Liceo scientifico T. Gullace Talotta, Roma
Anno scolastico 2008/2009
L’uomo e il limite: tra consapevolezza e desiderio
Tesina multidisciplinare a cura di:
Valerio Vergari
Classe V C
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Indice
Italiano
Giacomo Leopardi pag. 7
La ginestra. O il fiore del deserto pag. 13
L’ineffabilità dantesca pag. 18
Latino
Seneca pag. 21
Filosofia
Soren Kierkegaard pag. 23
Storia
La Prima guerra mondiale pag. 29
Geografia
Universo pag. 38
Sole pag. 45
Inglese
Frankenstein, or The Modern Prometheus pag. 52
Arte
Impressionismo pag. 55
Édouard Manet pag. 60
2
Colazione sull’erba pag. 64
Fisica
I limiti dell’elettricità pag. 71
Bibliografia pag. 76
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Introduzione
La Mitologia, in particolare la vicenda di Dedalo e Icaro contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio, ben si presta a introdurre l’argomento da me scelto per la tesina multidisciplinare d’esame: l’uomo e il limite: tra consapevolezza e desiderio.
Dedalo era un celebre scultore e architetto, per gelosia di mestiere uccise il suo allievo e dovette perciò fuggire da Atene. Si rifugiò a Cnosso, nell’isola di Creta, dove, per ordine del re Minosse, costruì il Labirinto, un edificio formato da un intrico di corridoi e di stanze così complicato che chi vi entrava non trovava più la via d’uscita. Il re vi rinchiuse un mostro feroce, il Minotauro, e poi v’imprigionò lo stesso Dedalo, col figlio Icaro, per punirlo d’aver aiutato Teseo a uccidere il mostro.
Dedalo però trovò il modo di evadere: costruì due grandi paia di ali e, con la cera, le attaccò alle sue spalle e a quelle del figlio. “Ma stai attento - diceva al figlio mentre insieme salivano verso il cielo remeggiando con le braccia - a non accostarti troppo al Sole, perché si scioglierebbe la cera che tiene salde e unite le ali; e non abbassarti troppo verso il mare, perché l’umidità dell’acqua inzupperebbe le penne e non potresti più risalire”.
Ma Icaro, ancora giovane e dalle belle speranze, inebriato com’era da quel magico volo che gli faceva scorgere già lontane le terre e i mari, e che sempre di più lo avvicinava, esaltandolo, alla voragine dell’inesplorato e dello sconosciuto, non ascoltò il padre e cominciò a volare verso il sole.
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Icaro sapeva perfettamente che il calore cocente del sole avrebbe disfatto le ali costruite da Dedalo ma chilometri sopra il livello del mare, pur sentendo la voce della ragione che gridava di fermarsi, decise di non curarsene e di continuare per scoprire così il significato della parola “impossibile”.
Giacomo Leopardi
Ho deciso di affrontare in Italiano Giacomo Leopardi il quale osserva che l’infelicità dell’uomo è dovuta a un duplice limite, di cui tratterò in seguito. Altro tema strettamente legato al concetto di limite in Letteratura Italiana è quello dell’ineffabilità ovvero l’incapacità di dire, di esprimersi perché la grandezza degli argomenti non consente all’uomo di tradurre tutto ciò di cui è testimone.
In Latino Seneca, servendosi della filosofia stoica, insegna all’uomo a prendere coscienza dei suoi limiti, a non lasciar fuggire il tempo che inesorabile scorre come un fiume in piena che travolge ogni cosa.
Svilupperò in filosofia Kierkegaard, il quale sostiene che l’uomo è limitato nella scelta delle possibili strade che gli si pongono davanti nel corso della vita.
In Storia tratterò la Prima guerra mondiale, che con i suoi quattordici milioni di morti rappresenta un chiaro esempio di limite alla volontà di espansione dell’uomo.
Alzando gli occhi al cielo ci si sente limitati rispetto all’immensità dell’universo, ed è per questo che in Geografia illustrerò le varie ipotesi inerenti la nascita del cosmo ed il suo probabile futuro; proprio l’esistenza di un numero vario di teorie, nessuna considerata certa e definitiva, mostra, inoltre, il limite della conoscenza dell’uomo.
