Estratto del documento

Liceo Scientifico

“Luigi Garofano”

Oppressi ed oppressori: due condizioni esistenti da sempre

Professori: Alunna:

Francesco Ciociola Religione Valentina

Sapio

Antonio Conforto Storia dell’Arte

Rosaria De Biasio Storia e Filosofia

Anna Maria De Caprio Fisica

Anita Migliorini Matematica

Silvia Mirra Geografia Astronomica

Anna Russo Inglese

Luisa Scuderi Educazione Fisica

Grazia Zumbo Italiano e Latino

Anno scolastico 2008/2009

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Mappa concettuale

Latino: Marziale e Giovenale

Italiano: Giovanni Verga “Rosso Malpelo”

Oppressi ed oppressori: condizioni esistenti da sempre

Storia dell’arte: Gustave Courbet “Lo spaccapietre”

Inglese: Charles Dickens “Oliver Twist”

Filosofia: Karl Marx

Storia: La II Rivoluzione Industriale

Geografia Astronomica: I terremoti.

Matematica: Teorema di Rolle, di Cauchy e di Lagrange.

Fisica: La corrente elettrica. 1

Biografia di Giovanni Verga

Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri, con ascendenze nobiliari. Il suo primo insegnante fu il patriota Antonio Abate da cui assorbì il gusto letterario romantico, come testimonia il suo primo romanzo “Amore e patria”.

S’iscrisse nel 1858 alla facoltà di legge all’università di Catania, che però, spinto dalla sua vocazione di scrittore e giornalista, decise di abbandonare. Col passare degli anni nel giovane Verga andava facendosi sempre più vivo il desiderio di lasciare la Sicilia, perciò nel 1865 fece il primo viaggio a Firenze, in cui ritornò nel 1869 decidendo di soggiornarvi perché consapevole del fatto che per divenire un autentico scrittore doveva liberarsi della cultura provinciale e venire a contatto con la società letteraria italiana.

A Firenze incontrava la diciottenne Giselda Fojanesi, con la quale ebbe stretti rapporti d’amicizia. Nel 1872 si trasferì a Milano dove si trattenne per oltre un ventennio fino al 1893, entrando in contatto con quel mondo culturale allora particolarmente attivo. Dopo aver frequentato i salotti della famosa contessa Clara Maffei, partecipò intensamente alle discussioni e alle polemiche culturali del tempo che furono determinanti nel maturare in lui il nuovo atteggiamento verista. Infatti fu proprio dal 1872 al 1875 che pubblicò i primi tre romanzi: Eva, Eros e Tigre reale, ancora legati ad un clima romantico ed il primo racconto “Nedda”.

Trovata la sua giusta ispirazione produsse, nel volgere di pochi anni, dal 1880 al 1889, tutti i suoi capolavori: Vita dei campi (1880), i Malavoglia (1881), Novelle rusticane (1884), Mastro Don Gesualdo (1889). L’amicizia con Luigi Capuana che risultava importante per la “conversione al verismo”, entrò in contatto con il circolo degli Artisti “scapigliati” che vivevano un’esistenza “maledetta” e coltivavano una letteratura sperimentale. Allargò le proprie conoscenze letterarie e filosofiche leggendo opere d’autori francesi contemporanei. Nel 1878 formulò il programma del verismo italiano. Nel 1893 Verga tornò a Catania, dove scrisse ancora qualche opera come “Dal tuo al mio”, ma soprattutto passò nel silenzio e nella solitudine

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un’esistenza di benestante e sfaccendato, anche se segretamente rattristato dal vedere non abbastanza capita e amata la sua produzione più grande. Politicamente, pur essendo un moderato, sostenne dapprima l’azione di Crispi e poi aderì al nazionalismo, aspirando ad un’Italia che sapesse affermarsi sul piano militare e politico. Nel 1920 fu nominato Senatore del Regno d’Italia e il 27 gennaio 1922 morì nella sua casa a Catania. 3

Verga romantico-patriottico

Le opere dei primi anni preannunciano solo in parte i futuri indirizzi del pensiero e dell’arte del Verga. Esse costituiscono la momentanea espressione della sua giovinezza siciliana e dei tempi eroici della seconda guerra d’indipendenza e dell’impresa dei Mille. Sono tre romanzi storici ispirati alle vicende reali del tempo e animati da un’intensa passione patriottica. “Amore e patria” è il primo romanzo che il Verga scrisse a 16 anni e poi rimasto inedito. “I carbonari della montagna”, in quattro volumi, narrano un episodio della rivolta calabrese contro i francesi e “Sulle lagune” che racconta la storia della vita politica veneziana sotto gli austriaci, con l’intreccio di una storia d’amore tra una fanciulla italiana e un giovane ufficiale ungherese.

