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Andrea Moresco: analisi del rapporto tra il pensiero e la parola

Liceo Classico D'Adda – Varallo Sesia (Vc)

Andrea Moresco

III liceo classico

a.s. 2009 / 2010

Analisi del rapporto tra il pensiero e la parola

Esame di Stato A.S. 2009/2010

Andrea Moresco: Analisi del rapporto tra il pensiero e la parola

Sommario

  • La parola è pensiero, espressione e potenziamento dell'essere.

M. Heidegger

H.G. Gadamer

  • La parola rivela un pensiero – un'opinione, uno stato d'animo, una propria condizione interiore – ma l'interlocutore non lo coglie o lo fraintende.

L. Pirandello: “Sei personaggi in cerca d'autore”

  • Il pensiero è troppo elevato perché possa essere espresso da una parola: l'inesprimibile e le soluzioni linguistiche adottate dal Sommo Poeta per esprimere l'inesprimibile.

Dante Alighieri: XXXIIII canto del Paradiso

  • Il rapporto tra segni e significati e il valore dell'ermeneutica.

Sant'Agostino da Ippona

  • Riflessione conclusiva e bibliografia.

Numerose correnti filosofiche moderne (ermeneutica, filosofia analitica, strutturalismo, psicoanalisi) hanno assunto la questione del linguaggio come punto focale del loro pensiero, muovendo da un punto di partenza comune: esse superano la tendenza mentalistica di spiegare la condotta umana attraverso processi mentali appartenenti alla coscienza e non rilevabili dall'esterno, ritenendo anzi che le strutture del pensiero (che nella storia della filosofia sono state chiamate in diversi modi, “categorie” kantiane, “idee” della fenomenologia, “fatti” e “leggi” del Positivismo) non sono astratte entità mentali, cioè non esistono a priori nella nostra mente e solo in un secondo momento si pone il problema di esprimerle attraverso il linguaggio, bensì esistono solo nel linguaggio, ossia nel momento in cui siamo in grado di attribuire loro un significato linguistico. Il linguaggio, quindi, nel dibattito filosofico, non va quindi colto in se stesso, nella sua specificità, ma come giuntura comunicativa tra l'uomo e la realtà, tra interiorità ed esteriorità.

Heidegger

Il problema del linguaggio rappresenta il punto di maggior continuità tra il primo e il secondo Heidegger. Infatti, già in Essere e tempo il linguaggio occupava una posizione peculiare, in quanto, come segno, manifestava la struttura ontologica della mondità; in seguito alla Kehre, il linguaggio diventò l'aprirsi e il manifestarsi dell'essere all'ente, e quindi il progetto entro cui le cose vengono all'essere.

Come emerge chiaramente da Essere e tempo, l'esperienza autentica dell'esserci umano consta di un inserirsi deciso e responsabile nei problemi e nelle possibilità della società e della collettività tramandati dalla storia; e il linguaggio non è più semplicemente il tramite con cui la tradizione storica ci giunge, ma è l'esistere stesso della storia, il suo aprirsi e consegnarsi a noi.

Possiamo così già chiarire che il linguaggio, in Heidegger, è un fenomeno fondante e aprente e che l'uomo è vissuto, vive tutt'ora e vivrà per sempre come linguaggio e linguaggio.

(Sein und Zeit, Essere e tempo).

Dopo SZ, vale a dire il tema del linguaggio ricompare potenziato nella seconda metà degli anni Trenta, dopo il distacco dal Nazismo e fa da filo conduttore in tutto il periodo post bellico.

Giocando sul duplice significato del termine tedesco Dichtung (che, come il greco poiesis, significa poesia ma al tempo stesso anche creazione, produzione), Heidegger sostiene che ogni arte è, nella sua essenza, poesia, cioè una creazione che pone-in-opera la verità: “Ogni arte, come far accadere l'avvento della verità, è nella sua essenza stessa poesia” (Sentieri interrotti). “L'origine dell'opera d'arte”.

