Severino Murgia, Classe IIIA a.s. 2004/05, percorso interdisciplinare per l’esame di Stato.
Premessa
Lo scopo del percorso è quello di tracciare una storia delle riflessioni sul potere e sullo stato, dall’antica Grecia fino allo stato totalitario passando per le teorie di Machiavelli e Rousseau.
Il percorso si divide in due blocchi, il primo riguardante la nascita dello stato e l’origine del potere. Il secondo riguardante il funzionamento dello stato, l’individuazione delle tre principali forme di governo e per finire lo stato totalitario, la tragica invenzione del ‘900, utilizzando la teorizzazione della scrittrice Hannah Arendt.
“Ciò che io chiedo al potere è di garantire la libertà non di nome, ma di fatto, cioè non attraverso una enunciazione tattica, ma attraverso una elaborazione del pensiero”
Pier Paolo Pasolini
Scaletta
Cos’è lo Stato, da dove ha origine:
- Res Publica res populi
- Definizione di Populus
- Creazione del patto sociale
- Nascita delle leggi
- Obbedienza alle stesse
Come funziona il potere:
- Identificazione delle tre forme di governo.
- Anakyklosis.
- Monarchia-Tirannide.
- Aristocrazia-Oligarchia.
- Democrazia-Oclocrazia.
- Il principe di Machiavelli.
- Il totalitarismo.
- L’organizzazione totalitaria.
- L’apparato statale.
- La polizia segreta.
- I campi di concentramento.
Severino Murgia, Classe IIIA a.s. 2004/05, percorso interdisciplinare per l’esame di Stato.
Parte prima
Res Publica, Res Populi
«Est igitur res publica res populi, populus autem non omnis hominum coetus quoquo modo congregatus sed coetus multitudinis iuris consensu et utilitatis communione sociatus» (1)
Così afferma Cicerone nel primo libro del De Re Publica.
Qui troviamo una prima definizione di che cos’è lo Stato: esso è Res Populi, cosa del popolo. Lo Stato nasce per diretto volere di un gruppo di persone, che più tardi definirò, che sentono il bisogno di unirsi in quell’insieme di norme che è lo Stato, Res Publica per usare il termine latino.
Il fatto che Cicerone concepisca lo Stato come diretta emanazione del popolo non deve trarre in inganno, lui non è un fervente democratico. Sempre nel De Re Publica affermerà che la democrazia non è la forma di governo migliore poiché toglie peso politico ai singoli individui distribuendolo in maniera eguale.
Però pur non essendo democratico Cicerone stabilisce una stretta connessione tra il potere e il popolo, poiché nessun capo deve mai dimenticarsi che amministra e non possiede il potere, che lui è un amministratore di una cosa che è, per diritto di nascita, esclusiva del popolo.
Far derivare lo Stato direttamente dal Populus ha una forte valenza ideologica, specialmente se lo analizziamo dal punto di vista di noi uomini del 2000. Infatti, durante la nostra storia, in particolar modo nel Medioevo, il sovrano ha sempre cercato di far risalire il suo potere ad una qualche entità divina che lo aveva consegnato alla sua famiglia.
Cicerone con questa sua affermazione sgombra il campo da ogni possibile equivoco, nessuna divinità potrà mai consegnare nelle mani di qualcuno ciò che appartiene al Populus.
L’affermazione di Cicerone è anche da inquadrare nel tempo in cui lui opera e scrive: la Roma tardo-repubblicana, dove da un lato Cesare, forte del consenso popolare, e Pompeo, forte del consenso del Senato, si stanno per scontrare.
Il filosofo vede le pericolosissime derive autoritarie che ormai nella sua città stanno prendendo forma e chiarisce che nessuno può arrogarsi un diritto che non gli appartiene.
Severino Murgia, Classe IIIA a.s. 2004/05, percorso interdisciplinare per l’esame di Stato.
Definizione di Populus
Partendo sempre dalla frase (1) possiamo anche estrapolare la definizione di Populus che dà Cicerone: il popolo non è un insieme di persone che si ritrovano per caso, ma è l’insieme di persone unite dallo Ius Consensus e da una Utilitas Communionis.
