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Sommario
Introduzione ..................................................................................................................................................... 3
Kierkegaard: incognita come incapacità di scelta ............................................................................................. 4
Il lavoro di Kierkegaard ..................................................................................................................................... 5
La situazione dell’uomo di fronte all’incognita ................................................................................................. 8
Leopardi e Verga: un’incognita a due facce ...................................................................................................... 9
L’incognita destinata a scontrarsi con la realtà .............................................................................................. 12
L’incognita come limite della conoscenza ...................................................................................................... 15
Il ruolo dell’incognita ...................................................................................................................................... 21
Fonti ............................................................................................................................................................... 22
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Introduzione
Nel cercare una tematica sulla quale costruire un percorso interdisciplinare ho riflettuto a lungo sulla vita di tutti i giorni. Ho pensato alle giornate scolastiche, ai momenti di studio pomeridiani ma anche allo sport e alle attività quotidiane.
Nel tentativo di trovare una passione che ben si prestasse a collegamenti con il programma svolto a scuola, mi sono spinto in una riflessione più profonda.
Considerando i diversi percorsi, mi sono reso conto che ognuno aveva degli aspetti che mi affascinavano enormemente senza che nessuno prevalesse sull’altro.
Dovendo focalizzarmi su un unico tema, mi sono trovato in difficoltà in quanto ogni scelta comportava la rinuncia ad altri che mi incuriosivano e interessavano in egual misura, pur se per aspetti differenti. Proprio in questa situazione mi è venuto in mente Kierkegaard e ho percepito come la sua filosofia fosse vicina alla realtà, iniziando così a riflettere sul perché della difficoltà nell’effettuare una scelta.
Nella vita di tutti i giorni mi è capitato e mi capita tuttora di dover prendere delle decisioni; alcune risultano relativamente semplici, altre invece si rivelano complesse anche per via dell’incertezza che le accompagna. Ad un primo approccio questo “lato oscuro” causa angoscia e preoccupazione e rende ancor più difficile la scelta.
Per questo motivo molto spesso l’ignoto viene visto con distacco, timore e si cerca di evitarlo. Personalmente ritengo invece che l’incognita, intesa come impossibilità di conoscere tutto, non sia da considerarsi un difetto e un limite umano, bensì uno stimolo e un motivo in più per vivere. Molte volte, in particolare durante le situazioni difficili, l’unico modo per andare avanti è sperare che qualcosa dell’ignoto futuro possa cambiare la nostra situazione. Chi ritiene che la conoscenza del tutto sarebbe un dono grandissimo in realtà sbaglia in quanto, senza l’incognita, si perderebbero il gusto e la speranza che rendono meno angosciante il presente. Il significato della vita si nasconde proprio dietro alla bellezza di ciò che non si conosce e al desiderio di riuscire a scoprirlo. Questa è la motivazione principale per la quale ritengo che la vita debba restare in funzione dell’incognita e meriti di essere vissuta in tal senso.
Nel percorso proposto partirò da un’analisi in ambito filosofico-umanistico, sviluppando il fascino e l’importanza che l’incognita racchiude in sé, fino a giungere nel contesto più scientifico, legato al campo fisico-matematico, che, nonostante cerchi di spingersi sempre più verso l’inconoscibile, è consapevole che non potrà mai raggiungere una pura verità.
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Kierkegaard: incognita come incapacità di scelta
Quante volte capita di trovarsi davanti ad un bivio e dovere scegliere una strada sapendo che imboccandone una si esclude per sempre la possibilità di percorrere l’altra? È difficile sceglierne una nella piena convinzione che sia quella giusta e Soren Kierkegaard lo sapeva molto bene. Nel suo “Diario Filosofico”, parla di un “grande terremoto”, di cui accenna vagamente alle cause, prodottosi a un certo punto della sua esistenza, che lo ha costretto a mutare il proprio atteggiamento di fronte al mondo.
Egli infatti non sarà mai in grado di prendere delle decisioni poiché, nella paura di compiere scelte sbagliate, preferirà rimanere nella condizione apparente di poter fare tutto senza in realtà scegliere alcun tipo di vita.
Sempre nel Diario, Kierkegaard parla di una “scheggia nelle carni” che è stato destinato a portare. Anche in questo caso risulta difficile trovare una precisa interpretazione. Tuttavia si ritiene che proprio questa “scheggia” abbia impedito al filosofo di continuare il fidanzamento con Regina Olsen con la quale si sarebbe dovuto sposare al termine degli studi.