Nel saggio egli distinse due diversi termini appartenenti al vocabolario tedesco per indicare la poesia: Dichtung e Poesie. La prima è la poesia in senso lato, cioè lo storicizzarsi della verità e l'automanifestarsi dell'essere all'ente in cui quindi all'uomo s'illumina il mondo in cui si trova; mentre la Poesie è invece la poesia in senso stretto, cioè la poesia come specifica arte della parola. Se l'arte, infatti, intesa come porsi-in-opera della verità, e cioè come aprirsi dell'ente a partire dal nulla, è novità radicale e istituzione del nuovo, ossia creazione, tale creazione può avvenire solo nella parola.

Heidegger, come detto, riteneva che ogni arte fosse nella sua essenza Dichtung, e, tra tutte le espressioni artistiche, la più elevata egli infatti scorgeva nella Poesie, la forma propria del linguaggio e, nella Poesie, la forma propria della Dichtung.

“L'uomo parla. Noi parliamo nella veglia e nel sonno. Parliamo sempre, anche quando non proferiamo parola [….] proprio il linguaggio fa dell'uomo quell'essere vivente che egli è in quanto uomo. L'uomo è uomo in quanto parla” (In cammino verso il linguaggio).

Come emerge da queste parole di Heidegger tratte da “In cammino verso il linguaggio”, la nostra esistenza nel mondo è una continua linguisticità, nel senso che il linguaggio ci vivifica e noi, con il solo atto di vivere, anche stando in silenzio rappresentiamo un evento linguistico. Il linguaggio è l'ossigeno dell'uomo. Ogni discorso sul linguaggio è quindi un discorso sull'uomo, o meglio, sull'essere dell'uomo. Non solo, ma ogni discorso sul linguaggio cade all'interno del linguaggio stesso e presuppone che esso si sia già rivolto a noi; questa tautologia è di per sé inevitabile perché non esiste discorso al di fuori del linguaggio, o meglio, usando le parole di Umberto Galimberti “il linguaggio è il luogo che ospita ogni possibile discorso” (Ort).

L'origine del mondo è il linguaggio, il quale, nominando l'ente, gli consente per la prima volta di liberarsi dall'Esserci, quindi di realizzarsi e manifestarsi nella radura e incontrare l'uomo: è quindi il linguaggio a delineare i confini di quell'orizzonte entro cui gli enti vengono all'essere e diventano visibili all'uomo.

“Dove non c'è linguaggio, non c'è alcun aprimento dell'ente […] Il linguaggio, nominando l'ente, per la prima volta lo fa accedere alla parola e all'apparire”.

Ecco perché a Heidegger era particolarmente caro il verso di Stefan George: “Nessuna cosa è dove la parola manca”.

Il linguaggio non è quindi solo un flusso fonico della propria coscienza, della propria dimensione interiore, né mero strumento di comunicazione esteriore, ma è l'ambito in cui l'essere (Ereignis) prende forma, si fa evento. Il linguaggio coincide così con il manifestarsi dell'essere e con l'illuminarsi dell'ente.

Per questo Heidegger parla del linguaggio come “casa dell'essere”: l'uomo non è padrone di questa casa, ma ne è un semplice ospite. Significativa è l'identificazione del linguaggio non più come uno strumento, ma come un ambiente dove l'essere è a casa, può aver dunque luogo e senso. Il senso dell'essere, come avevo accennato nell'introduzione, è anzitutto il senso di un linguaggio storico certo complessivo (da Platone, ad Aristotele, Cartesio, Hegel, Nietzsche, etc. …) assunto e tramandato nel corso nelle varie epoche.

Il linguaggio si serve dell'uomo per parlare (dice Heidegger a proposito degli “uomini usati dal linguaggio per parlare”): nel linguaggio, chi parla non è l'uomo, è il Linguaggio, ossia è l'essere. Heidegger sostiene che non è l'uomo a possedere il linguaggio, bensì il linguaggio a possedere gli uomini. Si potrebbe ora concludere una certa svalutazione, o meglio una certa passività, della funzione dell'uomo all'interno dell'evento dell'essere, nonostante riguardi così da vicino la sua esistenza: l'uomo non è padrone nemmeno di ciò che dice e, anzi, può parlare solo dopo avere ascoltato; e dobbiamo aggiungere anche che tanto meno l'uomo non è libero di essere libero, ma che la libertà, secondo Heidegger, va intesa (in senso ontologico e non più antropologico) come il dono dell'essere all'uomo. In ultima battuta, scrive il filosofo “quel che conta è l'essere, non l'uomo”. Vorrei qui sottolineare la valenza anti-esistenzialista di questa affermazione con cui Heidegger prende le distanze da Sartre e da tutta la moda esistenzialistica del momento, rivendicando ancora una volta il senso ontologico e non antropologico della sua ricerca.