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Sole, più nello specifico andrò ad analizzare la nascita e la struttura dell’astro che ha attirato Icaro e messo fine al suo folle volo.
In Inglese pongo l’attenzione su “Frankenstein or the Modern Prometheus”, di Mary Shelley, il quale mostra un esempio di scienziato che, manipolando la natura e andando oltre i limiti della conoscenza e delle possibilità umane, crea un essere vivente, un mostro che sfugge al suo controllo e lo uccide.
L’Impressionismo visto come superamento del vecchio modo di fare arte, quello classico, è l’argomento trattato in Storia dell’arte; ne analizzerò quindi l’esponente principale, Édouard Manet.
In conclusione, in Fisica, presenterò i limiti dell’elettricità, quindi le resistenze.
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Italiano
Giacomo Leopardi
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La vita
Poeta italiano, nato a Recanati nel 1798 e morto a Napoli nel 1837. Visse fino alla giovinezza nel chiuso e rigido ambiente familiare. Il padre, il conte Monaldo, dedito a studi storici eruditi, inetto ad amministrare il patrimonio familiare, aveva ceduto la direzione delle questioni economiche alla rigida moglie Adelaide Antici.
Da questa situazione derivarono al ragazzo le prime amarezze, non così cupe come vuole una certa tradizione, ma certo reali fonti di disagio. A tutto ciò s’aggiunse l’impossibilità di rapporti con i ragazzi del paese: le famiglie nobili vivevano isolate e chiuse nel loro limitato giro di visite d’etichetta; Recanati, inoltre, era avvolta in un “sonno universale”, nessun fermento vi trovava spazio.
Leopardi si gettò in un lavoro intellettuale tanto assillante da assorbire la parte maggiore della sua giovinezza. La sua istruzione e quella dei suoi fratelli, tanto cari a Giacomo, fu avviata dal gesuita Giuseppe Torres, poi affidata all’abate Sebastiano Sanchini di Saludeccio e infine a don Vincenzo Diotallevi.
Nel 1812 sostenne un pubblico esame che sancì la fine dei suoi studi scolastici poiché, come racconta il padre, “il precettore non aveva più altro da insegnargli”. Ma già dal 1809 Leopardi si chiuse nella ricca biblioteca paterna trascorrendo intere giornate sui libri.
Questo lavoro solitario finì per rovinare la sua salute: “Mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo” scrisse all’amico Pietro Giordani “e mi sono rovinato per tutta la vita”. A 11 anni sapeva già il latino e il francese e a 12 scrisse due tragedie, Pompeo in Egitto e La virtù indiana; contemporaneamente studiava il greco antico e l’ebraico.
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Favorita dalle letture dei filosofi dell’Illuminismo, tra il 1815 e il 1816 maturò la conversione letteraria di Leopardi, il suo passaggio dall’erudizione al bello, dall’arida filologia alla poesia.
Contemporaneamente, il cadere delle illusioni e dei sogni infantili e la consapevolezza crescente della propria infelice condizione fecero nascere in lui quelle brucianti domande sul perché della vita e del dolore che accompagneranno, senza risposta, la sua vita intera.
Nascono in questo clima le prime vere pagine della storia poetica di Leopardi, Le rimembranze, L’appressamento della morte. Il 1817, anno in cui Leopardi comincia ad affidare allo Zibaldone il frutto dei suoi pensieri quotidiani, vede sorgere l’amicizia con Pietro Giordani.
In questo periodo nascevano le canzoni All’Italia e Sopra il monumento di Dante: la prima, nobile testimonianza di un entusiasmo patriottico, la seconda un accorato rimpianto di decadenza d’Italia.
Il dramma umano di Leopardi, anziché essere alleviato dal raggiungimento della fama poetica, si era andato via via aggravando. L’ambiente di Recanati gli sta diventando insopportabile: il giovane poeta sogna di fuggire verso la terra “piena di meraviglie”.
Alla ferma opposizione dei genitori egli risponde con improvvisi moti di ribellione, culminati nel 1819 in un fallito tentativo di fuga. Nello stesso anno l’aggravarsi di una malattia agli occhi lo priverà anche del conforto della lettura, al poeta non rimane allora che vivere di se stesso, dei suoi ricordi.
