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Introduzione

Gli incontri che cambiano la vita di una persona spesso sono casuali e inaspettati.

Mai avrei sospettato che quella mattina di ottobre di quattro anni fa, quando la prof.ssa Ferreri entrò in classe per parlare dei laboratori pomeridiani, avrei incontrato quella che in futuro sarebbe stata una delle mie più grandi passioni, il Teatro.

È stato così che, grazie alla scuola, ho iniziato a recitare.

Le esperienze che si sono susseguite in questi anni mi hanno permesso di avere un contatto più diretto con un mondo di cui prima non avevo mai fatto esperienza diretta, nonostante mi affascinasse molto. In questo modo G. Orwell, A. Checov, lo spettacolo di Pinocchio e "L'attore con la voce ed i gesti può creare un mondo..", mi hanno regalato sensazioni uniche e momenti veramente speciali.

L'esperienza teatrale e personale che ne ho ricavato è stata quindi ricca e mi ha permesso di crescere in tutti i sensi, anche dal punto di vista caratteriale e interpersonale.

Nello stesso tempo la mia esperienza scolastica continuava arricchendomi dal punto di vista non solo umano, ma soprattutto culturale.

A conclusione di questo ciclo di studi dovendomi cimentare nell'esposizione di un argomento, la mia scelta è caduta immediatamente sul teatro, in particolare ho voluto analizzare le difficoltà che si incontrano nel mettere in scena un testo teatrale (difficoltà che ho incontrato in prima persona), poiché spesso il messaggio che l'autore vuole dare attraverso il suo scritto è filtrato da colui che dirige la messinscena (il regista) e dall'attore, che ne danno un'interpretazione che può essere differente da quella che l'autore invece comunica.

È possibile quindi che la rappresentazione teatrale esprima fedelmente e senza nessun filtro il messaggio dell'autore? È la domanda a cui cercherò di rispondere…

"L'attore rappresenta l'opera dell'autore (che può essere egli stesso), incarnandone i personaggi davanti ad un pubblico. Da un lato, egli compie una sintesi fra il personaggio di fantasia e la sua determinata persona; dall'altro funge da mediatore tra l'opera d'arte e lo spettatore, nella definitiva unità dello spettacolo. L'attività dell'attore è dunque una mediazione costante, che si svolge attraverso un duplice processo di metamorfosi, mentre l'attore rinuncia, ogni volta in guisa e misura diversa, alla propria identità in favore del personaggio di fantasia, egli interpreta quello stesso personaggio secondo i modi più familiari e comprensibili allo spettatore."

È con queste parole che Gerardo Guerrieri, un noto critico e studioso del teatro di metà '900, ha definito quello che è uno dei mestieri più creativi e al contempo difficili che esistono.

Certamente non si può non concordare con lui quando parla dell'attore come mediatore tra quella che è l'opera letteraria, l'io dello scrittore, con i suoi pensieri e il modo di essere dell'attore stesso, il suo io. Ma come Guerrieri ci fa ancora notare, l'attore può essere al contempo l'autore stesso del pezzo che andrà ad interpretare.

È quindi molto probabile che il messaggio dell'attore/autore venga espresso più chiaramente rispetto a quando non vi sia una coincidenza tra i due.

Ma è realmente possibile che il messaggio di un'opera letteraria possa essere espresso senza alcuna mediazione che ne alteri il significato, in una pièce teatrale? Per cercare di comprendere ciò iniziamo partendo dalle origini della rappresentazione teatrale per delinearne brevemente poi gli sviluppi.

Sviluppo della funzione teatrale

Il teatro greco, o meglio la tragedia greca, ha un'origine di tipo propiziatorio che si può far risalire alle prime celebrazioni e rappresentazioni a carattere religioso per il dio Dióniso. Erano quindi momenti di raccoglimento per tutta la popolazione, e così continuerà ad essere il teatro ellenistico per tutta la sua durata. Il teatro aveva inoltre una funzione comunicativa dal momento che gli spettatori venivano in contatto, tramite i testi dei grandi tragediografi greci, con quegli aspetti che non facevano parte della realtà quotidiana.

