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Prefazione

Il motivo per cui ho deciso di svolgere questa tesina nasce dal desiderio di mostrare quanto, al contrario di ciò che un’infinità di persone pensano, materie e temi apparentemente contrastanti siano complementari, se non addirittura dipendenti l’uno dall’altro.

Quante volte nella mia breve carriera scolastica ho sentito dire: la matematica e il latino sono materie diametralmente opposte, la fisica e la filosofia non hanno nulla in comune!

È il “senso comune” ad avere questa visione, a mio avviso, distorta della realtà. Ma solo il “senso comune” ha questa visione? Numerosi, purtroppo, sono i filosofi che hanno cercato di sostenere la supremazia dell’“amore per il pensiero” sulla fisica, e viceversa, numerosi gli scienziati che hanno cercato di dimostrare l’assenza assoluta di rigore, quindi di significato, della filosofia.

A quest’ultima tesi il filosofo idealista Hegel risponde che la filosofia “non è la filastrocca delle opinioni” ma “il pensiero che cresce su se stesso”.

Più numerosi però sono i filosofi che hanno apportato pesanti critiche alla scienza. Tra questi il maggior filosofo italiano della prima metà del Novecento, Benedetto Croce, il quale sostiene che: “gli uomini di scienza sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico”.

Il più grande fisico della prima metà del Novecento, Albert Einstein, scuote quando afferma che “la cosa più stupefacente è che la natura sia intelligibile”, che schemi e concetti vivano gli uni sugli altri!

Lo scopo della tesina è quindi quello di trattare in particolar modo la filosofia e la fisica, per mostrare il legame indissolubile che permette all’una di giustificare l’universalità dell’altra.

In particolare andrò ad analizzare la filosofia d’Immanuel Kant soprattutto per quanto riguarda la sua lunga riflessione sulla matematica e la fisica newtoniana.

In seguito sposterò la mia riflessione sulla fisica classica stessa e il suo superamento nella prima metà del Novecento con la nascita della “Meccanica Quantistica” e della “Teoria della Relatività”.

Per concludere cercherò di portare a compimento proprio lo scopo che, poche righe sopra, mi sono prefissato: arrivare ad attuare un confronto, il più efficace possibile, fra le considerazioni di Kant e le nuove teorie scientifiche per poter affermare con certezza che, anch’esse, hanno il diritto di essere definite scienze!

Capitolo I

La filosofia: Immanuel Kant

La vita

Immanuel Kant nasce a Königsberg, attuale Kaliningrad, al tempo in Prussia orientale, oggi exclave russa, da una famiglia borghese d’origine scozzese, devota pietista. Studiò all’Università di Königsberg dove si dedicò agli studi filosofici, ma soprattutto matematici e fisici, restando particolarmente colpito dalla fisica di Newton. Otterrà poi la libera docenza in tale università. Restò tutta la vita nella città natale.

Si comprende così, stupiti, che la vita del più grande filosofo dell’era moderna e forse, affiancato ad Aristotele, il più grande filosofo di tutti i tempi, è stata una vita straordinariamente priva di avvenimenti particolari.

Ritratto di Immanuel Kant

La formazione e la maturazione del pensiero: il periodo precritico e la “Dissertazione” del 1770

Kant studia all’università di filosofia, matematica e fisica e rimane particolarmente colpito da:

  • Newton per le sue grandi intuizioni scientifiche che lo conducono ad unificare la fisica terrena e quella celeste (che Aristotele non distingueva affatto). Inoltre è affascinato dal metodo sperimentale galileiano che Newton fa proprio, basato sull’“hypotesis non fingo” (non ipotizzo al di là della realtà).
  • Leibniz, che egli viene a conoscere nella versione di Wolff. Fondamentale per la sua formazione sarà il razionalismo ottimista, la tesi secondo cui “viviamo nel migliore dei mondi possibili” e secondo cui l’uomo è libero.
  • Rousseau, perché mette in enorme rilievo l’importanza della dignità dell’uomo.
  • Hume, che lo scuote dal suo “sonno dogmatico”. Infatti il filosofo inglese nega il rapporto di causa-effetto e, così facendo, nega l’universalità della scienza, identificandola come opinione ed abitudine.

Nel periodo precritico Kant si occupa principalmente di scienza, arrivando addirittura a formulare una teoria sulla nascita dell’universo.

Fondamentale però è lo scritto che chiude questo periodo, vale a dire la “Dissertazione”, o meglio “De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis”. Questo scritto è la sua tesi di dottorato e gli permette di diventare professore ordinario.

Per scriverla egli stesso disse di aver ricevuto una “grande luce”. È il primo frutto nato dal suo “risveglio dal sonno dogmatico”.

Nella “Dissertazione” Kant accoglie da Hume l’idea secondo la quale i nessi fra i dati dell’esperienza non sono esperienza ma sono solamente pensati. Proprio perché non sono nessi constatati ma sono pensati, Kant afferma che essi prescindono dall’esperienza e, di conseguenza, sono pensati necessariamente.

Per concretizzare questa geniale deduzione accoglie la tesi di un matematico francese, Lambert, secondo il quale la conoscenza è una sintesi fra materia, vale a dire le sensazioni, l’esperienza, e la forma, in altre parole la ragione.

Kant, accogliendo questa tesi, ricerca le forme innate dell’intelletto, vale a dire modalità di conoscenza, operatori mentali che permettono ad ogni individuo di percepire la realtà esterna allo stesso modo.

Queste forme innate vengono definite da Kant forme a priori in quanto esse prescindono dall’esperienza e sono quindi condizioni trascendentali di quest’ultima.

Esse non sono idee innate, concetti già presenti in ognuno dalla nascita. Proprio in questo risiede l’originalità di Kant rispetto a tutti i filosofi che avevano sostenuto l’innatismo come Cartesio e Platone.

Kant fornisce esempi che chiariscono molto questo complicato concetto. Ad esempio, egli afferma che, se tutti avessimo delle lenti blu davanti agli occhi, allora tutti vedremmo il mondo blu e quindi lo vedremmo così necessariamente.

Il soggettivo diventa, come si potrà notare in particolar modo nella prima critica, necessario.

Arrivato a questo punto decide di operare una distinzione fra due realtà: il mondo fenomenico ed il mondo noumenico.

Il mondo fenomenico, dal greco phainomenon, ciò che appare, è il mondo sensibile, il mondo dell’esperienza, dove l’uomo riceve sensazione passivamente ricavandone delle impressioni.

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