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L’Europa tra le due guerre

Storia

La lunga crisi europea

Una pacificazione difficile: il quadro geo-politico

Gli accordi di pace seguiti al primo conflitto non furono in grado di ricostruire un nuovo ordine internazionale, dopo che la guerra aveva disintegrato quello che si era venuto costituendo nella seconda metà dell’Ottocento, e lasciarono una pesante eredità di problemi irrisolti sia ai vinti che ai vincitori.

A livello geo-politico numerosi focolai di tensione interna ed internazionale si annidavano in molti degli stati della nuova Europa: l’umiliazione territoriale ed economica della Germania; la scomposizione artificiosa dell’Impero austro-ungarico che diede vita alla “piccola Austria”, all’Ungheria e al precario regno Serbo-Croato-Sloveno; l’insoddisfazione dell’Italia che rivendicava la Dalmazia e Fiume, per citare solamente gli esempi più eclatanti.

Rimanevano poi aperte sia la questione meridionale sia quella coloniale.

Quale struttura politica assegnare ai vastissimi possedimenti ottomani in Asia e in Africa? La scelta delle potenze europee fu di trasformare questi territori in aree semicoloniali sottoposte al loro controllo politico ed economico.

Questa impostazione, voluta soprattutto da Inghilterra e Francia, si scontrò però con il nazionalismo turco ed egiziano.

La nascita dell’URSS e il consolidamento

Nella Russia post-rivoluzionaria dalla metà del 1918, infuriava una drammatica guerra civile tra le armate rosse di Trockij e le armate bianche. In quattro anni di cruenti combattimenti l’Armata rossa riuscì a riprendere il controllo di quasi tutto il territorio russo.

Le armate bianche infatti avevano imposto nei territori da loro controllati una spietata dittatura e un drastico ritorno all’ordine zarista; in questo modo suscitarono l’ostilità delle masse contadine, che invece non furono ostili o in molti casi sostennero l’Armata rossa e il governo bolscevico, dal quale si aspettavano la realizzazione della riforma agraria.

Per i contadini la rivoluzione rappresentava infatti l’unica possibilità di realizzare la secolare aspirazione al possesso della terra. Anche il proletariato urbano e ampi strati della borghesia vedevano nel governo bolscevico l’unico potere in grado di impedire la frantumazione dello stato russo.

Questi elementi permisero alla rivoluzione di sopravvivere e di consolidarsi; inoltre non è da sottovalutare la determinazione con cui Lenin fece del partito bolscevico un’organizzazione disciplinata e rigidamente centralizzata, che di fatto divenne l’ossatura del potere sovietico, eliminando progressivamente ogni opposizione esterna e interna.

Dopo il 1921 cominciò in Russia la fase della stabilizzazione del regime: venne abbandonata la politica del comunismo di guerra e si avviò la nuova politica economica (NEP) che consisteva nella reintroduzione all’interno del sistema collettivistico di elementi di profitto individuale e di libertà nella vita economica.

Nel dicembre del 1922 nacque formalmente l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS), i cui confini ricalcavano quelli dell’Impero zarista con l’esclusione dei Paesi baltici e della Finlandia.

Dopo la morte di Lenin (1924) si verificò una dura lotta per il potere tra il gruppo di Trockij e la maggioranza del partito, capeggiata da Stalin. Lo scontro verteva soprattutto sulla politica estera ed economica.

Trockij sosteneva la necessità di allargare il processo rivoluzionario ad altri paesi, Stalin invece propugnava il rafforzamento dello stato sovietico indipendentemente dalle vicende del movimento comunista internazionale.

In politica economica i trockisti erano contrari alla NEP e puntavano all’industrializzazione forzata, mentre Stalin si dichiarava favorevole ai principi teorici della politica di Lenin e di Bucharin, che prevedeva la graduale realizzazione di un sistema industriale e la permanenza di margini di iniziativa privata accanto alla gestione pubblica dell’economia.

Dopo una lunga fase di scontri interni, nel 1927 Stalin divenne segretario del partito, sconfiggendo Trockij e costringendolo all’esilio. Stalin poneva così le basi della propria dittatura, che si sarebbe dispiegata compiutamente negli anni Trenta.

La crisi delle democrazie occidentali e il biennio rosso

Il conflitto mondiale aveva impegnato tutte le risorse umane ed economiche dei paesi belligeranti e ciò comportò anche una profonda trasformazione delle democrazie occidentali.

