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Introduzione

Ci sono delle frasi passate alla storia per la loro trasgressività e per la loro immoralità, capaci di nascondere delle verità troppo scomode per essere accettate; e ci sono, a volte, degli scrittori e dei poeti, incuranti del pensiero altrui, capaci di dar voce ad ogni realtà scomoda; due di questi furono Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. La mia tesina comincia così, con due frasi ad sententiae effetto, due dette senza pensare, perché, come ci insegna Freud, è quando non controlliamo i nostri pensieri che il vero viene a galla.

“Solo le persone superficiali non giudicano in base alle apparenze. Il vero mistero del mondo è nel visibile, non nell’invisibile”.

O. Wilde

“- L’Arte, l’Arte!- Ecco l’Amante fedele. Sempre giovine e immortale, ecco la fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti.[…] Come le sue mani avevan potuto oziare e lascivire sui corpi delle femmine dopo aver sentito erompere dalle dita una forma sostanziale? “

G. D’Annunzio

Al giorno d’oggi si tende a vedere nell’estetica un semplice atteggiamento superficiale, un giudizio in base alle apparenze che non è lecito e non è consentito. Luoghi comuni come “l’abito non fa il monaco” o “non si può giudicare un libro dalla copertina” sono entrati nel nostro immaginario e hanno reso uno degli aspetti più importanti della vita un mostro, un concetto stupido, pregiudizievole; peccato che a coloro a cui l’estetica sembra solo un modo come un altro per giudicare sfugga il fatto che l’estetica è in ogni singola cosa: è fra le parole, i numeri, nella natura, in una scatola di pasta, in una televisione, in un auto e persino nei cibi. Tutto è estetica.

Se vogliamo ridurre l’estetica alla sua più contemporanea manifestazione, ovvero quella della moda, possiamo tranquillamente affermare che è estetica addirittura la scelta di non adeguarsi ai suoi canoni. Anzi, è un’estetica molto più difficile da applicare, per il semplice fatto che non la si vede stampata su un giornale, ma deve essere creata dalla nostra mente e dalle nostre idee. Ma, come ben sappiamo, l’estetica è ben altro. È una filosofia d’arte che alcuni sono riusciti a far coincidere con la vita. Non solo restando attenti ai minimi particolari, ma creandosi attorno un alone di fascino, capace di coprire l’apparenza e l’invisibile. Ma andiamo con ordine.

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L’estetica e l’esteta

La parola estetica deriva dal greco AISTETIKOS, lemma che si rifà alla sfera dei sensi, della percezione e solo nel 1750 si affianca all’idea di bellezza, grazie al filosofo tedesco Baugmarten e alla sua teoria del bello dal titolo, appunto AISTETIKA, poiché l’autore credeva che la bellezza fosse una percezione confusa, un sentimento, un’emozione.

Al giorno d’oggi è definibile come una scienza del gusto, un pensiero che si occupa dell’arte del bello, compito non facile nel mondo contemporaneo, forse tanto nutrito di materialismo, da vederlo anche dove non è.

La figura dell’esteta è andata sviluppandosi nel corso del tempo, diventando una delle più controverse e discusse nel 1800-1900, quando con diversi movimenti e l’avvento del Decadentismo, si è andata sviluppando in tutta Europa. L’esteta è colui che vive la sua vita come un’opera d’arte, cercando la raffinatezza in ogni cosa, l’originalità, il giusto connubio fra bellezza e stravaganza, perché l’esteta è unico, crea la massa, non si conforma ad essa. A livello interiore questo si traduce in un atteggiamento che Kierkegaard ha definito, nelle sue teorie filosofiche distruttivo, poiché l’esteta non si riconosce appieno nel mondo che lo circonda, ma si isola da esso, sia rinchiudendosi in una fortezza d’arazzi (come l’Andrea Sperelli D’Annunziano) sia alienandosi con l’uso di droghe, o alcol, o perdendosi nei piaceri, arrivando ai più alti livelli della sensualità. Non è infatti un caso che i poeti più amati dagli esteti, per esempio Baudelaire, fossero definiti poeti maledetti: il bisogno di allontanarsi dal mondo li portava a compiere gesti capaci di danneggiare la loro mente e la loro salute.

