Percorso esami di Stato
I.I.S. Euclide
a.s. 2008/2009
Demonte Francesco
Gabriele D’Annunzio
Italiano:
Storia: Prima Guerra Mondiale
Navigazione: Strumentazione di Bordo
Aerotecnica: La Virata
Inglese: Axis of the Aeroplane
Traffico Aereo: Servizio di Controllo di Aerodromo
Elettronica: Il Radar Impulsivo
Italiano: Gabriele D’Annunzio
Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 1863; nel 1874, a 11 anni, fu messo nel Convitto Cicognini di Prato, dove rimase fino alla licenza liceale. Ancora in convitto pubblicò, nel '79, una raccolta di versi, Primo vere. Conseguita nell' '81 la licenza liceale, si stabilì a Roma, dove entrò presto a contatto con gli ambienti letterari. Nel 1910, oppresso dai debiti contratti per arredare e mantenere sontuosamente una villa presso Firenze, si trasferì in Francia, in una specie di esilio volontario. Nel ‘15, cominciata in Italia l'agitazione interventista, rientrò in patria, a propagandarvi la guerra; a questa prese poi parte attiva. Ferito in un incidente di volo, perdette l'occhio destro. Alla fine della guerra, fu animatore di moti nazionalistici, contribuì a creare e a diffondere il mito della « vittoria mutilata ». Nel Natale del '20, per l'intervento delle truppe governative, dovette lasciare la città, e si ritirò in una villa sul lago di Carda. Nei primi anni seguenti partecipò ancora alla vita politica accanto al fascismo; poi si ritrasse in un isolamento sempre più sdegnoso e superbo. Morì nel 1938, sopravvissuto ormai a se stesso e all'età che era parsa sua, e sulla quale aveva inciso fortemente, nella letteratura come nel costume.
A tanta varietà di vicende corrispose una varietà altrettanto ricca di opere e di atteggiamenti. Scrisse molto, dapprima versi di tipo tradizionale: Primo vere, Canto nova, novelle di chiara derivazione naturalistica in cui s'avverte l'influsso di Zola e di Verga, misto ad un certo lirismo tutto dannunziano (poi raccolte tutte nelle Novelle della Pescara); e poi nuovamente versi di tipo parnassiano: Intermezzo di rime.
Successivamente, con improvviso ritorno allo stil novo e al Petrarca, dettò i versi dell'Isotteo e della Chimera; poi le preferenze del D'Annunzio cambiarono ed esaltò la Roma barocca nelle Elegie romane o si rifece ai simbolisti del Poema paradisiaco e pubblicò le retoriche e sonanti Odi navali.
Feconda fu anche la sua attività di romanziere. Scarsa è la sua abilità costruttiva ed in fondo il personaggio vero è uno solo: l'Autore. Viva è la tendenza lirica, stupefacente a volte l'abilità descrittiva. Il romanzo più organico è Il Piacere; il migliore è Il Trionfo della morte, una specie di antologia dei motivi del decadentismo europeo.
Esperimentò nella prosa la poetica dei naturalisti francesi e dei veristi italiani, svuotandoli del loro contenuto ideologico e sociale e lasciandosi attirare dal gusto del primitivo e del selvaggio e da una tecnica descrittiva tanto obiettiva quanto minuziosa, impassibile e crudele.
Ma i naturalisti lo stancarono presto perché la loro ricetta gli appariva troppo semplice e, soprattutto, perché era troppo impura la loro lingua. Malsicuri nella grammatica e talvolta nell'ortografia quegli scrittori adoperavano solo poche centinaia di parole comuni, usavano, quindi, vocaboli incerti, inesatti, approssimativi, costruivano periodi quasi sempre uguali, privi di varietà e di ritmo.
Nell'ambito della poesia, sulla scorta dei parnassiani francesi che avevano assunto a loro modelli i poeti del secolo XVI, D'Annunzio volle proseguire e rinnovare le forme tradizionali italiane allacciandosi ai poeti dello stil novo e a quelli del tempo di Lorenzo il Magnifico.
Con D’Annunzio già si adombrano i temi che conquisteranno un'intera generazione: una concezione aristocratica della vita nutrita di volontà di dominio, di amore per la violenza, di sprezzo del pericolo, di capacità di godere e di aderire al mondo con tutti i propri sensi; il culto della bellezza, valore che pochi sono in grado di comprendere e di creare, linea discriminante degli eletti dalla plebe; rifiuto dell'Italia ufficiale, della sua ordinaria amministrazione, del suo regime parlamentare, dei suoi intrighi, dei suoi compromessi, della sua debolezza nei confronti delle masse popolari e del movimento socialista, delle sue sconfitte militari ed esaltazione della patria come bene supremo e della gloria, della potenza, del primato di una nuova Italia.
Affermazione della propria individualità, culto della bellezza, esaltazione nazionalistica e imperialistica della patria: ecco le imponenti idee che fecero di D'Annunzio il leader di un'intera generazione.
