Estratto del documento

La via che porta a Dio

(Il rapporto tra crisi e religione)

Questa tesina è nata senza avere alle spalle una motivazione precisa, ma è il risultato di una serie di riflessioni che spesso faccio, non solo su questo, ma su molti altri temi.

Il fatto che essa fosse collegabile e soprattutto sostenibile tramite gli argomenti trattati durante il corso di questo anno scolastico ha reso possibile una stesura che si adattasse all’esigenza di presentare una tesina all’esame orale di maturità.

Quanto sopra può sembrare a prima vista un’affermazione che banalizza il mio lavoro, ma in realtà serve a dimostrare come questa tesina sia molto personale, dato che essa è stata creata non solo per un’esigenza di tipo scolastico, ma per un mio bisogno personale che mi spinge a riflettere su molte delle cose che compongono la nostra vita e il nostro mondo.

Questo “compito” è stato quindi l’occasione per rendere organico almeno uno dei tanti discorsi che ogni giorno tentano di articolarsi nella mia mente.

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Indice

Introduzione

Le radici della religione – dove nasce la religione

  • Bisogno di una spiegazione della parte irrazionale legata alla sfera dei sogni
  • Volontà di controllare la natura e il mondo circostante
  • Funzione sociale della religione
  • Funzione catartica

Il paradosso greco – mondo greco

  • Problema del peccato
  • Problema della sofferenza

Una società in continua crisi – mondo latino

  • La prima crisi dopo le guerre puniche
  • L’attacco delle nuove filosofie
  • L’epoca augustea

Il cristianesimo nei secoli

Dalla realtà frantumata a Dio – Luigi Pirandello

  • Il fu Mattia Pascal (il contrasto tra vita e forma)
  • Uno, nessuno, centomila (la risoluzione del contrasto)
  • Approdo ad una visione religiosa

La speranza senza speranza – Eugenio Montale

  • Il poeta del male di vivere
  • La tensione irrisolta verso un oltre

La ricerca verso il nulla – Italo Calvino

  • Palomar: ricerca di un ordine nel caos della vita
  • Negazione di questo ordine

Un ciclo che si ripete – Il New Age e i giorni nostri

Breve precisazione finale

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Introduzione

Per cercare di capire qual è il nucleo centrale del discorso portato avanti in questa sede, inizierei nel prendere spunto dalle riflessioni fatte sul tema della religione dal filosofo Soren Kierkegaard.

Egli, nelle sue due opere fondamentali “Concetto dell’angoscia” e “La malattia mortale”, sostiene che la situazione in cui si trova l’uomo è di radicale incertezza, di dubbio e che questa è data dalla natura costituzionale dell’uomo. Questa condizione si traduce nel sentimento dell’angoscia che a sua volta porta alla disperazione. La disperazione è data dal volere o non volere essere se stessi: nel primo caso non si giunge all’equilibrio in quanto l’essere umano è finito e quindi insufficiente a se stesso, nel secondo caso si arriva ad una impossibilità di fondo in quanto si tenta di distruggere l’io nella sua costituzione. La disperazione è quindi “l’impossibilità del tentativo”.

L’antidoto alla disperazione è la fede in quanto con essa l’uomo riesce ad accettare la sua insufficienza e a riconoscere la sua dipendenza da Dio.

Con questa breve esposizione delle teorie di Kierkegaard ho voluto evidenziare il tipico atteggiamento umano di fronte alle crisi. Infatti, egli dice chiaramente che la soluzione ai problemi esistenziali (nella sua opera, alla disperazione) è la fede, la religione, il credere in qualcos’altro da cui siamo dipendenti che sia più potente di noi e abbia la capacità di risolvere e di ordinare tutto.

È quello che dice Nietzsche nel tema della “morte di Dio” quando afferma che la concezione di un cosmo ordinato, governato da scopi ben precisi e retto da entità superiori provvidenti è ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere al caos della vita.

L’uomo non è in grado di accettare il relativismo assoluto dell’intero universo e per questo ha bisogno di crearsi dei punti fissi che non possano crollare e che quindi, per questo, debbono essere trascendentali.