Per tali ragioni l’idea di estetica è stata collegata anche al concetto di dissolutezza e, soprattutto di piacere; piacere ad ogni livello, sia sensuale che intellettuale: piacere della carne, piacere della conoscenza, piacere dato dalla bellezza, piacere dato, anche, dal tormento interiore, perché l’esteta è un pensatore, è un uomo fortemente sensibile, incredibilmente fragile, un po’ come l’arte stessa. Ci si allontana dall’idea leopardiana di un piacere puramente mentale, che l’uomo ricerca per tutta la sua vita senza mai raggiungere: uno dei fini dell’esteta è quello di bere fino all’ultima goccia il succo dell’edonismo più sfrenato. Contro ogni tipo di logica o di filosofia etica l’esteta si crea un mondo nuovo, dove tutto è possibile e lui regna sovrano; la realtà è solo un cumulo di colori freddi e neutri, un quadro in bianco e nero sopra cui si eleva, da cui si distacca. Non bisogna, però, vedere in questo senso di superiorità le prerogative del superuomo; l’esteta è una sorta di suo compagno opposto, come si può capire dalla figura di Andrea Sperelli, forte solo in una facciata da lui stesso dipinta con una discendenza che lo rendeva “tutto impregnato d’arte” e di una grande eloquenza: la sfera interiore dell’esteta è fatta di tormenti continui, di bugie, di verità scomode. Lo stesso Dorian Gray cede sotto il peso di una vita falsa, di un pensiero e di una passione per la perfezione così forti da renderlo passivo nei confronti della vita e del tutto soggiogato dall’arte, che lo possiede a tal punto da decidere per la sua esistenza. In una visione così precaria e solitaria della vita, l’arte, la ricerca incessante del bello agli occhi e ai sensi hanno il compito di dare un nuovo metro di giudizio del reale; un punto di vista innovativo, che solo pochi possono capire, che ha del tutto rivoluzionato il modo di pensare dell’Europa del secolo scorso.

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Circondato dalla bellezza e lontano dalla volgarità l’esteta riesce a sentirsi speciale, unico, importante. È un uomo insicuro? Per alcuni non c’è, certamente, altra definizione. Ma l’estetica è stata ed è tuttora un pensiero affascinante, una visione del mondo incompresa e per certi versi incomprensibile, che può portare un uomo a conoscere i lati più oscuri e profondi della sua essenza: il troppo amore per se stesso, che sfocia, appunto, nell’idea che ciò che ci circonda è banale a confronto con l’opera d’arte della nostra vita.

E l’esteta, il maledetto, il frivolo o il dandy resta una delle figure letterarie più controverse e affascinanti nella storia, per il suo vivere sfrenato e per la sua passione per la vita. Vita, ovviamente, vista come arte pura.

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Letteratura italiana

Gabriele D’Annunzio - Il piacere

Biografia

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863. Da una famiglia borghese studia nel Collegio Cicognini di Prato, una delle scuole più aristocratiche dell’Italia dell’epoca. Primo vere, il suo primo libretto in versi, esce nel 1879, quando lui ha solo sedici anni e suscita l’attenzione dei letterati dell’epoca, compresi i più famosi. A diciotto anni il giovane Gabriele si trasferisce a Roma ed inizia a intraprendere quella vita mondana che proseguirà per il resto della vita, lavorando nelle redazioni di alcuni giornali della capitale. Diventa subito famoso sia per la sua produzione in versi che per la sua vita scandalosa, fatta di avventure galanti, lusso e duelli, temi che ritroveremo nel suo primo romanzo Il piacere. In questi anni, infatti, D’Annunzio si crea l’immagine dell’esteta e si rifugia in un mondo di pura arte; nonostante abbia poi abbracciato altri tipi di pensiero, quello estetico sarà una costante a cui non riuscirà mai a rinunciare per il resto della vita.

