Time
Pink Floyd
“Scorrono ticchettando gli attimi che compongono un giorno noioso,
consumi le ore percorrendo vie fuori mano
gironzolando per una piccola zona della tua città
aspettando che arrivi qualcuno o qualcosa a mostrarti la via.
Stanco di stare al sole, o a casa a guardare la pioggia,
sei giovane, la vita è lunga, c’è così tanto tempo da ammazzare oggi,
e un giorno ti volti e vedi che dieci anni sono scivolati via,
nessuno ti ha detto quando correre, hai perso lo sparo d’inizio.
Allora corri e corri per raggiungere il sole, ma sta tramontando
per fare il suo giro e rispuntare ancora una volta dietro di te.
Il sole è lo stesso nel suo cammino, ma tu sei invecchiato,
il respiro è più corto e la morte un giorno più vicina.
Ogni anno diventa più corto, sembra che il tempo non ci sia mai,
i programmi falliscono o diventano mezze pagine di linee annotate,
sopravvivono nella quieta disperazione, alla maniera inglese.
Il tempo è terminato, la canzone è finita, pensavo di avere ancora qualcosa da dire.
A casa, di nuovo a casa,
mi piace essere qui quando posso,
quando torno infreddolito e stanco
è bello scaldarsi le ossa accanto al fuoco.
In lontananza, al di là del campo,
il suono della campana di ferro
richiama il fedele ad inginocchiarsi
per sentire quelle magiche parole pronunciate dolcemente.”
Time
Pink Floyd
Il tempo nella storia, tra letteratura, filosofia e scienza
Con la consueta abilità espressiva dei testi, velati inevitabilmente da atmosfere spesso malinconiche (mai banalmente languide), persecutori di una sobrietà efficacemente comunicativa, i Pink Floyd condensano in cinque, intensi minuti uno dei temi più affascinanti della ricerca umana.
Nei versi di ‘Time’ si respira, in un connubio esemplare tra parole e musica, il dramma esistenziale che da sempre lega l’uomo al tempo: la ciclicità che sfugge, l’impalpabilità dell’eterno ripetersi, inesorabile e incomprensibile, del moto temporale (“Allora corri e corri per raggiungere il sole, ma sta tramontando, per fare il suo giro e rispuntare ancora una volta dietro di te”) è da sempre un quid dall’essenza inarrivabile, che ha generato per secoli in poeti, artisti e filosofi un senso di impotenza, variamente interpretato e analizzato, apparentemente insito nella stessa condizione umana.
Perché è l’uomo, nella linearità, nell’unicità della propria esperienza esistenziale a non trovare un punto d’accordo con la circolarità: è l’inarrivabile dimensione dell’eterno ritorno (per utilizzare un’espressione nietzscheana) a cadere in conflitto con la parentesi umana.
E se per Seneca tale logomachia è sanabile nella considerazione, prettamente stoica, dell’essenza ciclica di ogni cosa, come afferma nell’Epistula 36 (“Siamo destinati a tornare, e dobbiamo perciò uscire serenamente dalla vita. Osserva il corso delle cose che ritornano in se stesse: vedrai che nulla a questo mondo si estingue, ma alternativamente declina e risorge”), per il pastore errante del Canto notturno di Leopardi il dramma è costituito proprio dall’impossibilità di trovare un senso al moto instancabile della Luna nel cielo:
“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
[...] dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?”
Il pastore, colto nella sua semplicità, innalza al cielo un duro pianto, nell’aperta consapevolezza del non senso dell’esistenza: la Luna è metafora di una ‘coscienza esterna’ all’uomo, di un occhio che dall’alto possa comprendere “il perché delle cose”; il silenzio dell’astro, tuttavia, è eloquente. Leopardi, nella cosmicità del proprio pessimismo, canta un’umanità in scacco, deiettata (avrebbe affermato Sartre), costretta nella sua “temporalità”.
Attingendo ancora al moderno bagaglio poetico, è Fossati a dipingere l’immagine di un “mare infinito di gente” e del “passaggio del sole d’estate”: un’evidente antitesi tra la vita, proiettata in senso lineare, e il motus ciclico del tutto.
