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Casagrande Gianluca 5 Csc Liceo Giorgione

Esami di stato a.s. 07/08

Mappa concettuale della tesina:

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Esami di stato a.s. 07/08

Introduzione

La diversità è un tema vasto per definizione e per ogni materia ho cercato di individuare un suo particolare aspetto:

Italiano: la diversità dell’aspetto fisico e del modo di reagire di fronte alle cose

Latino: la diversità sociale e culturale a Roma

Inglese: la diversità come handicap

Storia: la diversità delle civiltà e delle culture

Filosofia: la nascita dell’idea di diversità

Storia dell’arte: l’artista come il prototipo del diverso

Fisica: il magnetismo come un fenomeno diverso

Scienze: la ricerca del diverso

Nel parlare di diversità sento di essere un romantico. Il Romanticismo ha creato l’incompatibilità e la pluralità d’ideali. Il magnifico risultato è stato il liberalismo, la tolleranza e la consapevolezza che non c’è nulla di perfetto. Avrei potuto fare una tesina sull’uguaglianza, andare alla ricerca di un ordine universale assoluto ma è assai più intrigante indagare su che cosa ci differenzia l’uno dall’altro, che cosa rompe e rende disuguale la nostra stessa personalità.

Occorre comunque evidenziare l’importanza di un’armonia universale, di un insieme di leggi generali. Non si deve esaltare la diversità e poi degenerare in idee isolazioniste o anarchiche. Il motto da seguire è: «insieme nella diversità». Come classe, siamo andati in gita all’europarlamento e abbiamo partecipato a diverse manifestazioni sull’Europa, grazie a queste esperienze mi sono reso conto che una grande realtà in grado di comprendere in armonia tante diversità è effettivamente possibile, ed esiste.

Un tema particolare che ho voluto inserire nella tesina è la diversità come handicap. Per esperienza personale, ho visto che cosa significa non essere in grado di muoversi, ascoltare e parlare come la gente comune e venire respinti o, peggio, essere ignorati a causa della propria diversità. La mia scelta di frequentare la facoltà di ingegneria biomedica si basa sull’obiettivo di aiutare le persone diversamente abili, insegnando loro il valore della diversità e agevolando la loro esistenza con l’ausilio della tecnologia.

La diversità è secondo me un valore e, come tale, va apprezzata.

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Italiano

Rosso Malpelo e la diversità secondo Verga

La novella che segna l’adesione al Verismo di Giovanni Verga è «Rosso Malpelo», scritta nel 1878 e inserita come terza novella nell’edizione del 1880 di «Vita dei campi».

«Rosso Malpelo» narra la storia di un ragazzino che, ridotto a uno stato di schiavitù dal lavoro nelle cave di sabbia, convive un radicale senso di annientamento. Di fronte all’ordine rigido che lo umilia, Rosso Malpelo reagisce con la tormentata protezione di Ranocchio, il comportamento sadico nei confronti dell’asino grigio e l’attaccamento commovente alle poche cose lasciate dal padre, mastro Misciu. La vicenda termina con Rosso che scompare, senza mai più fare ritorno, nei meandri oscuri della cava sotterranea di rena.

La diversità di Malpelo rispetto alla comunità che lo circonda, è messa in risalto da due tecniche narrative: la regressione e lo straniamento. L’artificio della regressione è chiaramente individuabile nell’incipit della novella: «Malpelo si chiama così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone».

È evidente che Verga scrive adottando le categorie culturali della comunità che sta descrivendo, dove la caratteristica fisica dei capelli rossi comporta quella morale della cattiveria. Questo pregiudizio deriva probabilmente dal fatto che i fulvi, caratteristici dell’Irlanda, in Sicilia rappresentassero una forte minoranza; da ciò derivava la consueta paura del diverso, che si trasforma in emarginazione e rifiuto. Come ai tempi di Verga, anche al giorno d’oggi i fulvi costituiscono un gruppo fortemente minoritario, tanto che essi rischiano di scomparire verso il 2100. Desmon Tobin, esperto di cellule dei capelli della Broadford University, a una conferenza organizzata dall’Oxford Hair Foundation, ha sentenziato: «Parallelamente all’aumento delle migrazioni e dei matrimoni misti, assisteremo alla loro fine».

Di fronte ad una simile dichiarazione, diventa efficace la scelta di Verga di adoperare la figura di Rosso Malpelo come l’emblema della diversità.

