Viaggiare... o scappare?
Cos'è il viaggio?
Secondo una semplice, quanto basica, forse anche un po’ banale definizione, il viaggio è uno spostamento da un preciso luogo di partenza ad un determinato punto di arrivo.
Se fosse solo questo un viaggio, non causerebbe molti interessi, curiosità, non susciterebbe tante attrattive ma sarebbe un mero movimento nello spazio.
È proprio per questa inesauribile fonte di conoscenza e di approfondimento che, fin dai tempi più antichi, il viaggiare è una delle azioni più affascinanti, l’elemento che più connota e denota il genere umano.
Viaggiare, come ha scritto Pessoa, non è che un “essere altro costantemente”. Un viaggio, con tutte le sue sfaccettature e le emozioni cui ci sottopone, ci concede l’illusione della fuga lasciandoci per ultima la sicurezza del ritorno. (Carla Fiorentino).
Durante tutta la sua storia l’uomo si è trovato, e si trova tuttora, in periodi di crisi durante i quali le certezze, acquisite faticosamente nell’arco degli anni, vengono polverizzate e dimenticate in breve tempo dando motivo all’uomo di tentare la fuga per cercare rifugio dalla realtà quotidiana.
In particolare fra l’Ottocento e inizio Novecento, si verifica una vera e propria rivoluzione che colpisce i più disparati ambiti del sapere e sancisce il passaggio dell’uomo all’epoca contemporanea.
Tale crisi è caratterizzata soprattutto dalla perdita della fiducia nella scienza, nella fede e nel progresso in generale.
Ecco quindi che l’uomo, alienato dalla società, cerca disperatamente di evadere dalla realtà attraverso vari modi. Io ho scelto di analizzare il tentativo di fuga dalla realtà attraverso appunto, il viaggio.
Mi rispecchio particolarmente con questo tema perché per me il viaggio è sinonimo di libertà, evasione dai problemi, dai pensieri, da un mondo che in cui non riesco a rispecchiarmi.
Voglia di avventura, ma allo stesso tempo ricerca di pace, di serenità, di felicità.
Quante volte, nei giorni un po’ bui, grigi, nei momenti di sconforto, di rabbia, di nervosismo, mi viene voglia di abbandonare tutto e scappare alla ricerca di un posto lontano, diverso, sperduto, dove vivere in altro modo, lontano dalla grigia società moderna, dallo stress di tutti i giorni, da un Paese che chiede, chiede e non dà nulla in cambio; dai telegiornali che diffondono notizie allarmiste, dai giornali che non sono più attendibili, da un’informazione che è sempre più negativa e, cosa ben peggiore, pilotata; dal lavoro che se sei fortunato ce l’hai ed è sempre più difficile ed insoddisfacente (ed ovviamente sempre meno pagato), e che se non ce l’hai fai davvero fatica a trovarlo; dal tempo che corre sempre più velocemente, da una città isterica e malata, dalle persone cattive, insoddisfatte, vuote, nervose, egoiste, frustrate, materialiste, perfide; dalla burocrazia, dalla falsità, dalle difficoltà, dallo stress.
Lontana da ciò che ci sta rendendo persone peggiori. Sfido chiunque a non aver mai pensato di scappare, anche solo per un giorno.
Vogliamo fuggire da un passato che non tornerà più e da un presente che ci nausea, e da un futuro che ci spaventa.
Vogliamo scappare da un mondo che ci fa vedere tutto nero, anche le cose belle che abbiamo ancora, che ci rende stanchi, stufi, vulnerabili, privi di fiducia, di speranza, disillusi, a volte addirittura insensibili.
Vogliamo fuggire dai problemi, dalla mancanza di soluzioni, dal dolore, dalla paura, dall’incertezza.
E intraprendere un viaggio verso qualcosa di migliore, di essenziale, oserei dire quasi primordiale.
Per tentare di recuperare ciò che qui si sta perdendo: noi stessi ed i veri valori. E la felicità.
Buon Viaggio.
Contenuti
Ho deciso di approfondire il contenuto della mia tesina analizzando attraverso le varie letterature studiate negli ultimi tre anni, cosa spinge l’uomo -negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento- a voler evadere dalla realtà, in che maniera cerca di farlo, con che mezzi e se effettivamente riesce, per poi infine approdare alla concezione filosofica della figura nietzscheana del viandante.
Analizzato la fuga metaforica e reale dalla realtà
Riferendomi alla letteratura italiana, ho analizzato la fuga metaforica e reale dalla misera e frustrante condizione quotidiana, da parte dell’alienato Belluca e di Mattia Pascal, in letteratura italiana, con Pirandello.
In letteratura francese il viaggio diventa un’avventura poetica, desiderio di evasione dalla realtà che si rivela in realtà solo un fallimento e un’evasione passeggera, per i poeti <maledetti> come Baudelaire e Rimbaud.
