Il governo della Destra storica
Raggiunta l’unità e proclamato il regno d’Italia nel marzo 1861, era però necessario costruire e organizzare il nuovo Stato. L’Italia infatti era formata da regioni rimaste, per secoli e secoli, separate politicamente, geograficamente, culturalmente e persino linguisticamente (infatti i dialetti contribuivano a generare incomprensioni tra gli abitanti delle varie regioni). Diverso, inoltre, era il loro grado di sviluppo.
Oltre i tre quarti della popolazione era analfabeta (nel Meridione e nelle isole il tasso di analfabetismo superava anche il 90%). L’italiano era parlato correttamente solo da una ristretta minoranza di cittadini, concentrata per lo più in Toscana; nel resto della penisola il dialetto era l’unico strumento di comunicazione comunemente usato. Libri e giornali venivano letti da pochi cittadini.
Sul piano economico, la situazione complessiva era ancora sostanzialmente preindustriale; l’agricoltura assorbiva il 70% della forza lavoro, con forme organizzative particolarmente arretrate nel Sud, dove prevaleva il latifondo.
La pubblica amministrazione era organizzata diversamente da Stato a Stato e così pure l’amministrazione della giustizia: i singoli Stati utilizzavano infatti codici civili e penali diversi fra loro.
Il sistema scolastico era in gran parte privato e gestito da ecclesiastici; solo nel regno di Sardegna era stata istituita una scuola elementare gratuita e obbligatoria.
Occorreva inoltre riordinare le forze armate in un unico esercito e in un’unica marina, soprattutto in vista di una futura guerra contro l’Austria per liberare il Veneto e Venezia.
Il diritto di voto era concesso solo ad un piccolo numero di maschi maggiorenni, aventi un determinato reddito o un minimo grado di istruzione. Ancora nel 1870, su circa 27 milioni di abitanti, solo 530 mila persone (circa il 2%) potevano votare.
Il commercio interno circolava su una rete ferroviaria di appena 1800 chilometri, estesa soprattutto fra Piemonte e Lombardia. Gli scambi commerciali avvenivano in gran parte via mare, con imbarcazioni a vela.
La rete stradale corrispondeva in genere all’antico tracciato romano, integrato da qualche opera stradale realizzata, fra Settecento e Ottocento, nell’area padana e in quella tosco-emiliana. Regioni e province reclamavano quindi la costruzione di linee ferroviarie, di porti, di strade;
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ma l’affollarsi delle loro richieste rendeva ancor più difficile il compito del governo centrale.
La Destra conquista maggioranza e governo
Gli elettori erano, per il momento, quasi solo nobili proprietari terrieri, imprenditori e liberi professionisti (medici, ingegneri, notai), ufficiali dell’esercito e funzionari della pubblica amministrazione.
I loro voti confluivano su deputati di tendenza che era stata di Cavour. Il raggruppamento politico di questi deputati era chiamato Destra. Questo schieramento era per lo più favorevole a una rapida piemontesizzazione dell’Italia, per accelerare il processo di unificazione reale, dopo l’attuazione di quella politica; inoltre promuoveva un sistema amministrativo fortemente centralizzato e uniforme su tutto il territorio nazionale e la limitazione del diritto di voto alle classi abbienti.
Nel primo parlamento italiano la Destra ottenne circa l’80% dei seggi, avrebbe governato fino al 1876.
Il restante 20% dei parlamentari era costituito da democratici, mazziniani e repubblicani; questi formavano la Sinistra, favorevole a forme di autonomia amministrativa e a un superamento graduale delle differenze fra regioni, oltre che a un allargamento del diritto di voto.
Cavour morì nel giugno del 1861. Nessuno dei politici della Destra possedeva l’intelligenza politica del grande statista scomparso; molti, però (tra cui Bettino Ricasoli, Stefano Jacini, Marco Minghetti, il generale Alfonso La Marmora) si distinsero per onestà personale e senso del dovere.
I gravi problemi dell’Italia unita
Il primo problema che si pose all’attenzione dei governi della Destra fu quale forma di Stato dare all’Italia: a tutto il nuovo Stato venne esteso lo Statuto Albertino (concesso da Carlo Alberto al regno di Sardegna nel 1848).