Questa funzione venne mantenuta anche per tutto il teatro classico, per tutta la commedia dell'arte per arrivare sino al passato più recente. A partire dall'inizio del Novecento e andando poi avanti, questa funzione è in parte andata perduta a causa dell'avvento di nuovi mezzi di comunicazione. In ogni caso il teatro ha rivestito un ruolo importante, soprattutto in ambito letterario, poiché molti scrittori vi si sono interessati interrogandosi, proprio come ha fatto per esempio Pirandello, sul ruolo che ha, ancora oggi, una delle più antiche istituzioni della storia della civiltà e se nell'era odierna ha ancora senso fare del teatro dal momento che il ruolo principale che aveva rivestito in passato ora sembra quasi essersi dissolto.

Seneca: la tragedia come strumento di insegnamento filosofico e morale

Iniziamo partendo dall'antichità classica e prendendo in considerazione uno dei più grandi rappresentanti della filosofia stoica: Seneca. Egli, vissuto in epoca Neroniana, fu allo stesso tempo non solo un filosofo, ma anche uno scrittore ed un drammaturgo. Seneca infatti scrisse nove tragedie, di cui non abbiamo né una cronologia assoluta né relativa, tutte di argomento mitologico. I temi ed i personaggi sono gli stessi delle tragedie greche, ma la sua novità sta nel fatto che sono tutte permeate da quello spirito filosofico tipico senechiano, il cui intento era quindi morale ed educativo. I personaggi di queste tragedie hanno la funzione di antiexempla (esempi negativi), essi infatti devono far pensare lo spettatore sul male e allontanarli da questo. In particolar modo i mali a cui il filosofo si riferisce sono le passioni che, secondo la dottrina stoica, sono il principale ostacolo alla felicità e all'adempimento del proprio dovere; per essere evitate e combattute vanno quindi conosciute nella loro essenza e nei loro "modi di agire". Per questo in tutte le sue tragedie Seneca presenta la genesi, lo sviluppo, lo scoppio della passione e le estreme conseguenze.

Un esempio significativo ne è la "Medea" in cui sono messe a tema l'amore e l'ira, secondo Seneca la passione peggiore di tutte.

MEDEA: Sono perduta, il suono dell'imeneo ha raggiunto le mie orecchie. A stento io stessa posso credere a una simile sventura. Ha potuto far questo Giasone? Dopo avermi strappato al padre, alla patria e al regno, con duro cuore abbandonarmi sola in un luogo straniero! Ha disprezzato i miei meriti lui che pure aveva visto esser vinti dal mio delitto le fiamme e il mare? Egli crederà che fino a questo punto sia consumata tutta la mia capacità di compiere delitti? Incerta, forsennata, dalla mia mente folle sono trascinata per ogni dove; con che cosa potrei vendicarmi? Oh se egli avesse un fratello. Ha una moglie: contro costei si estragga la spada. Questo è abbastanza per le mie sventure?

Se le città Pelasghe, se le città barbare conoscono un crimine che le tue mani ignorano, questo ora si deve preparare. Ti esortino i tuoi delitti e tutti ritornino: il celebre tesoro del regno rubato, e il piccolo compagno dell'empia vergine diviso a pezzi dalla spada, l'assassinio compiuto davanti al padre e il cadavere disperso nel mare e le membra del vecchio Pelia cotte in un calderone di bronzo; quanto spesso ho empiamente sparso sangue funesto, eppure non ho compiuto nessun delitto con ira: ad infuriare è solo il mio amore infelice.

Che cosa, tuttavia, poteva Giasone, posto sotto l'arbitrio e il comando altrui? Avrebbe potuto offrire il petto alla spada - pazzo dolore, parla meglio, ah meglio -. Se può, viva mio, come fu un tempo, Giasone; se no, viva comunque e memore di me mi risparmi, in grazia dei miei servigi. La colpa è tutta di Creonte, che senza conoscere freni a causa dello scettro regale scioglie i matrimoni, e strappa la madre ai figli e rompe la fede nuziale annodata da un così stretto pegno d'amore: si assalti solo costui, paghi il fio che deve. Renderò la sua casa un cumulo d'alta cenere e il capo Malea, che costringe le navi a un lungo giro, vedrà levarsi dalle fiamme un nero vortice di fumo.