Nel mondo degli autori inglesi mi sono soffermata sulla Beat Generation e in particolare sul viaggio di Kerouac e dei Beatniks sulla Route 66 come atto di ribellione e rifiuto delle convenzioni della società.
Per finire con la letteratura spagnola, con l’opera di Camilo José Cela “Viaje a la Alcarria”, que offre la visione del <viajero> rassegnato dagli orrori della Guerra civile, che parte e contempla tutto ciò che lo circonda.
Concludendo con il filosofo tedesco Nietzsche, il quale si serve della figura del <viandante> per descrivere colui che riusce ad emanciparsi dalle tenebre del passato, che nonostante non abbia una precisa destinazione continua con gioia il suo viaggio e dunque l’<oltreuomo>.
Letteratura italiana
Il topos del viaggio
Il tema del viaggio, non solo come fuga, è considerato un vero e proprio topos nella letteratura moderna e contemporanea,
nella letteratura moderna e basti pensare al mito Ulisse, il quale insieme ad Enea già nel Mondo classico rappresentava la figura del viaggiatore antico, l’eroe, l’uomo coraggioso, in grado di affrontare spostamenti faticosi e sorprendenti, incontri magici e soprannaturali.
Attraverso il viaggio, eroi come Ulisse affermano la propria autonomia in opposizione ad ogni disegno, umano o divino, che possa ostacolare la libertà e il desiderio di conoscenza.
Nella letteratura del ‘900, in seguito alla crisi di valori e la perdita di ogni punto di riferimento, sia nella religione che nella scienza, l’uomo sente il bisogno di evadere, di allontanarsi dalla realtà dove ogni valore sembra ormai perduto.
E ogni viaggio, sia esso un viaggio metaforico attraverso l’immaginazione o una vera e propria fuga alla ricerca di qualcosa, come la propria identità, inizia con una partenza, con un distacco, che può apparire sia come qualcosa di necessario per sfuggire a una condizione di miseria o di emarginazione, sia come tradimento delle proprie origini, come perdita di parte della nostra vita e di noi stessi.
Ed è proprio questo il tema affrontato da Pirandello, uno dei massimi drammaturghi del Novecento, ne “Il fu Mattia Pascal”, uno dei suoi romanzi più conosciuti, pubblicato nel 1904 a puntate sulla rivista “La Nuova Antologia” e lo stesso anno in volume.
Mattia Pascal e la fuga dalla realtà
Il protagonista è appunto Mattia Pascal, un giovane ridotto in miseria da un avido amministratore il quale, decide di allontanarsi volontariamente da Miragno -il piccolo paesino ligure in cui vive- e dalla moglie; fugge da un ambiente nel quale ha cercato di affermarsi senza riuscirvi, “cosa avevo in comune con questa gente?”, poiché la condizione della il matrimonio e la misera condizione sociale pesano su di lui, che si sente intrappolato.
Mattia lascia il paese di nascosto, per cercare fortuna in America, si reca prima però a Montecarlo dove, assistito dalla fortuna riesce ad accumulare una somma sostanziosa.
Diventato ricco può tornare a casa ma, sulla via del ritorno, legge su un giornale la notizia del ritrovamento del suo cadavere: si è ucciso per dissesti finanziari.
Comprende di avere la possibilità di vivere un’altra vita, “sono libero da Mattia Pascal”, ma commette il grossolano errore di crearsi una nuova identità, perché in lui resta quell’attaccamento alla vita sociale.
Muta il suo aspetto e trova un nuovo nome: Adriano Meis, viaggia ininterrottamente per l’Italia, l’Europa, ma ben presto un senso di solitudine lo pervade, soffre perché la sua identità falsa lo esclude dalla vita sociale e prova nostalgia per ciò che circonda normalmente un uomo.
Si stabilisce così a Roma, dove comprende, però, che il mondo e le relazioni che si è creato intorno sono fittizie, non ha un’identità, di conseguenza non può sposarsi con la donna che ha conosciuto, non può svolgere alcuna attività ufficiale, non può neanche denunciare un furto avvenuto ai suoi danni: per la società che lo circonda Adriano Meis non esiste.
“Avrei potuto costruire una vita nuova a modo mio” ma non può vivere la vita che vuole vivere, quella di Adriano Meis appunto; gli è imposta la maschera di Mattia Pascal, è prigioniero della vita, della trappola che gli è stata data.
Finge il suicidio - muore, così, per la seconda volta - e torna nel suo paesino dove scopre che la moglie si è risposata e non c’è più posto per lui; con l’aiuto del suo solo, vero, amico si rinchiude, allora, nella biblioteca comunale dove aveva lavorato e dove scriverà la sua strana vicenda imponendo l’obbligo di aprire il manoscritto soltanto dopo la sua terza, definitiva morte.
