L’uomo, il cielo, il volo
Emily Baruffaldi
X agosto
Giovanni Pascoli
San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini; ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e il suo nido è nell’ombra, che attende, che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: Perdono; e restò negli occhi aperti un grido: portava due bambole in dono…
Ora là, nella casa romita, lo aspettano, aspettano invano: egli immobile, attonito, addita le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!
Analisi della poesia
Questa poesia rievoca uno degli eventi più dolorosi della vita di Pascoli.
Infatti il giorno di San Lorenzo, ovvero il 10 agosto, Pascoli ricorda la morte del padre assassinato mentre tornava a casa. Attraverso essa il poeta, infatti, vuole comunicare al lettore la sua tristezza per la mancanza del padre assassinato e la accentua mettendo a confronto una rondine abbattuta col cibo nel becco per i suoi rondinini e il padre che ritornava a casa portando due bambole alle figlie, in modo tale da sottolineare l’ingiustizia e il male che prevalgono su questa terra.
Il nido e la casa, per di più, svolgono il ruolo di metafora degli unici rapporti d’amore possibili in un mondo d’insidie e di contrasti.
A partecipare a questa tragica situazione vi è, non solo Pascoli in persona, ma anche il Cielo che con, appunto, la notte di San Lorenzo famosa per il fenomeno delle stelle cadenti, raffigura il pianto.
Successivamente la figura del cielo si contrappone a quella della terra.
Il cielo è infinito, immortale, immenso, mentre la terra non è altro che un piccolo atomo di dolore.
In conclusione, secondo Pascoli, il cielo di fronte a questo triste fatto invade la terra con un pianto di stelle.
In questa poesia emergono i tre grandi temi di Pascoli su cui, incentrava la sua poesia: il simbolo del nido, la sofferenza e il mistero del male.
Il nido che intendeva Pascoli era il nucleo familiare, la protezione dei conoscenti più stretti dove ogni uomo può rifugiarsi.
Nella poesia il nido è evidenziato bene perché, oltre al padre che tornava alla propria casa, c’è un paragone con una rondine che torna al suo “nido”; ma entrambi sono aspettati invano dai familiari: questi versi sono, secondo me, molto autobiografici perché descrivono una sensazione che lui ha provato veramente.
Subentra in questo tema, anche l’amore familiare, la tenerezza e la gioia di un padre che torna a casa con doni, ma per Pascoli, quella sera, c’è stata una mancanza, una delusione, che si riflette sul suo senso di giustizia e nel mistero del male.
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna, in provincia di Forlì, nel 1855, primo di otto fratelli.
La sua giovinezza fu segnata da vari lutti familiari, tra cui l’assassinio del padre, avvenuto nel 1867, che contribuirono a creare nel poeta un senso pessimistico e tragico della vita.
Intraprese gli studi letterari all’Università di Bologna e li proseguì brillantemente, al punto che nel 1905 successe a Giosue Carducci, che era stato suo professore, nella cattedra di letteratura italiana. Nel 1891 aveva già pubblicato la prima raccolta di liriche, Myricae, nel 1897 pubblicò i Poemetti, nel 1903 i Canti di Castelvecchio e in seguito altre raccolte. Divenne celebre anche per le poesie scritte in latino con le quali vinse importanti riconoscimenti in ambito internazionale.
Gli elementi fondamentali dell’opera di Pascoli sono le vicende personali, che si associano alla rappresentazione dell’ambiente naturale della sua Romagna e della civiltà contadina in cui era nato e cresciuto e a cui sentiva di appartenere.
Questi elementi sono però sempre visti nei loro aspetti più tristi e malinconici: i campi desolati, la nebbia, i temporali, gli attrezzi agricoli abbandonati, le case sperdute nella campagna… Il poeta parte da questi temi, semplici, appartenenti alla realtà quotidiana, per scoprire sensazioni e impressioni che però vanno ben al di là della loro realtà.
Tutti questi elementi hanno un valore simbolico, allusivo: diventano rappresentazioni dello stato d’animo del poeta, richiamano l’angoscia e la tristezza della vita, la fragilità dell’uomo di fronte agli eventi, la solitudine, l’abbandono tragico degli affetti.
La natura diventa simbolo per Pascoli della tragica condizione umana.
Per questo il linguaggio delle sue poesie è fortemente innovativo e solo apparentemente semplice: infatti, accanto a parole di uso quotidiano o anche dialettali, compaiono termini colti e ricercati, figure retoriche che mirano a evocare in modo intuitivo attraverso elementi legati ai cinque sensi gli aspetti musicali e visivi della natura.