Nessuno di questi tre romanzi si può però definire un’opera d’arte.

Verga romantico-passionale

In questo secondo periodo predominano i romanzi dominati tutti dalla passione forte e spesso drammatici.

  • Una peccatrice (1866). Narra l’amore di uno studente di modeste condizioni per una donna di lusso: dapprima il giovane ama e delira per la conquista tanto desiderata, poi si stanca e si allontana. Allora la donna da superba e indifferente, senza più una ragione di vita, si avvelena fra la musica e i baci e muore alle note di un valzer.
  • Storia di una capinera (1871). Narra di un amore impossibile e di una monacazione forzata.
  • Eva (1873). La storia di un giovane pittore siciliano che nella Firenze capitale, brucia le sue illusioni ed i suoi ideali artistici per una ballerinetta, simbolo della corruzione di una società “materialista”, tutta protesa verso i piaceri.
  • Eros (1875). Narra la storia del progressivo inaridirsi di un giovane aristocratico, corrotto da una società raffinata e vuota.

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  • Tigre reale (1875). Narra la storia di Giorgio Laferlita, un uomo debole di carattere, che dimentica la moglie e i figli perché preso dalla passione di una giovane signora russa, Nata, una donna strana, volubile, una vera tigre in amore.

Quest’ultimo romanzo chiude il ciclo dell’ispirazione romantico-passionale, durato circa 15 anni, in cui descrive il motivo che porta gli uomini per una passione, una colpa, un errore a un destino che li travolge sopraffacendoli e lasciandoli impotenti e soli.

Verga verista

Possiamo datare la conversione di Verga al verismo al 1874. Ma l’opera che ha segnato la vera e propria conversione è stata “Rosso Malpelo” scritta nel 1878. Si tratta della storia di un garzone di miniera che vive in un ambiente duro e disumano, narrata con un linguaggio nudo e scabro. È la prima opera della nuova maniera verista ispirata ad una rigorosa impersonalità. Con la conquista del metodo verista Verga si propone di studiare tutte le classi della società, partendo dalle “basse sfere” in cui i meccanismi sono meno complicati per poi arrivare alle classi dell’alta intellettualità. 5

Giovanni Verga e il verismo italiano

La teoria verghiana dell’impersonalità e l’“eclisse” dell’autore

Secondo la visione del Verga, la rappresentazione artistica deve conferire al racconto l’impronta di cosa realmente avvenuta; per far questo non basta che ciò che viene raccontato sia reale e documentato; deve anche essere raccontato in modo da porre il lettore “faccia a faccia col fatto nudo e schietto”, in modo che non abbia l’impressione di vederlo attraverso “la lente dello scrittore”. Per questo lo scrittore deve “eclissarsi”, cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni. L’autore deve “mettersi nella pelle” dei suoi personaggi, “vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle colle loro parole”. In tal modo la sua mano “rimarrà assolutamente invisibile” nell’opera, tanto che l’opera dovrà sembrare “essersi fatta da sé”. Il lettore avrà l’impressione non di sentire un racconto di fatti, ma di assistere a fatti che si svolgono sotto i suoi occhi. Il narratore si mimetizza nei personaggi stessi, adotta il loro modo di pensare e di sentire.

Il “diritto di giudicare”, il pessimismo, la “lotta per la vita” come legge di natura

Verga ritiene che l’autore debba “eclissarsi” dall’opera, non debba intervenire in essa, perché non ha il diritto di giudicare la materia che rappresenta. Presupposto di una simile affermazione è la sua concezione generale del mondo. Alla base della visione di Verga stanno posizioni radicalmente pessimistiche: la società umana è per lui dominata dal meccanismo della “lotta per la vita” un meccanismo crudele, per cui il più forte schiaccia necessariamente il più debole. Gli uomini sono mossi dall’interesse economico, dalla ricerca dell’utile, dall’egoismo, dalla volontà di sopraffare gli altri. È questa una legge di natura, universale, che governa qualsiasi società, in ogni tempo e in ogni luogo, e domina non solo le società umane, ma anche il mondo animale e vegetale. Chi cerca di uscire dalla condizione in cui il destino lo ha posto, non trova la felicità sognata, anzi va immancabilmente incontro a sofferenze maggiori. Questa visione della società rinnova il mito greco del fato (la

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credenza cioè in una potenza oscura e misteriosa che regola imperscrutabilmente le vicende degli uomini), ma senza accompagnarlo col sentimento della ribellione, in quanto non crede nella possibilità di un qualsiasi cambiamento o riscatto. Per il Verga non rimane all’uomo che la rassegnazione eroica e dignitosa al suo destino (concezione fatalistica e immobile dell’uomo). Se è impossibile modificare l’esistente, ogni intervento giudicante appare inutile e privo di senso, e allo scrittore non resta che riprodurre la realtà così com’è, lasciare che parli da sé.