Mattia Pascal è l’emblema dell’uomo incapace di realizzare le proprie aspirazioni, prova a sfuggire ad una vita che non accetta e alla quale si ribella (l’oppressione della famiglia, il lavoro insoddisfacente) per costruirne un’altra a lui più congeniale.
È una fuga dalla realtà verso un sogno, ma non c’è alcuna crescita: Mattia Pascal concluderà il suo cammino vivendo la sua terza vita nel suo paesino, isolato da tutti, condannato alla solitudine.
Introduzione viaggiare o scappare tesina
La mia tesina descrive il viaggio. Secondo una semplice, quanto basica, forse anche un po’ banale definizione, il viaggio è uno spostamento da un preciso luogo di partenza ad un determinato punto di arrivo. Se fosse solo questo un viaggio, non causerebbe molti interessi, curiosità, non susciterebbe tante attrattive ma sarebbe un mero movimento nello spazio. È proprio per questa inesauribile fonte di conoscenza e di approfondimento che, fin dai tempi più antichi, il viaggiare è una delle azioni più affascinanti, l’elemento che più connota e denota il genere umano.
Viaggiare, come ha scritto Pessoa, non è che un "essere altro costantemente". Un viaggio, con tutte le sue sfaccettature e le emozioni cui ci sottopone, ci concede l'illusione della fuga lasciandoci per ultima la sicurezza del ritorno. (Carla Fiorentino).
Durante tutta la sua storia l'uomo si è trovato, e si trova tuttora, in periodi di crisi durante i quali le certezze, acquisite faticosamente nell'arco degli anni, vengono polverizzate e dimenticate in breve tempo dando motivo all'uomo di tentare la fuga per cercare rifugio dalla realtà quotidiana. In particolare fra l'Ottocento e inizio Novecento, si verifica una vera e propria rivoluzione che colpisce i più disparati ambiti del sapere e sancisce il passaggio dell'uomo all'epoca contemporanea. Tale crisi è caratterizzata soprattutto dalla perdita della fiducia nella scienza, nella fede e nel progresso in generale.
Ecco quindi che l'uomo, alienato dalla società, cerca disperatamente di evadere dalla realtà attraverso vari modi. Io ho scelto di analizzare il tentativo di fuga dalla realtà attraverso appunto, il viaggio.
Mi rispecchio particolarmente con questo tema perché per me il viaggio è sinonimo di libertà, evasione dai problemi, dai pensieri, da un mondo in cui non riesco a rispecchiarmi. Voglia di avventura, ma allo stesso tempo ricerca di pace, di serenità, di felicità. Quante volte, nei giorni un po’ bui, grigi, nei momenti di sconforto, di rabbia, di nervosismo, mi viene voglia di abbandonare tutto e scappare alla ricerca di un posto lontano, diverso, sperduto, dove vivere in altro modo, lontano dalla grigia società moderna, dallo stress di tutti i giorni, da un Paese che chiede, chiede e non dà nulla in cambio; dai telegiornali che diffondono notizie allarmiste, dai giornali che non sono più attendibili, da un’informazione che è sempre più negativa e, cosa ben peggiore, pilotata; dal lavoro che se sei fortunato ce l’hai ed è sempre più difficile ed insoddisfacente (ed ovviamente sempre meno pagato), e che se non ce l’hai fai davvero fatica a trovarlo; dal tempo che corre sempre più velocemente, da una città isterica e malata, dalle persone cattive, insoddisfatte, vuote, nervose, egoiste, frustrate, materialiste, perfide. Dalla burocrazia, dalla falsità, dalle difficoltà, dallo stress. Lontana da ciò che ci sta rendendo persone peggiori. Sfido chiunque a non aver mai pensato di scappare, anche solo per un giorno.
Vogliamo fuggire da un passato che non tornerà più e da un presente che ci nausea, e da un futuro che ci spaventa. Vogliamo scappare da un mondo che ci fa vedere tutto nero, anche le cose belle che abbiamo ancora, che ci rende stanchi, stufi, vulnerabili, privi di fiducia, di speranza, disillusi, a volte addirittura insensibili. Vogliamo fuggire dai problemi, dalla mancanza di soluzioni, dal dolore, dalla paura, dall’incertezza. E intraprendere un viaggio verso qualcosa di migliore, di essenziale, oserei dire quasi primordiale. Per tentare di recuperare ciò che qui si sta perdendo: noi stessi ed i veri valori. E la felicità.
Collegamenti
- Italiano - Il fu Mattia Pascal/Il treno ha fischiato di Luigi Pirandello.
- Francese - Le Voyage di Charles Baudelaire/ Le Bateau Ibre Arthur Rimbaud.
- Inglese - The Beat Generation-On the Road di Jack Kerouac.
- Spagnolo - Viaje a la Alcarria di Camilo Jose Cela.
- Filosofia - La Metafora del Viandante di Nietzsche.