La nascita delle teorie evoluzionistiche e la centralità delle problematiche politiche e sociali nella storia dell’umanità del secondo Ottocento
Liceo Scientifico Tecnico Ambientale, classe V A L.A.
Tesina
Salvatore Pasquariello
Anno scolastico 2007/2008
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Letteratura italiana
Caratteri generali e contesto storico del Positivismo europeo
Il Positivismo è un movimento filosofico e culturale, caratterizzato da un’esaltazione della scienza, che nasce in Francia nella prima metà dell’Ottocento e che si impone, a livello europeo e mondiale, nella seconda parte del secolo.
Significati del termine «positivo»
- Ciò che è reale, effettivo, sperimentale, in opposizione a ciò che è astratto, metafisico;
- Ciò che appare fecondo, pratico, efficace, in opposizione a ciò che è inutile ed ozioso.
Il termine viene messo a punto da Comte che lo applica alla propria dottrina, consacrandone l’uso nella terminologia filosofica europea.
Il progetto filosofico di Comte
È considerato, a buon diritto, il padre del Positivismo. Discepolo di Henri de Saint-Simon, coniò il termine “fisica sociale” per indicare un nuovo campo di studi. Questa definizione era però utilizzata anche da alcuni altri intellettuali suoi rivali e così, per differenziare la propria disciplina, inventò la parola sociologia.
Comte considerava questo campo disciplinare come un possibile terreno di produzione di conoscenza sociale basata su prove scientifiche. Volendo sbarazzarsi della metafisica, esalta quasi religiosamente la conoscenza scientifica che mira a osservare per conoscere senza apriorismi.
Comte considerava la sociologia come l’ultimo risultato di uno sviluppo di scienze, quali la biologia, la chimica, la fisica. Egli credeva che lo studio di tale disciplina avrebbe portato l’umanità ad uno stato di benessere, dato dalla comprensione e dalla conseguente capacità di controllo del comportamento umano.
Comte si concentrò in particolare sul tentativo di ricostruzione della società francese, all’indomani degli sconvolgimenti provocati dalla Rivoluzione Francese.
Per questo motivo mise a punto una teoria sull’evoluzione della società nella storia, che è anche evoluzione del pensiero, delle facoltà dell’uomo e della sua organizzazione di vita: con la legge dei tre stadi Comte prefigurava l’avvento dell’era positiva in cui la scienza avrebbe avuto un posto centrale nella vita degli uomini.
La legge è così articolata:
Stato teologico: chiamato anche età teologica o «fittizia», corrisponde a quello dell’infanzia dell’umanità; nella quale lo spirito ricerca la causa dei fenomeni sia attribuendo agli oggetti delle intenzioni (feticismo), sia supponendo l’esistenza di esseri soprannaturali (religione politeista o monoteista).
Questa è l’età dell’immaginazione in cui gli uomini sono sottoposti a regimi come il Papato e la casta militare (es. Medioevo).
Stato metafisico: chiamato anche età metafisica o «astratta», corrisponde a quello dell’adolescenza del pensiero; in cui gli agenti soprannaturali sono rimpiazzati da forze astratte: la «Natura» di Spinoza, il «Dio geometra» di Cartesio, la «Materia» di Diderot, la «Ragione» dell’Illuminismo.
Questa epoca è un’evoluzione rispetto al pensiero antropomorfico anteriore ed anche sul piano politico porta a una maggiore consapevolezza degli uomini, con libertà di coscienza e sovranità popolare. Ma il pensiero resta prigioniero dei concetti filosofici astratti e universali.
Si rapporta la realtà a dei principi primi. È il «Metodo del filosofo» di Auguste Comte.
Stato positivo: chiamato anche età positiva, è descritto come «lo stato virile della nostra intelligenza».
Lo spirito positivo rigetta la ricerca del «perché ultimo» delle cose per considerare i fatti, «le loro leggi effettive, cioè le loro relazioni immutabili di successione e somiglianza» (Corso, I).
Il ricorso ai fatti, alla sperimentazione, alla prova della realtà, è ciò che ci permette di uscire dai discorsi speculativi. È il primo principio del positivismo.
Allorché lo spirito metafisico ricorre a dei concetti eterni e universali che non sottomette alla realtà, lo spirito positivo confronta le ipotesi al mondo reale.
Questo stato è quello ancora da realizzare e a cui tendere, regolato da leggi universali e costanti e con una società industriale organizzata razionalmente.
