Il villaggio vicino
Emanuela Sozio
Classe 5C
Anno scolastico 2008/2009
Indice
- Introduzione pag. 3
- Franz Kafka pag. 6
- Virginia Woolf pag. 9
- Marcel Proust et “À la recherche du temps perdu” pag. 13
- Sentimento del tempo pag. 17
- La riflessione sul tempo in Seneca e in Agostino pag. 19
- La riflessione filosofica del tempo pag. 21
- Lo sbarco in Normandia pag. 29
- Le derivate pag. 31
- Time - Pink Floyd pag. 34
Introduzione
L’idea nasce un giorno, per caso, mentre stavo approfondendo su internet un autore studiato nel corso dell’anno, mi sono ritrovata a leggere un piccolo racconto, solo una cinquantina di parole ma dense di significato:
Il villaggio vicino, di Franz Kafka.
Mio nonno soleva dire: “La vita è incredibilmente breve. Oggi, nel ricordo, mi si accorcia a tal punto che a malapena, per esempio, riesco a concepire come un giovanotto possa decidere di recarsi a cavallo fino al villaggio vicino senza il timore che, a prescindere da accidenti sfortunati, il tempo stesso di una vita normale e serenamente vissuta sia di gran lunga inadeguato a tale viaggio”.
A livello critico l’importanza e la grandezza dello scrittore praghese sono ormai fuori discussione, ma di un autore così problematico e allusivo le interpretazioni non sono univoche. Di volta in volta le sue opere sono state lette come una disperata negazione di ogni senso, come parabola della solitudine dell’uomo senza Dio, come critica dell’alienazione umana nel mondo moderno. I suoi testi sono stati collegati ora a questa ora a quella matrice filosofica o letteraria (l’esistenzialismo, l’espressionismo, il surrealismo).
Muoversi dal proprio villaggio, per quanto breve possa essere la distanza che lo separa da una meta così vicina, diventa nella visione dell’autore un’impresa che non si può compiere in una vita intera. Lo sguardo del nonno agisce a ritroso contraendo tutta la propria vita (lunga) e paragonandola a quella che lo attende, finendo con l’affermare rassegnato e quasi divertito, che la vita è talmente breve che dura meno del tempo impiegato a raggiungere il villaggio vicino.
L’autore in pochissime parole, ci regala due immagini nitide e che possiamo paragonare in tutta la loro semplicità: una vita (presumibilmente 70 anni) e il tempo necessario per andare al villaggio vicino (presumibilmente un’ora).
70 anni/60 minuti
Siamo costretti a riflettere sul senso del tempo e siamo indotti a pensare che il tempo sia come un elastico che si espande e contrae senza una regola precisa.
Potrebbe persino arrivare la conclusione che il nonno non avrebbe vissuto più molto e rendesse quell’ultima ora preziosa più di una vita intera.
Carpe diem dicevano i latini, cogli l’attimo. L’attimo fuggente. Fiumi di inchiostro sono stati versati su questo concetto. Da qui nasce lo spunto per il tema della mia tesina:
Il Tempo Supremo Tiranno e il modo in cui ognuno di noi vive questa lotta.
Da sempre, nel corso della storia, l’Uomo ha preso coscienza dell’inesorabile scorrere del tempo, della precarietà della sua condizione. Il vero problema col tempo è vivere la libertà del tempo interiore, ovvero la durata qualitativa del tempo vissuto nella nostra coscienza, le sensazioni, le passioni, le emozioni attraverso le quali, inspiegabilmente, certi secondi sembrano durare ore e certi giorni sembrano volar via come minuti.
Questo problema è stato uno dei temi principali affrontato dalla Filosofia e dall’Arte ed ogni corrente di pensiero ne ha proposto svariate interpretazioni e soluzioni.
La nuova concezione del tempo tra ‘800 e ‘900 ha tra i suoi principali fondatori il filosofo francese Bergson: egli mette in crisi il paradigma positivista e non vede più la realtà sotto leggi meccaniche e sotto le coordinate temporali della fisica, ma intende il reale come una proiezione del soggetto e della sua coscienza.