Il Decadentismo
Nel periodo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, si diffonde a partire dalla Francia (1880) un nuovo movimento culturale: il Decadentismo.
Il termine, inizialmente usato in senso dispregiativo per indicare i poeti che con la loro vita anticonformista e ribelle e con la loro opera si opponevano alla banalità della vita comune, borghese, verrà poi accettato da questi come motivo di vanto e di distinzione.
Gli scrittori decadenti sono accomunati da alcune caratteristiche.
- Nella loro opera si diffonde un senso di profonda angoscia esistenziale e di solitudine: la vita viene percepita senza senso, senza scopo, schiacciata dall’angoscia e dal senso del mistero, dominata dall’impossibilità di comunicare e dal senso di vuoto.
- Esaltano l’individualismo: viene meno il legame dell’uomo con gli altri uomini, con la società. In particolare il poeta, l’intellettuale si sente superiore, libero da ogni dovere nei confronti degli altri uomini e dalle regole morali della società.
Questi elementi sul piano letterario si esprimono in alcune caratteristiche comuni a molte opere.
- La realtà, la natura sono oscure, impenetrabili, piene di mistero. Solo l’artista può percepire attraverso la poesia il valore simbolico della natura, aiutato dalla sua sensibilità eccezionale. La poesia è, quindi, sentita come illuminazione e rivelazione dal senso nascosto delle cose, in cui ogni elemento rimanda a qualcosa di più profondo e segreto.
- La parola poetica, letteraria, diventa uno strumento non per comunicare, operazione che ormai non è più considerata possibile, quanto per alludere a verità nascoste o per rivelare l’impossibilità di ogni comunicazione.
- L’arte viene esaltata come massima espressione della vita, anzi come vita stessa: la vita deve essere un’opera d’arte il cui massimo valore è la bellezza.
In Italia il Decadentismo si diffuse un po’ più tardi rispetto al resto dell’Europa e si espresse attraverso figure importanti: per la poesia Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio; per la prosa Luigi Pirandello e Italo Svevo, i quali rappresentano la solitudine e l’angoscia dell’uomo senza certezze e senza valori.
Parafrasi
San Lorenzo, io lo so perché un così gran numero di stelle nell’aria serena s’incendia e cade, perché un così gran pianto risplende nel cielo.
Una rondine ritornava al suo nido: l’uccisero: cadde tra rovi spinosi: ella aveva un insetto nel becco: la cena per i suoi rondinini.
Ora è là, morta, come se fosse in croce, che tende quel verme a quel cielo lontano; e i suoi rondinini sono nell’ombra, che attendono, e pigolano sempre più piano.
Anche un uomo tornava alla sua casa: lo uccisero: disse: Perdono; e nei suoi occhi sbarrati restò un grido: portava con sé due bambole per le figlie...
Ora là, nella solitaria casa, lo aspettano, aspettano invano: egli, immobile, stupefatto mostra le bambole al cielo lontano.
E tu cielo, dall’alto dei mondi sereni, che sei infinito, immortale, inondi con un pianto di stelle quest’atomo opaco del male!
Componimento metrico
La poesia è composta da sei quartine in cui si alternano decasillabi e novenari piani in rime alternate. (ABAB CDCD…)
Figure retoriche
Figure retoriche: metonimia (il suo nido che pigola) e (al suo nido), similitudine (come in croce), personificazione del Cielo; parallelismo tra la rondine e il padre.
Figure retoriche: anafora (ora è là, ora è là; aspettano aspettano), Ritornava una rondine al tetto = iperbato.
Nella prima strofa: troviamo nei primi due versi una consonanza della lettera L e un’assonanza tra le parole “arde e cade”. Nel primo verso invece troviamo un enjambement.
Nella seconda strofa: contrariamente troviamo in tutta la strofa una consonanza della lettera “R” e nel secondo verso si ha una cesura ad “uccisero”.
Nella terza strofa: nel primo verso si ha un enjambement.
Nella quarta strofa: nel secondo verso ci sono due cesure e una rima interna (mondi/inondi).
Vincent Van Gogh
Vincent Van Gogh: Autoritratto, 1887, olio su tela, Amsterdam, Rijksmuseum V. Van Gogh.