NUTRICE: Taci, ti scongiuro, e affida i tuoi lamenti nascosti a un segreto dolore. Chiunque sa sopportare in silenzio con animo paziente ed equilibrato gravi ferite, sa anche rendere il contraccambio: l'ira che nasconde sa nuocere; gli odi confessati perdono l'occasione per la vendetta.

MEDEA: È lieve il dolore che sa prendere una decisione e tenersi nascosto; le grandi sventure non restano occulte. Mi piace andare all'assalto dei miei nemici.

NUTRICE: Ferma la folle violenza, tu che da me fosti allattata; è molto se lo stare tranquilla e in silenzio ti può difendere.

MEDEA: La fortuna teme i forti, affligge gl'ignavi.

NUTRICE: Il valore si fa apprezzare solo se trova l'occasione di manifestarsi.

MEDEA: Il valore non può non trovarla.

NUTRICE: In una situazione di disgrazia nessuna speranza mostra una via di salvezza.

MEDEA: Chi non può sperare nulla non deve disperare di nulla.

NUTRICE: I Colchi sono lontani, nulla è la fede di te verso il tuo sposo e di tanta potenza niente ti rimane.

MEDEA: Rimane Medea, qui vedi il mare e la terra e la spada e il fuoco e gli dèi e i fulmini.

NUTRICE: Un re è da temersi.

MEDEA: Era re anche mio padre.

NUTRICE: Non temi le armi?

MEDEA: No, siano pure spuntate dalla terra.

NUTRICE: Morirai.

MEDEA: Lo desidero.

NUTRICE: Fuggi!

MEDEA: Mi sono dovuta pentire della fuga già una volta.

NUTRICE: Medea…

MEDEA: …la diventerò.

NUTRICE: Sei madre.

MEDEA: Vedi bene per chi lo sono.

NUTRICE: Sei incerta se fuggire?

MEDEA: Fuggirò, e prima anche mi vendicherò.

NUTRICE: Ti inseguiranno per punirti.

MEDEA: Forse troverò il modo per ostacolarli.

NUTRICE: Trattieni le parole, risparmiati, folle, le minacce e placa la tua superbia: è giusto adattarsi alle circostanze.

MEDEA: La fortuna può togliere il potere, non il coraggio. Ma chi fa cigolare il cardine della porta della reggia? È proprio lui, Creonte, tutto insuperbito dal suo dominio sui Pelasghi.

(trad. di A. Giardina)

Abbiamo visto come le tragedie di Seneca siano da inserirsi, nella sua vasta opera, all'interno della produzione filosofica.

Leggendo questi drammi si nota inoltre come il filosofo privilegi il gusto per il macabro, soffermandosi nella descrizione di scene truculente, come, per esempio, quando Edipo si strappa gli occhi dalle orbite o quando il tiranno Atreo cuoce le carni dei figli di Tieste e gliele serve a tavola.

Si nota come questo tipo di situazioni siano difficili da inscenare e gli studiosi si sono quindi chiesti se le tragedie fossero state pensate per essere recitate o meno. Si crede che, proprio per la crudezza di alcune scene e in particolar modo per una certa letterarietà in cui prevale l'aspetto morale sulla vicenda drammatica, i drammi senecani fossero destinati esclusivamente alla lettura o alle pubbliche recitationes e non alla rappresentazione teatrale vera e propria, anche perché molto probabilmente così si sarebbero focalizzati sull'aspetto recitativo e "scenografico" a discapito dell'intento filosofico-moralistico.

Notiamo allora come il problema dell'influenza dell'atto recitativo sul messaggio del testo scritto, fosse, anche se indirettamente, già presente fin dalla latinità.

La "Commedia dell'Arte" e il teatro dell'attore

Andando avanti con i secoli per arrivare a fine Rinascimento possiamo notare una prevalenza del teatro dello scrittore, o per meglio dire come, durante gli eventi spettacolari di quel periodo, il teatro recitato tendeva a mettere maggiormente in luce l'opera dello scrittore che non il lavoro dell'attore il quale molto spesso era dilettante e questo permetteva quindi una maggiore attenzione da parte del pubblico su ciò che andava a recitare (il testo, le parole) e non sul modo in cui lo faceva.

