Estratto del documento

Percorso interdisciplinare a cura di Andrea Mori

L. S. S. “Il Pontormo” – Classe V D

Empoli, 10 giugno 2007 0

Indice

  • I mass media p. 2
  • Filosofia p. 3
  • 1. Karl Popper – “Cattiva maestra televisione” p. 3
  • 2. Marshall McLuhan – “Gli strumenti del comunicare” p. 5
  • Italiano p. 7
  • 1. Umberto Eco – “Apocalittici e integrati” p. 7
  • Storia p. 10
  • English p. 14
  • 1. George Orwell – “Nineteen Eighty-Four” p. 14
  • Il Progetto ECHELON p. 18
  • Bibliografia p. 21 1

I mass media

Il fenomeno culturale della nascita dei mass media, l’invasione di tutti i mezzi di comunicazione di massa la cui tecnologia permette una diffusione di notizie e cultura più rapida e capillare che in qualsiasi altra epoca della storia, travolse l’Europa e i paesi più industrializzati tra la fine degli anni ’20 e la Seconda Guerra Mondiale.

In questo periodo nacquero infatti, quasi simultaneamente, molti dei mezzi di cui oggi facciamo un uso pressoché incontrollato: dalla radio al cinema sonoro, dalla stampa al libro tascabile, fino ad arrivare alla televisione nei primissimi anni del dopoguerra.

Oltre a queste novità assolute, vanno affiancati anche i linguaggi e i canali di comunicazione già da tempo affermati che grazie alle innovazioni tecniche e alla rivoluzione dei meccanismi di diffusione culturale si sono imposti nel panorama delle moderne comunicazioni: è il caso della stampa a grande diffusione come i giornali e i fumetti.

Il primo apparecchio televisivo commerciale. Du Mont modello 180 - 1938

Il generale sconvolgimento che questa “seconda rivoluzione industriale” provocò principalmente nella sfera occidentale, va inquadrato in due contesti strettamente correlati che presero corpo in quel periodo.

Con il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa nacque l’industria culturale, l’enorme sistema di imprese (le case editrici, la televisione ecc.) e apparati tecnico-organizzativi che gestiscono il flusso di notizie e prodotti dei mass media.

La tecnica di produzione di informazione “seriale” (simile a quella utilizzata nei moderni processi industriali) utilizzata da questi colossi, ha prodotto una standardizzazione della cultura generale che ha messo le sue radici ad elevata profondità nel loro pubblico quantitativamente enorme e qualitativamente indifferenziato e anonimo: siamo andati verso il conformismo e l’universalizzazione dei temi, caratterizzati da un forte appiattimento del linguaggio e dalla semplificazione degli argomenti proposti, che hanno portato ad un notevole ribasso dei livelli culturali.

I romanzi a puntate pubblicati dalla fine Ottocento negli Stati Uniti e in Europa sono alcuni dei primi esempi di quella “cultura seriale” che si è enormemente diffusa negli anni Venti e Trenta, suscitando lo sdegno di molti intellettuali preoccupati per la mercificazione e la standardizzazione della cultura.

Tutto il processo seguito dai mass media ha portato così alla nascita della cultura di massa.

Della diffusione e dell’attività plasmante dei media sul mondo, si sono largamente occupati l’epistemologo Karl Popper e il sociologo Marshall McLuhan.

Filosofia

Karl Raimund Popper

Karl Raimund Popper (Vienna, 28 luglio 1902 - 17 settembre 1994), epistemologo austriaco di nascita, britannico d’adozione, è considerato uno dei più influenti filosofi della scienza del Novecento.

Partendo dal principio della falsificabilità, secondo il quale “una teoria è scientifica, quando è in grado di indicare gli esperimenti che potrebbero falsificarla”, Popper muove un’articolata e precisa critica al marxismo.

Quando le tesi di Marx, nate con la pretesa di essere teorie scientifiche controllabili sul piano empirico (concentrazione del capitale, proletarizzazione dei ceti medi, impoverimento del proletariato, scoppio della rivoluzione), vengono smentite dallo sviluppo dei fatti, una parte dei suoi seguaci impedisce di fatto al marxismo di crescere come scienza perché invece di prendere atto dalle confutazioni prodotte dall’esperienza, si affannano a reinterpretare sia la teoria sia i dati di fatto per farli coincidere.

Da qui Popper allarga il suo campo di critica arrivando allo storicismo. Popper critica lo storicismo e difende lo stato democratico e liberale, fondamenta della sua società aperta.

Per lo storicismo la storia si sviluppa inesorabilmente e necessariamente secondo leggi razionali. Secondo Popper lo storicismo è il principale presupposto teorico di molte forme di autoritarismo e totalitarismo.

