Presentazione
I sette peccati capitali
Mi era capitato di sentirne parlare ma sempre con la stessa superficialità con cui spesso ci lasciamo vivere, un argomento quindi del tutto sconosciuto a cui mi sono avvicinato con la stessa curiosità di un bambino che si appresta a scoprire e a dare un nome e una spiegazione a ciò che lo circonda. Iniziai così a sfamare l'interesse che nutrivo e a riportare quelli che erano solo idee astratte frutto di un momento di pausa tra amici, in qualcosa di concreto.
Pochi sanno che durante il Medioevo la Chiesa aveva incluso nei peccati capitali anche la tristezza, in quanto questo sentimento indicava il non apprezzare le opere che Dio aveva compiuto per gli uomini e che secondo la Chiesa il peggiore dei sette peccati è la superbia, poiché con questo sentimento si tenderebbe a mettersi sullo stesso livello di Dio, considerarlo quindi inferiore a come dovrebbe essere considerato. Infatti è proprio la superbia il peccato di cui si sono macchiati Lucifero, Adamo ed Eva.
Nella società moderna, spesso l'uomo si sente protagonista del mondo, invincibile, non accorgendosi che in realtà è solo una pedina nelle mani di chi non ha intenzione di perdere e conduce il suo gioco, l'uomo tende a guardare gli altri prima di se stesso, puntando il dito, accusando e condannando senza diritto di appello, il peccato nasce allora forse nelle convinzioni sbagliate che l'uomo considera e accetta come giuste.
Se ci si riflette un po', ci accorgeremo tutti che almeno una volta abbiamo peccato nel sentirci non adatti né preparati al ritmo incessante che la vita impone, nel non saper resistere a quel dolce che sembra chiamarci da dietro una vetrina, nel restare impigliati nella trappola dei piaceri del corpo, a tutti sarà capitato di invidiare qualcuno non per quello che l'altro possiede ma nel non avere ciò che l'altro ha, quante volte ci sentiamo superiori non rendendoci conto che nessuno è inferiore, e quanti non hanno mai perso il controllo lasciando spazio alla rabbia o hanno preferito tenere chiuso il portafogli… Beh, siamo tutti vittime o carnefici dei sette peccati capitali, ma per noi peccare è diventata quotidianità, abitudine e non ci facciamo caso né tanto meno poi l'ammettiamo!
Abbandono smodato ai piaceri
Che cos'è
La radice della parola lussuria coincide con quella della parola lusso - che indica una esagerazione - e quella della parola lussazione - che significa deformazione o divisione.
Appare quindi chiaro il significato di lussuria, che designa qualche cosa di esagerato e di parziale.
Il corpo viene oggettivato e la persona spersonalizzata: le vesti, gli accessori, i gesti, la musica, le luci arrivano ad assumere un'importanza fondamentale poiché devono supplire alla mancanza di un altro tipo di seduzione che scaturisce da un'intesa psicologica e affettiva, oltre che fisica.
La lussuria è quindi una conseguenza di un certo tipo di paura: la paura del confronto con un altro essere umano nel quale è possibile rispecchiarsi. Il lussurioso non si vuole specchiare, non si vuole vedere, non si vuole confrontare…
Petronio Arbitrio
Petronio (14 – Cuma, 66) è stato uno scrittore latino.
Una serie di codici ci ha tramandato degli estratti di un'opera narrativa, mista di prosa e versi, intitolata Satyricon e attribuita a un autore chiamato Petronio Arbitrio.
Oggi la stragrande maggioranza degli studiosi concorda nel collocare il Satyricon nel I secolo d.C. e nel riconoscere nel suo autore il Petronio di cui parla Tacito.
L'opera ci è giunta, come si è detto, frammentaria e lacunosa. Originariamente, comunque, secondo le testimonianze della tradizione manoscritta, doveva essere molto ampia, dal momento che i frammenti restanti, suddivisi in seguito dagli studiosi in 141 capitoli, appartenevano ai libri XV e XVI.