Queste nuove idee hanno un riscontro molto importante anche in letteratura e dall’inizio del XX secolo, con le opere di Proust, Mann, Joyce, Virginia Woolf, per esempio, il tempo non è più soltanto la condizione necessaria per portare a compimento un’azione, ma è il soggetto stesso del romanzo. Si assiste dunque ad un processo di interiorizzazione: al tempo matematico sembra sostituirsi quello della coscienza. Nel romanzo ottocentesco il succedersi degli eventi era narrato, in genere, in modo oggettivo e cronologico, tanto che i fatti sembravano facilmente situarsi in un “prima” e in un “poi” ed apparivano lineari alla coscienza del narratore. Nel romanzo novecentesco invece, appaiono concezioni fortemente soggettive del tempo: viene proposta una percezione soggettiva della durata, il tempo cioè sembra dilatarsi o ridursi a seconda degli stati di coscienza di colui che vive e racconta le esperienze. Un evento piccolissimo, filtrato da tutto ciò che attraversa la coscienza degli individui in ogni istante, è in grado di dar vita a ricordi e concatenazioni di idee che possono protrarsi per pagine e pagine. È questo il procedimento dello “Stream of Consciousness”.
In questo lavoro ho preso in considerazione, concentrandomi soprattutto sulla loro concezione del tempo, tre rappresentanti della letteratura europea del primo ‘900, Virginia Woolf, Proust, Ungaretti e concludo con il testo di una canzone di un famoso gruppo Rock inglese: i Pink Floyd.
Franz Kafka
Franz Kafka wurde am 3. Juli 1883 als Sohn einer wohlhabenden jüdisch-deutschen Kaufmannsfamilie in Prag geboren. Diese Zugehörigkeit zu mehreren Welten brachte in ihm ein schmerzvolles Gefühl der Fremdheit und der Isolation hervor. „Als Jude”, sagte er, gehöre er „nicht ganz zur christlichen Welt. Als indifferenter Jude… nicht ganz zu den Juden. Als deutschsprechender Jude nicht ganz zu den böhmischen Deutschen. Als Böhme nicht ganz zu Österreich”. Auch seinem Amt als Prokurist in einer Arbeiterunfallversicherungsgesellschaft gehörte er nicht ganz, denn er fühlte sich vor allem als Schriftsteller. Zu dem soliden bürgerlichen Beruf und zu seinem Jurastudium war er von seinem tyrannischen Vater veranlasst worden. Ihm gegenüber fühlte er sich sein ganzes Leben lang unterlegen und schuldig. Auch in der Familie war er „fremder als ein Fremder”. Er hatte als nirgendwo, weder in der Familie noch in der Gesellschaft, weder im Büro noch im Glauben, ein „Zuhause”, und diesen Mangel an Halt und Ordnung empfand er als eine Schuld. Auch seine Helden sind isoliert und leben in einer feindlichen und fremden Welt; sie streben nach einem Ziel, das sie nie erreichen werden. Sie kämpfen vergebens um das Gesetz, dem sie unterworfen sind; aber diese höhere Instanz, die sich mit Ordnung, Autorität, Sinn des Lebens oder auch Gott selbst umschreiben lassen könnte, entzieht sich ihnen, und so sind sie zum Scheitern verurteilt. Die Isolation Kafkas und seiner Figuren ist die Folge einer begangenen Schuld, die immer unbekannt ist. Auch in diesem Nichtkennen und Nichtwissen liegt ein Grund der Schuld. So läuft das Leben von Kafkas Helden wie ein Gerichtsprozess ab, der mit der Verurteilung des Angeklagten endet. Die Strafe wird von den Helden als etwas Notwendiges, als die einzige Möglichkeit der Sühne und Erlösung aufgenommen.