Di conseguenza egli attacca lo storicismo, osservando che esso si fonda su una concezione erronea della natura delle leggi e delle previsioni scientifiche.

Poiché la crescita della conoscenza umana è un “fattore causale nell’evoluzione della storia umana e che nessuna società può predire scientificamente il proprio futuro livello di conoscenza”, non può esistere una teoria predittiva della storia umana.

Popper concentra i suoi studi anche sulla nascita dei mass media, sull’uso che l’uomo ne fa e sugli effetti che hanno sull’opinione pubblica.

Esce così nel 1994 “Cattiva maestra televisione”, un libro fondato su un’intervista al filosofo di Giancarlo Bosetti e arricchito da testi di firme autorevoli come quelle di John Condry e Karol Wojtyla.

Nella sua introduzione a questo breve saggio, Giancarlo Bosetti sottolinea come il filosofo fosse preoccupato della tendenza evolutiva delle comunicazioni di massa verso il peggio: il peggio per la democrazia in termini di squilibrio di poteri ed il peggio per i bambini, in termini di diseducazione.

Per Popper la televisione è in grado di cambiare radicalmente l’ambiente e, di conseguenza, mostrare ai bambini modelli negativi da imitare. In sostanza essa sta conducendo i bambini alla devianza.

Fondamentale per la televisione è l’audience, quindi non è importante se il rischio è quello di cadere in contenuti altamente diseducativi.

Nel suo articolo “TV: ladra di tempo, servo infedele”, Condry non esita ad affermare che gli effetti della violenza televisiva sull’ambiente nel quale avviene l’educazione dei bambini, specialmente quelli più esposti e con minori alternative culturali a disposizione, sono da considerarsi nocivi secondo lo stesso criterio per il quale un ambiente familiare violento ha effetti negativi sulla formazione della personalità infantile.

Wojtyla sostiene invece senza mezzi termini che “i genitori che si servono abitualmente ed a lungo della televisione come di una specie di bambinaia elettronica, abdicano al ruolo di primari educatori dei propri figli 3”.

Popper, oltre che a sostenere e concordare con i testi sopraccitati, spiega quale potrebbe essere una sua alternativa per riportare la TV sulla “retta via”: escludendo categoricamente la censura, quale mezzo di ostacolo alla democrazia, suggerisce l’istituzione, per tutti coloro che sono coinvolti nella produzione di televisione, di una patente “che gli possa essere ritirata a vita qualora agisca in contrasto con certi principi”.

Proseguendo: “L’organismo che avrà la facoltà di ritirare la patente sarà una sorta di Corte. Perciò tutti, in un sistema televisivo che operasse secondo la mia proposta, si sentirebbero sotto la costante supervisione di questo organismo e dovrebbero sentirsi costantemente nelle condizioni di chi, se commette un errore, sempre in base alle regole fissate dall’organizzazione, può perdere la licenza.

Uno degli scopi principali […] del corso (per ottenere la patente, nda) sarà quello di insegnare a colui che si candida a produrre televisione che di fatto, gli piaccia o no, sarà coinvolto nella educazione di massa, in un tipo di educazione che è terribilmente potente e importante.

Di questo si dovranno rendere conto, volenti o nolenti, tutti coloro che sono coinvolti dal fare televisione: agiscono come educatori perché la televisione porta le sue immagini sia davanti ai bambini e ai giovani che agli adulti.

Chi fa televisione deve sapere di aver parte nella educazione degli uni e degli altri. […] Ritengo che i corsi debbano essere basati sull’insegnamento della importanza fondamentale della educazione, delle sue difficoltà e del fatto che il punto centrale nel processo educativo non consiste soltanto nell’insegnare fatti, ma nell’insegnare quanto sia importante l’eliminazione della violenza.

Nel corso si dovrà insegnare come i bambini ricevono le immagini, come assorbono quello che la televisione offre e come cercano di adattarsi all’ambiente influenzato dalla televisione.

Si dovranno insegnare i meccanismi mentali attraverso i quali sia i bambini che gli adulti non sono sempre in grado di distinguere quello che è finzione da quello che è realtà.

I procedimenti […] mentali che distinguono o sovrappongono realtà e finzione devono essere conosciuti dai lavoratori della televisione perché per molti di loro sono una novità.

Molti di loro ignorano le conseguenze subconscie che il loro lavoro ha sia sui bambini che sugli adulti”.

E concludendo: “Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà stato pienamente scoperto 4”.