Lo Ius Consensus è il consenso delle regole, ossia l’adesione ad un sistema di regole comuni condivise. Lo Ius Consensus sancisce il principio cardine della democrazia moderna: il diritto è sovrano, nessuno può porsi al di sopra delle leggi, nemmeno il legislatore.
Inoltre lo stesso concetto stabilisce anche una scelta etica e morale; nel momento stesso in cui il legislatore dovrà scrivere una norma lo farà secondo quelli che sono i valori morali condivisi dalla comunità in cui quella norma dovrà essere applicata.
La condivisione di un sistema di regole non riguarda il mero comportamento dell’individuo nella sua vita di tutti i giorni, ma si occupa, indirettamente, di stabilire anche i valori morali di una comunità, si occupa di definire ciò che è bene e ciò che è male.
Proprio perché lo Ius Consensus viene alla fine ad occuparsi anche della morale comune è importante che un Populus abbia anche una Utilitas Communionis ossia una comunanza di scopi.
Infatti, solo sancendo quali siano i fini della formazione di uno Stato è possibile creare una morale di stato. Nella Utilitas Communionis possiamo riscontrare l’embrione di quella che oggi è chiamata costituzione.
Nell’antichità il problema del cosa fare di fronte ad una legge ingiusta era molto dibattuto, senza tuttavia trovare una soluzione efficace. Però nella Utilitas Communionis possiamo trovare il germe della soluzione.
Attualmente la costituzione è la legge fondamentale dello stato dalla quale tutte le altre leggi devono derivare, la costituzione dà, per cui, il discrimine tra ciò che è bene e ciò che è male.
Se prendiamo in esempio il testo della Costituzione dell’Unione Europea nel preambolo della parte II, leggiamo: «Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.»
Il preambolo della parte II è, dunque, la descrizione della Utilitas Communionis dell’Unione Europea. La U.E. forte dei suoi valori morali mutuati da una storia secolare stabilisce di porre al centro della riflessione sulle leggi l’uomo, l’individuo.
Pone come fini della sua azione la creazione di uno spazio di libertà, giustizia e sicurezza.
Il Populus diviene quindi non un insieme mal coordinato di individui che si trovano per caso a vivere nello stesso luogo, ma sono coloro i quali credono in un sistema di valori condiviso dai quali si declinano le norme e le leggi.
Principi base di questa unione sono lo Ius Consensus e la Utilitas Communionis.
Severino Murgia, Classe IIIA a.s. 2004/05, percorso interdisciplinare per l’esame di Stato.
Creazione del patto sociale
Definito il Populus è necessario parlare del patto sociale. Il patto sociale è il contratto che i membri di una comunità sottoscrivono e in cui decidono di delegare parte del proprio potere allo Stato.
La nascita del patto sociale deriva dalla necessità di difendere i diritti naturali dell’uomo. Infatti, l’uomo trovandosi allo stato di natura non conoscerà altra legge che quella del più forte; per salvaguardare i propri diritti deve per forza unirsi e stipulare un patto.
Il patto però non si configura come una cessione della propria libertà ad un uomo piuttosto che ad una istituzione come in Hobbes. Ma, al contrario, si configura come la somma dei bisogni di tutti gli individui aderenti al patto.
Rousseau definisce la somma dei bisogni individuali di una comunità come volontà generale. Essa non si occupa dell’interesse del singolo, ma guarda al bene della comunità; inoltre essa è l’unico principio di legittimità che può avere il potere.
Come esempio di patto sociale si può prendere in considerazione la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, promulgata il 26 agosto 1789 a Parigi.
Fin dal preambolo possiamo notare come essa si configuri come patto tra individui. Infatti, l’inizio afferma che: «I rappresentanti del Popolo Francese…».
La dichiarazione si pone quindi non come un testo che una persona o un gruppo di persone non definito ha redatto, ma come una dichiarazione scritta e voluta dal Popolo Francese.
