Percorso interdisciplinare: I Mondi Paralleli.
Introduzione.
Quasi tutte le teorie moderne prevedono che, oltre al nostro, esistano molti altri
mondi.
Su questo tema sono stati addirittura girati molti film e saghe tv; basti pensare a
Stargate (1994) in cui ad i personaggi bastava attraversare una “porta stellare” per
raggiungere un’altra galassia o un altro universo.
Attualmente molti scienziati sono convinti che l’idea di fondo sia giusta: potrebbero
veramente esistere universi paralleli al nostro, anche se non è detto che esista un
varco per raggiungerli.
C’è perfino chi sostiene di aver trovato la prova: un’immensa voragine impressa nella
distribuzione di materia nell’universo.
Questo sarebbe l’impronta di un mondo parallelo, che avrebbe “toccato” il nostro
universo nel momento in cui stava nascendo.
Ma perché pensare ad un mondo parallelo solo al di fuori dell’“Io” umano?
Molte menti geniali di artisti, filosofi, letterati erano già arrivati, nei tempi addietro,
a conclusioni di questo tipo.
Pascoli ne è un esempio lampante con il suo rifugio dalla realtà esterna (il nido) e la
figura del superuomo in D’Annunzio non è altro che un alter ego parallelo alla vera
personalità dell’uomo.
Chi, però, meglio di Freud poteva rendere questa idea attraverso l’interpretazione dei
sogni?
Eppure qualcuno c’è stato!
Che dire delle opere dell’inconscio di Dalì, frutto di una trasposizione di un mondo
su-reale nella pittura? E del mondo parallelo dell’arte “infantile” di Mirò?
L’uomo, da quando ha mosso i primi passi sulla Terra, ha cercato un mondo, lontano
dalla realtà contingente, in cui riflettere le proprie speranze, le proprie paure, ma
soprattutto i propri sogni.
Il modo migliore per farlo, sin dai tempi dell’antica Grecia e di Roma, è stato il
romanzo.
Esso viene visto come trasposizione della realtà, come evasione alla ricerca del
divertimento, dell’avventura e dell’amore, ma anche come spunto per una morale o
una parodia di costume.
Allora, dal momento che la storia stessa è stata l’artefice di questo percorso,
indirizzando le menti geniali verso questo argomento complesso ma estremamente
affascinante, perché non renderle il giusto merito tracciando un collegamento
attraverso le varie discipline di questo tema così attuale eppure connesso all’uomo sin
dalla sua nascita? Mondi Paralleli
Ha inizio, così, il viaggio all’interno dei nell’Universo, nell’Uomo,
attraverso le poche manifestazioni percepibili dai nostri limitati sensi.
La base del mondo decadente è il rifiuto della visione positivistica.
Il decadente, infatti, ritiene che la ragione e la scienza non danno una
conoscenza vera del reale perché l’essenza di questo è misteriosa ed enigmatica.
Per questo, l’anima decadente è sempre protesa verso il mistero che è dietro la
realtà visibile.
Tutti gli aspetti dell’essere sono legati tra loro da arcane analogie che sfuggono
alla ragione.
Anche per quanto riguarda l’uomo tale corrente culturale propone un’identità
sostanziale tra “Io” e “Mondo” che avviene sul piano dell’inconscio.
In questa zona oscura l’individualità scompare e si fonda con il Tutto; i
decadenti si lasciano inghiottire dal vortice tenebroso e distruggono ogni legame
razionale.
Come strumenti privilegiati del conoscere vengono indicati tutti gli stati
irrazionali dell’esistere: la malattia, la follia, la nevrosi, il sogno e l’incubo,
l’allucinazione.
Questi stati d’alterazione possono essere provocati artificialmente attraverso
l’uso di alcol, droga, oppio o morfina.
Tra i momenti privilegiati della conoscenza vi è soprattutto l’arte.
Questa non è solo un’operazione intesa, attraverso il controllo razionale di certi
strumenti espressivi, a produrre begli oggetti, ma voce del mistero che obbedisce
a sollecitazioni profonde.
Questo culto religioso dell’arte dà origine al fenomeno dell’estetismo.
L’esteta è colui che assume, come principio regolatore della sua vita, non i valori
morali, il bene e il male, ma solo il bello, e solo in base ad esso agisce e giudica la
realtà.
Nella poesia decadente cadono i nessi sintattici tradizionali: la sintassi si fa vaga
ed imprecisa e lo strumento più usato è la metafora.
La metafora decadente è l’espressione di una visione simbolica del mondo dove
ogni cosa rimanda ad altre.
Affine alla funzione della metafora è quella della sinestesia.
Essa è fusione di sensazioni, nel senso che impressioni che colpiscono un senso
evocano altre impressioni relative a sensi diversi.
Uno dei maggiori esponenti del decadentismo è Gabriele D’Annunzio.
Per questi l’estetismo è un valore supremo che si esprime nella formula “il verso è
tutto”.