Bisogna tuttavia considerare pure che, se è vero che il linguaggio, inteso in ultima istanza come Ereignis (l'eventualizzarsi dell'essere), si serve dell'uomo per esprimersi, e fa dell'uomo il luogo e il tramite della rivelazione dell'essere, è altrettanto vero l'essere si eventualizza e si disvela solo con la risposta dell'uomo all'appello del linguaggio, tant'è che Heidegger stesso parla di “coappartenenza di chiamata e ascolto”, ossia di coappartenenza (Uebereignen) di essere (chiamata) e uomo (ascolto): come lui stesso dice l'uomo è “pastore dell'essere” al punto che essere e uomo risultano consegnati l'uno all'altro. Il linguaggio non è un puro prodotto della nostra attività linguistica, ma non può fare a meno di usare l'uomo come suo messaggero.

Uomo ed essere non vanno quindi pensati nel tradizionale schema metafisico soggetto-oggetto, ma nel modello post-metafisico dell'Ereignis, ossia l'evento di coappartenenza tra uomo ed essere. Pur trovandoci sicuramente nell'ambito di una filosofia anti-umanistica, l'uomo, a mia interpretazione, ha nell'ambito dell'Ereignis un ruolo sì passivo ma pur sempre fondamentale e necessario.

Heidegger stesso definisce l'uomo come Holderlin, Gesprach, ossia come dialogo fatto di appello e risposta.

È un po' lo stesso principio secondo cui i Sei personaggi di Pirandello si servono degli attori e del Capocomico per raccontare il loro dramma. E proprio come gli attori finiscono per mal-interpretare e mal-rappresentare la storia dei sei personaggi, allo stesso modo, a mio avviso, l'uomo talvolta fraintende il dettato dell'essere (del linguaggio).

Pensiamo al linguaggio come “casa dell'essere” o, meno metaforicamente, come ciò in cui l'essere si disvela, si esprime e prende corpo: possiamo coerentemente dedurre che il linguaggio, nell'esprimersi attraverso l'uomo, si faccia pertanto portavoce dell'essere all'uomo. Pensiamo ora all'essere, se non proprio come Dio (infatti Heidegger stesso rifiutò quest'equazione onto-teologica, asserendo che l'essere, a differenza di Dio, non è fondamento del mondo, bensì assenza di fondamento (Abgrund), e tanto meno esso non crea né plasma il mondo), piuttosto come simile a un Dio: l'essere infatti deve essere atteso e ringraziato dall'uomo, proprio come fa un fedele nei confronti di Dio, e inoltre il manifestarsi di Dio, a detta di Heidegger stesso, può avvenire solo nella dimensione dell'Ereignis, ossia dell'essere.

Per quanto appena detto, l'essere, attraverso il linguaggio, non può che dettare all'uomo messaggi tipicamente religiosi, di giustizia universale, solidarietà, fratellanza, pace e uguaglianza, proprio come fa un qualsiasi Dio di una qualsiasi religione; a conclusione di questo ragionamento sillogistico, non vivendo certo in un mondo fatto di giustizia universale, solidarietà, fratellanza, pace e uguaglianza, mi pare quindi verosimile che l'uomo fraintenda nell'ascoltare l'appello del linguaggio, altrimenti vivremmo in un mondo perfetto, e da questa incomprensione nascano i mali e i conflitti tipici della condizione umana e del nostro mondo (ingiustizia, guerra, sopraffazioni).