Con questa tesina ho intenzione di cercare di mettere in luce il rapporto di causa-conseguenza esistente tra crisi e religione, crisi che può essere di tipo culturale, esistenziale o spirituale. Infatti, vedremo come l’uomo primitivo sia arrivato alla religione per soddisfare determinate esigenze e in seguito come la religione sia stata la risposta alle esigenze provocate dalle varie crisi.

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Le radici della religione

Per riuscire a penetrare le cause più intime che spingono costantemente l’uomo verso un oltre, bisogna innanzi tutto partire dalle prime forme di religione e cioè dalle religioni primitive.

Il primo studioso che gettò le basi di uno studio antropologico della religione fu Edward B. Tylor. Il suo discorso prende prevalentemente in esame l’aspetto animistico della religione e cioè la credenza in esseri soprannaturali dei popoli primitivi. Infatti egli ritiene che essa abbia avuto origine da una errata ma coerente interpretazione dei sogni, allucinazioni, stati epilettici, riflettendo sui quali l’uomo sia arrivato a distinguere l’anima dal corpo; anima che oltretutto sopravvive al corpo in quanto questi popoli credono che i morti visitino i vivi durante questi stati d’incoscienza.

E siccome l’uomo tende a vedere tutto a sua immagine e somiglianza, anche gli animali e le piante hanno un’anima che agisce, che aiuta o ostacola l’uomo.

Questa teoria, seppur limitata ad un ristretto ambito della religione, è una buona base di partenza per un discorso più ampio sulle radici della religione.

Un secondo studioso, Sir James Frazer, tratta tra gli altri aspetti anche l’istinto umano di controllare ogni cosa. Egli nel suo libro “Il ramo d’oro” sostiene che innanzi tutto l’uomo tenta di controllare la realtà tramite la magia e la “scienza”, ma nel momento in cui non riesce, fa appello a entità superiori che sono in grado di controllare tutto, per avere il loro aiuto e la loro protezione.

(È quello che dice Nietzsche nel tema della “morte di Dio” quando afferma che la concezione di un cosmo ordinato, governato da scopi ben precisi e retto da entità superiori provvidenti è ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere al caos della vita.)

E su questo si basa anche il concetto del totemismo che, per citare la definizione di Frazer, “è la intima relazione che si suppone esista fra un gruppo di persone imparentate da una parte, e una specie di oggetti naturali o artificiali dall’altra, oggetti che sono chiamati totem del gruppo umano”.

Il totemismo ha quindi due funzioni principali che comprendono l’interesse dell’uomo per ciò che lo circonda e la volontà di controllarlo e la necessità di un raggruppamento sociale.

Questo sottolinea l’aspetto della religione più vicino alla realtà e agli immediati interessi della vita pratica e ci fa notare quindi come la religione non sia il risultato solo di allucinazione e irrazionalità, ma come sia influenzata anche dalla visione e dal ragionamento razionale dell’uomo. Inoltre l’ultima osservazione fatta sul totemismo ci porta a considerare l’aspetto sociale della religione, spesso trascurato.

È indubbio che la credenza in un’unica idea unisca il gruppo e tanto più l’idea viene alimentata e conservata gelosamente tanto più il gruppo si sentirà investito di un compito speciale: quello di tramandare l’idea ai soli componenti del gruppo e di far sì che questa conoscenza non vada perdendosi.

Per questo motivo all’interno di tutti i gruppi la conoscenza viene tramandata di generazione in generazione tramite precisi e faticosi riti d’iniziazione durante i quali i giovani, per dimostrare il loro valore e guadagnarsi il diritto di accedere alle rivelazioni e insegnamenti degli anziani, devono superare numerose prove fisiche e di ascesi. Questi riti, oltre a servire per custodire gelosamente la conoscenza della tribù, segnano anche il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Infatti si è notato come molti riti e credenze delle popolazioni primitive siano legati ai momenti di crisi e di passaggio quali il concepimento, la gravidanza, la nascita, la pubertà, il raggiungimento della maturità, il matrimonio e la morte.