Tuttavia agli inizi degli anni Novanta D’Annunzio si rende conto che l’esteta non ha
la forza di opporsi alla borghesia in ascesa; così, la costruzione dell’estetismo entra in
crisi.
Il primo romanzo “Il Piacere” (1889) accentua il motivo della superiorità femminile:
la donna è forte e ha più volontà mentre il maschio vacilla.
Al centro del romanzo si pone Andrea Sperelli, il quale non è altro che un “doppio”
del poeta stesso.
Andrea è un giovane aristocratico “tutto impregnato di arte” che vuole “fare la
propria vita come si fa un opera d’arte”.
Tale principio in un uomo debole, come Andrea, diviene una forza distruttrice che lo
priva di ogni energia morale e creatrice.
Il banco di prova è nel rapporto con la donna.
L’eroe è diviso tra due immagini femminili, Elena Muti, la donna fatale, che incarna
l’erotismo lussurioso, e Maria Ferres, la donna pura, che rappresenta l’occasione di
un riscatto e di un’elevazione spirituale.
In realtà è solo Elena a sottomettere Andrea, soprattutto perché in essa il protagonista
ha trasferito la capacità del proprio “Io” di strutturarsi in maniera unitaria: La
separazione da Elena, che è il momento centrale del romanzo, provoca nel
protagonista la rottura del suo equilibrio.
Quando, poi, la donna ritorna Andrea apprende che, per evitare il disastro
economico, ha dovuto sposare un ricco inglese, individuo vizioso e ripugnante.
Egli è disgustato e per tracciare un ritratto crudele di Elena ne costruisce uno
altrettanto impietoso di sé stesso:
“... infondo ad ogni atto, ad ogni manifestazione dell’amor di Elena trovava
l’artifizio, lo studio, l’abilità, la mirabile disinvoltura nell’eseguire un tema di
fantasia, nel recitare una parte drammatica, nel combinare una scena straordinaria.
Ben, però, egli rimaneva perplesso, come se, penetrando nell’anima della donna, egli
penetrasse nell’anima sua propria e ritrovasse la sua propria falsità nella falsità di lei,
tanta era l’affinità delle due nature.
E a poco a poco il disprezzo gli si mutò in un’indulgenza ironica poiché egli
comprendeva tutto ciò che ritrovava in sé medesimo”.
Di conseguenza, dopo l’abbandono di Elena, Andrea cerca di recuperare in altri
amanti quel principio unificante che ha perso, fino ad arrivare, nel finale del
romanzo, a rivolgersi a Maria Ferres, nella prima notte d’amore, chiamandola Elena.
Così, egli è abbandonato anche da lei restando solo con la sua sconfitta.
In tale opera D’Annunzio rivolge giudizi duri e critici nei confronti di Andrea,
condannandolo.
Altra fase poetica scaturisce dalla lettura di Nietzsche, avvenuta intorno al 1892.
Il poeta elabora il pensiero di Nietzsche entro il proprio sistema di concezione
esaltando lo spirito dionisiaco “della volontà di potenza”, dello spirito della lotta e
dell’affermazione di sé, tutto ciò contribuisce al mito del Superuomo.
Questa concezione assume una coloritura anti borghese; è necessaria l’affermazione
di una nuova aristocrazia che sappia tenere schiava la moltitudine degli esseri comuni
ed elevarsi a forme superiori di vita.
Il superuomo creato da D’Annunzio aggressivo ed energico non nega la precedente
immagine dell’esteta ma la ingloba in sé.
Il culto della bellezza è, infatti, essenziale nel processo di elevazione della stirpe: in
tal modo l’estetismo è uno strumento di una volontà di dominio sulla realtà.
In effetti il vero superuomo è l’artista che ha una funzione di vate nella realtà.
A testimoniare questa nuova fase è il romanzo “Il Trionfo della morte” (1894).
L’eroe, Giorgio Aurispa, travagliato da un’oscura malattia interiore, va alla ricerca di
un nuovo senso di vita, che permette di attingere all’equilibrio e alla pienezza.
Un breve rientro in famiglia acuisce la crisi dell’uomo e lo porta a rivivere il conflitto
con il padre, figura abietta e dominatrice, per questo è indotto ad identificarsi con un
altra figura paterna, quella dello zio Demetrio, a lui simile nella sensibilità e morto
suicida.
La ricerca porta Giorgio a riscoprire le radici della sua stirpe: insieme con la donna
amata, Ippolita Sanzio, si ritira in un piccolo villaggio abruzzese. Qui riscopre il
volto primordiale della sua gente ed il fanatismo religioso esaltato; in questa
direzione la sua ricerca fallisce.
Il viaggio, inoltre, aumenta la sua sofferenza e l’odio verso Ippolita, che lo affascina
sensualmente, ma in cui egli vede sempre di più la “Nemica” che ostacola la sua
ricerca.
La donna ora rappresenta la lussuria insaziabile, che lo svuota della sua energia
vitale; ora egli la invidia per il suo vigore e la sua aderenza al naturale; ora la donna
rappresenta la malattia (soffre di attacchi isterici);ora la volgarità piccolo borghese,
che offende il culto della bellezza dell’esteta.
