Tesina interdisciplinare della studentessa
ELMA BATTAGLIA
della classe V sez. D del liceo scientifico P.
Metastasio di Scalea.
La Questione
Meridionale:
il Sogno degli Ultimi e
Si sente na voce… Chi a vuole
sentire
di pianti e sorrisi, restare o partire...
Racconta na terra, racconta na gente
che u resto del mondo non sape più
niente...
Sente na voce che parla d'amore
di Africa e sud di sabbia e colore
Calafrica o sud non è tanto lontano
ti sembra assai strano che ci
somigliamo… (Calafrica– Kalamu)
Il sogno degli ultimi e l’eco dei briganti
2 Il Sogno degli ultimi e l’eco dei briganti… | Di Elma Battaglia VD/O 2009-2010
Arte: Il Quarto Stato celebre dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo
Indice:
L’unità d’Italia e la situazione sociale e politica del Sud dell’Italia post-unitaria pag 6
La questione meridionale: i disagi di un intero popolo pag 8
Il brigantaggio pag10
Giovanni Verga Lo stile, le tecniche e i temi verghiani pag22
I temi sociali e politici: I Malavoglia pag27
Verga e Zola a confronto pag30
Emile Zola pag 31
Corrado Alvaro gente in Aspromonte pag32
Come la filosofia si preoccupa dei problemi sociali: Karl Marx e Gramsci pag35
Giovenale e la satira pag40
Equazioni di Maxwell pag42
I grandi matematici della Magna Grecia pag43
In appendice il racconto da me redatto in occasione del concorso:
I colloqui fiorentini IX Edizione GIACOMO LEOPARDI “Desideri infiniti, visioni
altere, pensieri immensi ”.
e premiato con una menzione d’onore nel settore narrativa: Sbiadito fotogramma di
una vita infinita.
3 Il Sogno degli ultimi e l’eco dei briganti… | Di Elma Battaglia VD/O 2009-2010
“È impossibile immaginare
un rivoluzionario senza
sentimenti d’amore,,
Introduzione
4 Il Sogno degli ultimi e l’eco dei briganti… | Di Elma Battaglia VD/O 2009-2010
“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le
isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono
d'infamare col marchio di briganti. (Antonio Gramsci).,,
Questa citazione di Gramsci ci fa entrare nell’ottica della questione meridionale, problematica del
sud Italia che dura ormai da centocinquanta anni, gli anni dell’Unità d’Italia. Il cinque Maggio di
quest’anno il presidente della Repubblica ha dato il via ai festeggiamenti per il centocinquantesimo
anniversario dell’Unità. Una serie di fatti mi hanno incoraggiata in vista del mio esame di maturità ad
affrontare in una tesina la questione meridionale come diretta conseguenza dell’Unità d’Italia. Unità
sofferta e tanto sperata che non ha portato al nostro Sud quello che tutti speravano. La questione
meridionale ha accompagnato la storia dell'Italia moderna. I problemi della riforma agraria,
dell’arretratezza del mondo contadino, il problema del latifondo, dalla cultura liberale e superstiziosa
del Meridione. Il Sud oggi non è più il Sud contadino, descritto da Salvemini, da Gramsci, da De
Martino. Più di un secolo fa le inchieste di Sonnino, di Villari e di Fortunato hanno messo in evidenza
il divario tra nord e sud sostenendo che il sud non doveva essere abbandonato com’è stato fatto subito
dopo l’unità ma occorreva creare le condizioni di un'economia vitale e libera. A che cosa si deve tutto
questo? Dobbiamo veramente pensare che esistono due Italie, una diversa dall'altra, una estranea
all'altra, un'Italia lanciata verso il progresso e un'altra prigioniera dell'arretratezza? Ma cos’è
successo in queste terre quando a Torino nel 1861 si riuniva il primo parlamento del regno d’Italia?