Encolpio, il giovane protagonista, racconta le avventure alle quali è andato incontro durante un viaggio fatto in compagnia del giovane Gìtone di cui è innamorato e dell'amico Ascilto, in una non bene precisata località della Campania (da alcuni identificata con Pozzuoli). Dopo una discussione con il retore Agamennone sul tema della decadenza dell'eloquenza, i tre iniziano a vivere le avventure più disparate.
Vengono anche accusati di aver offeso il dio Priapo in persona, avendo interrotto un rito in suo onore.
Costretti quindi a rimediare al sacrilegio, sono coinvolti in un'orgia purificatrice, durante la quale subiscono estenuanti prove erotiche.
Inizia allora il racconto della "cena" a casa di Trimalchione, episodio centrale dell'opera, della quale occupa quasi la metà. Ospiti, oltre ai tre ragazzi, sono vari personaggi del rango di Trimalchione, liberto arricchitosi, che fa sfoggio con ostentata esagerazione delle sue ricchezze. La conversazione fra i convenuti verte su argomenti comuni (il clima, i tempi, i giochi pubblici, l'educazione dei figli), ma offre uno spaccato vivace e colorato, non senza punte di chiara volgarità, della vita di quel ceto sociale.
In seguito, Encolpio, allontanatosi dagli altri due compagni, incontra Eumolpo, un vecchio letterato che, notato l'interesse di Encolpio per un quadro raffigurante la presa di Troia, gliene declama in versi il resoconto (è la celebre Troiae halosis). I due diventano quindi compagni di viaggio, rivali in amore a causa di Gitone e dopo una serie di avventure, che li vedono viaggiare per mare e rischiare anche la vita, si ritrovano, insieme nella città di Crotone, dove Eumolpo si finge un vecchio danaroso e senza figli, ed Encolpio e Gitone si fanno passare per i suoi servi: così essi scroccano pranzi e regali dai cacciatori di eredità.
Nei frammenti successivi, Eumolpo recita un brano epico, in cui viene descritto il Bellum civile ("La guerra civile") fra Cesare e Pompeo, e successivamente si legge di Encolpio che, per l'ira di Priapo, diventato impotente, è vittima di una ricca amante che si crede disprezzata da lui e lo perseguita.
Eumolpo, invece, scrive il suo testamento dove specifica che gli eredi avranno diritto alle sue ricchezze solo se faranno a pezzi il suo corpo e se ne ciberanno in presenza del popolo.
Altro punto controverso fra gli studiosi è il genere entro cui si può iscrivere il Satyricon petroniano, difficoltà, questa, già per gli autori antichi. La frammentarietà del testo, ancora una volta, non aiuta a trovare soluzioni certe.
Pare evidente, innanzitutto, un suo legame con la satira menippea, con la quale condivide tra l'altro la commistione di prosa e poesia; se ne distacca tuttavia per la maggiore complessità narrativa. Altri studiosi vedono nel Satyricon soprattutto una parodia dell'Odissea omerica, con Encolpio come alter-ego mediocre e vanesio di Ulisse. Il Satyricon fu influenzato anche dal mimo e dalla favola milesia, dalla quale prende spunto per gli episodi macabri ed osceni (come quello della Matrona di Efeso).
L'ipotesi più suggestiva, non condivisa da tutti gli studiosi, è quella che vede nel Satyricon una grande vicinanza con il modello del romanzo ellenistico. Con esso, in effetti, il Satyricon condivide alcuni aspetti quali la struttura complessa, il rapporto amoroso fra i protagonisti e le disavventure che essi devono affrontare. Tuttavia, considerando le evidenti differenze con cui gli stessi temi del romanzo ellenistico sono trattati da Petronio, alcuni studiosi (per primo l'Heinze) hanno sostenuto la tesi di un intento parodistico di Petronio verso un genere ben conosciuto e popolare.
Appare riduttivo, dunque, cercare di racchiudere l'incredibile varietà del Satyricon in un unico codificato genere narrativo.