E se si ricollega quel ‘mare’, citato in una ballata musicale contemporanea, a un vero e proprio tòpos letterario che guarda all’essere umano dall’alto, nella sua piccolezza e nella sua intrinseca caratteristica di essere transitorio, perituro, parte insignificante di un’indistinta ‘fila’ di formiche (citando Herder), è evidente la stretta correlazione tra il tema del tempus e l’esistenza umana nella sua totalità.
Dal Cicerone del Somnium Scipionis al Leopardi della Ginestra, da Seneca a Sartre, dal remoto Mimnermo al moderno Ungaretti, dal Carpe diem oraziano al ripiegamento ermetico di Quasimodo, la temporalità è l’inafferrabile peculiarità umana che si traduce in fragilità, presa di coscienza del proprio (esistenzialista) essere-per-la-morte:
“Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età
[...] Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.”
Mimnermo
“Si sta
Come d’autunno
Sugli alberi
Le foglie” Ungaretti, da Allegria
“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera” Quasimodo, da Ed è subito sera...
È necessario, dunque, prima di affrontare la trattazione di un tema tanto abusato, soffermarsi sulle implicazioni esistenziali di cui esso si carica: ogni citazione attuata, ogni linea filosofica presa in considerazione dalla prospettiva ‘temporale’ ha insito in sé il binomio tempo-esistenza, così stretto da sfumare i propri contorni e sfociare in una riflessione unica, eterna, drammatica ma affascinante nella sua astorica importanza.
Il tempo nella storia, tra letteratura, filosofia e scienza
Prima parte
Il tempo come memoria
Seconda parte
Rewind Esci
- Tempo ciclico e tempo lineare: tra era precristiana e modernità
- Il tempo nella filosofia dell’Ottocento: la nascita dello Storicismo
- Nietzsche e l’eterno ritorno: la fine dell’uomo metafisico
- Seneca e il problema del tempo
- Leopardi e Ungaretti: cantori della fragilità umana
- La rivoluzione scientifica: il tempo oggettivo e il concetto di limite
- La misura del tempo
Tempo ciclico e tempo lineare
Tra antichità ed era moderna
“Quale la stirpe delle foglie, tale quella degli uomini.
Le foglie, alcune il vento sparge a terra, altre il bosco
rigoglioso produce, quando sopraggiunge la stagione di primavera.
Così le generazioni degli uomini: una nasce, l’altra scompare.”
Iliade
Omero, VI, vv. 146-149
“Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume
per due volte, perché né l’uomo
né le acque del fiume sono gli stessi.”
Eraclito/Cratilo
“Il tempo è immagine mobile dell’eternità.”
Timeo
Platone
“Omnia fert aetas” / “Il tempo porta via ogni cosa.”
Bucoliche
Virgilio, Eglogla IX
“Tutto, dall’eternità, è della medesima specie e ciclicamente ritorna, e non fa alcuna differenza se si vedranno le stesse cose nello spazio di cento o di duecento anni o nell’infinità del tempo; [...] sia chi vive moltissimi anni sia chi dopo brevissimo tempo è già morto subiscono una perdita uguale. È solo il presente, infatti, ciò di cui si può essere privati, poiché è anche l’unica cosa che si possiede, e uno non perde quello che non ha.
[...] Tra non molto non sarai nessuno, in nessun luogo, né sarà alcuna delle cose che ora vedi, né alcuno di coloro che vivono ora. È nella natura di tutte le cose, infatti, trasformarsi, mutare e perire, perché, senza soluzione di continuità, ne nascano altre.”
A se stesso
Marco Aurelio
“Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri,
o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
se molti inverni Giove ancor ti conceda
o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
– breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo
cogli l’attimo
e fugge il tempo geloso: non pensare a domani.”
Carmina
Orazio
La prima trattazione sistematica del ‘tempo’ risale a circa 2400 anni fa, quando un greco poco loquace, dal parlare criptico e oracolare (tanto che di lui si parlerà come “l’oscuro”) formula una teoria destinata a costituire uno dei capisaldi del pensiero occidentale: il panta rei eracliteo, la tesi dell’eterno fluire nasce come opposizione a una radicata visione filosofica che vuole l’Essere quale essenza stabile, immobile, ingenerata.