Le masse contadine iniziano a spostarsi per cercare altrove e in particolare nel Nord lavoro, inizia
l’emigrazione, la piaga che segnerà fino ad oggi il sud, quel sud che oltre a non avere risorse non ha
nemmeno manodopera e giovani per poter sfruttare le poche risorse del territorio. Altri esasperati
dall’oppressione ma non volendo lasciare la terra che li aveva generati, per disperazione, per fame
hanno intrapreso la via della violenza: i briganti che furono gli uomini e le donne che si opposero
con le armi all'instaurazione della monarchia sabauda. Alcuni dei briganti che scrissero la storia di
questo meridione che si ribellò allo sfruttamento, alle oppressioni furono: Musolino, Crocco,
Carbone, uomini ma anche donne come Michelina di Cesare, Carolina Casale, ma la storia della
brigantessa che mi ha colpito di più è stata la vicenda di Francesca La Gamba che per dolore diventò
una sanguinaria vendicatrice. Al brigantaggio seguirà la criminalità organizzata sviluppatasi nel sud
Italia nel tempo. Come vedremo della mia tesina il miglior fotogramma della questione meridionale
ci è dato…. La Sicilia di Verga, le disgrazie di un popolo intero, il popolo siciliano che risente di
un’arretratezza non indifferente. Un popolo legato ai costumi e alle tradizioni arcaiche. La Calabria di
Alvaro, scrittore aspromontano, che con semplici parole invoca il paesaggio in cui è nato: “Non è
bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la
terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e
dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare
che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I
torrenti hanno una voce assordante.,, I poeti naturalisti francesi come Zola ispiratori della tecnica
narrativa dell’impersonalità verista. La filosofia che si occupa del sociale Marx e le sue tesi, le lotte
di classe, l’oppresso e l’oppressore… Antonio Gramsci che descrive questo malessere che vivono le
popolazioni del sud Italia attualizzando e accostando le tesi marxiste al sud oppresso. E alla fine un
salto nel passato… A spasso per la Magna Grecia con Pitagora e i pitagorici suoi seguaci fino ad
arrivare al teorema irrisolto del matematico Fermat.
L’unità d’Italia e la situazione sociale e politica del Sud dell’Italia post-unitaria
5 Il Sogno degli ultimi e l’eco dei briganti… | Di Elma Battaglia VD/O 2009-2010
L'aspirazione alla realizzazione dell'unità italiana risale all'inizio del XVI secolo, bisognò tuttavia
attendere l'esplodere della rivoluzione francese e l'affermarsi del regime repubblicano nel vicino
paese transalpino perché cominciasse a venir
presa seriamente in considerazione la possibilità
di riunire sotto un unico governo le varie
regioni del paese. Occorse un periodo di circa
cinquant'anni ed innumerevoli eventi politici
perché il processo unitario giungesse a
conclusione. Iniziato già all'indomani del
Congresso di Vienna del 1815, che aveva posto
fine all'epopea napoleonica, il movimento
risorgimentale ebbe inizio con l'insurrezione
popolare contro la dominazione austriaca del
1848, che si concluse però in un nulla di fatto
per la grave sconfitta subita l'anno successivo a
Novara dall'esercito piemontese ad opera di
quello asburgico. Negli anni seguenti, tuttavia,
con l'ascesa al trono del Re di Sardegna,
Vittorio Emanuele II, e grazie all'abile azione
diplomatica del suo primo ministro Cavour, che
riuscì a porre al centro dell'attenzione europea la
questione italiana, il Risorgimento italiano visse una nuova e più felice stagione politica. Nel
1859 con la vittoria nella seconda guerra d'indipendenza, che vide alleata del Piemonte contro
l'Austria, la Francia di Napoleone III, e a seguito delle insurrezioni popolari nell'Italia centro-
settentrionale, il Regno di Sardegna si annesse la Lombardia, l'Emilia Romagna e la Toscana. Nella
primavera del 1860 la situazione politica era molto fluida e lo stesso Cavour cominciava a pensare
alla possibilità di un’unificazione della penisola. Le difficoltà erano tuttavia ancora notevoli perché la
Francia non avrebbe accettato un attacco piemontese contro lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico,
quest’ultimo difeso sul piano diplomatico anche dalla Russia; l’Austria, dal canto suo, avrebbe potuto
approfittare di ogni passo falso per reinserirsi nel gioco politico italiano. Ma il problema più grave
consisteva nel fatto che l’armistizio di Villafranca e la cessione alla
Francia di Nizza e della Savoia avevano screditato la politica
sabauda presso l’opinione italiana, per cui nella primavera del ’60
sembrava più facile una iniziativa democratico- repubblicana, che
trovava il suo centro nel "partito d’azione" il quale aveva il
vantaggio di poter agire al di fuori di ogni impedimento diplomatico