Il Satyricon è spesso considerato come il primo esempio di quello che sarebbe poi diventato, nel tempo, il romanzo moderno. Una filiazione diretta fra il romanzo antico e il romanzo moderno è a dire il vero insostenibile, tuttavia è innegabile che la riscoperta dei frammenti superstiti di quest'opera ebbe, dopo il Rinascimento, un influsso sulla narrativa occidentale.
Va però aggiunto che tale influsso fu limitato dal tema del romanzo, che fra le altre cose affronta il culto di Priapo, con descrizioni di amori e accoppiamenti sia eterosessuali che omosessuali (anzi, addirittura pederastici). Ciò diede a lungo a quest'opera una fama (in gran parte immeritata) di dissolutezza e peccato, che ne limitò la diffusione. Viceversa, in tempi moderni, la lettura di questo scritto quale "opera erotica" che tratta di orge e dissolutezze (una lettura popolarizzata dal film che ne è stato tratto), può avere giovato alla notorietà del titolo dell'opera, ma non certo alla conoscenza del suo reale contenuto.
Disinteresse per il presente e mancanza di prospettive per il futuro…
Il termine
Il termine, nel greco classico, designa la negligenza, l'indifferenza, la mancanza di cure e di interesse per una cosa. Designa inoltre l'abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell'uomo di fronte alla vita.
È lo smarrimento estremo: si produce uno stato d'animo che intacca e rischia di disorientare tutto ciò che raggiunge.
Due conseguenze tipiche sono l'instabilità e il disprezzo per gli impegni della propria vita.
L'uomo non padroneggia più la vita; le vicende lo avviluppano inestricabili, ed egli non sa più vederci chiaro. Non sa più come cavarsela in determinate vicende della propria esistenza; e il compito a lui affidato gli si erge davanti insuperabile, come la parete di una montagna.
Una vita ricca e attiva, un sentire dolente
Arthur Schopenhauer nacque a Danzica il 22 febbraio del 1788 da una ricca famiglia borghese e morì a Francoforte nel 1860. Suo padre era un bravo mercante che era riuscito ad accrescere il già cospicuo patrimonio familiare. Questa florida condizione economica consentì al giovane Schopenhauer di viaggiare molto e conoscere ambienti stimolanti sul piano umano e culturale. Egli dunque ebbe modo di conoscere il cuore vivo e pulsante dell'Europa, però, questa esperienza eccezionale non lo indirizzò, come era prevedibile, verso i traffici e i commerci, ma servì solo ad aggravare la sua tendenza a chiudersi in se stesso e a nutrire una visione pessimistica della vita. I temi dominanti delle sue meditazioni giovanili sono infatti quelli della morte e dell'eternità, dello smarrimento di fronte alla grandiosa maestà della natura.
Il rifiuto totale della vita
È in questi anni di studio e di meditazione, che egli avvertì il bisogno di far chiarezza sul proprio sentimento di insoddisfazione esistenziale e di distacco dalle ordinarie preoccupazioni della vita.
Schopenhauer giunse a un rifiuto totale della vita. Intraprese allora anche lo studio della filosofia.
Platone lo appassionò perché rispondeva alle esigenze del suo animo, specie nel desiderio di evadere dalla prigione del mondo sensibile per sollevarsi al mondo delle idee; e lo stesso si dica per Kant, il filosofo che Schopenhauer ebbe sempre come punto di riferimento privilegiato. In Kant egli trovava una lucida critica al realismo, cioè alla credenza che le cose abbiano una realtà e un significato indipendenti dal soggetto, e in particolare l'affermazione che la mente dell'uomo avverte il bisogno di andare oltre il mondo mutevole e incerto dei fenomeni per raggiungere la "cosa in sé", vale a dire l'essenza profonda delle cose. Su questo punto tra i due non c'è accordo, infatti mentre per Kant la "cosa in sé" è soltanto pensabile, un concetto non raggiungibile; per Schopenhauer essa si può conquistare con il faticoso processo di chiarificazione interiore che il saggio o il filosofo possono percorrere.
Che cos'è il mondo?
Nel 1818 Schopenhauer pubblicò il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, che avrebbe dovuto diffondere la sua verità nel mondo vile e meschino della filosofia tedesca, ma che non ebbe alcun successo.
