Una, nessuna e centomila maschere
L’essere e l’apparire
“L’uomo ha bisogno di travestirsi dal momento che è diventato una bestia malata, storpia che ha buone ragioni per essere addomesticato”.
Questo è ciò che affermava a gran voce Friedrich Nietzsche, che sembra così racchiudere in una breve, ma concisa frase, le ragioni per cui l’uomo sin dalla preistoria ha sentito il bisogno di indossare delle maschere, ora per entrare in contatto con le divinità, ora per nascondere qualcosa di più profondo, di più vicino alla sua vera essenza, che se messa a nudo, provocherebbe un duro confronto con la realtà.
Molto importante è, dunque, la rilevanza culturale e antropologica sia in senso pratico che metaforico della maschera nelle “culture primitive”, dove si trasforma, come già detto, in un mezzo di comunicazione tra gli uomini e le divinità. Basti pensare ai popoli melanesiani che usavano disporre sulle pareti delle capanne, riservate a soli uomini, delle maschere simbolo di oggetti sacri, immagini di spiriti la cui vista era proibita ai non iniziati; o ancora alle cosiddette “società segrete” (chiamate così in quanto l’accesso non era aperto a chiunque) dell’Africa occidentale e della costa nordoccidentale dell’America in cui le maschere sono legate a riti religiosi, dove gli uomini comuni indossavano semplici ornamenti e, al contrario, le figure sacerdotali (come ad esempio lo “sciamano”) portavano delle maschere che più da vicino raffiguravano le entità o gli spiriti che si andavano a celebrare.
Tali entità erano quasi sempre degli animali ritenuti sacri e venivano così idolatrati al fine di ricevere protezione e supporto: essi sono i cosiddetti Totem di cui, nel 1913 con l’opera “Totem e Tabù”, Sigmund Freud ne aveva dato un’ampia spiegazione, descrivendone caratteristiche e funzioni.
Ecco, dunque, come la maschera da un lato nasconde colui che la indossa, dall’altro mostra un altro volto, qualcosa di diverso e inusuale, e da un altro ancora determina quello che è lo status sociale e il ruolo dell’individuo. Di conseguenza, essa va a modificare la struttura sociale di una popolazione andando a incidere soprattutto sui cosiddetti “riti di passaggio”, denominati in tal modo e analizzati per la prima volta da Arnold Van Gennep, il quale arrivò a formulare l’ipotesi secondo cui tali riti comprendono tutti quei rituali che sanciscono pubblicamente il passaggio di una fase della vita dell’individuo.
- Si distinguono quelli sanciti dalle religioni, come il battesimo, il matrimonio, ecc.
- Si distinguono quelli imposti da istituzioni, che non nascono espressamente come riti ma lo diventano per la loro importanza, come l’esame di maturità.
- Si possono ancora definire riti quelli di iniziazione alla vita adulta, come tattoo e piercing, che rappresentano perlopiù espressioni di moda.
Ecco come il momento più caratteristico per l’ingresso in scena della maschera a livello sociale è quello dei riti di iniziazione (caratteristici delle “società segrete” descritte precedentemente) attraverso i quali, il più delle volte, si sancisce l’ingresso di un giovane nel “mondo degli adulti”: esemplari a riguardo sono gli studi di Franz Boas sulle popolazioni del Kwakiult, dove, affermerà lo studioso, il giovane viene letteralmente rapito dai membri adulti (mascherati in entità mostruose) e portato fuori dal villaggio, spesso nelle foreste, simbolo del mondo spiritico, del mondo dei “non umani”, per poi essere reintegrato nella comunità come adulto.
In questo, come in altri rituali, la maschera sembra rappresentare il mezzo attraverso cui attuare una “trasformazione” a livello individuale, avente il compito di creare un essere umano ‘completo’ e che rispecchi le esigenze del gruppo a cui appartiene. Analogo è ciò che accade tra i Dogos dell’Africa, dove il giovane, attraverso tali riti, viene inserito nella ‘società delle maschere’ incaricata del culto reso all’antenato Dyongu Seru, rappresentato dalla Grande Maschera, che si terrà ogni sessant’anni e che rievocherà gli avvenimenti che causarono la morte dell’antenato.
In tale occasione si intaglia una nuova Grande Maschera che simboleggia il ritorno in vita dell’antenato e la sua presenza nella comunità: ecco come la maschera, anche in questo caso, segnala un superamento di confini e barriere concettuali, diventando il veicolo, per il mitico antenato, di mostrare la sua presenza e il suo potere. Dunque, altra caratteristica della maschera che si viene ora a delineare, è proprio quella di rappresentare un mezzo attraverso cui conservare e tramandare le tradizioni culturali dei popoli.
Lévi-Strauss, che studiò a lungo tale fenomeno, notò con stupore come le maschere venivano metaforicamente associate al fenomeno dell’incesto: infatti, come la maschera, quest’ultimo rappresenta un avvicinamento eccessivo di due sfere ritenute solitamente separate e distinte (fratello-sorella/mondo naturale-sovrannaturale).
Come detto anche in precedenza, pur correndo lo spiacevole rischio di apparire ripetitivo, la maschera segna in qualche modo lo status, il ruolo e, di conseguenza, il potere di un individuo; non a caso un genere molto diffuso di racconti ci spiega come le maschere fossero esclusivamente una proprietà femminile, di cui i maschi, prima riuscirono ad impadronirsene grazie alla forza e all’astuzia, e in un secondo momento ne proibirono addirittura la vista alle donne stesse e ai giovani non iniziati: è dunque inevitabile il fatto che il suo uso sancisce l’esercizio del potere, esprime le disuguaglianze e il conflitto tra i sessi o tra le fasce di età.
Allo stesso tempo, però, la maschera determina una parziale confusione e ambiguità causata dalla fusione del volto umano e quello animalesco rappresentato da essa: tale confusione si fa ancora più forte tra gli Indiani d’America creatori delle ‘maschere multiple’, ovvero un meccanismo comandato da fili che permette alla maschera rappresentante un animale di aprirsi, mutando aspetto e rivelando al proprio interno un’altra maschera, la quale raffigura, a sua volta, un volto umano, che non è quello del portatore della maschera, ma un altro volto, che si contrappone all’aspetto animale della parte esterna.
Da ciò si può intuire come le maschere rappresentino, il più delle volte, una figura animalesca al fine di invocarne la benevolenza e il favore nella caccia.
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