“E anche nel caso che quella progenie di uomini futuri desideri tramandare, di generazione in generazione, gli elogi di ciascuno di noi dopo averli appresi dai padri, tuttavia [...] non siamo in grado di conseguire una gloria non dico eterna, ma neppure duratura. Cosa importa, dunque, che discuta sul tuo conto chi nascerà dopo di te, se riguardo a te non parlava la gente nata prima?”
Somnium Scipionis
Cicerone
Negando una teoria alla quale si rifarà lo stesso Platone nella definizione del suo Iperuranio sovrasensibile (sebbene il pensatore ateniese si guarderà bene dal catalogare come ‘non-essere’, alla maniera parmenidea, gli enti mondani), Eraclito riscontra il senso dell’Essere nel Divenire: la realtà, soggetta di per se stessa a continua e necessaria trasformazione, è in quanto mutazione incessante nel tempo.
Adottando a simbolo del divenire eterno il fuoco, che nella propria caotica metamorfosi conserva una caratterizzazione substantialis, il filosofo di Efeso individua la chiave interpretativa del mondo nella teoria degli opposti, secondo la quale ogni cosa è se stessa in quanto costantemente in lotta con il suo opposto. La portata di tale pensiero è evidente nella manifesta paternità eraclitea della base del pensiero hegeliano: la dialettica.
“E intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge.”
Alla sera
Ugo Foscolo
Nell’idealismo del filosofo tedesco la temporalità diviene costituzione stessa del reale, nonché garante del suo assetto razionale; facendo proprie, infatti, le teorie di Eraclito (tanto da affermare “nessuna delle proposizioni di Eraclito non ha trovato posto nella mia filosofia”) Hegel definisce la struttura triadica della storia, della realtà e del pensiero umano: tesi (momento intellettivo astratto), antitesi (razionale negativo o dialettico) e sintesi (momento razionale positivo o speculativo), nel loro succedersi continuo, estrinsecazioni sequenziali della razionalità necessariamente insita nel reale, con il quale essa, in ultima analisi, coincide, costituiscono l’essenza non soltanto dell’iter storico umano, in quanto ogni epoca è negazione e superamento della precedente, in un cammino di infinita perfettizzazione dello Spirito, ma dell’Essere nella sua totalità: la sussistenza di un ente in quanto se stesso è possibile nella negazione dialettica del suo opposto. Il pensiero stesso è soggetto a tale struttura tripartita: l’intelletto genera concetti isolati, colti nella propria unilateralità (il Bene distinto dal Male, la Vita dalla Morte e così via: è la TESI, l’in sé), mentre la ragione provvede a relazionare ognuno di essi con la propria negazione (ANTITESI, il per sé), fino a considerare il concetto nella sua totalità (SINTESI, in sé per sé).
“[...] Ricordati che il Tempo è un giocatore avido
che vince senza barare, a ogni colpo.
È la legge.
Decresce il giorno, la notte avanza.
Ricordati!
L’abisso ha sempre sete, la clessidra si svuota.”
L’orologio
C. Baudelaire, da I fiori del mare
Nonostante l’indubbia grandezza del pensiero hegeliano, è necessario evidenziare come esso raccolga e fonda, in un unicum certamente rivoluzionario, elementi filosofico-culturali già codificati da secoli: da una parte la concezione mitica di rinascita, rinnovamento (evidente nel continuo rinnovarsi dello Spirito) che costituisce un pilastro del pensiero orientale, tradizionalmente connubiato al mondo naturale, tanto che nelle società primitive indiane e cinesi l’osservazione del movimento ciclico degli astri aveva favorito la definizione di un tempo circolare, idealmente rappresentato, appunto, da una ruota in moto; dall’altra la codificazione razionale di ciò nel pensiero occidentale: la civiltà greca, con Platone e Aristotele, sublima tale visione in campo filosofico.