3 Giancarlo Bosetti: ex vicedirettore de “L’Unità”, fondatore e direttore di “Reset”, giornalista de “La Repubblica”.

4 John Condry: docente di sviluppo dell’umanità e della famiglia all’Università di Cornell. 3

3 Discorso pronunciato dal Pontefice all’Angelus del 28 gennaio 1996. Bollettino della Sala stampa della Santa Sede. 4

4 Che gli possa…stato pienamente scoperto: Karl R. Popper – “Cattiva maestra televisione” – Marsilio Editori, Venezia 2002 – pp. 77-80

Marshall McLuhan

Herbert Marshall McLuhan (Edmonton, Alberta 1911 - Toronto 1980) è stato un sociologo canadese.

La fama di Marshall McLuhan è legata alla sua interpretazione degli effetti prodotti dalla comunicazione sia sulla società nel suo complesso sia sui comportamenti dei singoli.

La sua riflessione ruota intorno all’ipotesi secondo cui il mezzo tecnologico che determina i caratteri strutturali della comunicazione produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell’informazione di volta in volta veicolata.

La sua opera più nota è sicuramente “Gli strumenti del comunicare” che costituisce una ricerca innovativa nel campo delle strutture dei media.

È qui che McLuhan afferma che è importante studiare i media non tanto in base ai contenuti che veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione.

Questo pensiero è notoriamente sintetizzato con la frase “il medium è il messaggio”.

Marshall McLuhan – “Understanding Media: The Extensions of Man” (“Gli strumenti del comunicare”)

Tuttavia sarebbe fuorviante ridurre l’analisi condotta ai soli mezzi di comunicazione di massa.

La riflessione di McLuhan abbraccia, in linea generale, qualsiasi tipo di media.

McLuhan afferma che “nelle ere della meccanica, avevamo operato un’estensione del nostro corpo in senso spaziale. Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio 5”.

Ad esempio un primo medium analizzato da McLuhan è stato quello tipografico.

McLuhan osserva infatti che la stampa ha avuto un grande impatto nella storia occidentale, veicolando la Riforma Protestante, il razionalismo e l’illuminismo.

Si può dunque asserire che qualsiasi tecnologia costituisce un medium nel senso che è un’estensione ed un potenziamento delle facoltà umane, e in quanto tale genera un messaggio che retroagisce con i messaggi dei media già esistenti in un dato momento storico, rendendo complesso l’ambiente sociale, per cui è necessario valutare dei media l’impatto in termini di “implicazioni sociologiche e psicologiche 6”.

Diversamente da Popper, McLuhan afferma che il contenuto di una trasmissione ha in realtà un effetto minimo sia in presenza di programmi per bambini o di spettacoli violenti.

Si tratta certamente di una forzatura, questa, che però tende a mettere l’accento sulla struttura dello strumento che sovente viene dimenticata a favore del contenuto.

Per esemplificare, il solito film (contenuto) visto alla televisione o al cinema (medium) ha un effetto diverso sullo spettatore.

Per cui la struttura della televisione e quella del cinema hanno un impatto particolare nella società e sugli individui che deve essere colto e analizzato attentamente.

McLuhan osserva che ogni medium ha caratteristiche che coinvolgono gli spettatori in modi diversi; ad esempio, un passo di un libro può essere riletto a piacimento, mentre (prima dell’avvento delle videocassette) un film deve essere ritrasmesso interamente per poterne studiare una parte.

È in questo testo che McLuhan introduce la classificazione dei media in caldi e freddi.

Questa classificazione ha dato luogo ad equivoci e a discussioni, dovute al fatto che gli aggettivi “caldo” e “freddo” sono stati adoperati in senso antifrastico, cioè opposto rispetto al loro reale significato.

McLuhan classifica come “freddi” i media che richiedono un’alta partecipazione dell’utente, in modo che egli possa “riempire” e “completare” le informazioni non trasmesse; i media “caldi” sono invece quelli caratterizzati da una scarsa partecipazione.

Comunque lo stesso McLuhan nei suoi scritti cade non poche volte in contraddizione nel definire “caldo” o “freddo” un particolare medium, nel caso della scrittura per esempio questa viene dapprima definita fredda poi “calda ed esplosiva”.

McLuhan definisce media freddi (cioè a bassa definizione) la TV, il telefono, i cartoni animati, la conversazione; viceversa definisce come caldi media come la radio, la fotografia e il cinema.

La definizione di media “caldi” o “freddi” non è comunque mai da prendere in valore assoluto.

La radio, ad esempio, è certamente più calda del telefono, ma è più “fredda” di un libro.

L’espressione “il mezzo è il messaggio” ci dice perciò che ogni medium va studiato in base ai criteri strutturali in base ai quali organizza la comunicazione; è proprio la particolare struttura comunicativa

5 Marshall McLuhan – “Gli strumenti del comunicare” – Il Saggiatore, Milano 1974 – p. 9

6 Ivi p. 10 6

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