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Inconscio

La parola

Per parlare di Inconscio vorrei cominciare proponendo una breve storia della parola stessa.

Solo intorno alla prima metà del ’900 troviamo l’uso del termine nella lingua italiana.

Il sostantivo è usato per descrivere in maniera più o meno vaga le pulsioni, gli affetti e le rappresentazioni estranee alla coscienza, come sempre hanno raccontato le parole dei poeti, l’arte in generale e i sogni.

L’uso del termine ha una lunghissima storia che inizia ancor prima di S. Freud, vale la pena ripercorrerla per grandi linee.

L’italiano Inconscio deriva dall’aggettivo latino “inconscius” o “inscius”: il termine latino si incontra esclusivamente come aggettivo.

In italiano il termine ha un suo significato passivo, vicino a “sconosciuto”, “ignoto”, nel senso che non è conosciuto dal soggetto.

In latino invece aveva valore attivo e si traduceva con “ignaro”, “inconsapevole”, cioè: è il soggetto ad essere inconscio di qualche cosa che non conosce.

Questo è rintracciabile nel 534 d.C. con il filosofo Cassiodoro.

Possiamo dire che la prima attestazione di Inconscio risale alla prima metà del V secolo e in tutti gli esempi la parola è usata per dire di “qualcosa che il soggetto ignora e che accade fuori di lui e ricade su di lui”.

Un’eccezione significativa appare in un brano di G. Cassiano, un monaco, che in un trattato destinato all’istruzione disciplinare e morale dei monaci, usa il termine con un’accezione particolare che è più vicina al nostro attuale uso: il soggetto è “ignaro”, “inconscio” non di un evento, ma di un impulso, di un atto da attribuirsi a lui stesso ma estraneo alla coscienza.

È a metà dell’Ottocento che il termine emerge, si diffonde e compare nei vari dizionari di lingua del tempo.

N. Tommaseo tra il 1865 e il 1874 nel suo dizionario della lingua italiana firma lui stesso una definizione di Inconscio di tipo filosofico; nel 1877 il Novo Vocabolario di Broglio e Giorgini pone in risalto il significato “interno” del termine ovvero:

“che non ha coscienza di quello che fa”, accennando ad atti che l’uomo compie senza avvertirli e conseguentemente non sapendo di farli.

Il cammino dell’aggettivo inconscio verso una definizione ufficiale è sancito a fine secolo dal Dizionario della Crusca.

Nel Novecento, quando in Italia si avviano le prime discussioni sugli scritti di Freud, il termine è presentato nel suo significato tecnico che indica la qualità “dell’uomo che non è a conoscenza dei suoi atti”.

L’800 dunque può essere considerato il secolo in cui il termine comincia ad assumere sempre di più una connotazione legata all’esistere umano, non tanto quanto evento esterno ad esso, ma come qualcosa che è estraneo alla coscienza ed associato così alle creazioni artistiche e letterarie. 1

È interessante continuare a seguire la storia della parola e il suo passaggio da aggettivo a sostantivo, ovvero come nome che designa una parte della psiche umana contrapposta alla coscienza.

È con la traduzione degli scritti di Hartmann che il termine si afferma come sostantivo.

In Germania, con il fiorire del Romanticismo (corrente letteraria e filosofica), il termine trova la sua forma più propriamente legata alla psiche umana e in particolare a “ciò che nell’uomo non è coscienza”: Das Unbewusste.

A questo punto proporrei un rapido excursus sull’uso della parola nei termini legati alla realtà psichica umana.

Intorno al 1500 Paracelso in un trattato sul ballo di S. Vito offre una prima descrizione di un comportamento non generato dalla coscienza; successivamente è a Leibniz che si attribuisce un ruolo importante nella concettualizzazione della realtà inconscia, intesa come “piccole percezioni che raggiungono la soglia della coscienza di cui il soggetto non si rende conto, ma che lo influenzano”.