Wie der Autor selbst sind auch seine Gestalten häufig Einzelgänger und Junggesellen. Alle Frauenbeziehungen Kafkas – zu der Berlinerin Felice Bauer, zu der tschechischen Schriftstellerin Milena Jesenska und zu der polnischen Jüdin Dora Dymant – waren problematisch und endeten ohne Heirat. Das Junggesellentum Kafkas und seiner Hauptfiguren ist also ein Zeichen der Unfähigkeit, sich in die menschliche Gemeinschaft einzugliedern. Im Mittelpunkt von Kafkas Welt steht die Angst des modernen Menschen, seine Hoffnungs- und Ausweglosigkeit in einer sinnlosen Welt, die Gott verloren hat. Diese Überzeugung des „Geworfenseins” des Menschen in das Unbegreifbare verbindet Kafka mit dem Existenzialismus. Die Welt, zu der die kafkaschen Helden gehören, ist eine anonyme, reale Alltagswelt, in die aber immer wieder ungeahnte groteske Situationen einbrechen. Das Absurde, Irreale ereignet sich also inmitten einer Wirklichkeit, die ohne Pathos, sachlich und detailliert beschrieben wird, so dass das Normale als das Absurde und das Absurde als etwas ganz Normales erscheint. Kafkas surrealistische Darstellungsweise wird „magischer Realismus” genannt. Kafkas Gestalten sind keine Ausnahmemenschen, sondern meistens Durchschnittstypen, die individuell psychologisch nur wenig charakterisiert, sondern eher zu Modellen, zu Schemen reduziert werden. Wie im Märchen tragen sie meistens keinen Namen und bewegen sich in einer historisch und geographisch unbestimmten Welt, in der es keinen Kontrast zwischen Gut und Böse und auch keine Phantasie gibt. In Kafkas Werk werden auch Träume, Ängste, Visionen dargestellt. Um diese unbewussten Vorgänge des Seelenlebens darzustellen, greift Kafka oft zur Allegorie und zur Parabel, die eine sehr wichtige Rolle in der jüdischen Tradition spielen. Der Autor behält immer Distanz zum Erzählten („personale” Erzählhaltung) und man erlebt das Geschehen aus der Perspektive des Helden. Seine Sprache ist klar, schmucklos, nüchtern. Kafkas Werk, das im expressionistischen Zeitalter erschien und hauptsächlich aus ganz kurzen Prosatexten, Erzählungen und drei Romanen besteht, ist keiner bestimmten Kunstrichtung zuzuschreiben und hat zu verschiedensten Interpretationen Anlass gegeben: philosophischen, religiösen, psychoanalytischen, soziologischen. Viele haben in dem Prager Autor einen Vorläufer des Surrealismus und des Existenzialismus gesehen. Es steht auf jeden Fall fest, dass die Wirkung seines Werkes erst nach dem Zweiten Weltkrieg begann. Kafka starb in einem Sanatorium bei Wien am 3. Juni 1924.
Brief an den Vater
Der Konflikt Vater-Sohn, den Kafka schmerzlich empfunden hat und der in seinem Brief an den Vater dokumentiert ist, ist das Leitmotiv der berühmten Erzählungen
Das Urteil
Die Verwandlung.
Die Romane
Im Mittelpunkt von den drei Romanen Kafkas steht ein einzelner, der versucht, sich innerhalb der Institutionen mit Fragen nach dem Lebenssinn durchzusetzen.
Der Verschollene, Amerika
Romanfragment von Max Brod betitelt (1911-1912 entstanden und 1927 veröffentlicht), ist ein junger Europäer, der wegen einer Liebesaffäre nach New York geschickt wird, wo er in Kontakt mit den Mechanismen der modernen kapitalistischen Welt kommt.
Der Prozess
(1912-1914 entstanden, 1927 veröffentlicht): Der Bankprokurist Josef K. wird eines morgens verhaftet; trotzdem darf er weiterarbeiten und sich frei bewegen. Er weiß nicht, welche Schuld man ihm vorwirft und von wem ihm der Prozess gemacht wird. Umsonst versucht er, zu dem geheimen Gericht vorzudringen. Schließlich wird das Urteil vollstreckt: zwei schwarz gekleidete Herren holen ihn ab und erstechen ihn wie „einen Hund”.
Das Schloß
Im letzten Roman (1922 entstanden und 1927 veröffentlicht) kommt der Landvermesser K. in ein Dorf, das zu Füßen eines Schlosses liegt. Er meint, er sei von dessen Behörden berufen worden, um dort seinen Dienst aufzunehmen. Trotz seiner Bemühungen und seiner Versuche, von den Dorfbewohnern anerkannt zu werden und eine Bestätigung seines Auftrags zu erreichen, gelingt es ihm nicht, ins Schloss einzudringen. Dem sterbenden K. bleibt das Schloss unerreichbar.
Virginia Woolf
Virginia Woolf was born in 1882 in London, the third of four children. Her father was a journalist, an editor and a writer. Virginia was educated at home with her sister Vanessa, because her father did not think girls should be allowed to go to school or university. The Stephen family were happy, especially because the children were conscious of the deep love between their parents, but with their mother’s premature death in 1895 the atmosphere in the house became unbearably dark and oppressive. Virginia had her first breakdown in this period: she became intolerably depressed, she was terrified of people and heard what she later was to call “those horrible voices”. Finally she recovered, but her symptoms were to return later and to become even more serious. After her father’s death in 1904 she had a second breakdown and tried to commit suicide for the first time, throwing herself from a window. However, she recovered again and started to write for The TLS (Times Literary Supplement), and continued to do so until her death. In 1905 the family moved to Gordon Square, in Bloomsbury, a district of London, where Virginia’s brothers often invited their Cambridge friends, thus giving origin to the “Bloomsbury Group”. It was made up of intellectuals and artists, among whom were Leonard Woolf, a Jewish writer of powerful intellect and the novelist E.M. Forster.
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