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La storia della musica

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La storia della Musica è una storia molto complessa che ha avuto una sua evoluzione enorme nel corso dei millenni. In origine, la parola "musica",

stava a significare "musa", cioè tutto ciò che è bello, e perfetto. Non c'è stata popolazione o persona che non iniziò a creare, a fare, del ritmo con

qualunque oggetto trovato sottomano, perché, il ritmo, sta quasi a riprodurre il primo suono che abbiamo sentito (ritmato), nella nostra vita, quando

eravamo ancora nella pancia materna: il battito cardiaco ed il respiro. Le prime notizie riguardanti la musica le troviamo nella civiltà greca. Infatti è

proprio qui, che la musica pone le basi e comincia a diffondersi in tutto il mondo allora conosciuto. L’importanza della musica nella Grecia classica

traspare nelle tragedie………………

Tragedia-greco

Origine della tragedia

L'origine della tragedia greca è uno dei tradizionali problemi irrisolti della filologia classica. La fonte primaria di

questo dibattito è la Poetica di Aristotele. L'autore poté raccogliere una documentazione di prima mano, a noi oggi inaccessibile, sulle fasi più

antiche del teatro in Attica, la sua opera è dunque contributo inestimabile per lo studio della tragedia antica.

All'origine della tragedia gli antropologi avrebbero individuato, come appunto sembrerebbe confermare l'etimologia stessa della parola, un rito

sacrificale propiziatorio in cui molte popolazioni tribali offrono ancora oggi animali agli dèi, soprattutto in attesa della messe o di una partita di

caccia. Rimangono però molti punti oscuri sull'origine della tragedia, a partire dall'etimologia stessa della parola trago(i)día (τραγῳδία): si

distinguono in essa le radici di "capro" (τράγος / trágos) e "cantare" (αδω / á(i)dô), sarebbe quindi il "canto del capro", forse in riferimento al

premio che in origine era consegnato al vincitore dell'agone tragico (per l'appunto, un capretto), o al sacrificio di questo animale, sacro a Dioniso,

che spesso accompagnava le feste in onore del dio; una teoria più recente fa derivare "tragedia" dal vocabolo raro traghìzein (τραγὶζειν), che

significa "cambiare voce, assumere una voce belante come i capretti", in riferimento agli attori. A meno che tragoidía non significhi più

semplicemente «canto dei capri», dai personaggi satireschi che componevano il coro delle prime azioni sacre dionisiache. Come luogo di nascita

della tragedia Aristotele individua il Peloponneso in quanto il verbo δραν (“fare”), da cui deriva il termine δραμα (dramma), era in uso presso i

Dori, mentre gli Ateniesi usavano il verbo πράττω.

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Dal ditirambo al dramma

Per Aristotele, dunque, la tragedia o meglio il dialogo, considerato l’elemento formale più caratterizzante del

teatro, sarebbe nato quando gli εξαρχοντες del ditirambo, un canto corale in onore di Dioniso, staccandosi dal coro e ponendosi in posizione

autonoma, avrebbero intessuto, improvvisando, un dialogo con il coro, svolgendo quello che sarebbe stato poi nella tragedia il ruolo dell’attore

rispetto al coro. Da canto epico-lirico, il ditirambo diventa teatro. Mentre nasceva e si strutturava la tragedia vera e propria, lo spirito più popolare

dei riti e delle danze dionisiache sopravvissero nel dramma satiresco.

La messa in scena di una tragedia

La presentazione di una tragedia era regolata istituzionalmente e avveniva in occasione degli agoni drammatici, vere e proprie competizioni teatrali che avevano luogo nelle feste in onore di Dioniso Eleutereo, le Grandi Dionisie o Dionisie cittadine.

