La morte
Letteratura latina: la morte tra Lucrezio e Seneca
«Totius vitae remedium est: contemne mortem.» (Lucio Anneo Seneca)
«Nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, quandoquidem natura animi mortalis habetur.» (Tito Lucrezio Caro)
Letteratura italiana: la morte tra G. Pascoli e L. Pirandello
«E dì: non lo ricordi quell'orto chiuso? [... ] quel segreto canto misterioso, con quel fiore, fior di...?»
«Morte: sì, cara» (“Digitale purpurea”; G. Pascoli)
Filosofia: A. Schopenhauer e la morte
«Non v'e' rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l'intervallo.» (A. Schopenhauer)
Storia: il nazionalsocialismo e le filosofie indiane
Storia dell’arte: il castello di Wewelsburg
L’arte monumentale nazista
«Per una grande opera, avrei venduto la mia anima come Faust. Ed ecco avevo trovato il mio Mefistofele.» (A. Speer, architetto personale di Hitler)
Letteratura inglese: Dorian Gray and the death
«He would destroy it. He looked round and saw the knife that had stabbed Basil Hallward. […] It would kill the past, and when that was dead, he would be free.»
Massimo Maiorano
Liceo scientifico “G. Galilei”
Classe 5^ B
Anno scolastico 2009/2010
Il concetto della morte
Morte, dal latino “mors, mortis”, significa cessazione delle funzioni vitali nell’uomo e negli esseri viventi in genere.
Il problema della morte connesso all’esistenza umana è presente già nel pensiero classico, ipotizzando tutta una serie di soluzioni. Il pensiero filosofico platoniano configura la morte come nuova vita dell’anima individuale, pertanto viene considerata come inizio di un nuovo ciclo vitale se si accetta l’idea dell’immortalità dell’anima e della possibilità della reincarnazione. La posizione eraclitea ipotizza la possibilità di un’immortalità impersonale, come dissoluzione del singolo nella vita dell’universo. Al concetto biblico che pone la morte come pena, in rapporto al peccato di Adamo, si aggiunge poi nel Cristianesimo l’idea della morte come momento di separazione dal corpo dell’anima e l’inizio dell’immortalità.
Il concetto della morte, quindi, ha da sempre costituito oggetto di pensiero e di riflessione profonda soprattutto da parte dei filosofi anche classici quali per l’appunto Seneca.
Seneca e la morte
--Lucio Anneo Seneca nacque all’incirca nel 4 a.C. a Cordova ed essendo figlio di un retore, fu inviato a Roma per completare gli studi in previsione della sua carriera politica.
Seneca, come del resto la maggior parte degli intellettuali romani che si occuparono di filosofia, fu animato da un atteggiamento non dogmatico verso le principali scuole di pensiero greco-ellenistico. Aderì principalmente allo stoicismo, ma nella sua filosofia sono riconoscibili anche elementi platonici e neopitagorici.
Il nucleo di pensiero prevalente fu comunque quello stoico: il suo interesse per la natura, condiviso anche dagli epicurei, il concetto di divinità, l’insistita riflessione morale, lasciano desumere che Seneca non fu solo seguace dello stoicismo, ma ne sviluppò anche con originalità alcune posizioni.
Vivere in sintonia con la natura: solo per questa via comincerà a trovare fondamento l’obiettivo morale che fin dalle origini il filosofo stoico si è proposto. Chi così agisce è, infatti, uomo virtuoso e, insieme, sapiente. Seneca, il quale conosceva benissimo questa situazione, sottoscrive senza esitare che ad ogni uomo sia concessa, in ogni momento o fase della propria vita, l’opportunità di fare filosofia e di progredire in direzione della sapienza, e quindi di vedere così confermate nel concreto la propria virtù e la propria adesione alla natura. Per Seneca, ma in realtà per uno stoico qualsiasi, la vita di ciascuno appartiene senz’altro alla vita dell’universo logico materiale, un universo in evoluzione permanente fino all’estrema conclusione, costituita dalla conflagrazione universale, cioè dalla “morte universale” (palingenesi).
