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Indice
- Introduzione ……………………………………… 3
- Obiettivi
- Contenuti
- Scelta del tema
- Sviluppo
- Strumenti utilizzati
- Letteratura Latina ………………………………… 4
- Giochi d’azzardo nell’epoca romana
- Tacito e “La Germania”
- Storia ………………………………………………… 8
- Il gioco d’azzardo nel medioevo
- Il gioco d’azzardo nel Rinascimento
- Il gioco d’azzardo dalla Rivoluzione Industriale al 1950
- Il gioco d’azzardo oggi
- Cinema ………………………………………………… 14
- “Bob Le Flambeur”
- “Febbre da cavallo”
- “Regalo di Natale”
- “Il giocatore”
- Letteratura Italiana ………………………………… 16
- Dante: “Il fiore” e il “Canto VI” del Purgatorio
- Boccaccio: il “Decameron”
- Petrarca: punto di vista
- Goldoni: “Il campiello” e “La bottega del caffè”
- Pirandello: “Il fu Mattia Pascal”
- Collodi: “Pinocchio”
- Letteratura Russa …………………………………… 21
- Puskin: “La Dama di Picche”
- Dostoevskij: “Il giocatore 1
- Filosofia ……………………………………………… 23
- Freud « Dostoevskij e il Parricidio »
- Kant (punto di vista)
- Matematica …………………………………………… 26
- Concetto di Probabilità
- Metodo Montecarlo
- Letteratura Inglese …………………………………… 28
- Romanticismo
- Coleridge: “Rime of the ancient mariner”
- Dickens: “The old curiosity shop”
- Letteratura Francese ………………………………… 31
- Baudelaire: “Le jeu”
- Mallarmé: “Un coup de dés n’abolira jamais le hasard”
- Storia dell’arte ………………………………………… 33
- Gaudenzo Ferrari: “La crocifissione”
- Caravaggio: “I bari”
- Valentin De Boulogne: “I bari”
- Jan Steen: “Rissa di giocatori di carte”
- Munch: “Al tavolo della roulette”
- Paul Cezanne: “I giocatori di carte”
- George Braque: “Natura morta con asso di fiori”
- Ottone Rosai: “Giocatori di carte”
- Fonti ………………………………………………… 38
- Bibliografia
- Linkografia 2
Introduzione
In gambling, the many must lose in order that the few may win. George Benard Shaw
L’obiettivo della mia tesina è quello di dimostrare che il gioco d’azzardo, sebbene sia stato contrastato da numerosi fattori quali la Chiesa o le istituzioni e sebbene sia stato spesso oggetto di censura, sia sopravvissuto attraverso i secoli, influenzando moltissimi campi della vita dell’uomo e rivelandosi spunto per importanti studi quali quelli sulla probabilità. Mi sono inoltre particolarmente concentrata sul gioco d’azzardo oggi: in quali forme esso si manifesta e quale rapporto ha con lo Stato.
Nella mia tesina mi sono preoccupata di esaminare le influenze del gioco d’azzardo nelle diverse letterature studiate durante quest’anno scolastico (Italiana, Latina, Francese e Inglese) e di fare un rimando ulteriore alla letteratura Russa.
Mi sono inoltre impegnata a ricercare testimonianze del gioco d’azzardo nell’arte, riscontrando la presenza di temi di gioco a scopo lucrativo sia nell’epoca medioevale, che in quella moderna e contemporanea.
Mi sono dunque posta la questione di capire quale è la forza che spinge l’uomo a giocare e mi sono appoggiata alle tesi di Freud nell’analisi del comportamento di un celebre giocatore: Dostoevskij.
Ho scelto per la mia tesina l’argomento del gioco d’azzardo, in quanto esso è sempre stato fonte di fascino nei miei confronti e in quanto volevo evitare di prendere in considerazione argomenti già studiati in maniera approfondita durante il corso dell’anno, per lasciare invece spazio ad un’analisi più attenta su un tema nuovo di cui sapevo poco o niente.