Van Gogh è una delle personalità di spicco nella pittura dell’ultimo ventennio dell’Ottocento. Può essere inserito all’interno della corrente post-impressionista, ma la sua poetica è il frutto di ricerche personali. Durante la sua vita ebbe un rapporto particolare con il cielo e i fenomeni degli astri. Li rappresentò spesso e ne amò la bellezza, come attestano queste parole tratte da una lettera al fratello Theo del 1888:
“... Guardare le stelle mi fa sempre sognare, così come lo fanno i puntini neri che rappresentano le città e villaggi su una cartina. Perché, mi chiedo, i puntini luminosi del cielo non possono essere accessibili come quelli sulla cartina della Francia? Come prendiamo il treno per andare a Tarascona o a Rouen, così prendiamo la morte per raggiungere le stelle. ...”
Il percorso artistico
Vincent Van Gogh nacque nel 1854 in un piccolo borgo olandese. La figura del padre, pastore protestante, ebbe grande influenza sul piccolo Vincent che ricevette un’educazione religiosa e sin da giovane sentì l’impulso di occuparsi degli altri. Nel ’69 iniziò a lavorare a L’Aia in una ditta di vendita di opere d’arte, la Goupil. Per sei anni lavorò in diverse città europee fra cui Parigi e Londra. Questi viaggi gli permisero di crearsi una conoscenza piuttosto ampia della pittura antica e contemporanea. Si appassionò all’arte e contemporaneamente decise di approfondire la propria religiosità. Nel ’76, imbevuto di ideali evangelici e socialisti, cominciò a fare il predicatore e lasciò la Goupil. Nel ’78 si trasferì nel Borinage, dove iniziò a predicare fra i minatori. Il suo scopo era quello di alleviare le loro sofferenze. Comprese anche che la pittura gli permetteva di comunicare meglio con gli altri.
L’arte, per Vincent, si configura come un’espressione di Dio. Dio è presente in ogni attività umana e quindi anche in quella artistica. Inoltre Dio è vivo anche nella gente umile, nei minatori. Le prime opere che realizza sono disegni realisti di contesto sociale. Nell’81 abbandonò l’attività di predicatore e ritornò a L’Aia dove cominciò a dipingere ad olio e a copiare le opere di artisti che trattavano il tema del lavoro.
Il suo primo periodo fu quindi dedicato ad opere di denuncia della povertà e del lavoro, come “I mangiatori di patate” del 1885. Fra il 1886 e il 1888 Van Gogh si trasferì a Parigi presso il fratello Theo. Il periodo parigino è importante sia per la personalità del pittore sia per il suo futuro sviluppo artistico. Egli si recò nella capitale con l’intento di vivere e lavorare in gruppo, condividendo con altri artisti il suo ideale di arte al servizio della società.
Presto venne in contatto con gli impressionisti, che modificarono decisamente il suo approccio alla tavolozza. Grazie ai loro consigli acquistò una gamma di colori più ampia e con la tipica pennellata impressionista frantumata; anche il tessuto pittorico divenne più pastoso. Ma dall’esperienza impressionista rimase generalmente deluso.
Dal neo-impressionismo apprese la tecnica del pointillisme, ma divenne subito insofferente verso la rigidezza scientifica di Seurat e Signac. Non trovò ideali fra le nuove correnti, ma solo ricerche individuali dei singoli artisti. Nel 1888, deluso, si trasferì ad Arles, città della Provenza, con il desiderio di entrare in contatto con la natura e di godere delle luci e dei colori della campagna. I paesaggi provenzali lo ammaliarono con la loro natura ricca e brillante. Si lanciò quindi nel lavoro e iniziò a dipingere soggetti in serie. Cercava di fermare sulla tela la realtà di quei luoghi dal momento che ne era affascinato.
Pieno di aspettative, decise di invitare Gauguin a dividere con lui la casa e le esperienze. Era convinto di poter creare un sodalizio, ma in realtà la convivenza con Gauguin fu un fallimento. Nonostante l’amico fosse arrivato nell’ottobre, dopo poco più di un mese il rapporto era già incrinato. Dopo un litigio, Vincent arrivò addirittura a tagliarsi un orecchio per la rabbia. Motivo degli scontri erano le opposte concezioni dell’arte. Gauguin sosteneva che l’arte doveva rappresentare ciò che era nascosto, al di là delle apparenze, e per scoprirlo bisognava avere intuito e capacitò particolari.
Inoltre egli non aveva intenzione di lottare per la trasformazione di una società che disprezzava, ma anzi preferiva fuggire.