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Tesi generali del Positivismo
- La scienza è l’unica conoscenza possibile ed il suo metodo è l’unico valido;
- Non avendo oggetti suoi propri, la filosofia coincide con la totalità del sapere positivo;
- Il metodo della scienza va esteso a tutti i campi, compresi quelli che riguardano l’uomo e la società;
- Il progresso della scienza rappresenta la base del progresso umano.
Affinità fra Positivismo ed Illuminismo
- La fiducia nella ragione e nel sapere;
- L’esaltazione della scienza a scapito della metafisica;
- La visione laica e immanentistica della vita.
Differenze fra Positivismo ed Illuminismo
- Compito della filosofia nei confronti della scienza:
- Gli illuministi appaiono indirizzati ad una fondazione gnoseologica e critica della scienza;
- I positivisti ritengono che la filosofia debba ordinare il quadro complessivo delle scienze;
- L’Illuminismo appare lontano dalla dogmatizzazione dei poteri della scienza, mentre il Positivismo si nutre di un’esplicita assolutizzazione della scienza.
Eredità del Positivismo
Il Positivismo ha:
- Influito in profondità sulla cultura moderna;
- Stimolato la nascita delle scienze umane (sociologia e psicologia);
- Proposto un nuovo concetto di filosofia;
- Definito i rapporti della filosofia con la scienza e le altre attività umane.
L’importanza del Positivismo nella cultura moderna
La rilevanza del Positivismo nell’ambito della cultura ottocentesca è stata notevole. Essa ha finito per rappresentare la forma mentis di tutta un’età.
Senza riferimento all’«atmosfera» positivistica non si comprenderebbero, ad esempio, decisivi fenomeni letterari come il Realismo e il Verismo (che rappresentano la concretizzazione artistica del richiamo positivista ai «fatti»), o i nuovi indirizzi pedagogici e didattici, basati su uno studio scientifico dei problemi educativi.
Giovanni Verga: vita e opere
Nell’ambito della cultura positivista, gli indirizzi letterari mutano secondo una sensibilità consona alla nuova cultura, dando sempre più spazio alla rappresentazione scientifica, impersonale, fotografica della realtà, in polemica con il romanticismo.
Al concetto di “bello” si sostituisce quello di “vero”, non nel senso di “vero storico” di manzoniana memoria, bensì nella direzione di un’esplorazione della realtà contemporanea in tutti i suoi aspetti, specialmente quelli più degradati e crudi.
Emblematico certamente il caso del Verismo e del suo massimo esponente Giovanni Verga.
Nasce a Catania il 2 Settembre del 1840 in una famiglia di agiate condizioni economiche e di origine nobiliare. I tipi di educazione ricevuta sono sul piano politico, patriottica e risorgimentale; sul piano letterario, sostanzialmente romantica.
Fondamentali nella sua vita sono gli anni fiorentini (1865-72), dove avviene l’incontro con Luigi Capuana, con il quale inizia un rapporto d’amicizia e un sodalizio letterario.
Più tardi si trasferisce a Milano, città in cui vivacissimi sono gli scambi letterari; nasce proprio in quegli anni la Scapigliatura*.
La fase milanese coincide con la maturità dello scrittore e con la grande stagione dei capolavori.
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L’ultima fase della vita del Verga è caratterizzata dallo scambio epistolare con la contessa Dina di Sordevolo, conosciuta a Roma e amata per tutta la vita. Muore a Catania nel 1922.
*La Scapigliatura fu un movimento di contestazione antiborghese, che sorse in Italia nel ventennio 1860-1880. Essa fu chiamata milanese o lombarda, non perché milanesi o lombardi fossero i suoi adepti, ma perché Milano era il centro dinamico della borghesia italiana.
I periodi dell’attività letteraria
Nell’attività letteraria del Verga si distinguono tre periodi:
- Il periodo romantico patriottico;
- Il periodo romantico passionale;
- Il periodo verista.
Al primo periodo appartengono i romanzi giovanili Amore e patria (incompiuto), I carbonari della montagna (1861), Sulle lagune (1863), tutti ispirati alla storia del Risorgimento e a motivi patriottici e amorosi.