Queste feste erano state istituite, o per lo meno consacrate ufficialmente, da Pisistrato intorno al 535 a.C. e si svolgevano ogni anno, nel mese di

Elafebolione (marzo/aprile), nel santuario del dio situato sulle pendici meridionali dell’acropoli; vi intervenivano sia cittadini ateniesi sia Greci

provenienti da altre polis. Oltre che alle Grandi Dionisie le rappresentazioni tragiche, per lo più repliche, si svolgevano anche nelle Piccole Dionisie,

organizzate dai singoli demi attici nel mese di Poseidone (dicembre/gennaio) e riservate solo ai cittadini ateniesi. A partire dal 419/418 a.C. le

tragedie furono rappresentate anche nelle Lenèe in onore di Dioniso Lenèo. Alle Grandi Dionisie tre tragediografi, prescelti tra quanti ne avevano

fatto richiesta all’arconte eponimo (il cui operato era sottoposto al giudizio dell’assemblea popolare), presentavano ciascuno una tetralogia costituita

da tre tragedie e un dramma satiresco. Ogni tetralogia era rappresentata in un giorno diverso, e la vittoria finale era assegnata dal verdetto di cinque

giudici il cui voto era scelto ad estrazione tra i voti di dieci giudici. Per le spese di allestimento l’arconte eponimo assegnava a ogni tragediografo un

corego scelto di uomini più ricchi della città e ritenuto in grado di assumersi l’onere economico della messa in scena. Gli attori recitavano su una

stretta piattaforma leggermente sopraelevata antistante il fondoscena, che doveva rappresentare il più delle volte la facciata di un palazzo. Il coro,

che quasi sempre entrava danzando da due passaggi laterali, si disponeva nell’orchestra, all’interno della quale si trovava inoltre l’altare di

Dioniso. Il coro guidato da un capocoro (corifeo) era costituito da 15 coreuti.

Struttura della tragedia

La tragedia greca è strutturata secondo uno schema rigido, di cui si possono definire le sue forme con

precisione. La tragedia inizia generalmente con un prologo (da prò e logos, discorso preliminare), che ha la funzione di introdurre il dramma; segue

la parodo, che consiste nell'entrata in scena del coro attraverso dei corridoi laterali, le pàrodoi; l'azione scenica vera e propria si dispiega quindi

attraverso tre o più episodi (epeisòdia), intervallati dagli stasimi, degli intermezzi in cui il coro commenta, illustra o analizza la situazione che si sta

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sviluppando sulla scena; la tragedia si conclude con l'esodo (èxodos).

Mimesi e catarsi

Come è già stato detto, il primo studio critico sulla tragedia è contenuto nella Poetica di Aristotele. In esso troviamo elementi fondamentali per la comprensione

del teatro tragico, in primis i concetti di mimesi (μίμησις, dal verbo μιμεῖσθαι, imitare) e di catarsi (κάθαρσις, purificazione). Scrive nella Poetica:

"La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta [...] la quale per mezzo della pietà e della paura finisce con l'effettuare la

purificazione di cosiffatte passioni". In parole povere, le azioni che la tragedia rappresenta non sono altro che le azioni più turpi che gli uomini

possano compiere: la loro visione fa sì che lo spettatore si immedesimi negli impulsi che le generano, da una parte empatizzando con l'eroe tragico

attraverso le sue emozioni (pathos), dall'altra condannandone la malvagità o il vizio attraverso la hýbris (υβρις - Lett. "superbia" o "prevaricazione",

i.e. l'agire contro le leggi divine, che porta il personaggio a compiere il crimine). La nemesis finale rappresenta la "retribuzione" per i misfatti,

punizione fa nascere nell'individuo proprio quei sentimenti di pietà e di terrore che permettono all'animo di purificarsi da tali passioni negative che

ogni uomo possiede. La catarsi finale, per Aristotele rappresenta la presa di coscienza dello spettatore, che pur comprendendo i personaggi,

raggiunge questa finale consapevolezza distaccandosi dalle loro passioni per raggiungere un livello superiore di saggezza. Il vizio o la debolezza del

personaggio portano necessariamente alla sua caduta in quanto predestinata (il concatenamento delle azioni sembra in qualche modo essere favorito