La Gran Bretagna aveva mobilitato il 12,5 per cento della popolazione maschile, la Francia il 17 per cento. Questa guerra di massa richiese anche una produzione di massa e le strutture economiche dei singoli paesi furono sottoposte a uno sforzo senza precedenti.

L’enorme necessità di risorse aveva richiesto un massiccio intervento del potere pubblico: lo stato rastrellava capitali e decideva gli investimenti, assumendo progressivamente nel corso del conflitto un ruolo di gestione diretta dell’economia.

I settori industriali più avanzati ricevettero dall’economia bellica un formidabile impulso e con essi i loro profitti, ma il ricorso a ingenti prestiti internazionali e l’enorme dispendio di risorse indebolirono nel complesso le economie degli stati.

Al termine del conflitto, perciò, la situazione economica dei paesi belligeranti presentava gravi problemi comuni. In primo luogo si trattava di riconvertire la produzione militare in produzione civile; in secondo luogo era necessario gestire l’enorme deficit pubblico causato dalle spese belliche; in terzo luogo bisognava far fronte all’inflazione e alla svalutazione provocate dall’abbondanza di moneta stampata negli anni della guerra, dalla scarsità dei generi di consumo e dal mercato nero.

Questi fattori aggravavano il declino economico del vecchio continente che, da centro propulsivo dello sviluppo mondiale, si era trasformato in un’area economica indebitata e dipendente dagli Stati Uniti che avevano finanziato buona parte delle spese belliche dei paesi europei e che erano usciti dal conflitto come il principale centro economico.

Alla crisi economica si combinò la crisi delle istituzioni politiche. Lo stato liberale e la democrazia politica sembrarono incapaci di recepire le nuove domande che emergevano dalla società di massa e di gestire le tensioni che in essa si manifestavano.

La maggior parte dei sistemi politici delle democrazie occidentali trovarono difficoltà a governare la gravissima crisi economica e sociale esplosa nell’immediato dopoguerra, e tuttavia vi riuscirono grazie a una consolidata tradizione democratico-parlamentare.

Germania, Austria e Ungheria

Assai più gravi, dal punto di vista politico, furono le conseguenze della crisi postbellica nell’Europa centrale e in Italia, dove l’asprezza dello scontro sociale e le più fragili istituzioni democratiche condussero alla caduta dei regimi liberali.

Nella repubblica tedesca, proclamata subito dopo la fine della guerra, si affermò l’egemonia della socialdemocrazia, guidata dal cancelliere Friedrich Ebert. Il partito socialdemocratico, infatti, era parso alla maggioranza dei tedeschi l’unica forza in grado di ripristinare le regole della convivenza civile.

All’interno del movimento operaio, però, si affermarono tendenze più radicali e rivoluzionarie, che si coagularono nel movimento spartachista, trasformatosi poi nel partito comunista tedesco.

Il culmine dello scontro tra la socialdemocrazia e la sinistra comunista fu raggiunto nel gennaio del 1919, quando una grande manifestazione operaia a Berlino si trasformò in un tentativo rivoluzionario che fu stroncato nel sangue dal governo socialdemocratico.

Al tempo stesso, si riorganizzarono nel Paese i gruppi più conservatori, legati alle alte gerarchie dell’esercito, e forze paramilitari di destra, i cosiddetti corpi franchi, che si resero responsabili di assassini nei confronti di militanti della sinistra ma anche di esponenti della classe politica di governo accusati di avere accettato le durissime condizioni di pace di Versailles.

La crisi della Germania ebbe il suo apice l’11 gennaio 1923 quando la Francia invase la Ruhr, come indennizzo per il mancato pagamento dei debiti di guerra, impossessandosi delle miniere di carbone.

In conseguenza della tensione internazionale e della crisi economica, il valore del marco precipitò. In questo frangente gruppi reazionari e militaristi erano pronti alla prova di forza.

Nel 1923 a Monaco il Partito nazionalsocialista, capeggiato da Adolf Hitler, tentò un colpo di stato per fare cadere il governo socialdemocratico. Il putsch fallì e Hitler fu arrestato, ma l’episodio si manifestò come chiaro sintomo di una situazione politica ormai deteriorata.

Anche in Austria e Ungheria la transizione postbellica fu molto complessa.