Al secondo periodo romantico passionale appartengono i romanzi scritti durante il soggiorno fiorentino e milanese Una peccatrice (1866), Storia di una capinera (1871), Eva (1873), Eros (1874), Tigre reale (1875) quando il Verga viene a contatto con la cultura positivistica e con gli ambienti della Scapigliatura.
Sono romanzi in cui si narrano torbide storie di amore e di morte in ambienti aristocratici e borghesi.
Il maggior successo di lettori lo ebbe Storia di una Capinera, un romanzo in forma epistolare, che ha per protagonista una fanciulla costretta a monacarsi contro la sua volontà.
La svolta verista si ha con la novella Nedda del 1874. Nella novella si narra la storia triste di Nedda (diminutivo di Sebastianedda), che lavora come raccoglitrice di olive per curare la madre malata.
Ella s’innamora di un giovane, Janu, ma prima perde il suo uomo, morto per la caduta da un albero, poi la bambina nata da questa relazione.
Con Nedda il Verga abbandona i personaggi passionali, evoluti e raffinati dei romanzi giovanili e ritrae la vita degli umili, che vivono rassegnati e silenziosi tra gli stenti e le fatiche; abbandona anche le complicate analisi psicologiche ed i lirismi dei primi romanzi iniziando una narrazione sobria, disadorna, spersonalizzata, in un linguaggio semplice e scarno.
I principi della poetica verista
- L’abbandono romantico storico-politico per il romanzo di costumi contemporanei;
- La rappresentazione del fatto vero;
- L’analisi scientifica dei fenomeni psicologici;
- L’importanza della fantasia e dell’immaginazione per dare alla narrazione colore, movimento, vita vera;
- L’adozione del canone dell’impersonalità.
A Nedda seguirono le grandi opere di ispirazione verista, le due raccolte di novelle Vita dei Campi (1880) e Novelle rusticane (1883) e i due capolavori, i romanzi I Malavoglia (1881) e Mastro don Gesualdo (1889).
Ad essi dovevano seguire La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso, per completare il cosiddetto ciclo dei “Vinti”.
I Malavoglia: la trama
Ne I Malavoglia il Verga narra le vicende di una famiglia di pescatori (i Toscano, detti «Malavoglia», composta dal nonno padron ’Ntoni, dal figlio Bastianazzo con la moglie Maruzza, detta la Longa, e da cinque nipoti: ’Ntoni di circa vent’anni, Luca, Mena, detta Sant’Agata, Alessi e Lia.
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Il loro patrimonio è costituito da una grossa barca, la Provvidenza, e dalla casa del Nespolo, detta così dal nespolo che le cresceva accanto.
L’incipit del romanzo: analisi del testo
Verga ricorre a un narratore oggettivo e impersonale, distinto dall’autore. Questa scelta è visibile nel fatto che il narratore si identifica con la mentalità dei personaggi di cui narra, adotta il loro punto di vista e il loro linguaggio, interpreta i fatti attraverso la loro cultura; per questo viene definito narratore popolare.
Il narratore popolare manifesta la sua peculiarità sia nell’attacco della narrazione («un Malavoglia era stato sempre un Malavoglia»), che è l’incipit tipico delle narrazioni orali di tradizione popolare, sia nel fatto che fa riferimento a luoghi noti ai destinatari della storia che racconta («i sassi della strada vecchia di Trezza»), sia soprattutto con il linguaggio, le parole e i modi di dire che utilizza, le modalità della costruzione della frase che ricalca alcune strutture del dialetto siciliano.
Le vicende si svolgono nei primi anni dell’Unità d’Italia, tra il 1863 ed il 1876 ad Aci-Trezza, a pochi chilometri da Catania.
Padron ’Ntoni intraprende una piccola attività commerciale per migliorare le condizioni della famiglia, aggravatesi quando il nipote ’Ntoni va a fare il soldato e viene meno il suo lavoro.
Padron ’Ntoni acquista a credito dallo zio Crocifisso, che fa l’usuraio, una partita di lupini, che Bastianazzo imbarca sulla «Provvidenza» per andarli a vendere a Riposto.
Durante il tragitto una tempesta provoca la perdita del carico di lupini e la morte di Bastianazzo.
A questa seguono altre disgrazie: la morte di Luca nella battaglia di Lissa, la morte di Maruzza per il colera, la perdita della casa del Nespolo per l’insolvenza del debito e degli interessi, il traviamento di ’Ntoni, che, tornato cambiato dal servizio militare, mal si adatta alla vita di stenti, si unisce a una compagnia di contrabbandieri e ferisce con una coltellata il brigadiere don Michele, che lo ha sorpreso in flagrante con gli altri.