Volevo inoltre dimostrare che, sebbene il tema della mia tesina non sia stato esaminato durante il corso dell’anno e non faccia parte dei programmi svolti, esso trova riscontri in moltissimi degli argomenti da noi studiati.
Ho voluto suddividere la mia tesina per materie, e trovare per ognuna di esse due o più fonti alle quali ho anteposto una breve introduzione che tende a riassumere i concetti chiave.
Gli strumenti dei quali mi sono servita sono principalmente Internet (grazie alla rapidità con la quale consente di muoversi all’interno di molteplici fonti), i libri degli autori analizzati nella tesina (dai quali ho ripreso diverse citazioni) e alcuni riviste nelle quali ho ritrovato dei dossiers sul gioco d’azzardo. 3
Letteratura Latina
Gli astragali e i Saturnali
Tacito, l’autore che ci testimonia come il gioco d’azzardo, presso i popoli della Germania, non fosse un’attività ludica e volta al compenso.
Il gusto di giocare, di divertirsi è sempre stata, in ogni epoca della nostra storia, una necessità primaria. Sotto questo aspetto gli antichi romani non erano certo gli ultimi arrivati.
Durante gli scavi archeologici nelle varie parti d’Italia e nell’antico mondo romano ci sono stati diversi ritrovamenti che hanno contribuito a ricostruire i vari tipi di divertimenti e svaghi da loro praticati; dai giochi per i bambini per lo più caratterizzati da giocattoli di vario materiale e da imitazioni delle azioni e comportamenti degli adulti, a quelli dei grandi con giochi di abilità, d’azzardo e sportivi.
Molti giochi erano diffusi sia fra i piccoli che fra i grandi, la diversità stava nel fatto che i grandi, molto spesso, li utilizzavano come giochi d’azzardo.
È il caso del gioco dei dadi (che avevano regole simili a quelle del gioco degli astragali, fatto con ossicini della zampa di animali come pecore o capre).
Prima testimonianza dell’esistenza degli astragali si ritrova nell’Iliade di Omero (XXIII sgg. 85). È il momento più drammatico dell’Iliade: Achille ha appena ucciso Ettore in duello ed è ancora sporco di sangue e di polvere: malgrado le sollecitazioni ritarda a purificarsi e a compiere i riti funebri in onore di Patroclo. È proprio il fantasma di quest’ultimo ad apparirgli in sogno e, nel chiedergli di accelerare le sue esequie funebri, pronuncia, tra le altre, anche le seguenti parole:
Non mettere le mie ossa, Achille, lontane dalle tue, ma stiamo insieme, come insieme crescemmo nel tuo palazzo. Ricordi? Mi condusse là da voi, ancora ragazzo, Menezio di Opunte, in seguito a un omicidio disgraziato, quel giorno che uccisi da sciocco, senza volerlo, il figlio di Anfidamante, cedendo all’ira per il gioco degli astragali.
Ad ogni faccia veniva assegnato un punteggio numerico (1,3,4,6), in modo tale che le facce contrapposte dessero come risultato 7.
A differenza dei dadi, però, contavano non tanto il punteggio ottenuto, ma le combinazioni che si ottenevano lanciando tre o quattro astragali, tra i vari segni incisi sulle facce rivolte verso l’alto: il “colpo di Afrodite” (di Venere, per i Romani) era costituito da quattro facce diverse, mentre il “colpo del Cane” (quattro facce uguali, tutte con il valore più basso) costituiva il risultato peggiore.
Tra le tantissime testimonianze in questo senso ricordiamo un famoso epigramma di Marziale (XIV,14) dal titolo “Tali eborei”, cioè “Astragali d’avorio”:
Cum steterit nullus vultu tibi talus eodem, Se nessun astragalo avrà la stessa faccia,
Munera me dices magna dedisse tibi. dirai che io ti ho dato grandi doni. 4
Cicerone, infine, nel “De Divinatione”, parlando della casualità e confutando la dottrina di Carneade sulla casualità di tutti gli eventi, esprime la propria posizione prendendo come esempio proprio le combinazioni degli astragali (XXI, 23):
Quid quaeris, Carneades, cur haec ita fiant aut qua arte perspici possint? Nescire me fateor, evenire autem ipsum dico videre. ‘Casu’, inquis. Itane vero? Quicquam potest casu esse factum, quod omnes habet in se numeros veritatis? Quattuor tali iacti casu Venerium efficiunt; num etiam centum Venerios, si quadringentos talos ieceris, casu futuros putas?
