurabilità) ed ontologico, cioè, ragionando in modo diverso cambia il modo di vedere la realtà, cambia la stessa realtà (il sole tolemaico non è il sole copernicano); fare scienza è «creare mondi», in modo infinito ed indefinito.

Thomas Kuhn[/h22]
Nell’idea di paradigma, cioè uno specifico universo concettuale in cui noi viviamo, che fa tutt’uno con l’ontologia, cioè con una determinata visione del mondo, che comporta una scienza, la «scienza normale», quella scienza che avviene dentro un paradigma. Ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche afferma che la rivoluzione scientifica è la rottura di un paradigma, che avviene quando dentro un universo concettuale alcuni problemi permangono irrisolti, si presentano delle anomalie. Attraverso una rivoluzione, che è una discontinuità, avviene il passaggio ad un altro paradigma, ad un altro mondo, ad un altro modo di vedere la realtà e di risolvere i problemi (gap logico e ontologico); si tratta di una vera e propria «conversione», simile a quella religiosa, per cui si ragiona e si vedono le cose in modo completamente differente.

[h2]Paul Feyerabend


Feyerabend, partendo dall’assunto popperiano “la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di «assoluto». La scienza non posa su un solido strato di roccia”, si spinge ad affermare «addio alla Ragione», ovvero: «la Ragione si unisce infine alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l’Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità e il loro predecessori più concreti, gli Dèi, che furono usati un tempo per incutere timore nell’uomo e per limitarne il libero e felice sviluppo: svanisce». A suo avviso, nella scienza non esistono norme, regole o princìpi assolutamente e rigidamente vincolanti, ma ogni ricercatore, come mostra la storia della scienza, utilizza, in libertà, i metodi che ritiene più opportuni. Da ciò il principio polemico secondo cui, nella scienza, «anything goes» (tutto va bene). La scienza è come l’arte, un costruire libero e creativo; perciò, egli difende strenuamente un liberalismo politico, come lo spazio in cui possa avvenire la scienza (La scienza in una società libera). Questo, però, non è il misconoscimento del fatto che fattori economici o politici determinano anche il cammino della scienza, egli si mantiene pur sempre entro una visione esternalista della conoscenza scientifica.

«Rivoluzione immaginaria»


Alcuni critici sostengono che queste tesi, le quali sembrano rivoluzionarie, in realtà determinano una «rivoluzione immaginaria» (Paolo Rossi), perché la rivoluzione già c’era stata: Fleck, nel ricompattare logica e storia della scienza, aveva già parlato di «stili del pensiero scientifico», Bachelard di discontinuità, Polanyi di scienza come arte e di un rapporto fra scienza e conoscenza personale.

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