e contava sull’enorme popolarità di Garibaldi. Il "partito d'azione"
non era un gruppo omogeneo di persone che avevano le stesse
finalità e idealità politiche; era un organismo di
agitazione e propaganda cui facevano capo sia i repubblicani
mazziniani sia i democratici decisi all’azione come Pisacane e
Garibaldi. A dare l’avvio a una ripresa rivoluzionaria furono gli
eventi siciliani quando, contro il giovane e inesperto sovrano
Francesco II, nell’aprile del ’60 esplose l’ennesima rivolta a
Palermo. Il partito d’azione convinse Garibaldi ad agire direttamente in Sicilia, anche perché Vittorio
Emanuele, era disposto ad aiutare i volontari, contro il parere di Cavour il quale, come primo
ministro, non poteva compromettersi specialmente agli occhi di Napoleone. Dal canto suo Mazzini
esortava tutti ad agire concordemente al fine di realizzare l’unità della penisola. Garibaldi ai primi di
maggio del ’60 passava all’azione con i suoi Mille volontari. Partiti da Genova la spedizione
raggiunse per mare la Sicilia occidentale e l’11 maggio sbarcò a Marsala. Garibaldi, assunta la
dittatura in nome di Vittorio Emanuele, marciò verso l’interno con i suoi Mille, che rivestivano
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l’ormai leggendaria camicia rossa, rinforzati da "picciotti" cioè dai giovani contadini e braccianti che
speravano in una riforma agraria che una volta per tutte eliminasse tanti soprusi ed ingiustizie. In
seguito l’entusiasmo dei contadini che miravano a impossessarsi delle terre demaniali, promesse
dallo stesso Garibaldi, fu deluso perché Garibaldi e i politici della sinistra garibaldina e mazziniana
volevano il successo militare della spedizione. Tra la fine di giugno e di luglio il generale, per il
successo della spedizione, cominciò a stringere rapporti con i grandi proprietari terrieri, i quali,
perché non cambiasse niente per loro, erano disposti ad assumere atteggiamenti liberali e favorevoli a
Casa Savoia. I contadini cominciarono a guardare con diffidenza alla politica di Garibaldi, soprattutto
dopo che i garibaldini repressero i moti rurali, anche quando i contadini, in perfetta legalità,
richiedevano la divisione dei terreni demaniali a suo tempo promessi dal "generale". Battuti i
borbonici nella difficile battaglia di Calatafimi, il 15 maggio Garibaldi occupava Palermo e nel luglio
batteva ancora le truppe regie a Milazzo, mentre il
sovrano di Napoli tentava disperatamente di fermarlo,
concedendo una tardiva Costituzione. Intanto Garibaldi,
superato lo stretto di Messina, risaliva liberamente la
Calabria mentre l’esercito borbonico si disgregava e il 7
settembre entrava in Napoli; Francesco II si rifugiava
allora a Gaeta, protetta ancora da una parte del suo
esercito, nonostante il "tradimento" di buona parte
dell'ufficialità. L’Italia meridionale era libera. Era il
momento di prendere decisioni definitive, che avrebbero
pesato sul destino di tutta la penisola. Mazzini che aveva
raggiunto Garibaldi a Napoli premeva perché si evitasse il
solito plebiscito a favore della monarchia sabauda e
insisteva sul progetto di una "Assemblea Costituente" che
decidesse del nuovo assetto da dare all’Italia, anche se
egli avvertiva chiaramente che ormai il principio
monarchico aveva avuto partita vinta. Garibaldi dal canto suo, pensava di risalire con le truppe verso
Nord per raggiungere Roma e di lì proclamare l’Unità d’Italia. Cavour, infine, si rendeva
perfettamente conto della gravità della situazione; egli era consapevole che tra le file garibaldine i
democratici ed i repubblicani erano molto forti e decisi a realizzare riforme
sociali molto ardite, come l’assegnazione di terre ai combattenti
meridionali e lo scorporo del latifondo anche a danno degli ordini religiosi.
Temeva anche che l'invasione garibaldina del Lazio, oltre a suscitare in
tutta la penisola un’ondata di entusiasmo democratico e anticlericale,
avrebbe indotto l’imperatore francese a intervenire con le armi. Ancora una
volta fu abilissimo a trasformare in vantaggio la propria debolezza: ancora
una volta seppe agire abilmente su Napoleone. Nel frattempo, con la
battaglia del Volturno, Garibaldi stroncava un estremo tentativo di riscossa
dei borbonici, che erano costretti a rinchiudersi a Gaeta. L'incontro del 26
ottobre, a Teano, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele poneva fine alla
spedizione di Garibaldi e di fatto assicurava alla dinastia sabauda il Regno
delle due Sicilie. Il 17 marzo il nuovo Parlamento italiano riunito a Torino
poteva ratificare l’avvenuta unificazione, attribuendo a Vittorio Emanuele
II il titolo di "re d’Italia". Il processo risorgimentale e unitario era
praticamente compiuto, anche se il Lazio e le Venezie rimanevano escluse.