Negli anni Novanta del 1800 si avvicina alla filosofia del superuomo, non credendo più solamente nel mito della bellezza, ma anche nell’eroismo e nell’attivismo, soprattutto politico; il suo scopo era quello di creare un’immagine di sé come di uomo fuori dalla vita comune, ma eccezionale in ogni singolo aspetto dell’esistenza. In questo periodo la fantasia dei borghesi era concentrata, ad esempio, sulla Villa Capponcina, in cui il Vate viveva fra oggetti d’arte, stoffe, cavalli e levrieri di razza, similmente a come farà, anni dopo, nel Vittoriale. Ad aumentare la sua fama di dandy contribuirono anche i numerosi amori, fra cui il più famoso, quello con l’attrice Eleonora Duse, figura che lo influenzò per tutta la vita, tanto che nel suo studio è presente un busto di Eleonora che veniva velato dal poeta prima di iniziare a scrivere poiché la bellezza di lei lo distraeva.

Amori, vita eccezionale e scandali sono anche usati da Gabriele per mettersi in primo piano nella società, per far parlare di sé e tener desta l’attenzione sulla sua persona; i principi estetici di D’Annunzio sono, incoerentemente, sottomessi al suo bisogno di denaro, di rimanere sempre al primo posto fra gli appartenenti alla classe borghese: questa è la dimostrazione più lampante del fatto che non era un uomo ricco di ideali, bensì si accontentava di essere opportunista; a tal proposito è inutile persino collocarlo in una determinata corrente politica, poiché basta una semplice visita al Vittoriale per capire che apparteneva sì al partito fascista, ma nessuno poteva sottometterlo; era più che altro una condizione di forma.

È inutile però negare che il suo pensiero fosse di estrema destra, specialmente per i valori di patriottismo e imperialismo (per un periodo militò anche fra le frange della sinistra estrema). Nel 1898 iniziò la sua produzione teatrale con Città Morta. Durante la prima guerra mondiale si arruolò e compì imprese clamorose, fra cui la famosa beffa di Buccari e il volo su Vienna. Si fece interprete dei rancori della vittoria mutilata e fece una marcia su Fiume, dove instaurò un suo dominio per sfidare lo Stato italiano.

Nel 1920 fu cacciato e sperò di riproporsi in Italia come duce, ma fu scalzato da Benito Mussolini. Per paura il fascismo lo osannò come padre della patria e lo confinò nel Vittoriale a Gardone, sul lago di Garda, che il Vate trasformò in un suo mausoleo ancora vivente, chiamandolo “Vittoriale degli Italiani”. Qui morì nel 1938, il primo marzo, e qui è sepolto assieme ad altri caduti di guerra.

La trama

Andrea Sperelli è un dandy che vive a Roma e passa il suo tempo fra pranzi, balli e inviti a cena, accompagnato da dame dell’alta borghesia; innamoratosi a una cena della duchessa di Scerni Elena Muti, vive con lei un’intensa storia d’amore, fino a quando ella parte per l’Inghilterra, interrompendo la grande passione. Andrea, preso da un continuo e lacerante dolore interiore per la mancanza di Elena, della quale era davvero innamorato, si rituffa nella frivola vita dell’esteta, con una dissolutezza anche maggiore, che lo porta a cercare le attenzioni, durante una gara ippica, di una donna, Ippolita, già sposata e già con un amante; accortosene, l’amante di lei sfida Andrea a duello e il protagonista rimane ferito.

Andrea passa la sua convalescenza a palazzo Schifanoia, presso la cugina Francesca, una delle donne dai più frequentati salotti. Qui il protagonista sembra ritrovare una tranquillità interiore, che scompare alla conoscenza di un’amica d’infanzia della cugina, Maria Ferres, moglie di un diplomatico del Guatemala. In lei Andrea vede alcuni aspetti del carattere di Elena; dichiaratosi durante una passeggiata, il conte Sperelli inizia la sua storia con Maria, che si dimostra una donna di altissima statura morale, sensibile, pura e davvero innamorata del giovane.

I due vivono la loro storia in segreto per le vie di Roma, fino a quando dall’Inghilterra non torna Elena, risposatasi con un nobile inglese. La donna si insinua ulteriormente nel rapporto fra Andrea e Maria, che sa benissimo come lei per Andrea non sia nulla in confronto ad Elena. Il ménage à trois continua per alcuni mesi: Elena si trasferisce a palazzo Barberini e chiede ad Andrea di aiutarlo negli arredi, così lui passa la maggior parte del tempo in compagnia del marito di lei, sprofondando in un’acuta gelosia.

