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La Luna

È l’astro che più ha attirato l’attenzione dell’uomo, in tutti i tempi. Ciò che colpisce di lei sono i simboli che evoca, gli influssi a lei attribuibili e le azioni alle quali è possibile associarla.

Considerata, per esempio, una divinità dai Romani, è associata al mistero della notte e del buio, elementi fondamentali degli incontri con i lupi mannari, come ci racconta Nicerote, uno dei partecipanti alla cena di Trimalcione nel Satyricon; è simbolo della Natura «bella e terribile» del Leopardi più maturo, autore del famoso “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Misteriosi nell’antichità e in parte al giorno d’oggi rimangono gli influssi del nostro satellite sulla Terra: non mancavano e non mancano neppure oggigiorno contadini convinti che dalla Luna dipenda il buon esito di certe attività agricole, come la potatura delle piante, la conservazione del legname o la semina; come è proverbiale che i lupi abbiano la tendenza a ululare al disco pieno della Luna (anche se questo, è accertato, non è vero).

Ultimamente si fanno spazio anche le ipotesi che vedrebbero collegate le emorragie durante gli interventi chirurgici al plenilunio o, addirittura, l’esistenza di un «effetto Transilvania», per cui la Luna piena altererebbe, in peggio, lo stato psichico degli esseri umani.

Solo teorizzata dai Greci e dai Romani e confermata dalla legge della Gravitazione Universale di Newton è l’influenza della Luna (e del Sole, anche se in minor parte) sulle maree.

Naturalmente l’uomo non si è mai accontentato di «guardare e basta»: ha sempre desiderato di sapere qualcosa di più riguardo alla Luna e non si è mai appagato solo delle sensazioni uniche che essa suscitava in lui: è il caso di Aristarco di Samo, matematico del 310 a.C., il quale tentò di misurare la distanza tra Terra e Luna con l’utilizzo della trigonometria.

Ma la curiosità che l’uomo ha avuto sul conoscere la Luna lo ha portato non solo a perfezionare la teoria (sulle fasi lunari o le eclissi di Luna, ad esempio), ma anche la pratica: la data del 20 luglio 1969 ne è la prova: Neil Armstrong, E.E. Aldrin sono i primi uomini a mettere piede per la prima volta sul suolo lunare (grazie alla missione USA Apollo 11, anche se importanti conquiste nel campo spaziale erano avvenute già qualche anno prima grazie alla tecnologia sviluppata dagli scienziati dell’URSS).

Per il progresso tecnologico futuro, la Luna rappresenterebbe, in teoria, una figura fondamentale: è stata accennata l’idea della Luna come prima tappa per astronavi pilotate da uomini che dovrebbero intraprendere, in un futuro forse non lontanissimo, i più audaci viaggi interplanetari.

E ancora riguardo a questo si sta pensando anche a un «sistema a guinzagli rotanti» per il trasporto di carichi dalla Terra alla Luna e forse alla costruzione di una base spaziale che semplificherebbe non poco l’idea dei viaggi interplanetari.

1

Composto tra l’ottobre del 1829 e l’aprile del 1830, questo canto fu pubblicato per la prima volta nell’edizione dei Canti del 1831. L’idea fu suggerita da un passo di un articolo pubblicato nel 1826 riferito ai pastori nomadi dell’Asia Centrale: «Parecchi tra loro passano la notte seduti su un sasso a guardare la luna, e ad improvvisare parole molto tristi su certe arie che non lo sono di meno».

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Uso alcuno,

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move le greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L’ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s’affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolare dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell’umano stato:

Uso alcuno,

Alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri

Che dell’esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors’altri; a me la vita è male.

È lo stato mortale.

O greggia mia che posi, oh te beata

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

E forse del mio dir poco ti cale.

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda, o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda, o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

E quando miro in ciel arder le stelle;

Dico fra me pensando:

Forse s’avess’io l’ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando l’altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

È funesto a chi nasce il dì natale.

Ma tu mortal non sei,

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in ciel arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Alcun frutto

Uso alcuno,

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move le greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir della terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perché delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l’ardore, e che procacci

Il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in ciel arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell’innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D’ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda, o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Note e interpretazione del canto

2

Questo canto, a differenza degli altri “grandi idilli”, è ambientato in un luogo lontano e indefinito e il suo protagonista è un anonimo pastore, portavoce degli stati d’animo di tedio e di sgomento provati da ogni uomo di fronte alla vanità e all’incomprensibilità dell’esistenza.

Caratteristica è l’assenza di riferimenti di tempo e di spazio, l’evocazione di un paesaggio disabitato e sconfinato, la figura solitaria e anonima del protagonista che contribuiscono a conferire al canto un carattere simbolico.

Da notare:

  • La figura del semplice pastore: un personaggio ingenuo, primitivo, in contatto con la natura ma consapevole dell’infelicità universale come ogni uomo civilizzato.
  • Analogia tra la vita errabonda del pastore e il movimento degli astri e delle stagioni.

La duplicità della figura della Luna, sottolineata dall’ampia gamma di epiteti che il pastore le rivolge:

3. Tanto bella e vicina da invitare al colloquio e al tempo stesso fredda e remota spettatrice, che non si cura delle vicende umane.

Riguardo ai contenuti, il Canto può essere suddiviso in 4 parti:

vv. 1-38

I versi 1-38 possono essere divisi in due distinte parti: la prima (vv. 1-20) che ha come centro la Luna e la seconda che ha come centro l’uomo (vv. 21-38): abbiamo quindi nella prima parte la tematica della vita cosmica e nella seconda la tematica della vita umana.

Le domande che il poeta si pone sono di tipo retorico, cioè non hanno in sé l’esigenza della risposta. L’esigenza è nell’uomo, e il bisogno nasce da una dissacrazione religiosa e dal contatto diretto con la realtà.

È una tematica dominata dal contrasto fra natura e ragione, un contrasto che è la prima fonte dell’infelicità umana. La tematica della vita umana sfocia in quella della vita cosmica perché l’uomo nella natura non trova più alcuna dolcezza, alcun sollievo, perché anche la natura è dominata da quella condizione di amarezza e di infelicità che domina l’uomo: è il pessimismo cosmico nel quale tutto è avvolto senza soluzione.

vv. 39-60

Anche questa seconda parte è divisibile in due sezioni, entrambe basate sulla tematica della vita umana. La prima (vv. 39-51) contiene la descrizione dell’esistenza soprattutto nei primi momenti che seguono la nascita: la prima manifestazione di vita è il pianto e il primo atto d’amore nei suoi confronti è rappresentato dalla consolazione che i genitori rivolgono al neonato.

La seconda parte (vv. 52-60) contiene una serie di domande retoriche dal tono profondamente drammatico, in cui il poeta si chiede come mai l’uomo continua a procreare sapendo che per tutti la vita è sventura.

La chiusura contiene il paragone fra la vita mortale dell’uomo e la vita immortale della luna. Nel complesso cogliamo quasi l’impotenza dell’uomo che si evidenzia proprio nell’atto suo forse più delicato: quello di consolare il bambino dell’esser nato: un atto che ci appare subito inutile e vano (il verbo /consolare/ è ripetuto per ben tre volte nei vv. 44, 49 e 54 quasi a sottolineare il profondo senso di impotenza dell’uomo, ma anche di mancanza di razionalità).

vv. 61-104

La terza parte è tutta incentrata sulla tematica della vita cosmica, e mette in evidenza il pessimismo “cosmico” appena velato dal fatto che comunque il cosmo, e in particolare la luna, conoscono la serie di risposte alle domande retoriche.

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