Inoltre andando avanti sempre nel preambolo leggiamo la necessità di codificare quali siano i diritti inalienabili dell’uomo. Questo principio è in diretta relazione con quanto affermato prima riguardo la volontà generale.
Infatti, questi diritti non sono i diritti del singolo individuo che si pone esclusivamente il problema del proprio benessere, ma essi sono i diritti codificati e resi universali da una assemblea di persone.
L’articolo 1 della dichiarazione si ispira direttamente al Contratto sociale di Rousseau. Leggiamo infatti: «Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.»
Il filosofo ginevrino affermò esattamente lo stesso principio nella sua opera e soprattutto quando parla di contratto sociale stabilisce, esattamente come fa la dichiarazione, l’impossibilità di togliere agli uomini la libertà.
Nell’articolo 6 leggiamo: «La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve quindi essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca».
La legge, quindi, si viene a formare essa stessa come contratto sociale poiché essa non deriva dalla volontà di uno, ma è diretta emanazione della volontà generale.
L’articolo 6 stabilisce, inoltre, la possibilità che tutti i cittadini partecipino alla vita sociale della comunità esattamente come afferma Rousseau nella sua opera.
Il patto sociale viene quindi a configurarsi come il fondamento dello Stato e soprattutto come unica legittimazione del potere e delle leggi.
Severino Murgia, Classe IIIA a.s. 2004/05, percorso interdisciplinare per l’esame di Stato.
Nascita delle leggi
Nel momento stesso in cui è stipulato il patto sociale la comunità si trova a doversi dare delle regole, le quali deriveranno direttamente dalla volontà generale di cui si parlava prima.
La nascita delle leggi è da ricondurre alla necessità dell’uomo di far terminare lo stato di natura, per arrivare allo stato di diritto.
Lo stato di diritto è caratterizzato appunto dall’eliminazione della legge di natura Homo homini lupus e dall’introduzione del concetto di isonomia.
L’Isonomia è l’uguaglianza di tutti gli individui davanti alla legge. Non può esistere nessuno stato di diritto che non riconosca questo principio come cardine.
L’introduzione di leggi ha anche il compito di stabilire quali siano i limiti dello Stato e quali siano i compiti del cittadino.
Infatti, ogni Stato può avere un grado di ingerenza maggiore o minore nella vita di tutti i giorni, il livello di ingerenza è dato dalle leggi.
Nasce inoltre la distinzione tra diritto e dovere. Diritto è la possibilità garantita dallo Stato di poter compiere una determinata azione.
Il Dovere è l’obbligo che ogni cittadino ha nei confronti dello Stato. L’obbligo primo è il rispetto delle leggi, rispetto che deriva direttamente dalla concezione di Stato come patto sociale.
Il concetto di diritto e quello di dovere sono due facce della stessa medaglia. Si prenda come esempio l’articolo 4 della Costituzione della Repubblica Italiana: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.»
Ciò significa che da un lato, lo Stato si impegna a trovare le possibilità di lavoro a tutti i suoi cittadini senza però obbligarli a compiere nessuna azione specifica, dall’altro che tutti i cittadini italiani debbono contribuire alla ricchezza del paese.
Il discorso di insediamento di J.F. Kennedy dà un perfetto esempio di tale logica. Afferma infatti, Kennedy: «Non chiedetevi che cosa può fare il vostro paese per voi, ma chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro paese».
Una tale affermazione è, in primis il riconoscimento dello Stato non come entità astratta, ma come entità reale che funziona tramite l’aiuto di tutti.
Inoltre afferma il bisogno dello Stato nei confronti dei cittadini. Dato che le leggi nascono da un bisogno dell’uomo e proprio perché nascono da quest’ultimo è necessario che esse siano sempre di aiuto all’uomo.
Chiedersi che cosa sia possibile fare per il proprio paese vuol dire partecipare direttamente alla democrazia e occuparsi direttamente delle leggi rispettando i diritti attraverso i doveri.
La nascita delle leggi non vuol dire la fine della libertà dell’uomo di compiere qualsiasi azione, ma anzi è l’inizio della consapevolezza di essere uomini.