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Nascono i primi grandi idilli (Alla luna, L’infinito, La sera del dì di festa), le solitarie contemplazioni di un uomo che si apparta dalla vita e dagli altri uomini e lenisce la pena presente rievocando sogni e delusioni di un mondo ancora vicino e dimenticando se stesso per un istante negli aspetti più affascinanti della natura.
Da questo punto di vista nessun canto è più indicativo de L’infinito, dove un colle e una siepe fanno salpare il poeta verso gli orizzonti sconfinati del tempo e dello spazio e dimenticare in essi se stesso, la sua enorme pena.
Nel 1822 intanto Giacomo otterrà il permesso di partire: andrà a Roma, ospite dello zio Carlo Antici. Il soggiorno romano, dove tutto lo lasciò deluso (“Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma”), tolse completamente al Leopardi l’illusione che la sua infelicità fosse legata almeno in parte al soggiorno recanatese e valse a radicarlo sempre più nell’amara convinzione che la felicità è un sogno, la vita una condanna alla noia e alla sofferenza.
Di ritorno a Recanati egli segna nel canto Alla sua donna l’addio all’illusione dell’amore, per dedicarsi quindi alla composizione delle Operette morali, prose e dialoghi dove, in uno stile freddo e raffinato insieme, sono passate in rassegna e distrutte le infinite illusioni su cui gli uomini costruiscono incessantemente la loro vita: è la cosiddetta conversione dal bello al vero, cioè dalla poesia alla filosofia, seconda svolta fondamentale per l’intellettuale.
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Nel frattempo con la sua opera poetica si procura il denaro necessario per allontanarsi da Recanati: nel 1825 lo troviamo a Bologna e nel 1827 a Firenze.
A Pisa, nel 1828, una pausa di benessere fisico sembra far rinascere la vita nel corpo stanco del poeta: compone A Silvia, uno dei più alti e dolenti saluti leopardiani al morire della giovinezza e dei sogni luminosi che l’hanno allietata.
Verso la fine del 1828 l’aggravarsi delle condizioni di salute costringe Giacomo a ritornare a Recanati dove, tuttavia, vi resta ben poco: nel 1830, grazie ad una generosa offerta propostagli da Pietro Colletta, gli permetterà di tornare a Firenze. Li ricompenserà dedicando loro la prima edizione dei Canti.
Nella capitale del granducato di Toscana conosce Fanny Targioni Tozzetti, la quale ispirerà il ciclo di Aspasia, e il poeta esule napoletano Antonio Ranieri con il quale stringerà una forte amicizia che durerà ininterrotta fino alla morte prematura del Leopardi.
È in questo periodo che scrive La ginestra, in cui il poeta, contemplando i desolati dirupi del Vesuvio, esorta gli uomini a sospendere le lotte fratricide per essere pronti a respingere gli assalti della natura matrigna.
Il 14 giugno 1837 Giacomo Leopardi si spegne a Napoli, affetto dal colera.
Il pensiero
Che Leopardi sia un poeta nessuno l’ha mai messo in discussione, tuttavia la sua è una poesia “di pensiero” che non cessa di interrogarsi su questioni fondamentali come il rapporto uomo-natura, o la natura della felicità e del dolore.
Giacomo Leopardi pertanto, pur non potendo essere pienamente considerato filosofo “di professione”, è sicuramente un intellettuale continuamente in riflessione su tutto ciò che lo circonda.
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Al centro della meditazione di Leopardi si pone l’infelicità dell’uomo, egli giunge alla conclusione che essa è inevitabile in quanto legata alla natura stessa dell’uomo: questo difatti desidera il “piacere”, ma non un piacere definito, bensì il piacere in sé.
Ora, poiché l’uomo è, per natura, limitato, potrà godere solo di un appagamento particolare e determinato, ne deriva un senso di insoddisfazione e infelicità perpetua. Questa è la cosiddetta teoria del piacere.
Leopardi non esclude però che l’uomo possa perlomeno provare un approccio, seppure irreale, con l’infinito tanto vagheggiato; egli vi riesce con l’immaginazione, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono.