A causa di questo fraintendimento “pirandelliano”, l'uomo si discosta quindi dal messaggio dell'essere. Il quale discostarsi dall'essere, in una costruzione ontologica che, sin dal debutto parmenideo, non ammette una terza via, significa accostarsi al non-essere: vale a dire, nel nostro ragionamento, compiere durante l'esistenza umana l'esperienza del nulla. E questa, che in altri filosofi potrebbe esser considerata una contraddizione inaccettabile, non lo è sicuramente in Heidegger.

Da una parte, infatti, la possibilità di poter progettare la propria vita che egli concede all'uomo implica un suo non-essere-ancora, cioè l'apertura dell'ente all'essere; dall'altra egli in Essere e tempo è convinto che l'uomo, in vita, possa compiere l'esperienza del nulla: l'angoscia che un uomo prova di fronte a una minaccia, e in particolar modo di fronte all'inevitabilità della morte, lo pone davanti al nulla, ossia al potenziale annullamento della sua vita. Preso dall'angoscia l'uomo sprofonda e si dilegua nel non-essere. Così l'angoscia rivela all'uomo quello che è il significato autentico della sua presenza nel mondo, del suo esserci, ovvero la morte o, meglio ancora, la decisione anticipativa per-la-morte, in virtù della quale la vita diventa qualcosa di labile e sfuggente. In sintesi, tramite l'angoscia, intesa come esperienza emotiva del nulla, l'uomo comprende la radicale nullità del suo Esserci.

Considerando varie forme e registri linguistici (giornalistico, tecnico, scientifico, etc...), Heidegger sostiene che il tipo di linguaggio che più efficacemente degli altri ne esprime l'essenza, ossia disvela l'essere, è quella poetica. Infatti, poiché l'apertura del mondo accade anzitutto e soprattutto nel linguaggio, è nel linguaggio che si verifica ogni innovazione, ogni mutamento dell'essere: quindi, per il significato stesso di Dichtung, “il linguaggio stesso è poesia in senso essenziale”.

Se il linguaggio essenziale è poesia (creazione, apertura, innovazione ontologica), d'altro canto ogni altro parlare è decaduto, diventato un semplice strumento di comunicazione, che si limita ad articolare e sviluppare dall'interno un'apertura già aperta. Nel linguaggio essenziale, invece, si aprono i mondi storici in cui l'ente viene all'essere e si manifesta nelle varie modalità della presenza umana nel mondo: per questo la poesia è “il fondo che regge la storia”, “il linguaggio originario di un popolo”, nonché, come dice Heidegger nella sua conferenza su Holderlin.

La parola poetica rappresenta quindi l'ambito, la radura, in cui le cose vengono all'essere: afferma Heidegger “la poesia è istituzione in parola dell'essere”. Così ad essa va riconosciuta un'attività creatrice fondamentale e necessaria ad ogni civiltà: essa infatti determina innanzitutto l'identità, la cultura, usi e costumi, e la storia di un popolo. La parola poetica apre e fonda pertanto le varie epoche storiche; la storia di un'epoca non è altro, quindi, che la produzione di un'opera in cui quest'epoca (dell'essere) viene istituita e rappresentata.

La poesia diventa così la somma espressione artistica del pensiero umano.

Questa vicinanza tra pensare e poetare apre a un'altra conclusione: è nel dialogo con la poesia, sostiene il filosofo, che il pensiero si avvicina all'essenza del linguaggio, e quindi all'essere. Il linguaggio è quindi pensare e poetare insieme; per usare un termine heideggeriano, il linguaggio è coappartenenza di pensiero e poesia.

Ecco la frase contenuta nella Lettera sull'umanismo che a mio avviso racchiude, servendosi di una metafora, quanto detto fino a qui: “Il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di tale dimora”.

L'essenza del linguaggio va quindi ricercata nei grandi pensatori greci dell'antichità, come Anassimandro, Parmenide o Eraclito, e nel più grande poeta della modernità, Holderlin.

Vorrei partire da una citazione di Holderlin stesso:

Ma è nostro, o poeti,
restare a capo scoperto
sotto la tempesta di Dio,
ma afferrare con la propria mano
il raggio del Padre,
porgere al popolo il dono divino
circonfuso dal canto.

Holderlin, a detta di Heidegger, è una potenza della storia del popolo tedesco, il genio del cuore che si spezzò per la Germania.

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