Perché domandi, Carneade, per qual motivo queste cose avvengano o con quale arte possano essere comprese? Confesso di non saperlo, ma affermo che tu stesso vedi che avvengono. Per caso, dici. Ma che cosa mai può accadere per caso, che ha in sé tutti i caratteri della verità? Quattro astragali, lanciati a caso, danno il ‘colpo di Venere’; forse che, se lancerai quattrocento astragali, e otterrai cento colpi di Venere, crederai che ciò sarà dovuto al caso?
Altri giochi praticati erano: quello del “par impar” con cui un giocatore teneva chiuso nelle mani un determinato numero di sassolini e l’altro doveva indovinare se erano di numero pari o dispari; quello del “capita et navia”, il nostro testa o croce con cui si doveva indovinare se la moneta cadeva dalla parte della testa o della nave.
Nell’opera “Le noci” Ovidio fa riferimento al “ludus castellarum”, un gioco che consisteva nel formare un triangolo con tre noci ravvicinate e una in cima che bisognava poi far cadere.
I giochi d’azzardo veri e propri erano per lo più rappresentati da combattimenti fra animali. La legge romana era molto severa con i giochi d’azzardo, infatti, questi erano proibiti, ma con una piccola deroga durante i Saturnalia, e i debiti di gioco non erano riconosciuti: se il giocatore debitore aveva già pagato poteva richiedere giudizialmente quanto aveva dato al giocatore creditore.
È spiegabile il fatto che gli antichi romani permettevano il gioco durante i periodi di Saturnalia (che erano periodi che cominciavano poco prima del solstizio invernale e in epoca imperiale duravano fino al 23 dicembre) e che vi fosse una stretta relazione fra Saturno e il gioco d’azzardo, se si considera che la Fortuna romana è espressione di una volontà divina e non del capriccio del caso.
Saturno è dunque l’autore occulto del grande gioco nell’attuale ciclo cosmico e regola l’ordine universale tramite le mosse della sua falce-bastone. Anche le candele e le statuette di argilla (“sigillaria”) che ci si scambiava ai Saturnali, e che Macrobio interpretava come sostituti di sacrifici cruenti, erano in realtà connessi al gioco, come ci rivelano le tradizioni arcaiche.
Sicché l’attuale gioco della tombola nei giorni natalizi è il ricordo sbiadito, come d’altronde lo era quello dei dadi nella Roma imperiale, dell’arcaico gioco-oracolo con il quale anticamente, e non solo all’ombra del Campidoglio, si cercava di capire la collocazione di ogni persona nel cosmo all’inizio del nuovo anno.
Finita la festa sfrenata, Marziale in un suo epigramma (V, 84) immortala il senso di rassegnata tristezza che allora prendeva i giovani e i meno giovani, che dovevano tornare alla serietà e abbandonare i giochi. 5
Iam tristis nucibus puer relictis Già triste lo scolaro lasciate le noci
Clamoso revocatur a magistro, viene ripreso dalle grida del maestro;
Et blando male proditus fritillo, tradito dal suono attraente e maligno dal bossolo,
Arcana modo raptus e popina, e strappato dalla bisca clandestina
Aedilem rogat udus aleator. anche il giocatore di dadi implora l’edile
Saturnalia transiere tota. I Saturnali sono del tutto finiti.
Nec munuscula parva nec minora E tu Galla non mi hai dato nemmeno un piccolo dono
Misisti mihi, Galla, quam solebas. o anche un po’ più piccolo di quanto eri solita darmi.