Per questo egli stima gli antichi, i quali, con la loro seppur “involontaria” irrazionalità, riuscivano ad essere molto più felici di noi moderni. È questa la fase del pessimismo storico in quanto l’uomo non sarebbe stato creato infelice dalla natura, ma lo sarebbe diventato per effetto della storia e del suo progresso.
Negli anni immediatamente successivi, il giudizio sulla natura subisce una radicale trasformazione: questa è vista non più come madre amorosa, ma come meccanismo cieco, crudele, in cui la sofferenza degli esseri, non più solo dell’uomo, e la loro distruzione è legge essenziale.
L’infelicità diventa così non più il risultato di un processo storico dell’uomo, ma un dato eterno ed “esistenziale” che riguarda tutti gli uomini, antichi compresi.
È questo il periodo del pessimismo cosmico che comporta la sfiducia nella possibilità di modificare il presente, ne deriva l’abbandono della poesia civile e del titanismo: se l’infelicità è un dato di natura, vane sono la protesta e la lotta.
Subentra infatti in Leopardi un atteggiamento contemplativo, distaccato e rassegnato. Suo ideale non è più l’eroe antico, ma il saggio antico.
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La ginestra. O il fiore del deserto
È l’ultimo canto leopardiano, composto nel 1836 a Torre del Greco, dove si era rifugiato per sfuggire all’epidemia di colera che imperversava a Napoli e pubblicato postumo grazie all’amico Antonio Ranieri, che lo collocò alla fine della serie dei “Canti”.
Qui su l’arida schiena Con lieve moto in un momento annulla
Del formidabil monte In parte, e può con moti
Sterminator Vesevo, Poco men lievi ancor subitamente
La qual null’altro allegra arbor né fiore, Annichilare in tutto.
Tuoi cespi solitari intorno spargi, Dipinte in queste rive
Odorata ginestra, Son dell’umana gente
Contenta dei deserti. Anco ti vidi Le magnifiche sorti e progressive.
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade Qui mira e qui ti specchia,
Che cingon la cittade Secol superbo e sciocco,
La qual fu donna de’ mortali un tempo, Che il calle insino allora
E del perduto impero Dal risorto pensier segnato innanti
Par che col grave e taciturno aspetto Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Faccian fede e ricordo al passeggero. Del ritornar ti vanti,
Or ti riveggo in questo suol, di tristi E procedere il chiami.
Lochi e dal mondo abbandonati amante, Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
E d’afflitte fortune ognor compagna. Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Questi campi cosparsi Vanno adulando, ancora
Di ceneri infeconde, e ricoperti Ch’a ludibrio talora
Dell’impietrata lava, T’abbian fra sé. Non io
Che sotto i passi al peregrin risona; Con tal vergogna scenderò sotterra;
Dove s’annida e si contorce al sole Ma il disprezzo piuttosto che si serra
La serpe, e dove al noto Di te nel petto mio,
Cavernoso covil torna il coniglio; Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Fur liete ville e colti, Ben ch’io sappia che obblio
E biondeggiar di spiche, e risonaro Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di muggito d’armenti; Di questo mal, che teco
Fur giardini e palagi, Mi fia comune, assai finor mi rido.
Agli ozi de’ potenti Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Gradito ospizio; e fur città famose Vuoi di novo il pensiero,
Che coi torrenti suoi l’altero monte Sol per cui risorgemmo
Dall’ignea bocca fulminando oppresse Della barbarie in parte, e per cui solo
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Una ruina involve, Guida i pubblici fati.
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi Così ti spiacque il vero
I danni altrui commiserando, al cielo Dell’aspra sorte e del depresso loco
Di dolcissimo odor mandi un profumo, Che natura ci diè. Per questo il tergo
Che il deserto consola. A queste piagge Vigliaccamente rivolgesti al lume
Venga colui che d’esaltar con lode Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto Vil chi lui segue, e solo
È il gener nostro in cura Magnanimo colui
All’amante natura. E la possanza Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Qui con giusta misura Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Anco estimar potrà dell’uman seme, Uom di povero stato e membra inferme
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