Durante il processo l’avvocato difensore, per alleggerire la posizione dell’imputato, insinua il sospetto che ’Ntoni abbia ferito don Michele per motivi di onore, perché se la intendeva con la sorella Lia.
’Ntoni è condannato a cinque anni di carcere e Lia, sconvolta dalle chiacchiere del paese, considerandosi colpevole verso il fratello per i suoi colloqui con don Michele, scappa di casa e si perderà.
Il disonore getta nella costernazione i Malavoglia: padron ’Ntoni, affranto, si ammala e muore all’ospedale.
Intanto Alessi, che ha sposato la Nunziata, con la sua laboriosità riscatta la casa del Nespolo, dove torna ad abitare insieme alla sorella Mena, la quale rifiuta di sposare compare Alfio, perché si sente anche lei disonorata per la perdizione di Lia.
Quando il giovane ’Ntoni ritorna dal carcere, si sente colpevole per aver violato il patto di solidarietà, di onestà e di amore con i propri congiunti, e per aver provocato la rovina della famiglia: non può, pertanto, rimanere presso i suoi e va via per sempre.
Tecniche narrative del Verga
- Regressione: l’autore deve eclissarsi ed essere impersonale, non farsi notare. L’opera dovrà sembrare essersi fatta da sé. Il narratore sarà un anonimo fra la folla dei personaggi.
- Straniamento: i valori accettati come comuni sono straniati nell’ottica popolare.
- Mimesi linguistica: l’autore si esprimerà nello stesso modo di quello della classe d’appartenenza del personaggio.
- Discorso indiretto libero: si esprime in terza persona e non è introdotto da verbi dichiarativi quali “dire” e “pensare”.
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Da Vita dei Campi: Fantasticheria
La novella “Fantasticheria” fa parte della raccolta “Vita dei campi” e narra la visita ad Aci-Trezza di Verga e di una sua amica: la nobildonna si innamora del piccolo borgo di pescatori e decide di trasferirsi lì per un mese.
Ma l’infatuazione dura solo due giorni dopo i quali sopraggiunge la noia di vedere eternamente del verde e dell’azzurro.
Da ciò si evidenzia l’incapacità della donna non solo di resistere in un ambiente così diverso da quello mondano a cui è abituata, ma anche l’incapacità di comprendere il modo di vivere del borgo marinaro.
Da questa incapacità della donna il Verga fa una riflessione su ciò che lega i pescatori di Aci-Trezza al proprio scoglio e al proprio destino.
Verga contrappone alla noia della donna la dura legge del lavoro come continua lotta per la sopravvivenza in mezzo a mille difficoltà come l’ostilità del mare, il tifo, il colera.
Questa gente di mare, anche quando è spezzata e provata dalle avversità riesce comunque ad organizzarsi e a ricominciare; questo comportamento è definito dal Verga caparbietà eroica, è simile a quello delle formiche che, schiacciate con capriccio dall’ombrellino della donna, dopo un primo momento di panico, tornano ad aggrapparsi al loro ponticello bruno.
La donna amica del Verga definisce l’attaccamento alla propria terra «ideale dell’ostrica».
Per Verga non si può sfuggire all’ideale dell’ostrica perché esso è una risorsa per resistere alle tempeste della vita.
Da Novelle rusticane: La roba
La novella narra la storia di Mazzarò, un uomo di umili origini che con la sua laboriosità e tenacia riesce a far roba, ad accumulare cioè una ricchezza immensa fino a diventare il proprietario di queste stesse terre che egli stesso aveva lavorato come bracciante alle dipendenze di un barone andato in rovina.
Divenuto ricchissimo in tanti anni di lavoro e sacrificio, con il tempo si affliggeva sempre di più per il fatto che si sarebbe fatto vecchio e che avrebbe dovuto lasciare le sue terre, dicendo che questa è ingiustizia di Dio e che dopo aver trascorso una vita ad accumulare roba sarebbe stato ingiusto lasciarla.
Addirittura quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba per pensare all’anima cominciò ad uccidere a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini.
La novella può essere suddivisa in quattro sequenze:
- Nella prima il Verga fa una descrizione non del personaggio ma dei suoi possedimenti con una tecnica favolistica.
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