La tribù come istituzione è finalizzata a contrastare tutte le forze centrifughe presenti all’interno di essa, come ad esempio la morte. La morte di un membro della tribù è un momento di crisi per la tribù stessa e la religione ha il compito di risolverla. Infatti i componenti della tribù sono dilaniati da due forze contrapposte: la ripugnanza per il cadavere e l’amore per il morto. La prima è una forza disgregatrice che, se non venisse controllata, farebbe fuggire tutti i membri della tribù, distruggendo la tribù stessa. E qui, in questo gioco di forze emotive, in questo supremo dilemma, si introduce la religione, scegliendo le credenze positive, le opinioni confortanti, la credenza, culturalmente di gran valore, nell’immortalità, nello spirito indipendente dal corpo e nella continuazione della vita dopo la

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morte. La convinzione dell’uomo che la vita continui è uno dei doni supremi della religione, che valuta e sceglie la migliore delle due alternative suggerite dall’autoconservazione: la speranza di una continuazione della vita e la paura dell’annientamento. La credenza nell’immortalità è supportata inoltre dalla credenza negli spiriti dovuta ai sogni e agli stati d’incoscienza (teoria di Tylor descritta sopra); la religione salva l’uomo dalla resa alla morte e alla distruzione e lo fa semplicemente servendosi delle osservazioni dei sogni, delle ombre, delle visioni..

Analizzando più nello specifico la funzione dei riti i funerali, gli atti di lutto, la disperazione rituale esprimono l’emozione della privazione e della perdita di tutto il gruppo. Essi confermano e riproducono i sentimenti naturali dei superstiti e sebbene negli atti di lutto, nella disperazione mimica del pianto, nel trattamento del cadavere e nella sua eliminazione non si raggiunga nessun obiettivo ulteriore, questi atti adempiono un’importante funzione catartica e posseggono un valore considerevole per il mantenimento e la sopravvivenza della tribù.

Abbiamo visto finora come la religione sia nata sia per spiegare determinati fenomeni che si verificano intorno o all’interno di noi, sia per la necessità di controllare la realtà, sia per delle esigenze emotive proprie dell’essere umano. In seguito vedremo come la religione diventi via via sempre più una risposta a dei momenti di crisi di intere popolazioni o di singoli uomini.

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Il paradosso greco

È opinione comune e tutti siamo d’accordo nell’affermare che il mondo greco è l’origine di tutta la cultura occidentale. Quello che però spesso non viene preso in considerazione è il fatto che una delle cause della diffusione del cristianesimo, fondamento e linea guida dell’evoluzione della nostra cultura, è proprio da ricercarsi nella cultura greca, o meglio nelle sue irrisolvibili contraddizioni che portano tutto il mondo classico ad una crisi dei valori e ad una ricerca di nuovi valori.

Fin dai primordi della cultura greca esiste il problema del peccato. Il termine peccato è improprio in questa sede in quanto nel mondo greco non esisteva l’idea di peccato, ma lo utilizzeremo lo stesso per riassumere brevemente il concetto a cui vogliamo riferirci.

Partendo dalla figura di peccatrice più grande dell’Iliade possiamo partire ad analizzare l’intero e controverso problema.

Elena è colei che col suo adulterio fu causa di una atroce guerra: quella di Troia. Per causa sua perirono numerosi soldati valenti, tra i quali Patroclo da una parte ed Ettore dalla parte avversaria. Lei è La Peccatrice per eccellenza. Ma tuttavia lo stesso Euripide, in una tragedia intitolata Elena, ci narra di una leggenda secondo la quale la ragazza all’interno delle mura di Troia non sarebbe stata Elena bensì un’ombra creata dagli dei, mandata per punire Paride dell’affronto fatto ad Atena ed Era durante il famoso concorso di bellezza.

Dunque Elena innocente? Sì secondo questa versione, ma non nell’opera di Omero.