Con un salto di un secolo troviamo Schopenhauer con la sua idea di volontà cieca che governa il mondo e la vita umana e sembra proprio che intenda riferirsi ad un’idea di Inconscio.

È Schelling che usa il termine per indicare l’inconscio come facoltà o regione della psiche umana.

Nel primo trentennio dell’Ottocento è a Carus che si deve una prima rudimentale costruzione della storia dell’anima articolata in tre stadi: incoscienza, coscienza del mondo e coscienza di sé; anticipando così la topica freudiana e influenzando Hartmann.

Con questo autore, “l’Unbewusste” è un principio metafisico, il principio spirituale, l’immanente che governa il mondo, l’uno-tutto della filosofia romantica.

Questo rapido percorso storico-linguistico ci porta al ’900 quando S. Freud, medico viennese, propone nei suoi lavori il concetto di Inconscio più conosciuto fino ai nostri giorni.

L’inconscio freudiano

Sigmund Freud, medico viennese, è nato in Moravia nel 1856 da una famiglia di ebrei ed è riconosciuto come il fondatore della psicoanalisi.

Vive e studia a Vienna dove si laurea in medicina nel 1881.

Nel 1885 ottiene una libera docenza all’Università e parallelamente inizia ad esercitare la professione medica.

Nel 1886 sposa Marta Bernaiys dalla quale avrà sei figli, l’ultima di questi, Anna, diventerà una psicoanalista.

La nascita della psicoanalisi si fa risalire al 1896, quando dopo 10 anni di attività Freud usò per la prima volta il termine per indicare:

  • Un metodo di indagine dei processi mentali altrimenti inaccessibili per altre vie.
  • Un insieme di concezioni che definiscono la teoria della psiche.

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  • Un metodo per la cura delle nevrosi.

Il contributo più significativo che fu riconosciuto a S. Freud fu proprio la concezione dell’Inconscio in relazione alle ricerche sulla psiche umana.

L’Inconscio freudiano è l’insieme dei contenuti non presenti alla coscienza; nell’apparato psichico della sua teoria, l’Inconscio rappresenta un sistema costituito dai contenuti rimossi cui è stato rifiutato l’accesso al sistema preconscio-coscienza attraverso il meccanismo della rimozione.

S. Freud modifica una prima configurazione della sua topica che era suddivisa in Inconscio, Preconscio e Coscienza con una seconda configurazione in cui definisce tre istanze che chiama ES, IO e Super Io.

Per S. Freud l’Es-Inconscio è il luogo delle pulsioni intese come istinti.

Nel modello psicoanalitico l’accesso ai contenuti inconsci avviene principalmente attraverso il sogno che Freud definisce nei suoi scritti “la Via Regia dell’Inconscio”.

Per Freud il sogno è un fenomeno psichico teso all’appagamento del desiderio, spesso represso e rimosso.

Il sogno come linguaggio

A questo punto è interessante tracciare una breve storia del sogno e del rapporto che l’uomo nei secoli ha avuto con questo particolare linguaggio della mente.

  • I primitivi davano al sogno un forte valore profetico ed era legato all’organizzazione della vita quotidiana.
  • Anche per i greci è un’esperienza della mente importante, il mondo onirico è una traccia per costruire la realtà della veglia; in seguito ad un sogno si istituivano templi e si costruivano città.

In Grecia Artemidoro scrive il primo trattato sull’interpretazione dei sogni.

  • Per i romani invece i sogni si dividono in sogni naturali e sogni inviati dagli dèi; questi ultimi sono veritieri e profetici.
  • Con il Cristianesimo il sogno viene guardato con diffidenza e assume significato solo se inteso come espressione della volontà di Dio.

In particolare con il Cristianesimo viene bandita la figura dell’interprete del sogno fino ad allora presente come indovino o oracolo.