Bisogna riconoscere però che nella società letteraria la sua egemonia fu sempre contrastata e rifiutata: antidannunziani si proclamarono già nei primi anni del Novecento, i crepuscolari, i futuristi.
La stessa varietà riscontrabile nei testi vi è nei suoi atteggiamenti spirituali, egli ha sentito e cantato tanto la voluttà dell'immergersi nella natura, quanto tutto ciò che di raffinato e di artificioso vi è nelle cose di natura o in quelle inventate dagli uomini; è stato il cantore della sensualità prorompente e quasi bestiale, ma anche, più tardi, il cantore della stanchezza dei sensi.
D'Annunzio era l'uomo e il poeta della classe media italiana, che vedeva realizzati in lui tutti i suoi sogni proibiti: la forza fisica e le straordinarie capacità erotiche, il coraggio indomito e l'eleganza raffinata, l'eloquenza sonora e l'avventura impossibile, il vivere pericolosamente e il lusso sfarzoso, l'esaltazione della patria e la difesa dell'ordine costituito, l'aspirazione alla potenza e alla gloria e il disprezzo per la plebe. Sogni proibiti, abbiamo detto: e infatti si trattava, sia nella situazione storico-politica che nella ideologia dannunziana, di atteggiamenti la cui caratteristica fondamentale è la sproporzione fra desiderio e realtà, fra gli obiettivi e le forze per raggiungerli, fra la tensione spasmodica della volontà e la sua capacità di concretarsi e autolimitarsi.
D'Annunzio non crede più nella scienza; disprezza, come brutto e prosaico, il mondo borghese che ha intorno e lo nega con forza, e tende perciò continuamente ad uscirne e a « superarlo ». Ma per fare ciò deve costruirsi continuamente delle illusioni o dei miti, che nascondano a lui stesso e agli altri la realtà effettiva. Da ciò il suo estetismo, cioè il suo sforzo di abbellire le cose, rappresentando solo un mondo di raffinatezza e di bellezza; da ciò il suo patriottismo, che non era più il patriottismo postrisorgimentale carducciano, ma era un nazionalismo esasperato, che disumanizzava il concetto di patria e di nazione, e all'Italia foscoliana e mazziniana sostituiva un'Italia sentita quasi sensualmente, protesa a primati impossibili, sognante restaurazioni romane e veneziane, amata con un amore torbido che mescolava patria e donne, guerra e lussuria.
Il tratto distintivo dell'opera e della vita dannunziana (così come della mentalità della classe media italiana) apparirà, dunque, il velleitarismo. Un velleitarismo alimentato nelle cose dal contrasto fra un'illusione storica propria di vasti gruppi d'intellettuali (la potenza, la gloria) e la realtà italiana. Un velleitarismo che nel D'Annunzio si nutre anche del contrasto fra l'infinito proiettarsi della sensualità e il suo pratico soddisfacimento, fra la tensione dello stile e il raggiungimento della espressione, fra l'aspirazione a una posizione europea e le radici culturali abbastanza modeste e superficiali.
Tentativo maggiore fu lo sforzo di costruire il mito del « superuomo », cioè di un uomo diverso dagli altri, sprezzante della morale corrente, forte di corpo e di spirito, portato naturalmente al dominio degli uomini. Maestro era Nietzsche, e, dietro di lui, tutto il Decadentismo europeo, sicché nel mito del superuomo si composero in sistema tanti aspetti o miti dannunziani: gli spiriti antidemocratici; il disprezzo delle masse grigie e brute; la speranza nell'avvento di un Superuomo; l'estetismo, l'imperialismo, la voluttà di potenza, l'amoralismo « al di là del bene e del male », l'individualismo aristocratico, il gusto della guerra e della strage.
Questa natura del D'Annunzio spiega il suo stile, che, pur esso, per quanto ricco e vario, è a suo modo unitario.
Il suo stile, perciò, ha caratteristiche costanti, che ogni lettore coglie ad apertura di pagina: ricerca dell'espressione rara; accumulazione di termini; ricorso a vocaboli o a moduli che, o perché antiquati, o perché meno frequenti, o perché tecnici, diano meno che sia possibile il senso della lingua della conversazione; profusione di immagini che, nascendo spesso l'una dall'altra, trasportino via via in un mondo sempre meno « prosaico »; accostamenti e riferimenti ad altre arti, o a cose del passato o a mitologia e ad erudizione; una specie di alone musicale che avvolga la frase e il periodo, e in cui le parole si stemperino, perdendo di peso e sfumando in musica pura; un gusto sensuale della parola, goduta per il suo suono e il suo colore, senza tener conto del suo significato intellettuale e del suo peso morale.
Da evasioni o mistificazioni D'Annunzio parve liberarsi con le liriche raccolte con il titolo complessivo di Laudi del ciclo, del mare, della terra e degli eroi, delle quali apparvero quattro volumi; specialmente in Alcyone, le sue liriche più famose e più riuscite, lo scrittore si abbandona al suo senso panico della natura e alla sua inesauribile capacità di sensazioni sottili, accogliendo dalla nuova poesia italiana e straniera tutti i ritrovati sottili di tecnica a dire quel suo immergersi e sciogliersi nella natura e nelle cose.