Ma nel 1500 abbiamo un cambiamento in tutta questa struttura teatrale dovuto al fatto che in questo periodo andava sempre più affermandosi la "Commedia dell'Arte", con la quale i ruoli vengono ribaltati e il primato spetterà alla drammaturgia d'attore, un modo di recitare che risulta autonomo, in parte o del tutto, dal testo scritto ponendo in rilievo la bravura e la maestria degli attori. I comici dell'arte non si limitano dunque a recitare "bene" copioni anche di scarso valore, essi creano veramente la propria parte e lo spettacolo intero sul palcoscenico. Fu proprio per questo motivo che venne anche denominata "commedia all'improvviso".

Il termine "Commedia dell'Arte" ha bisogno però di spiegazioni, soffermiamoci quindi a delineare quelli che sono i suoi caratteri principali. La "Commedia dell'Arte" nasce verso la metà del 1500 in ambienti di corte e culturalmente elevati, per svilupparsi poi per tutto l'arco del '600 ed esaurirsi a metà del '700.

In questo caso il termine "Arte" non possiede l'accezione che diamo noi oggi, ma sta a significare "attività artigiana", poiché gli attori che recitavano erano considerati a tutti gli effetti come tali dal momento che essi creavano un qualcosa, il recitare era considerato quindi come una professione al pari di tutte le altre.

La "Commedia dell'Arte" venne conosciuta in tutta Italia (e si diffuse poi anche in Europa) perché le compagnie di attori si spostavano, viaggiavano fermandosi poi nelle piazze dei paesi cercando di guadagnare qualcosa improvvisando ogni volta un nuovo spettacolo. Anche qui bisogna specificare il significato del termine: improvvisare non vuol dire che gli attori salissero sul palco non avendo la benché minima idea di cosa andare a recitare inventandosi ogni volta le battute e la trama della commedia. Gli attori infatti avevano dei canovacci fissi che davano le "linee guida" delle varie commedie e allo stesso modo avevano delle battute prefissate da adattarsi alle varie situazioni che potevano essere rappresentate in un canovaccio.

Nella "commedia" inoltre erano presenti dei personaggi, detti anche "maschere", fissi che rappresentavano i vari livelli della scala sociale. A noi sono rimasti solo quelli più importanti che sono:

  • ARLECCHINO, è la tipica maschera veneziana nonostante egli sia bergamasco, alla fine infatti finisce per parlare veneziano. Egli è un sognatore, è fine ed è complementare di Brighella.
  • BRIGHELLA, anche lui bergamasco che, come Arlecchino, finisce per parlare veneziano. Lui ed Arlecchino sono complementari, infatti Brighella, al contrario dell'amico, è più concreto e sua unica preoccupazione è poter mettere qualcosa dentro allo stomaco.
  • BALANZONE, dottore in legge, è bolognese.
  • PANTALONE, è un mercante veneziano, molto avido e che fa di tutto per spendere il meno possibile.
  • COLOMBINA, è la moglie di Pantalone.
  • PULCINELLA, è la tipica maschera napoletana e rappresenta la critica al potere politico.
  • IL CAPITANO, che rappresenta il controllo della legge.

Questi personaggi venivano anche denominati "maschere", proprio perché una loro caratteristica era la recitazione con le maschere a mezzo volto, la mimica facciale quindi era decisamente importante dal momento che, parlando in dialetto, spesso non era comprensibile ciò che dicevano, perciò per sopperire a questa mancanza di comprensione essi si facevano capire tramite i movimenti della faccia e anche del resto del corpo.

Ricapitolando, in questo periodo si afferma la "Commedia dell'Arte" nella quale il fulcro di tutto era l'attore e la sua recitazione "improvvisata" che gli permetteva di riarrangiare ogni sera nuove commedie. Ma tutto questo meccanismo non è completo senza il "lazzo". I lazzi sono scherzi, arguzie, giochi di parole e la loro efficacia è strettamente legata al gesto. Ora, a differenza di ciò che riguarda le parole, ci rimane ben poco di quei repertori di gesti che tanto dovettero risultare importanti nella riuscita di uno spettacolo. Questo anche perché come sappiamo l'arte del recitare è volatile, non può essere fissata. Quello che a noi rimane sono i testi, i copioni, ma non gli spettacoli con i gesti e il modo di recitare degli attori. In ogni caso sono arrivati fino a noi, se non esempi di lazzi gestuali, almeno degli scritti di lazzi verbali.

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