La Questione Meridionale: i disagi di un intero popolo…
7 Il Sogno degli ultimi e l’eco dei briganti… | Di Elma Battaglia VD/O 2009-2010
La Questione Meridionale è il grande problema nazionale dell'Italia unita, dovuto alle condizioni di
arretratezza economica e sociale delle province annesse al Piemonte nel 1860-1861, già facenti parte
del Regno delle Due Sicilie e dello Stato pontificio. Fin dall'Unità i governi sabaudi trapiantarono in
tali province un sistema statale centralizzato e burocratico sul modello piemontese, che per di più nel
meridione d'Italia venne poggiandosi sulle classi agiate del latifondo di origine feudale, del clero e
della borghesia cittadina non produttiva. Ne derivarono fenomeni di rigetto come il brigantaggio,
mafia, camorra, poi anche di fuga come
l’emigrazione italiana, utilizzati dal governo
centrale per rafforzare il controllo sul
territorio e per mascherare in parte la miseria
delle popolazioni meridionali, godendo al
contempo sul piano economico nazionale dei
vantaggi delle rimesse degli emigranti. Molti
intellettuali e politici di parte democratica,
non solo meridionali, si impegnarono per
denunciare il problema, analizzarne le cause
e proporre soluzioni, il più delle volte in
aperto contrasto con le classi dirigenti, non
solo del sud. Tra i primi P. Villari, L.
Franchetti e S. Sonnino negli anni settanta
dell'Ottocento, nonché G. Fortunato nel
primo decennio del Novecento, pur tra le
polemiche, coltivavano la speranza che il
governo si convincesse a effettuare
investimenti infrastrutturali intesi a sollevare le regioni del sud. Lo storico socialista G. Salvemini
denunciò invece la funzionalità dell'arretratezza del Mezzogiorno al tipo di decollo economico
avviato nel nord soprattutto da Giolitti (da lui definito ministro della malavita per il cinismo con cui
approfittava della stagnazione del sud per raccogliervi equivoci consensi. Questa analisi fu ripresa e
arricchita da A. Gramsci nel primo dopoguerra e divenne il sostegno della sua strategia mirante
all'alleanza tra operai del nord e contadini del sud come strumento della rivoluzione socialista
italiana. Nel secondo dopoguerra Pci, Psi e Cgil organizzarono nel sud grandi masse di braccianti per
l'occupazione dei latifondi incolti e per richiedere un "piano del lavoro" basato su misure
infrastrutturali. Dal canto loro i governi a guida
democristiana, non meno coinvolti di Giolitti e
del fascismo in alleanze equivoche, da un lato
repressero con la violenza i moti popolari e
favorirono un'altra grande ondata emigratoria,
dall'altro seguirono la strategia dei meridionalisti
cattolici come P. Saraceno, A. Segni, G. De Rita,
imperniata su una limitata riforma agraria (1950)
e soprattutto sull'"intervento straordinario",
primo strumento del quale fu la Cassa per il
Mezzogiorno. Ne conseguì di fatto un intreccio
sempre più stretto, di tipo clientelare, tra elite
locali e ceto politico di governo, che corruppe
ulteriormente il tessuto sociale meridionale.
Ulteriormente aggravato il distacco tra nord e sud, milioni di persone, chiusi gli sbocchi
dell'emigrazione all'estero, si trasferirono tra gli anni cinquanta e settanta dal Mezzogiorno, e in
genere dalle campagne, nelle grandi città, soprattutto del nord. Ciò, mentre contribuì a far maturare
nelle regioni settentrionali il miracolo economico italiano, finì col depauperare ancor più il sud, che
in tal modo veniva maggiormente esposto alla circolazione di denaro di origine pubblica, gestito
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privatisticamente dai gruppi di potere locali. Con gli anni ottanta si aggravò l'intreccio tra politica e
affari, favorito dalla partitocrazia e dall'impunità goduta di fatto dalla malavita organizzata. Ne derivò
una trasformazione della società meridionale, vittima non più degli aspetti secolari della miseria
quanto piuttosto degli aspetti peggiori del disord
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