Maria finge di non vedere il comportamento del giovane, e continua a vivere la sua passione tormentata. Ma, dopo che il marito di Maria viene sorpreso a barare durante una partita a carte, ella deve partire e tornare per un periodo dalla madre a Siena con la figlia; durante il loro ultimo colloquio d’amore Andrea, preso da una forte gelosia, pronuncia il nome di Elena e Maria se ne va per non tornare mai più. Il romanzo finisce con l’immagine di Andrea che, dopo essersi recato all’asta immobiliare per l’acquisto degli arredi della casa di Maria Ferres, aspetta fuori dalla Trinità de’ Monti l’armadio appena comprato.

Il commento

“Il Piacere” di D’Annunzio viene per la prima volta pubblicato dall’editore Treves nel 1889 a Milano ed oltre ad essere il primo romanzo dell’autore è anche il primo romanzo della storia della letteratura moderna.

Precedentemente D’Annunzio aveva scritto le novelle di Terra Vergine di stampo ancora verista, che però si distanziavano dal modello verghiano: l’autore iniziava già a mostrare un fascino per il simbolismo e l’esotismo, aiutato dalla sua origine abruzzese; la regione d’Abruzzo infatti aveva da sempre suscitato fascino negli scrittori. Ma se nelle novelle di Terra Vergine la sensualità, il gusto per l’esotico e per il bello erano ancora legati al simbolo, ne “Il Piacere” vengono manifestati in ogni aspetto del testo: dalla trama alla tecnica narrativa.

Ciò è una vera e propria innovazione nella letteratura del tardo ’800 tanto che molti critici hanno affermato che Gesualdo Motta moriva in casa Sperelli per identificare come Verga si fosse fermato dove Gabriele D’Annunzio iniziava.

Non fu facile per il Vate passare dalla novella al romanzo, soprattutto per la ricerca del soggetto da sviluppare (inizialmente pensava ad un romanzo storico ambientato in Abruzzo); fu il suo soggiorno come cronista a Roma a fargli cambiare idea e a portarlo a scrivere una trama nuova come quella de “Il Piacere”, poiché in quegli anni maturò esperienze erotico-sentimentali ed iniziò a far parte della società elegante, osservandone i meccanismi dall’interno e trovando l’ispirazione per un romanzo il cui protagonista fosse un suo alter ego (anche se non confermò mai questa teoria). Alcuni critici vedono nella novella “Frammento” un antecedente del Piacere, poiché anche in essa il poeta sovrappone due donne.

D’Annunzio inizia in questi anni a venire a contatto con la cultura francese, maturando una coscienza antinaturalistica che sfocia nel culto dell’estetismo raffinato e decadente, che lo porta a vivere come lo stesso Andrea Sperelli, fra duelli, donne, salotti e lusso.

La stesura dell’opera inizia nel 1888, quando l’autore ha già analizzato a sufficienza gli ambienti della classe borghese romana ed è entrato del tutto nel mondo dell’estetica, identificando l’arte come vita stessa; “Il Verso è tutto!” dirà nel Piacere, testimoniando questa sua totale adesione al pensiero artistico. Ma il Vate non aspetta il 1889 per far parlare di sé e del suo testo e già un anno prima inizia la sua campagna pubblicitaria, una delle prime della storia: de “Il Piacere” parlano i giornali, i critici e perfino i profumieri: il Poeta aveva infatti fatto preparare un’acquaforte dal nome Andrea Sperelli.

Una campagna pubblicitaria mai vista nella storia della letteratura e molto efficace: solo nel 1889, anno stesso della pubblicazione del libro, ne furono fatte quattro ristampe. Di certo non mancarono i giudizi: Nencioni e Capuana, due importantissimi critici letterari dell’epoca scrissero due articoli che mostravano i differenti effetti che il libro ebbe sulla massa: i più aderenti alla tradizione naturalistica condannarono il romanzo, troppo immorale, che invece fu apprezzato dai primi esponenti della narrativa e della cultura decadente.

Il romanzo non poteva essere verista per gli artifizi stilistici, primo aspetto della cultura estetica di D’Annunzio; prendiamo, per esempio, il primo paragrafo del testo e notiamo come la scrittura non sia semplice, ma essa stessa sia minuziosa e i termini siano scelti per aumentare l’idea di bellezza, elevazione, perfezione: “L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il rumorio confuso e continuo salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze di Palazzo Zuccari, attenuato”.

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