Gabriele D’Annunzio - La pioggia nel pineto
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
I nuclei tematici
Il poeta e la donna amata si trovano in una pineta della Versilia sotto la pioggia estiva e, vagando senza meta, si immedesimano nella natura e nelle sue voci. Nella lirica si intrecciano i temi della metamorfosi, dell'amore, della funzione musicale ed evocatrice della parola poetica.
Le voci misteriose della natura. Il poeta invita Ermione a tacere e ad ascoltare la musica della pioggia. Egli è attento a cogliere le sfumature più diverse e le varie modulazioni che le gocce di pioggia producono sulle piante del bosco. A questo concerto della pioggia partecipano anche le cicale con il loro canto e le rane, il cui verso sordo e roco si spegne nell'ombra di un luogo lontano e indeterminato (il chi sa dove, chi sa dove vuole creare un'impressione di lontananza favolosa).
La metamorfosi. La sinfonia dei suoni conduce gradualmente l'uomo e la donna in una dimensione di sogno, entro la quale avvengono i riti metamorfici. Dapprima si confondono con il bosco (piove su i nostri vòlti silvani), poi Ermione è paragonata agli elementi della natura (il volto come una foglia, le chiome come le ginestre), diventa quasi una ninfa del bosco (virente), infine si fondono entrambi con gli elementi della natura, sentendosi parte viva e integrante di essa: il cuore è come una pèsca, gli occhi sono come sorgenti, i denti sono mandorle acerbe. La lirica si chiude con la ripresa del tema della pioggia, quasi a prolungare quello stato di estasi cui sono pervenuti il poeta e la sua compagna.
Il panismo. La metamorfosi è uno dei temi di Alcyone e viene definita panismo (da Pan, dio greco della natura, una sorta di satiro certi barba, corna e zampe di capro), cioè identificazione dell'uomo con la vita vegetale. Il panismo dannunziano tende ad umanizzare la natura, a coglierne il richiamo attraverso gli organi di senso; in essa l'individuo si espande gioiosamente con una identificazione prima fisica e poi spirituale.
L'amore. Il poeta non esprime sentimenti profondi, l'amore è sentito come un'illusione e la vita appare fuggevole. La "favola bella" illuse e continua ad illudere i due protagonisti, il loro "ieri" ed il loro "oggi" sono distinti anche se identici (t'illuse..., m'illude, m'illuse... t'illude), l'or congiunti or disciolti indica che tra loro si alterna l'unione all'estraneità dei sentimenti.
Le caratteristiche dello stile
La parola evocativa. Il lessico è semplice ma costellato qua e là di termini ricercati (tamerici, mirti) e di registro alto, per l'uso particolare degli aggettivi (salmastre ed arse, scagliosi e irti, divini, fulgenti di fiori accolti, folti di coccole aulenti, solitaria verdura). Il linguaggio poetico traduce in parola i suoni della natura, la parola è la formula magica che rivela l'essenza della realtà.
La parola è usata più per la sua musicalità che per il significato referenziale e la corrispondenza parola-natura è realizzata in un accordo di suoni, di rime interne (mane, lontane; canto, pianto; dita, vita), di assonanze (parole... nuove; illuse... illude), consonanze (secondo... fronde), allitterazioni (piove..., pini... ginestre... ginepri) e termini onomatopeici (salmastre ed arse, fulgenti, coccole, crepitìo, croscio), che privilegiano il suono sul senso.
Le simmetrie sintattiche. Ogni strofa comprende più periodi e la sintassi, con proposizioni coordinate brevi, è spezzata dagli enjambements, che contemporaneamente dilatano il verso. La struttura è basata sulla enumerazione, ad esempio la ripetizione della parola-chiave piove costruisce una simmetria sintattica, esprime fonicamente il ritmo uguale della pioggia e si arricchisce di immagini nuove, che comunicano la partecipazione alla vita della natura.
Piove..., su elementi naturali (tamerici, pini, mirti, ginestre, ginepri);
piove..., su elementi umani (i nostri volti silvani, le nostre mani, i nostri vestimenti);
piove..., su elementi sentimentali (i freschi pensieri, la favola bella).
Storia: la prima Guerra Mondiale
La prima guerra mondiale (1914/1918) ebbe varie cause, di carattere politico, economico, militare e socioculturale.
La causa politica riguardava i contrasti fra gli stati europei, infatti esistevano molti territori contesi tra diversi stati:
- Francia voleva sottrarre alla Germania l’Alsazia e la Lorena;
- L’Italia voleva liberare Trento e Trieste dal dominio dell’ Impero austro-ungarico;
- Austria, Russia e Italia volevano espandersi nella zona dei Balcani.
Alla vigilia della guerra, l’Europa era divisa in due schieramenti pronti a combattersi:
a) la Triplice Alleanza che comprendeva Germania, Austria e Italia;
b) la Triplice Intesa, costituita da Francia, Gran Bretagna e Russia.
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