Il progresso

Il progresso è visto come un’onda immensa, inarrestabile, una “fiumana”, la cui forza propulsiva travolge senza pietà i più deboli. Verga non partecipa a quella mitologia del progresso che era dominante nell’opinione comune della sua epoca ed anzi insiste sui suoi aspetti negativi: avidità, egoismo, vizi, irrequietudini… E poi assume come oggetto della rappresentazione i “vinti”, quelli che sono schiacciati dalle leggi inesorabili dello sviluppo moderno. I protagonisti dei suoi romanzi sono appunto dei “vinti” nella “lotta per la vita” che domina la società contemporanea. Il progresso porta alla caduta dei valori. Il Verga assume verso i “vinti” un atteggiamento misto di pietà e di ammirazione: pietà per le miserie e le sventure che li travagliano, ammirazione per la loro virile rassegnazione. Verga inoltre aveva una fede profonda in alcuni valori che sfuggono alle ferree leggi del destino e della società: la religione della famiglia e della casa (intesa come centro di affetti e di solidarietà), la dedizione al lavoro, il senso dell’onore e della dignità, la fedeltà alla parola data, lo spirito di sacrificio. In Verga ci sono due aspetti: uno simbolista che esaspera alcuni oggetti per darci la misura dell’esistenza. L’altro realista per il grande rilievo che hanno nella sua opera i casi umani.

Verga e Manzoni

Tra il Verga e il Manzoni ci sono alcune notevoli differenze. Mentre protagonisti del Manzoni sono gli umili, protagonisti del Verga sono i “vinti”. Ed

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umili e vinti non sono la stessa cosa. Gli umili del Manzoni sono i poveri, i deboli, che lottano contro i soprusi dei potenti e dei violenti. I vinti del Verga invece sono, o possono diventare, tutti, indipendentemente dalla classe sociale a cui appartengono. Sono infatti dei “vinti” tutti quelli che, spinti dal bisogno di migliorare, di uscire dai limiti socio-ambientali per salire più in alto, urtano contro il volere del destino che non permette a nessuno di varcare quei limiti, se non a costo di dolore e pene maggiori. Bisogna accettare il fato con virile rassegnazione. Gli umili del Manzoni hanno fede nella Provvidenza, che, oltre a consolarli, dà loro la certezza che non potrà mai abbandonarli; anzi, dalla loro sofferenza deriverà il bene. La sventura è “provvida” sia quando si abbatte sui cattivi, perché li turba e li richiama al bene, sia quando colpisce i buoni, perché li rende migliori e li prepara ad una gioia più grande.

I vinti del Verga, invece, sono soli, tristi, rassegnati, senza il conforto della fede religiosa, legati senza scampo al loro destino di dolore. Del resto, Dio è assente dal mondo del Verga: il nome di “Provvidenza” dato alla barca dei Malavoglia, suona come un’ironia beffarda della sorte che si accanisce sulla povera famiglia. E quando qualche volta Dio viene invocato, è come un idolo antico, indifferente alle sofferenze degli uomini.

Verga e Zola

Il Verga è diverso dallo Zola a causa delle due realtà differenti da cui provengono; l’uno dalla realtà arretrata e statica del Meridione d’Italia e l’altro dalla realtà dinamica francese, ma anche perché il Verga non ha nessuna fiducia ottimistica nel rinnovamento della società, né alcuna volontà di denuncia e di polemica sociale; poi perché nutre profondo rispetto per gli umili, i primitivi: diversamente dal Zola egli non li guarda con distacco scientifico, ma come esseri umani. Inoltre, mentre Zola e i naturalisti francesi descrivono quasi esclusivamente la vita del proletariato urbano, il Verga rappresenta la condizione di tutti gli uomini, tutti ugualmente condannati al dolore e all’infelicità, tutti soggetti ad un fato tirannico e crudele, dal quale nessun Prometeo potrà mai riscattarli.