Alla domanda <Che cos'è il mondo?> Schopenhauer risponde ponendosi da una duplice prospettiva: da un lato la prospettiva della rappresentazione intellettuale o, meglio, della scienza; e dall'altro quella della volontà.
I due punti di vista mettono capo a due soluzioni differenti. Secondo quella della conoscenza il mondo è una mia rappresentazione; secondo l'altro, il mondo è volontà di vivere, un impeto cieco e tenace che coinvolge tutti gli esseri e li condanna alla sofferenza: il volere, infatti, coincide con il dolore perché è costituito dalla tensione continua, dalla ricerca senza sosta di un piacere che non si potrà mai appagare completamente.
Il mondo come rappresentazione
Il capolavoro di Schopenhauer si apre con l'affermazione secondo cui << il mondo è una mia rappresentazione>>: una verità che riguarda tutti gli esseri viventi, anche se solo l'uomo è capace di assumerla nella sua coscienza e di pensarla. Questa è una verità certa, assoluta ed evidente, tanto che non ha neppure bisogno di essere provata. Dire che il mondo è una mia rappresentazione significa avere la consapevolezza che io non conosco realmente che cosa siano in sé il sole o la terra; ma soltanto di avere un occhio che vede il sole ed una mano che sente il contatto con la terra.
Il mondo è una mia rappresentazione, sogno e illusioni espressi nella metafora del "velo di Maya". La rappresentazione ci dà soltanto fenomeni, cioè apparenza e illusione: qualcosa di analogo a ciò che l'antica mitologia indiana chiamava appunto "il velo di Maya", cioè quel velo che, coprendo il volto delle cose, cela all'uomo la vera essenza del mondo.
La rappresentazione e le forme a priori della conoscenza
Schopenhauer dice molto chiaramente che la rappresentazione, cioè la conoscenza intellettuale o la scienza, è solo un modo di guardare le cose nel loro apparire, dall'esterno, restando sempre alla superficie della realtà, senza riuscire a capire che cosa ci sia al di là di questa parvenza. Dunque la rappresentazione ci mostra un continuo fluire di immagini o, in termini filosofici, di fenomeni, cioè cose che appaiono.
La realtà quindi è solo un insieme di rappresentazioni, di fenomeni e al soggetto spetta il compito di organizzarli. Questo gli è possibile attraverso le forme spazio-temporali della sensibilità e la categoria di causalità.
Lo spazio e il tempo sono forme a priori della rappresentazione. Ogni nostra percezione le presuppone come sue condizioni fondamentali, non è possibile percepire, sentire o conoscere nessuna cosa o avvenimento senza collocarlo in uno spazio e in un tempo determinati. Gli oggetti che appaiono nella realtà sensibile spazio-temporale sono poi ulteriormente coordinati dall'intelletto umano in un ordine che, secondo Schopenhauer, è quello della causalità. Ogni fenomeno è collegato all'altro da un nesso di causa-effetto. Così tutta la realtà ci appare come una trama di fenomeni tra loro connessi e subordinati: nella causalità, risiede l'essenza stessa della materia.
La vita è sogno
Avviandoci a concludere il primo aspetto della questione - l'analisi della rappresentazione - non possiamo fare a meno di registrare il carattere affatto particolare di questo pensiero, in cui il mondo si rivela come una fantasmagorica trama di fenomeni e la vita come illusione e sogno, qualcosa di analogo alla vita notturna dell'uomo. Un mondo di immagini evanescenti e ingannevoli, a volte belle e lusinghiere, a volte terribili e paurose. Per Schopenhauer la vita e i sogni sono pagine di uno stesso libro. La lettura continua viene chiamata vita reale. Ma quando la giornata finisce e smettiamo di leggere, allora ci mettiamo a sfogliare svogliatamente le pagine, spesso è una pagina già letta, a volte è una pagina sconosciuta, ma sempre dello stesso libro. Così si dica del rapporto tra vita vera e i sogni: a quest'ultimi manca l'ordine e la connessione dei fatti, mentre la vita vera è più ordinata.
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