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Giada Porturini, V^Ap Istituto tecnico commerciale

“Giovanni Falcone”

Esame di Maturità

Anno scolastico 2009/2010

La parola alle donne

Introduzione

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Le donne della storia italiana, se si eccettuano gli ultimi decenni o rare personalità celebri, sono state una sorta di lato oscuro della luna: presenti ed agenti, ma invisibili.

Invisibili e destinate ad un ruolo domestico.

Un copione che certamente, almeno fino all’inizio del Novecento, ma in buona sostanza fino all’ultima guerra mondiale, ha segnato pochi strappi alla regola, poche eccezioni.

Ho scelto questo argomento per approfondire la “questione donna”, evidenziando alcuni aspetti propri di essa, dalle lotte femministe degli anni Settanta all’ultimo reato riconosciuto nel 2009, lo Stalking, persecuzione e violenza psicologica tramite molestie, minacce e altre forme di controllo di cui sono vittime per l’80% le donne.

La parola alle donne: il femminismo

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Il termine “movimento femminista” indica l’insieme dei movimenti sviluppatisi intorno all’Ottocento in Europa al fine di conseguire l’eguaglianza politica, sociale, economica e giuridica tra uomini e donne.

L’Ottocento non era certo stato il secolo delle donne, anzi, non le riconoscevano affatto come soggetti liberi. Considerate incapaci di agire secondo ragione, esse erano subordinate all’autorità del padre prima e del marito poi.

Le prime donne a conquistare i diritti politici furono le australiane nel 1903, a seguire le finlandesi, nel 1906, mentre in Inghilterra ottennero il diritto di voto negli anni Venti del ‘900. In Francia, Italia e Belgio le donne ottennero il diritto di voto dopo la seconda guerra mondiale.

Molto più complicato e pieno di ostacoli fu il cammino per il riconoscimento dei diritti civili, ovvero la possibilità di gestire la propria vita, il proprio patrimonio senza autorizzazione del marito.

Proprio sui diritti civili è sorto fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta il movimento femminista italiano.

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I movimenti femministi degli anni ‘70 si dedicarono quindi alla presa di coscienza dello stato di oppressione in cui versavano le donne e quindi alla propria liberazione da questo.

La consapevolezza che la differenziazione dei ruoli sessuali considerata “naturale” privilegiava solo il ruolo maschile andava di pari passo alla critica dell’ideologia “oppressiva” e “patriarcale”. Per rimanere nello specifico italiano, negli anni Settanta entra in scena un femminismo più “radicale”, ovvero un femminismo che non si limitava a discutere solo i temi propri della tradizione riformista (il diritto al voto, l’eguaglianza, ecc.) ma che sviluppava una critica più generale a tutta la società, abbracciando anche forme di azione politica diverse e innovative.

A partire dagli anni Novanta lo scenario muta, si parla di “questioni di genere” e di “pari opportunità”.

L’aborto, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la radicale trasformazione degli usi e costumi sociali e il nuovo protagonismo delle donne si deve anche e soprattutto al movimento femminista di quegli anni.

Negli anni fra le due guerre vengono ripresi e approfonditi molti dei temi culturali che erano balenati nella complessa ricerca del primo ‘900. La nostra letteratura si svolge, in questo periodo, nell’atmosfera oscurantistica e oppressiva del Fascismo. Il regime fascista in Italia durò circa vent’anni, durante i quali avvennero profonde trasformazioni: alleanze militari, invasioni di altri paesi inermi, cambiamenti legislativi e sociali, e principalmente il tentativo di creare un italiano nuovo.

Per fare questo il fascismo aveva bisogno del consenso delle donne. 4

Portare l’Italia da quaranta a sessanta milioni di abitanti era l’obiettivo di Mussolini, riassunto nello slogan “la forza sta nel numero”.

Con la sua politica mirata all’espansione demografica il Duce riuscì ad asservire la donna al fascismo fissandola nei ruoli tradizionali di madre e sposa.

Pur chiamandola alla partecipazione attiva nel perseguimento dei suoi obiettivi generali, il fascismo le negò i diritti civili e politici.

Vi furono intellettuali che tradirono la loro missione per piegarsi all’adulazione servile e alle esigenze della propaganda, ma la maggioranza dei nostri scrittori più vivi (ad esempio Eugenio Montale) furono scrittori d’opposizione.

Durante gli anni ‘60 i mutamenti demografici, economici e sociali portarono in tutto l’Occidente a una nuova ondata di femminismo. La diminuzione del tasso di mortalità infantile, l’aumento generalizzato della speranza di vita e la diffusione della pillola contraccettiva alleviarono il carico di responsabilità e lavoro delle donne relativamente alla cura dei figli.

Ma nel 1970 l’uguaglianza non era ancora raggiunta.

Le donne nel fascismo

Nonostante le femministe dell’epoca fossero inclini a guardare con favore le proposte di Mussolini, questo non implica il fatto che esse vi aderissero compatte. Infatti nel primo raduno di piazza furono identificate solo nove donne appartenenti al movimento fascista e anche negli anni successivi a questo raduno del 1919 a Milano la componente femminile fu sempre molto limitata almeno fino alla marcia su Roma del 1922. Anche i cosiddetti movimenti fascisti “della prima ora” non si impegnarono molto nella creazione di una componente femminile.

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Il primo fascio femminile risale al 12 maggio del 1920 che fu tuttavia un’iniziativa del tutto femminile e per questo largamente ignorata dalla dirigenza del movimento fascista. Il fascismo comunque risultava avere un certo fascino sulle donne di estrazione aristocratica e di ceto medio-alto, poiché esse volevano distinguersi dalle femministe borghesi a cui rimproveravano un perbenismo e delle simpatie liberali non apprezzate da donne di queste classi sociali.

Erano infatti affascinate dalle imprese militari di D’Annunzio, tanto da formare movimenti che sostenessero la sua azione a Fiume, come l’associazione nazionale della sorelle dei legionari di Fiume.

Le donne che appartenevano al movimento fascista, prima del 1925, aderivano ad un movimento che non garantiva a loro sostegno e di cui erano una esigua minoranza. Dopo il 1925 l’iscrizione fu una cosa più opportunistica per figure che erano molto più convenzionali. La loro adesione, visto anche la loro diversa estrazione sociale, era dovuta più probabilmente ad un comune disgusto nei confronti della società liberale e nella volontà di una stato forte e ben organizzato.

L’apporto che le donne diedero nel periodo fascista fu alquanto variegato, infatti esso includeva sia donne che avevano fatto la loro esperienza politica nel vecchio partito socialista sia donne che si avvicinavano per la prima volta alla politica.

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