Giorgio ne è affascinato ed attratto ed al tempo stesso la odia perché la vede come
ostacolo che gli impedisce di attingere a quella trasfigurazione ideale cui aspira.
In realtà l’immagine della donna-Nemica che Giorgio si costruisce mentalmente è
solo un alibi per mascherare l’impotenza di vivere.
Nel romanzo domina in modo ossessivo il motivo dell’essere inghiottito, che si
collega quasi sempre con la contemplazione della bocca e dei denti di Ippolita.
Quando l’eroe si sente, poi, avvolgere dall’abbraccio della donna avverte nei pori
della sua pelle “la fragranza marina” e nel folto della sua capigliatura “il mistero delle
alghe più remote”: l’ossessione della morte per acqua è strettamente legata
all’abbraccio avvolgente della donna fatale, divoratrice di uomini.
Non a caso, per liberarsi dal maleficio Giorgio tenterà di annegare più volte Ippolita,
poi, alla fine precipiterà avvinghiato con lei nelle onde.
Interessante la figura della donna che non è la classica donna fatale; il poeta, infatti,
la presenta come malata di epilessia.
E’ noto che fin dall’antichità l’epilessia è stata vista come un morbo sacro che
conferisce un grande potere di suggestione.
Ella è, poi, anche vittima di una sindrome isterica, malattia che è collegata agli aspetti
più fisici e materiali della sessualità.
Il personaggio femminile quindi, viene individuato da Giorgio come una forza ostile,
in grado di imporre il proprio predominio indebolendo tutto il suo essere e
degradandolo intellettualmente.
Da notare che i personaggi dannunziani restano sempre deboli e sconfitti, incapaci di
tradurre le loro aspirazioni in azioni.
Successivamente il poeta affida nel campo della lirica la sua visione a sette libri di
“Laudi”.
L’opera presenta una novità formale: egli non segue più la metrica tradizionale né la
metrica barbara, ma adotta il verso libero dal novenario al quinario con rime
ricorrenti senza schema fisso.
Il fluire libero, irruente e concitato del verso, presenta il poema come un carme
ispirato ed intento ad accogliere tutte le infinite e diverse forme della vita e del
mondo.
Il poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia realmente compiuto da
D’Annunzio nel 1895.
L’“Io” protagonista si presenta come eroe “ulisside” pronto a sprezzare ogni limite o
divieto pur di raggiungere le sue mete.
Il viaggio nell’Ellade è immersione in un passato mitico alla ricerca di un vivere
sublime.
Dopo questa iniziazione il protagonista si reimmerge nella realtà moderna e nel mito
classico nel tentativo di riscattare dal suo squallore il presente.
Per questo l’orrore della civiltà industriale si trasforma in nuova forza e bellezza, ed i
“mostri” del presente diventano entità mitiche.
Il poeta arriva, così, ad inneggiare ad aspetti tipici della modernità come il capitale e
le macchine perché esse racchiudono in sé possenti energie, che possono essere
indirizzate a fini eroici ed imperiali. L’esperienza panica è una manifestazione del
superomismo: solo al superuomo, creatura d’eccezione, è concesso di “trasumanare”
al contatto con la natura, attingendo ad una vita superiore, al di là di ogni limite
umano.
Solo la parola magica del poeta-superuomo può cogliere ed esprimere l’armonia
segreta della natura, raggiungere e rivelare l’essenza misteriosa delle cose.
La pioggia nel pineto.
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove 5
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici 10
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini, 15
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti 20
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri, 25
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 30
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura 35
con un crepitio che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde 40
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino. 45
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi 50
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi; 55
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come 60
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L'accordo 65
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce; 70
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco 75
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda 80
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda 85
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana, 90
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione. 95
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca. 100
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi 105
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti 110
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti 115
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri, 120
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri 125
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
“La pioggia nel pineto” è una tra le più belle poesie di D’Annunzio. Si svolge in
Toscana nei pressi del litorale; sullo sfondo si trovano i due protagonisti, D’Annunzio
e la donna Ermione, che poi si fonderanno con la natura stessa. Nella prima strofa il
poeta invita la donna, che è con lui sulle soglie del pineto, a tacere per non udire più
parole umane, ma parole “nuove” (la natura si accosta all’uomo) pronunciate dalle
gocce e dalle foglie bagnate dalla pioggia estiva. Il “taci” iniziale dà già l’idea del
ritmo che ritroveremo nella lirica, ovvero breve e serrato, che rende l’idea stessa della
pioggerellina estiva. Vi è, poi, la caduta della pioggia sulla vegetazione che cresce
sulla riva del mare, e le due presenze umane sono un elemento al pari con gli altri del
bosco. La metamorfosi dei protagonisti inizia già al verso 20 (“volti silvani”) e quindi
si propone già nella prima strofa il tema panico dell’identificazione del soggetto
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