La circolarità del movimento temporale è dunque pienamente giustificabile nell’ottica di un’osservazione naturalistica del mondo antico, ma ad un’analisi più approfondita risulta evidente come una simile concezione sia l’unica a poter sussistere in un mondo immanentista quale la civiltà precristiana: sebbene la filosofia platonica costituisca una ‘verticalizzazione’ ante litteram della realtà, rappresentando un campo fertile per l’attecchimento del pensiero cristiano, la relegazione del senso dell’Essere alla dimensione mondana non consente la proiezione ultra-terrena dell’esperienza umana; fino al Cristianesimo il tempo è circolare in quanto la sua linearizzazione presupporrebbe un inizio, una Creazione, concetto totalmente estraneo all’uomo antico, per il quale il mondo trae origine da un Caos ingenerato, e un fine, uno scopo fuori-da-sé, la cui individuazione risulta impossibile nell’ambito del pensiero immanente, privo dell’idea di un Dio vivificatore e porto dell’esistenza.
Ne consegue l’assenza di una concezione di immortalità in senso cristiano: se per Dante l’esistenza umana ha valore sub specie eternitatis, ovvero in rapporto all’eternità che attende l’uomo dopo la morte, risulta chiaro come, nella radicata religiosità dell’immaginario medievale, l’immortalità coincida con la gloria ultraterrena (o con la sua negazione). Per un poeta precristiano quale Orazio, al contrario, cantore di una vita che ritrova in se stessa il proprio quia, l’intima ragione d’essere, (come risulta per l’intera civiltà antica) l’unica speranza di sopravvivenza è la memoria, che in ambito artistico si traduce nella funzione eternatrice della poesia:
“Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo [...]
Non morirò del tutto, la mia opera
sopravvivrà alla Morte: continuamente rinascerò
nella gloria dei posteri.”
Il frammento, tratto dai Carmina, evidenzia la sublimazione artistica della volontà di sfuggire alla morte, un desiderio irrazionale, atemporale, che nell’antichità è alleviato soltanto dal pensiero di una sopravvivenza “nella gloria dei posteri”.
È Foscolo, l’artista neoclassico e passionale, il materialista che cerca conforto nell’illusione di una vita dopo la morte, ad accogliere nella contraddittorietà della propria arte sempre in bilico tra la sicurezza dell’immanentismo di stampo illuminista e la disperazione “esistenzialista” del pessimismo romantico, la lezione oraziana:
“E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi dei sepolcri, e quando
il tempo con le sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplee fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.”
Dai Sepolcri
L’epicità dei toni, una costante dei Sepolcri foscoliani, non nasconde, ma, anzi, accentua quel senso di tragicità dovuto alla provvisorietà dell’esistenza (“qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso / che distingua le mie dalle infinite / ossa che in terra e in mar semina morte?). Tuttavia, è nella parola poetica, nell’“armonia” che “vince [...] il silenzio”, che tale angoscia si placa: la speranza di una gloria postuma è l’unico baluardo da opporre alla fuga inesorabile del tempo.
Foscolo, d’altronde, tende costantemente a sottolineare la propria grecità; in cerca di una legittimazione come erede della cultura antica, trasferisce nella letteratura italiana il tema dell’immortalità donata dalla poesia.
Nonostante la rivoluzione apportata dal Cristianesimo nell’antico modo di concepire il ‘tempo’, lo schema ciclico è destinato a sopravvivere in diversi ambiti: nel XVI secolo Machiavelli asserisce che la fissità della natura umana, sempre uguale a sé, comporta il ripetersi incessante di eventi e azioni, sottoponibili, dunque, ad uno studio scientifico, metodico e previsionista, al pari di ogni fenomeno naturale.
È dall’analisi disincantata e acuta del Principe che emerge la solida base naturalistica dell’ideologia dell’autore: lo Stato è descritto similmente ad un organismo biologico, soggetto a cicli continui di nascita, sviluppo e morte.
Ad ogni modo, l’adozione del sistema ‘circolare’ si carica in Machiavelli di un tono marcatamente pessimista: nello sviluppo
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.