È infatti Elena che, andando a vedere dalle mura il terribile scontro tra Paride e Menelao, è presa dai rimorsi e si stupisce di come da sposa fedele sia passata ad essere “la cagna dal viso maledetto, che meglio sarebbe stato se non fosse mai nata”. Così la perfida e civetta Elena è piena di rimorsi, quindi colpevole. Ma neanche questo è propriamente vero in quanto Priamo, quando la chiama a sé, le dice: “Vieni avanti, figlia mia, siediti davanti a me: per me tu non sei causa di nulla, gli dei soli sono causa di tutto; essi hanno scatenato questa guerra, fonte di lacrime, con gli Achei”.

(Il., III, 164-166)

Infatti tutta questa distruzione era già stata prevista da un oracolo ed Ecuba, la madre di Paride, sapeva già tutto da quando ancora portava il figlio nel ventre. Infatti appena nato, Paride fu esposto alla montagna per evitare che la disgrazia profetizzata si abbattesse su Troia. Ma ogni sforzo umano è inutile nei confronti del Fato e ciò che doveva compiersi si compì.

Nonostante questo Paride ed Elena si sentono colpevoli, come risolvere quindi questo dissidio?

Una contraddizione simile è racchiusa nel personaggio di Edipo, colui che uccise il padre e sposò la madre. Quale nefandezza peggiore di questa si può mai compiere? Il problema è che lui compie tutto questo a sua insaputa: allontanato da piccolo per evitare che il terribile destino previsto per lui si avverasse, egli per caso ritorna da grande al suo paese, Tebe; per strada incontra uno sconosciuto e lo uccide pensando che sia un ladro? E invece destino vuole che egli sia suo padre; ignaro di tutto si dirige verso Tebe e risolve l’indovinello della terribile Sfinge che da tempo assediava Tebe e che uccideva tutti coloro che non sapevano rispondere al suo quesito. In città viene proclamato re per via della sua impresa ed egli sposa la regina Giocasta, sua madre: il destino si è finalmente compiuto nonostante ogni sforzo umano e Tebe viene colpita da una epidemia di peste. Scoperta la causa, Edipo, dopo essersi cavato gli occhi, abbandona la città completamente sottomesso e impotente di fronte alla potenza degli dei. Egli è peccatore inconsapevole, sono gli dei ad aver scelto per lui un destino così nefando e ad aver fatto di tutto perché esso si realizzasse.

Ancor più paradossale è la situazione di Oreste nell’“Orestiade” di Eschilo, nella quale il giovane, per vendicare la morte del padre Agamennone, è costretto ad uccidere la madre Clitemnestra (che aveva ucciso Agamennone), macchiandosi così di un terribile delitto. Infatti la legge non scritta del mondo greco prevedeva che i torti subiti da una persona dovessero essere vendicati e finché ciò non si fosse verificato le Erinni, personificazioni della vendetta, avrebbero perseguitato colui che doveva compierla.

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La via che porta a Dio: il rapporto tra crisi e religione

Introduzione

Le radici della religione: dove nasce la religione

  • Bisogno di una spiegazione della parte irrazionale legata alla sfera dei sogni
  • Volontà di controllare la natura e il mondo circostante
  • Funzione sociale della religione
  • Funzione catartica

Il paradosso greco: mondo greco

  • Problema del peccato
  • Problema della sofferenza

Una società in continua crisi: mondo latino

  • La prima crisi dopo le guerre puniche
  • L’attacco delle nuove filosofie
  • L’epoca augustea

Il cristianesimo nei secoli

Dalla realtà frantumata a Dio: Luigi Pirandello

  • Il fu Mattia Pascal (il contrasto tra vita e forma)
  • Uno, nessuno, centomila (la risoluzione del contrasto)
  • Approdo ad una visione religiosa

La speranza senza speranza: Eugenio Montale

  • Il poeta del male di vivere
  • La tensione irrisolta verso un oltre

La ricerca verso il nulla: Italo Calvino

  • Palomar: ricerca di un ordine nel caos della vita
  • Negazione di questo ordine

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