La creazione di uno Stato che ha per fondamento la parziale libertà degli uomini è la base di ogni progresso tecnologico e la base di ogni formulazione del pensiero.
Non può esistere cultura in uno Stato senza leggi, come non possono esistere leggi fatte da persone senza cultura.
Severino Murgia, Classe IIIA a.s. 2004/05, percorso interdisciplinare per l’esame di Stato.
Obbedienza alle leggi
L’obbedienza alle leggi deriva direttamente dalla concezione di Stato come patto sociale, essendo infatti, le leggi le clausole del patto, chi non le rispetta si pone automaticamente al di fuori dello Stato.
L’individuo che accetta di vivere in una comunità ne accetta implicitamente le regole e l’ordinamento, se questo non sarà di suo gradimento per motivi politici, morali o etici avrà due possibilità: cambiare comunità o cambiare le norme.
Entrambe le scelte avvengono però all’interno dello Stato di diritto e mai fuori di esso.
Il dialogo platonico “Critone” verte proprio sul tema dell’obbedienza alle leggi. I personaggi sono due: Critone, amico di Socrate e Socrate stesso.
L’ambientazione è quella del carcere dove Socrate si trova in attesa della esecuzione della sentenza di morte.
Critone vuole convincere Socrate, suo maestro, a lasciare il carcere e fuggire in qualche altra città. Il no di Socrate è motivato dall’estrema obbedienza che ogni cittadino deve alla propria patria e alle leggi di essa.
Nel dialogo, verso la fine, Socrate immagina di scappare e di trovarsi di fronte le Leggi e lo Stato. Queste due figure chiedono a Socrate il perché della sua scelta.
Leggiamo infatti: «Di’ un po’, Socrate, che cosa hai in mente di fare […] Pensi proprio che possa reggersi ancora, senza che ne sia sovvertito, quello Stato in cui le leggi non hanno efficacia, calpestate e rese vane da cittadini privati?»
La domanda delle Leggi ammette esplicitamente che uno Stato in cui i cittadini violino le leggi è destinato a franare su se stesso.
Infatti, se le leggi non vengono rispettate viene automaticamente a cadere il patto sociale di cui si è già parlato.
Questo Socrate lo sa bene, infatti subito dopo le leggi affermano: «Ma erano questi i nostri patti, Socrate, o non piuttosto che tu avresti rispettato le sentenze che la tua patria avrebbe emesse?»
Infatti nel momento stesso in cui Socrate accetta di vivere in Atene accetta anche di rispettarne le sentenze nel bene e nel male.
Le Leggi danno però a Socrate anche una alternativa, affermano infatti: «Vi sono molte prove, Socrate - direbbero - che la tua patria e noi ti eravamo gradite, perché se non ti fossi trovato bene, tu non te ne saresti rimasto nella tua città».
L’alternativa data è l’andare in un’altra città con altre leggi e, quindi, con sistemi di valori diversi.
L’obbedienza alle leggi diviene per cui la caratteristica fondamentale di ogni buon cittadino.
L’obbedienza alle leggi, specialmente in un caso limite come quello di Socrate si viene a configurare anche come una precisa scelta morale, senza la quale l’esistenza di un uomo diviene inutile.
Le ragioni della permanenza in carcere di Socrate si possono, infatti, così riassumere.
Sulla stessa linea di pensiero troviamo due altre persone che hanno fatto dell’obbedienza alle leggi la loro virtù fondamentale. Queste due persone sono Giovanni Falcone e J.F. Kennedy.
Falcone era solito citare Kennedy quando diceva che: «Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.»
Kennedy, come Socrate, concepisce la vita umana esclusivamente nel rispetto del dovere, dovere che deriva direttamente dalle leggi.
L’adesione ad esse, partendo dal presupposto che siano fatte secondo giustizia, è il fondamento della moralità umana.
Fare il proprio dovere senza farsi influenzare dalle pressioni dell’ambiente esterno è il carattere fondamentale dell’uomo ligio al dovere e quindi alle leggi.
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