In Austria, come in Germania, la fase di avvio dell’esperienza repubblicana fu diretta dalla socialdemocrazia, che non riuscì, però, a estendere il proprio consenso alle campagne, egemonizzate dalle forze moderate cattoliche.

In un paese diviso in due, dove alla “Vienna rossa” si contrapponevano le “campagne bianche”, la stabilizzazione democratica si rivelò nel giro di pochi anni estremamente precaria.

In Ungheria gli eventi presero una piega più drammatica, che era stata costituita immediatamente dopo la guerra, si trasformò in repubblica sovietica sotto la guida di Béla Kun.

Del tutto isolata sul piano internazionale (perché né in Germania, né in Austria si era realizzata la “rivoluzione europea” prevista dai comunisti) la giovane repubblica fu stroncata, dopo pochi mesi dalle truppe dell’ammiraglio Miklós Horthy, che instaurò nel paese un duro regime autoritario.

I costi umani ed economici della guerra furono per l’Italia molto alti: 680.000 caduti e 450.000 invalidi a fronte degli esigui vantaggi territoriali ottenuti.

La situazione economica era grave: il debito pubblico era cresciuto tra il 1914 e il 1919 di quattro volte, la svalutazione della lira giunse fino al 40%, il costo della vita crebbe di tre volte nello stesso periodo.

Tutto ciò mentre l’apparato industriale, che aveva conosciuto negli anni della guerra un forte sviluppo, pativa le difficoltà della riconversione dalla produzione bellica a quella di pace e la disoccupazione cresceva.

I più colpiti dalla crisi economica furono i ceti più deboli. Si aprì perciò una fase di acute lotte sociali che videro come protagonisti, tra il 1919 ed il 1920, contadini e operai organizzati dai sindacati di ispirazione socialista e cattolica.

Le lotte sindacali di questi anni ottennero risultati importanti, come per esempio una parziale redistribuzione delle terre incolte, il miglioramento dei patti agrari, la giornata lavorativa di otto ore per gli operai delle grandi industrie.

Anche i ceti medi impiegatizi e la piccola borghesia furono pesantemente segnati dalla crisi: l’inflazione erodeva il loro potere d’acquisto; l’avanzata dei nuovi partiti di massa, socialisti e popolari, metteva in pericolo la loro posizione sociale; le difficoltà del reinserimento nella vita civile venivano acuite dalla sensazione di non aver ottenuto un riconoscimento adeguato allo sforzo bellico sostenuto.

L’insieme di questi fattori portò i ceti medi ad avvicinarsi alle parole d’ordine del nazionalismo, alla sua polemica antisocialista, antiparlamentare e antidemocratica, ad iniziative aggressive e avventurose come l’occupazione di Fiume.

L’impresa di Fiume mise a nudo la debolezza delle istituzioni liberali, che non sembravano più in grado di governare la situazione politica.

Nelle elezioni del novembre del 1919, furono il partito popolare, fondato da Luigi Sturzo, e quello socialista, forti dei risultati delle lotte contadine e operaie di quegli anni, a ottenere una significativa affermazione elettorale.

Il Partito liberale, nonostante la nuova discesa in campo di Giolitti, ottenne solamente 251 seggi contro i 257 che si ottenevano sommando i voti dei socialisti e dei popolari.

Nel corso del 1920 l’aggravarsi della crisi economica portò l’occupazione delle fabbriche, il momento culminante e conclusivo del ciclo di lotte (“biennio rosso”) che aveva caratterizzato l’immediato dopoguerra.

Il governo Giolitti riuscì a risolvere la nuova crisi attraverso concessioni salariali e normative e ad evitare così un possibile sbocco rivoluzionario ma lo stallo politico della classe dirigente liberale permaneva.

Anche nel partito socialista italiano, dopo l’episodio dell’occupazione delle fabbriche, si aprì una grave crisi: essa portò a due scissioni, quella che diede vita al Partito comunista italiano nel gennaio 1921 e quella operata nel 1922 dalla corrente riformista, con la nascita del Partito socialista unitario di Giacomo Matteotti.

Fu in questo clima che tra i liberali guadagnò terreno l’ipotesi di una alleanza elettorale che comprendesse i nazionalisti ed il movimento fascista.

I Fasci italiani di combattimento erano stati fondati nel marzo 1919 dall’ex socialista massimalista Benito Mussolini.