dagli dèi, che non agiscono direttamente, ma come deus ex machina). La caduta dell'eroe tragico è necessaria, perché da un lato possiamo

ammirarne la grandezza (si tratta quasi sempre di persone illustri e potenti) e dall'altra possiamo noi stessi trarre profitto dalla storia. Diversa fu però

la posizione anticlassicista, frutto della polemica romantica contro la poetica aristotelica che dovettero trovare priva di sentimento e distante dai

tempi moderni: succede allora che l'elemento di pathos sia esaltato talvolta eccessivamente e che il personaggio tragico appaia come vittima di una

sorte ingiusta: l'elemento psicologico tende a giustificare il cattivo, malvagio perché solo e incompreso dalla società e ad esaltarne le qualità

prometeiche ed eroiche. L'eroe tragico tende da questo punto ad avvicinarsi sempre di più alle classi sociali medio-basse e quindi ad assumere il

tono della denuncia politica.

Le tre unità

La famosa questione delle

cosiddette tre unità aristoteliche, di tempo, di luogo e d'azione ha interesse puramente storico. Aristotele aveva affermato che la favola deve essere

compiuta e perfetta, deve in altre parole avere unità, ossia un inizio, uno svolgimento ed una fine. Il filosofo aveva anche asserito che l'azione

dell'epopea e quella della tragedia differiscono nella lunghezza "perché la tragedia fa tutto il possibile per svolgersi in un giro di sole o poco più,

mentre l'epopea è illimitata nel tempo". Nella tragedia greca il coro, tra l'altro, era essenziale, per evitare incongruenze e spiegare gli antefatti.

Le prime tragedie

La tradizione attribuisce a Tespi la prima rappresentazione tragica. Delle sue tragedie sappiamo poco, se non che il coro

era ancora formato da satiri e che fu certamente il primo a vincere un concorso drammatico. Gli altri drammaturghi dell'epoca furono Cherilo, autore

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di probabilmente centosessanta tragedie (con tredici vittorie), e Pràtina di Fliunte autore di trentadue drammi satireschi, che da quel momento

affiancarono la rappresentazione delle tragedie. Di Frinico cominciamo ad avere maggiori informazioni. Aristofane ne tesse le lodi nelle sue

commedie, e oltre a introdurre nei dialoghi il trimetro giambico, inventò il genere della tragedia ad argomento storico (La presa di Mileto),

introducendo una seconda parte: ci si avviava, quindi alla trilogia, che sarà introdotta da Eschilo. La sua prima vittoria in un agone accadde nel 510

a.C.

Eschilo

Sarebbe stato Eschilo a fissare le regole fondamentali del dramma tragico. Regista, oltre che poeta, a lui viene attribuita l'introduzione

di maschera e coturni e inoltre è con lui che prende l'avvio la trilogia. Introducendo un secondo attore, rese possibile la drammatizzazione di un

conflitto. La rappresentazione della tragedia assume una durata definita (dall'alba al tramonto, nella realtà come nella finzione), e nella stessa

giornata viene presentata una trilogia, nella quale le tre parti sono "puntate" della medesima storia. Nella sua opera, confrontando le prime tragedie

con quelle di anni successivi, notiamo una evoluzione e un arricchimento degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti

teatrali. Questo si deve anche alla competizione che il vecchio Eschilo deve sostenere nelle gare drammatiche: c'è un giovane rivale, Sofocle, che gli

contende la popolarità, e che ha introdotto un terzo attore, ha complicato le trame, sviluppato caratteri più umani, nei quali il pubblico può

identificarsi. Tuttavia, anche accettando in parte, e con riluttanza, le nuove innovazioni, Eschilo rimane sempre fedele ad un estremo rigore, alla

religiosità quasi monoteistica (Zeus, nelle opere di Eschilo, è rappresentato talvolta come un tiranno, talvolta come un dio onnipotente, con qualche

somiglianza con il biblico Yahweh).

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