Esso prevedeva un sistema di governo fortemente centralizzato; tuttavia, poiché le diversità fra le regioni italiane erano evidenti, alcuni uomini della Destra, come Marco Minghetti, e molti democratici erano favorevoli ad un sistema di autonomie regionali, come aveva proposto fin dal 1848 Carlo Cattaneo: uno Stato federale, sul modello degli Stati Uniti, in cui gli Stati regionali conservavano le proprie autonomie amministrative e finanziarie, lasciando al governo federale le decisioni in politica estera, difesa e grandi opere pubbliche.
Tuttavia verso la soluzione centralizzata premevano urgenti problemi pratici. Infatti occorreva:
- Unificare nel Paese il codice civile e penale;
- Far adottare ovunque il sistema metrico decimale per pesi e misure;
- Introdurre un’unica unità monetaria, la lira italiana;
- Abolire i dazi doganali fra regione e regione e formare un unico mercato nazionale dei commerci.
L’Italia fu così divisa in province, governate da prefetti nominati dal ministro dell’Interno, come anche i sindaci dei comuni.
La capitale restò Torino, poiché non poteva esserlo Roma, presidiata dai Francesi. Nel 1865 la capitale fu trasferita a Firenze: un primo passo verso l’obiettivo finale.
La questione meridionale e il brigantaggio
Un altro grave problema era la questione meridionale, ossia la situazione di povertà e arretratezza di gran parte delle regioni meridionali, e l’importanza che tale problema rivestiva per tutta la nazione.
La povertà del Mezzogiorno aveva due cause fondamentali:
- La situazione geografica: il Sud, in gran parte montuoso, era privo di buoni collegamenti stradali al suo interno e con il resto del Paese;
- La situazione economica: nel Sud, dominato dai baroni, grandi proprietari terrieri, non si era mai formata la borghesia attiva e intraprendente, capace di sviluppare l’industria e il commercio.
Gran parte della vita economica era ancora legata ai latifondi. La nobiltà li faceva coltivare da migliaia di poverissimi braccianti, senza impiegare denaro per migliorare le colture.
Molti contadini poveri avevano sperato che il nuovo Stato distribuisse in modo più equo le terre. Ciò però non successe; anzi, furono introdotte nuove tasse e soprattutto il servizio militare, obbligatorio per 5 anni dal 1861. Esso portò numerose giovani braccia lontano dal lavoro dei campi.
Molti contadini si ribellarono: nacque così il brigantaggio. Bande di briganti di campagna erano sempre esistite nel Mezzogiorno; adesso però il deposto re delle Due Sicilie, Francesco II, assieme ad una parte della nobiltà, le aizzava contro il nuovo Stato.
Con molta fatica l’esercito riuscì a vincere, tra 1861 e 1865, la vera e propria guerra scatenatasi fra lo Stato e i briganti. Rimanevano però invariate le cause del fenomeno, ovvero i troppi latifondi e la miseria del mondo contadino.
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Il debito pubblico e il pareggio del bilancio
Con l’unità, il regno d’Italia dovette anche farsi carico dei debiti contratti per finanziare le guerre d’indipendenza e di quelli degli antichi Stati.
Il debito dello Stato (o debito pubblico) ammontava a ben 2345 milioni di lire.
Per estinguerlo, il ministro delle Finanze, Quintino Sella, realizzò un piano di riduzione delle spese e di aumento delle entrate, cioè delle imposte e delle tasse. In particolare ridusse gli stipendi dei dipendenti pubblici e le spese della corte. Introdusse anche la famigerata tassa sul macinato, che colpiva i ceti più poveri, i quali si nutrivano solo di pane, pasta o polenta. Fu una tassa odiatissima, che sollevò vive proteste fra la popolazione.
Tanti sacrifici, sopportati soprattutto dai cittadini più poveri, consentirono di raggiungere il pareggio del bilancio, nel 1876. In tal modo l’Italia riuscì a conquistarsi un largo credito internazionale; tra il 1880 e il 1910 ottenne nuovi prestiti dall’estero, utili a finanziare il suo sviluppo industriale.
Il completamento dell’unità
Nel 1866 l’Italia firmò un importante trattato con la Prussia: in caso di guerra fra Prussia e Austria, l’Italia avrebbe attaccato l’esercito austriaco nel Veneto, costringendo le forze austriache a combattere su due fronti.
La Prussia, che mirava a escludere la rivale dalla Confederazione germanica, il 14 giugno 1866 attaccò l’Austria; pochi giorni più tardi, l’esercito italiano fece il suo ingresso nel Veneto.