Una conclusione, questa, che può intendersi come l’estremo stadio della materia durante il quale la razionalità raggiunge la massima manifestazione, ma che tuttavia darà origine a un successivo ciclo di sviluppo in cui la vita si rigenererà. La conflagrazione costituisce insomma la conclusione di un ciclo: è la morte che consegue naturalmente e logicamente all’evoluzione materiale della vita. Stando agli stoici, quindi, nello svolgimento assolutamente determinato della vita dell’universo è compresa anche la sua conclusione.
Ogni uomo, in quanto essere razionale, ha la possibilità di interrogarsi di fronte al succedersi degli avvenimenti e, dunque, di fronte alla vita. Ciò, tuttavia, significa che l’uomo ha anche la possibilità di interrogarsi sulla morte. Anzi: proprio l’interrogazione riguardante il senso della morte diventa uno dei momenti che massimamente caratterizzano l’espressione della vita e, in particolare, della vita del sapiente.
Di fronte alla morte, il sapiente stoico deve dimostrare la propria virtù: deve cioè confermare la propria capacità di essere in sintonia con il senso complessivo del divenire. In pratica, la virtù del sapiente consisterà nel mantenere ferma la propria forza razionale lasciando che essa si esprima di fronte a qualsiasi evenienza, compresa la morte. Fisica e morale insieme, è questa la “immota stabilitas”, quella capacità tipica del sapiente di 'rimanere eretto sotto qualsiasi peso” (“stat rectus sub quolibet pondere”; Lettere a Lucilio, 71.26); frutto di questa condizione, che dipende però dal retto giudizio appartenente per definizione al sapiente, risulta la vita felice.
Non è facile, tuttavia, mantenersi saldi e avere la forza di resistere, incrollabili e saggi, di fronte alla morte e a quanto, come la malattia e il dolore, di essa è l’annuncio.
Occorre, in modo particolare, rendersi conto che “la distanza dalla morte è breve”. La morte, in questa prospettiva, rivela la sua fortissima valenza formativa e, insieme, la sua indubbia valenza morale, poiché essa esige un comportamento coraggioso e coerente tale per cui non risulterà che 'sono io a fuggire la morte', ma nemmeno che 'sarà la vita a sfuggirmi'.
Con il suo stile stringato e sentenzioso Seneca farà inoltre presente all'amico Lucilio che proprio il modo in cui moriamo rispecchia chi davvero siamo (“mors de te pronuntiatura est”; Lett., 26.6); suggerirà quindi che il miglior rimedio per vincere la morte è semplicemente quello di disprezzarla (“totius vitae remedium est: contemne mortem”; Lett., 78.5).
Occorrerà considerare la morte per quello in cui consiste: la morte è non essere (“mors est non esse“; Lett., 54.4), è la pura e semplice condizione in cui vi è l’assenza della percezione della vita, l’occasione in cui il venir meno del corpo si accompagna al venir meno della percezione e quindi della coscienza.
Essa finisce per essere (e qui la posizione di Seneca si avvicina a quella dell’altra dottrina materialistica, quella epicurea) un punto d’arrivo ineffabile: inoltre, non solo dopo la morte non c’è nulla (perché non c’è alcuna possibilità di percezione), ma il morire medesimo è qualcosa di sfuggente, è il limite estremo di un rapidissimo spazio di tempo (“post mortem nihil est ipsaque mors nihil, velocis spatii meta novissima”).
Epicureismo e Lucrezio
--Anche l’Epicureismo, corrente di pensiero diffusasi a Roma fra il II e il I secolo a.C. grazie al poeta Lucrezio, propugnava, similmente allo stoicismo, il raggiungimento della felicità.
La felicità, secondo i dettami del filosofo Epicuro, può essere raggiunta allontanando il dolore (“aponia”), quindi soddisfacendo i bisogni naturali, e liberandosi di ogni forma di turbamento (“atarassia”), quali l’ambizione alla gloria, al potere, all’impegno (“negotium”) civile e politico.
Alla base di tutto ciò vi è la coscienza che si può dare una spiegazione razionale di tutti i fenomeni che avvengono sulla Terra, liberando l’uomo dalla paura proveniente dalla convinzione che il mondo sia regolato e governato da entità metafisiche. Lucrezio espose i principi della dottrina epicurea nel “De rerum natura”, un poema didascalico composto di sei libri e scritto in esametri.