Sane sic abeat meus December: Bene, vada così il mio Dicembre;
Scis certe, puto, vestra iam venire sai certamente, credo, che i vostri Saturnali
Saturnalia, Martias Kalendas; già sopraggiungono alle Kalende di Marzo:
Tunc reddam tibi, Galla, quod dedisti. allora ti ricambierò, Galla, ciò che mi hai donato.
Anche l’esplicita allusione a un dono “erotico”, non dato e per vendetta non ricambiato, ci fa capire meglio la componente trasgressiva delle feste Saturnali. Addirittura per questo periodo schiavi e padroni si invertivano i ruoli: in tale contesto si poteva giocare liberamente anche d’azzardo.
Al “gioco” era connessa anche la festa dei Larentalia che si celebrava il 23 dicembre, ultimo giorno dei Saturnali.
Narra Plutarco sotto il regno di Anco, il custode del tempio di Ercole, sfidò il Dio a dadi: faceva da solo la parte di ambedue e pose come condizione che il vinto pagasse una cena e una meretrice. Il vincitore fu Ercole, e allora il custode chiuse nel tempio Acca Larentia, allora celebre cortigiana, affinché cenassero insieme. Il Dio venne davvero, e il mattino dopo ordinò ad Acca, per riconoscenza, di recarsi al mercato e di abbracciare il primo che le fosse venuto incontro: fu un certo Tarrutius, uomo già avanti negli anni, ma scapolo e dal patrimonio considerevole. Costui le si affezionò tanto da nominarla erede di tutti i suoi beni, che a sua volta Acca Larentia lasciò, morendo, al popolo romano.
(Plutarco, “Romolo”, 5).
Per questo motivo Anco le fece seppellire sul Velabro, il posto più rinomato di Roma, scrive Macrobio, e istituì in suo onore una festività annuale sacra a Giove poiché gli antichi ritenevano che le anime provenissero da Giove e ritornassero nuovamente a lui dopo la morte. (Macrobio Teodosio, “I Saturnali”, I, 10, 12-15).
Il dono di Acca Larentia veniva ricordato nei giorni consacrati a Saturno.
Ebbene, la funzione di Saturno si ritrova, secondo Margarethe Riemschneider, in San Nicola o nei personaggi omologhi che danno i doni in dicembre.
Tacito: “La Germania”
TACITO: “La Germania” (“De origine et situ Germanorum”) è un’operetta monografica in 46 capitoli di carattere geografico ed etnografico, composta nel 98 d.C. In essa vengono descritte l’origine e le sedi in cui sono stanziati i popoli dell’Europa centrale, dal Reno al Danubio, al mare del Nord fino al Baltico.
L’opera consta di due parti: i cap. 1-27 hanno per argomento gli usi e costumi dei Germani, i cap. 28-46 descrivono invece gruppi etnici più importanti come gli Elvezi, gli Ubii, i Boii ed altri.
Nella stesura di quest’opera Tacito si è ispirato a Plinio il Vecchio, autore di un’opera dal titolo “Bella Germanica”, a Cesare con i suoi “excursus” etnografici, e a Livio, ma quasi certamente Tacito avrà assunto anche notizie di prima mano quando soggiornò in Germania attorno al 90 d.C. 6
Il motivo ispiratore dell’opera è chiaro: Tacito, dopo la morte del tiranno Domiziano, intende analizzare le cause della decadenza dei costumi romani, e perciò si serve dei Germani, un popolo assai diverso, che oltretutto incuteva timore per la sua forza ancora incontaminata da ciò che comunemente si chiama “civiltà” e invece altro non è per Tacito che fiacchezza d’animo e corruzione, per procedere ad un esame comparativo fra i costumi corrotti dei Romani e quelli barbarici.
L’opera dunque si può interpretare come un invito rivolto ai Romani affinché si guardino dentro e ritornino alla sanità degli antichi costumi prima di essere travolti da altri popoli più “virtuosi”.
Pertanto lo schema della monografia è tutto basato sul confronto implicito Roma-Germani: da un lato la corruzione, la decadenza morale, i vizi, dall’altro un tenore di vita semplice e genuino, un amore ostinato per la libertà.
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