La guerra fu tuttavia condotta assai male dagli Italiani. I generali Cialdini e La Marmora furono sconfitti a Custoza; poco dopo presso l’isola di Lissa, nell’Adriatico, due navi corazzate italiane vennero affondate.
Le sconfitte subite colpirono profondamente l’opinione pubblica ma non condizionarono il risultato finale: il 3 luglio 1866 l’esercito prussiano sconfisse gli Austriaci a Sadowa, in Boemia, e l’Austria dovette chiedere la
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pace. Per la Prussia ciò significò l’esclusione dell’Austria dalla Confederazione germanica, per l’Italia l’acquisizione del Veneto, che tuttavia l’Austria non concesse direttamente all’Italia ma, con gesto offensivo a Napoleone III che a sua volta lo trasferì all’Italia.
Unico vincitore sul fronte italiano fu Garibaldi, che batté gli Austriaci a Bezzecca. Stava per liberare Trento, quando ricevette l’ordine di fermarsi perché la guerra era conclusa. Rispose allora con un celebre telegramma: “Obbedisco”.
La “Questione romana” accende conflitti
Restava ancora aperta la Questione romana: come fare di Roma la capitale del regno d’Italia?
Il governo italiano voleva regolare i rapporti con il pontefice secondo la formula di Cavour, “libera Chiesa in libero Stato”, ma Pio IX, che si sentiva minacciato, divenne sempre più ostile e intransigente verso il governo italiano. Si creò così una situazione di conflitto fra i liberali, che assunsero spesso posizioni anticlericali, e i cattolici, che finirono per estraniare dal nuovo Stato italiano. Il progetto Roma capitale, inoltre, era ostacolato dall’opinione pubblica europea, specialmente da quella francese, che non voleva un gesto di forza dell’Italia contro lo Stato della Chiesa. Così, nel 1867, il capo del governo, Urbano Rattazzi, per evitare scontri con la Francia, fece arrestare Garibaldi, che aveva raccolto volontari per marciare su Roma. Pochi mesi dopo Garibaldi fuggì; con duemila volontari penetrò nel Lazio, ma venne sconfitto a Mentana da un corpo di spedizione francese.
La presa di Roma suscita la reazione della Chiesa
Quando però, nel 1870, cadde l’imperatore Napoleone III e la Francia divenne una repubblica, il governo italiano si sentì libero di agire. Inviò nel Lazio un corpo di spedizione: il 20 settembre 1870 i bersaglieri, dopo un breve combattimento presso Porta Pia, entrarono a Roma. Così, dopo circa dodici secoli, finiva il potere temporale dei papi. Roma, con un plebiscito, entrò a far parte del regno d’Italia.
La questione dei rapporti con la Chiesa cattolica era però ancora aperta. Nel maggio 1871 il parlamento emanò la cosiddetta legge delle Guarentigie (cioè garanzie), basata sui principi stabiliti da Cavour. Con essa si concedeva al pontefice:
- Il territorio della Città del Vaticano e una somma annua di denaro per il suo mantenimento;
- La piena libertà per la Chiesa di fare apostolato e di essere presente in tutto lo Stato italiano.
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Il pontefice non accettò tale soluzione. Si proclamò prigioniero in Vaticano e colpì con la scomunica re, ministri e parlamentari; con l’enciclica Non expedit (Non conviene) proibì ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica nazionale e, quindi, sia di votare sia di candidarsi.
Molti credenti s’impegnarono allora nelle attività economiche e sociali a favore delle classi più povere. Sorsero così, in varie regioni italiane, Società cooperative e Casse rurali che contribuirono alla crescita del Paese.
Il governo della Sinistra storica
Con l’annessione di Roma e il pareggio del bilancio dello Stato, la Destra aveva terminato il suo compito. Il nuovo Stato aveva una propria organizzazione; le sue finanze erano state risanate. L’unità del territorio italiano era quasi completata: ormai solo Trento e Trieste rimanevano all’Austria. Mancavano però da realizzare alcune importanti riforme politiche e sociali che la Destra non era in grado di attuare, anche perché non ne avvertiva la necessità. Nelle elezioni del 1876 fu la Sinistra moderata a conquistare la maggioranza. Il suo più autorevole esponente, Agostino Depretis, durante la campagna elettorale aveva avanzato alcune proposte di riforma:
- Estendere il diritto di voto, fino ad allora limitato al 2% degli Italiani;
- Combattere l’analfabetismo e rendere obbligatoria per tutti l’istruzione elementare;
- Eliminare le malattie più diffuse, come la malaria, la pellagra, il tifo, il colera e la tubercolosi;
- Emanare nuove leggi a favore delle classi più povere, delle donne, dei bambini e dei lavoratori impiegati nell’industria e nell’agricoltura.