Lungo tutta la sua vita, il filosofo continuerà a provare un senso di minaccia oscura e paralizzante che lo porterà a porsi in un “rapporto poetico” di lontananza di fronte all’incognita. Si dedicherà interamente alla presentazione e meditazione su tutte le possibili esistenze che avrebbe potuto vivere, cercando sempre di evitare ogni possibile riferimento direttamente riconducibile a se stesso, adottando frequentemente l’utilizzo di pseudonimi.
1 Soren Kierkegaard, filosofo Danese di inizio ‘800, si iscrisse alla facoltà di teologia di Copenaghen, presso la quale dominava l’ispirazione hegeliana; tuttavia non concluderà gli studi e non diventerà pastore protestante come invece avrebbe desiderato il padre.
2 Riguardo al “Grande Terremoto”, che ha cambiato la vita di Kierkegaard, vi sono differenti ipotesi: le più accreditate vedono in esso il trauma per la confessione del padre, in punto di morte, del rapporto extraconiugale con una donna dal quale sarebbe appunto nato il filosofo oppure una relazione amorosa di Kierkegaard con una prostituta.
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Il lavoro di Kierkegaard
Kierkegaard pone al centro della sua filosofia la vita individuale. Alla riflessione oggettiva, propria della filosofia di Hegel, ne contrappone una soggettiva. Affermerà che “La verità è una verità solo quando è verità per me”. La verità non è l’oggetto del pensiero ma il processo con cui l’uomo se ne appropria, la fa sua e la vive. L’essere umano vive insieme agli altri, ma di fronte alla propria coscienza è solo; è lui che deve decidere.
Il merito di Kierkegaard è proprio quello di aver sottolineato l’aspetto negativo della possibilità che paralizza l’uomo in quanto non offre solo una “possibilità che sì” ma anche una “possibilità che no” ovvero implica la negazione di ciò che è possibile.
Scrive infatti:
“Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensì la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una «possibilità che sì» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro.” [SOREN KIERKEGAARD, Aut Aut]
Kierkegaard evidenzia tre tipi di esperienze che l’uomo può fare nella sua vita, chiamandole per l’appunto “stadi di vita”. Si può vivere tutta l'esistenza in una sola dimensione, si può progredire ma anche regredire. Non vi è però mediazione tra uno stadio e l’altro, ma un “salto” che dipende dalla libera scelta del soggetto.
Il primo stadio presentato è quello estetico che è incarnato dalla figura dell’esteta, descritto da Kierkegaard nel suo “Aut-aut” e identificato con il Don Giovanni di Mozart.
3 Aut Aut è un’opera filosofica del 1843 nella quale Kierkegaard presenta le prime due possibilità di vita: quella estetica e quella etica. Il titolo stesso indica già come questi stadi non siano due gradi di uno sviluppo unico, che passi dall’uno all’altro conciliandoli, ma risultino in alternativa.
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Il seduttore sceglie di incentrare la propria vita sul piacere, sull’eccezionalità del momento seguendo la filosofia oraziana del “carpe diem”. Rifiuta la ripetizione ed è costantemente alla ricerca di un’esperienza nuova, più appagante di quella precedente. Lo stadio estetico porta alla disperazione, ovvero alla coscienza dell'assoluta vanità di ogni cosa. Tale disperazione può però condurre a due diversi atteggiamenti: il primo porta a considerare la disperazione una forma di divertimento e pertanto a perseverare nella vita estetica, nel secondo caso invece si può comprendere la vanità dell’esistenza estetica e accedere così allo stadio superiore, quello etico.
Lo stadio etico è rappresentato dalla figura del marito ovvero colui che decide di fare delle scelte ed assumersi le proprie responsabilità. Egli sostituisce all’amore fugace dell’esteta un'unica relazione, saldata dal matrimonio, con le conseguenti responsabilità legate ai figli e alla famiglia. L'esistenza dell'uomo etico è caratterizzata dalla scelta, con la quale egli conferma in ogni momento le decisioni prese. Davanti alla perfezione del divino, con cui il marito prima o poi si confronta, anche la vita etica appare limitata e insoddisfacente. Egli infatti percepirà la propria inadeguatezza morale, per esempio legata al modello del buon padre di famiglia, arrivando necessariamente allo stato conclusivo dello stadio etico: il pentimento.
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