Nell’età moderna il sogno assume significato di linguaggio per immagini in contrasto con il linguaggio verbale della veglia: è un linguaggio tenebroso, tormentato e popolato di affetti travolgenti e forze distruttive.

  • Con il Positivismo il sogno viene ridotto ad un prodotto privo di significato dell’attività cerebrale, ma sappiamo anche che è l’epoca in cui S. Freud con la psicoanalisi tenta di dare al sogno un valore per la ricerca sulla realtà mentale degli esseri umani. 3

Nella letteratura molti autori hanno raccontato la realtà psichica degli uomini attraverso la loro produzione artistica, descrivendo con linguaggi originali le emozioni e gli affetti della psiche umana.

Prenderemo in considerazione uno dei più grandi poeti del ’900.

Eugenio Montale

Nato a Genova il 12 ottobre del 1896, da una famiglia benestante, Eugenio Montale compie studi irregolari a causa della cattiva salute, dedicandosi però allo studio e alla passione per la musica.

Nel 1917 prestò servizio di leva, con la partenza volontaria per il fronte.

Nel 1925 pubblicò il suo primo libro di poesie: Ossi di seppia. Il sentimento all’interno di questa raccolta scritta tra il 1916 e il 1925 è la tragica constatazione del “male di vivere”; il paesaggio di queste liriche è quello secco della Liguria, scenario della sua vita fino a trenta anni.

Sempre nello stesso anno firmò il manifesto antifascista, prendendo così le distanze dal Fascismo, poiché egli riteneva che la poesia e l’attività dell’intellettuale erano estranee alla politica.

In Italia fu uno dei primi a scoprire lo scrittore Italo Svevo, la cui opera contribuì a divulgare con il suo “Omaggio a Italo Svevo”, un articolo uscito su “L’esame” nel 1925.

Nel 1927 si trasferì a Firenze dove nel 1929 ebbe la direzione del Gabinetto Viesseux, un istituto culturale da cui successivamente fu allontanato non essendo iscritto al partito fascista.

Nella città toscana conobbe Drusilla Tanzi, la “Mosca” di molte sue poesie che sposò solo nel 1962.

Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta di poesie: Occasioni, dove amore, incontri e occasioni della vita passata dell’autore si compongono sul filo della rievocazione con conseguenze di una poesia più oscura.

Montale visse a Firenze fino alla fine della II guerra mondiale e in quel periodo accolse in casa sua amici come Carlo Levi e Umberto Saba, costretti a scappare dall’occupazione nazista.

Nel 1948 si trasferì a Milano dove iniziò l’attività di redattore presso il “Corriere della Sera”.

Nel 1956 uscì la sua terza raccolta “La bufera e altro”, contenente testi degli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra.

Qui la poetica di Montale si sposta sul dramma della società sconvolta dalla tragedia della guerra, ma soltanto in apparenza, arrivando poi con un’analisi più accurata alla tragica condizione della propria esistenza.

Nel 1962 viene nominato senatore a vita, un anno dopo rimane vedovo.

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Nel 1975 gli viene conferito il premio Nobel; durante il discorso in Svezia Montale pronunciò parole dal titolo provocatorio come: è ancora possibile la poesia?

Montale morì a Milano il 12 settembre 1981.

La poetica e il pensiero

Temi

Il male di vivere, il male dell’esistenza, cui il poeta contrappone “la divina indifferenza” (spesso il male di vivere).

La ricerca estenuante per trovare un “varco” verso l’essenza delle cose per scoprire “uno sbaglio della natura”, “l’anello che non tiene”, la rottura della catena causa-effetto (I Limoni).

Il paesaggio aspro assolato della Liguria. Le cose, gli oggetti, simboli del “male di vivere”.

Il dramma dell’incomunicabilità, della solitudine angosciosa (Meriggiare pallido e assorto, Forse un mattino andando).

Il trascorrere inesorabile del Tempo che cancella il passato e la visione consolatrice della donna.

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