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Mentre nei romanzi di Zola la “voce” che racconta riproduce il modo di vedere e di esprimersi dell’autore, del borghese colto, che guarda dall’esterno e dall’alto la materia e interviene con giudizi sulla materia trattata, sia espliciti che impliciti, nei romanzi del Verga l’autore non interviene e non dà giudizi personali. Infine mentre per Zola l’impersonalità significa assumere il distacco dello “scienziato”, che si allontana dall’oggetto, per osservarlo dall’esterno e dall’alto, per il Verga significa immergersi, “eclissarsi” nell’oggetto. 9

Tra le opere più importanti del Verga ricordiamo: “I Malavoglia”, “Mastro Don Gesualdo”, ma soprattutto “Vita dei Campi” con “Rosso Malpelo”.

I Malavoglia: è la storia di una famiglia di pescatori siciliani. I Toscano, soprannominati “Malavoglia”, una famiglia di pescatori di Acitrezza, posseggono una casa ed una barca, la “Provvidenza”, che consentono loro una vita serena.

Nel 1863 però il giovane ’Ntoni, figlio di Bastianazzo e nipote di padron ’Ntoni, deve partire per il servizio militare. La famiglia, privata delle sue braccia, si trova in difficoltà, dovendo pagare un lavorante. A ciò si aggiunge una cattiva annata per la pesca, e il fatto che la figlia maggiore, Mena, abbia bisogno della dote per sposarsi.

Padron ’Ntoni, per superare le difficoltà, intraprende un piccolo commercio: compra a credito dall’usuraio zio Crocifisso un carico di lupini, per rivenderli in un porto vicino. Ma la barca naufraga nella tempesta, Bastianazzo muore ed il carico va perduto. Comincia di qui una lunga serie di sventure. La casa viene pignorata; Luca, il secondogenito, muore nella battaglia di Lissa; la madre, Maruzza, è uccisa dal colera; la Provvidenza, recuperata e riparata, naufraga ancora e il Malavoglia sono costretti a vivere alla giornata. La sventura disgrega il nucleo familiare: ’Ntoni, dopo aver conosciuto la vita delle grandi città, annulla i suoi valori familiari, si dà al contrabbando e finisce in carcere; Lia, altra figlia, finisce per prostituirsi, Mena, a causa del disonore caduto sulla famiglia, non può più sposare compare Alfio; il vecchio padron ’Ntoni muore in ospedale e Alessi, l’ultimo figlio, riesce a riscattare la casa del Nespolo, continuando il mestiere del nonno.

Il romanzo termina con ’Ntoni che uscito di prigione si rende conto di non poter più restare in famiglia e si allontana per sempre.

“I Malavoglia” è un romanzo corale in quanto non c’è la presenza di un protagonista in particolare. Nonostante tutto il “coro” si divide in due: da un lato si collocano i Malavoglia caratterizzati dai valori puri, dall’altro la comunità del paese, pettegola, insensibile e mossa solo dall’interesse. Inoltre all’interno della stessa famiglia si può denotare la presenza di due modi di pensare in conflitto tra di loro che stanno alla base dell’intero romanzo: quello di ’Ntoni che una volta entrato in contatto con la realtà moderna decide di non rassegnarsi più ad un’esistenza di

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fatiche e di miserie e quello di padron ’Ntoni che invece è un tradizionalista legato “all’ideale dell’ostrica” cioè a tutti quelli che sono i valori tradizionali in quanto è convinto che l’aspirazione di tutti a migliorare la propria condizione è destinata inevitabilmente a fallire.

Mastro Don Gesualdo: Gesualdo è un muratore che si è affermato con il suo lavoro e con i suoi valori semplici e radicali, ma l’ambizione e il successo lo portano vicino alla nobiltà corrotta del paese. Così nel 1820 lascia la sua compagna Diodata e si sposa per il blasone con una donna nobile, Bianca Trao la cui famiglia è in decadenza.

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Sintesi

Introduzione tesina su oppressi e oppressori

Questa tesina di maturità affronta il tema degli oppressi e degli oppressori in italiano con Verga, latino con Marziale e Giovenale, inglese con Dickens, filosofia con Marx, arte con Courbet e in storia con la II rivoluzione industriale.

Collegamenti

Oppressi e oppressori

  • Italiano - Giovanni Verga.
  • Latino - Giovenale e Marziale.
  • Inglese - Dickens.
  • Filosofia - Marx.
  • Storia - La seconda rivoluzione industriale.
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