Depretis riuscì, una volta al governo, a realizzare in gran parte il suo programma:
- Nel 1880 ci fu l’abolizione della tassa sul macinato;
- Nel 1882 ci fu l’estensione del diritto di voto a oltre due milioni di Italiani.
Trasformismo e corruzione si diffondono nella classe politica
Tuttavia, sotto altri punti di vista, le cose peggiorarono. Molti uomini nel nuovo parlamento non avevano la stessa integrità morale dei loro predecessori: erano politici di professione, attenti agli interessi clientelari
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dei loro elettori e poco sensibili ai valori ideali. Depretis riuscì a governare costituendo di volta in volta maggioranze parlamentari diverse, alle quali aderivano con disinvoltura uomini della Sinistra, del Centro o della Destra.
Questa pratica parlamentare fu chiamata trasformismo: molti deputati, infatti, cambiavano la propria posizione a seconda dei loro interessi o dei favori che potevano procurare ai loro elettori.
Tutto ciò favorì anche i primi casi di corruzione: alcuni deputati accettarono denaro o altri benefici in cambio dei vantaggi che potevano procurare a industriali e finanzieri.
Le riforme sociali e i meriti della Destra
Malgrado questa situazione, i primi governi della Sinistra ebbero notevoli meriti. Un grande risultato ottennero nella lotta contro le malattie: diminuirono drasticamente i casi di pellagra e, grazie alla distribuzione gratuita del chinino (un farmaco assai efficace), la diffusione della malaria calò fin quasi a scomparire.
Furono creati gli asili d’infanzia, riorganizzate le scuole elementari, aperte scuole serali e festive per ridurre l’analfabetismo degli adulti, istituite le prime scuole speciali per vari tipi di handicap. Nel 1888 il governo creò a favore degli operai la Cassa nazionale per gli infortuni sul lavoro e la Cassa nazionale per la vecchiaia e invalidità.
Seguirono leggi per tutelare il lavoro delle donne e dei ragazzi nelle fabbriche e poi la Cassa nazionale per la maternità delle donne lavoratrici.
Furono conquiste sociali importanti, chieste a gran voce dalle organizzazioni operaie.
In politica estera, dopo l’occupazione francese della Tunisia, su cui l’Italia aveva delle mire, il governo italiano decise di appoggiarsi alla potente Germania. Perciò nel 1882 firmò la Triplice Alleanza con Germania e Austria. Fu una decisione impopolare, perché gli Italiani continuavano a nutrire ostilità verso l’Austria, che ancora occupava Trento e Trieste; tuttavia i più stretti rapporti con la Germania fecero affluire in Italia ingenti capitali tedeschi.
Nacquero così la Banca Commerciale e il Credito Italiano, e furono finanziate molte imprese e industrie italiane.
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Entra in gioco Crispi: autoritarismo e protezionismo
Dopo Depretis, nel 1887 divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi, un abile politico che era stato democratico e garibaldino.
Egli realizzò alcune importanti riforme dell’Amministrazione pubblica e soprattutto, nel 1889, fece approvare il nuovo codice penale, proposto da Giuseppe Zanardelli, il ministro della Giustizia. Esso sanciva la libertà di sciopero e l’abolizione della pena di morte.
Quest’ultima fu un’innovazione di portata storica: l’Italia fu il primo Paese del mondo a realizzarla.
Deciso sostenitore di uno Stato forte, Crispi considerava i socialisti come nemici interni e le lotte operaie e contadine come un attentato all’unità e alla saldezza del Paese; perciò le contrastò con estrema durezza, governando in modo autoritario.
Contro il movimento di protesta dei Fasci, sviluppatosi in Sicilia tra il 1891 e il 1894 per l’aumento delle tasse e la mancata distribuzione della terra ai contadini, Crispi impiegò l’esercito; la repressione provocò un centinaio di morti.
Contemporaneamente fece soffocare con la medesima asprezza i moti popolari verificatisi in Lunigiana (regione compresa tra la Liguria e la Toscana), anch’essi determinati dalla disperazione e dalla miseria.
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