Van Gogh credeva fortemente che il colore non fosse evasione e che l’arte dovesse essere sì espressione della tensione spirituale, ma anche spinta alla modificazione della società.
Una volta partito Gauguin, Van Gogh decise di ricoverarsi nell’ospedale psichiatrico di Saint-Remy. Qui continuò a lavorare e realizzò 150 tele. Nel 1890 si trasferì ad Auvers ove diede sfogo alla sua interiorità e realizzò 180 tele in un solo mese. Solo attraverso la pittura riusciva ad entrare in contatto con il mondo circostante, poiché per lui l’arte era comunicazione. Il 27 giugno del 1890 pose fine alla sua vita con un colpo di pistola, estremo epilogo di una vita inquieta e sofferta alla ricerca costante di un contatto umano.
Notte stellata
Notte stellata, 1889, olio su tela, 73 x 92, Museo d’Arte Moderna, New York.
Il quadro raffigura un immenso cielo stellato luminoso su cui si staglia un oscuro cipresso mentre sullo sfondo si intravede la cittadina di Arles e in lontananza la Luna.
Il protagonista assoluto è il cielo e il suo mistero. L’uomo non è esplicitamente raffigurato ma se ne avverte la presenza dalle finestre illuminate delle case. La linea dell’orizzonte, molto bassa, lascia ampio spazio al cielo che incombe, con tutti i suoi misteri e le sue grosse stelle vorticanti, sulla piccola e quieta città sottolineando la limitatezza umana in confronto all’infinità dell’universo.
Ad un’estremità della tela, in primo piano, una grande massa scura, solitaria, ondeggiante, sono dei cipressi che fanno da immaginario ponte tra la terra e il cielo.
La calma e tranquilla terra assopita nel buio e nel sonno è in contrasto con la pulsante energia e vitalità del cielo notturno solcato dalla luce vibrante delle stelle e maculato di astri, di bagliori e di aureole.
La composizione del quadro è semplice: il cielo notturno occupa circa due terzi dello spazio della tela, mentre il terzo rimanente è occupato dal borgo e dalle colline ad esso retrostanti.
Diversamente da molte altre opere di Van Gogh, Notte Stellata fu dipinta a memoria durante il suo soggiorno all’ospedale Saint-Rémy e non en plein air come egli era solito fare, quindi il quadro non è una fedele riproduzione del paesaggio che egli vedeva, ma una immaginaria visione in cui affiorano anche elementi, quali il quieto paesino, presi dai suoi ricordi olandesi. Questo può forse spiegare, in parte, perché l’impatto emotivo dell’opera sia assai più forte che in altre opere di Van Gogh dello stesso periodo. Il dipinto quindi non è frutto dell’impulso di un momento, ma le pennellate e il cromatismo sono ben ponderati.
Il cielo notturno è reso da spesse pennellate di blu cobalto e verde, colori puri, violenti, contrastanti tra loro, privi di gradazioni sfumate e passaggi tonali.
Il cielo è punteggiato qua e là dai cerchi luminosi delle stelle, il tratto è tortuoso, spezzato, talvolta cupo, la pennellata è corposa, materica, impressa sulla tela con un’energia che proviene dal profondo dell’animo.
La materia pastosa tende ad assorbire la luce degli astri che si trovano catturati da un vortice di linee e colori; la scelta di tonalità calde, presenti qua e là, come il giallo e l’arancio, contribuiscono a rasserenare l’animo e ad offrire una sensazione di bellezza e di vita, la falce della luna e la stella bianca in basso appaiono più radiose, senza tuttavia riuscire a rischiarare il paesaggio che resta avvolto nelle tenebre della notte.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
- Italiano - "X agosto" di Giovanni Pascoli e Decadentismo
- Storia dell'Arte - "Notte Stellata" Van Gogh
- Scienze - La Luna e la conquista della Luna
- Educazione Fisica - Gli effetti dello Spazio sul corpo umano
- Geografia - Stati Uniti d'America
- Inglese - The solar system
- Storia - La seconda rivoluzione industriale e la storia del volo
- Tecnologia - Il trasporto aereo
- Francese - "Le Petit Prince" di Antoine de Saint-Exupéry
- Musica - "Nel blu dipinto di blu" di D. Modugno
Approfondimenti
- "Il gabbiano Jonathan Livingston"
- La notte di San Lorenzo
- I voli di D'Annunzio