Il movimento fascista occupò per alcuni mesi posizione marginale nella vita politica italiana, ma a partire dall’autunno del 1920 assunse un carattere più aggressivo: incominciarono, infatti, le spedizioni delle squadre di azione fasciste contro le sedi dei sindacati e del movimento socialista.

Inizialmente, il fascismo trovò appoggi soprattutto tra i proprietari terrieri, gli agrari, che utilizzarono le “camicie nere” per reprimere il movimento contadino: si trattò di una reazione violenta, innescata dalle conquiste sociali ottenute da braccianti e mezzadri e dal successo del Psi nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920, che lo avevano portato a controllare molte amministrazioni locali.

Le squadre fasciste intensificarono la loro attività nel corso del 1921, anche grazie alla tolleranza mostrata nei loro confronti dalle forze dell’ordine.

Militanti sindacali e politici della sinistra, case del popolo, circoli, cooperative e tipografie erano i loro principali obiettivi.

Progressivamente anche la borghesia imprenditoriale e i ceti medi si convinsero che solo un regime “forte” avrebbe potuto riportare l’ordine sociale.

Dal 1921 la situazione italiana precipitò verso una soluzione autoritaria della crisi politica, perché la classe dirigente del paese si andò orientando verso l’ipotesi di utilizzare i fascisti per riacquistare il controllo sociale e politico.

Nell’ottobre 1922 Mussolini organizzò la marcia su Roma, convinto che la situazione fosse matura per la presa del potere.

Di fronte a questa iniziativa insurrezionale, le strutture dello stato liberale opposero scarsa resistenza e il re affidò a Mussolini, il responsabile del colpo di stato, il compito di formare il nuovo governo.

Nel giro di pochi anni, tra il 1922 e il 1925 si attuò la transizione verso il regime fascista.

Il processo di fascistizzazione dello stato e l’eliminazione delle istituzioni democratiche fu condotto da Mussolini, che guidava un governo di coalizione che comprendeva molti elementi non fascisti, attraverso un drastico ridimensionamento del parlamento e un rapido accentramento delle leve di comando nella figura del capo del governo.

Superata la crisi generata dall’assassinio di Giacomo Matteotti, fra il 1925 e il 1926 Mussolini consolidò la sua dittatura e venne delineando le strutture del regime.

Vennero promulgate le cosiddette leggi fascistissime, ispirate dal giurista Alfredo Rocco, che furono presentate come provvedimenti per dare forza all’esecutivo contro le degenerazioni del parlamentarismo.

Vennero dichiarati illegali i partiti antifascisti e instaurato il tribunale speciale per la difesa dello stato (novembre 1926), uno strumento giuridico specificamente costruito per perseguire l’opposizione.

Venne, inoltre, smantellato il sistema della libera rappresentanza degli interessi attraverso lo scioglimento dei sindacati e il divieto del diritto di sciopero.

In campo economico, dopo una fase iniziale di impronta liberista, per far fronte alla ripresa dell’inflazione, l’operazione “quota 90” (1926) inaugurò un nuovo corso, teso ad affermare l’autorità del regime sulla vita produttiva.

La grande depressione e il New Deal

La fase di crescita economica degli anni Venti si interruppe bruscamente nel 1929 e una crisi gravissima si abbatté sui paesi industrializzati: tutti i principali indicatori economici (produzione, prezzi, investimenti, occupazione) continuarono a cadere fino al 1932.

L’innesco della grande depressione fu provocato dal crollo improvviso della Borsa di New York il 24 ottobre 1929.

Perché questa crisi? La discussione tra gli economisti è ancora aperta, tuttavia si può affermare che si sia trattato di una crisi di sovrapproduzione amplificata dalla speculazione sui titoli azionari.

Nei dieci anni precedenti, infatti, la crescita della produzione era stata superiore a quella dei salari (30 per cento); il potere d’acquisto della popolazione era dunque aumentato meno del valore della produzione.

Ciò provocò, alla lunga, un indebolimento della domanda: il mercato era ormai saturo.

Alla sovrapproduzione si sommarono la crisi agricola, causata dalla rinnovata competitività dell’agricoltura europea, e gli effetti della speculazione finanziaria.

Per porre rimedio alla crisi si rivelò vincente la politica economica proposta dal candidato democratico alla presidenza nelle elezioni del 1932, Franklin Delano Roosevelt: il New Deal.

Essa si fondava su due principi: il rilancio della domanda interna e un forte intervento economico dello stato, finalizzato a regolamentare il mercato.

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