Intimamente legato all’artificio della regressione è il discorso indiretto libero, un espediente per dare indirettamente la parola ai personaggi. Lo scrittore che vi fa ricorso tende a liberare l’espressione dei propri personaggi da quei ponti grammaticali come i «verba dicendi» e la congiunzione subordinante «che». Il narratore rinuncia a intromettersi, eclissandosi totalmente. Verga si avvale di questa tecnica poiché ritiene che il trionfo del romanzo si raggiungerà allorché la sua creazione rimarrà un mistero e l’opera sembrerà essersi fatta da sé, come lui stesso afferma nella prefazione a «L’Amante di Gramigna», dedicata a Salvatore Farina.

Per quanto riguarda la seconda grande tecnica narrativa, lo straniamento, Verga la utilizza per mettere ancor più in risalto la diversità di Rosso Malpelo rispetto alla comunità. Lo straniamento consiste nel far sembrare strano ciò che è normale e viceversa; per esempio, Verga fa apparire incomprensibile la disperazione di Malpelo quando muore il padre. Negli anni venti, il critico russo Viktor Sklovskij definirà lo straniamento, l’applicare a un oggetto un tipo di percezione tale da cancellarne la familiarità, come se si guardasse per la prima volta.

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La novella «Rosso Malpelo» costituisce un importante documento di storia che mette in evidenza la terribile vita degli uomini nelle miniere. A differenza del naturalista francese Emile Zolà, Giovanni Verga in questa novella, come in tutte le sue opere, non allude ad alcun impegno civile progressista. Il verista italiano, secondo la concezione di Luigi Capuana, deve infatti rappresentare oggettivamente la società, in modo conservatore e senza l’obiettivo di cambiarla.

Latino

I liberti e l’invenzione artistica di Trimalchione

La diversità sociale e culturale a Roma ci è presentata solo da chi detiene la parola e ha la possibilità di esprimersi. La prospettiva da cui sono giudicate le classi inferiori è quindi un’ottica dall’alto e le impressioni sono di solito negative. L’immagine che ci giunge è in prevalenza un quadro letterario, una proiezione di una certa cultura che parla di un’altra.

Una figura diversa, caratteristica del mondo romano, è quella del liberto. Il termine «libertus» è utilizzato per indicare lo stato sociale di ex schiavo. La liberazione ufficiale di uno schiavo poteva avvenire in tre modi:

  • La «manumissione vindicta», cioè la dichiarazione, spesso fittizia, che lo schiavo fosse nato libero;
  • La «manumissione censu», in cui veniva attestata la cittadinanza dello schiavo;
  • La «manumissione testamento», dove la liberazione rientrava tra le ultime volontà del padrone.

A partire da Augusto, veniva concessa ai liberti la possibilità di essere promossi alla piena cittadinanza romana.

Inizialmente questo ceto era escluso dalle cariche pubbliche più rilevanti e dal servizio militare, ma, nell’età di Claudio e di Nerone, i liberti assunsero ruoli sempre più importanti nel commercio e nella pubblica amministrazione.

Se da un lato i liberti rappresentavano l’emblema dello spirito imprenditoriale, dall’altro non riuscirono mai a integrarsi perfettamente nella società romana. Ogni liberto era costantemente in bilico tra le sue origini di schiavo e lo status sociale che era riuscito a conquistarsi, difficilmente quindi i liberti notabili frequentavano i notabili «ingenui» (nati liberi). Un’eccezione fu Mecenate, che accettava la compagnia dei figli di liberti, perché credeva che la vera nobiltà si dimostrasse con il carattere e con il comportamento e non attraverso l’esibizione delle glorie di famiglia.

Occorre aggiungere che l’elemento della diversità sta anche all’interno della figura stessa del liberto. Ogni ex schiavo ha origini culturali e geografiche diverse che lo caratterizzano, inoltre alcuni liberti svolgono funzioni intellettuali o artistiche, altri attività imprenditoriali, commerciali o agricole; alcuni sono piuttosto ricchi, altri vivono in condizioni di povertà.

Nel «Satyricon» di Petronio, Trimalchione costituisce l’esempio del liberto che sembra essere riuscito a integrarsi nell’economia e nella società romana. Al tempo stesso Petronio, che descrive le vicende da un punto di vista aristocratico, non può fare a meno di attribuire a questa figura il cattivo gusto di un parvenu e la volgarità del nuovo ricco.

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Dopo l’episodio dell’orgia di Quartilla, un servo irrompe all’improvviso e ricorda a Encolpio, Ascilto e Gitone che quella sera sono invitati a una cena a casa di Trimalchione, un ricchissimo liberto. Già quando i tre si presentano all’ingresso della casa, si preannuncia la stupefacente teatralità della cena, durante la quale Trimalchione occuperà in modo ingombrante la scena. Ad accoglierli c’è una gazza variopinta che saluta da una gabbia d’oro ed Encolpio viene spaventato dalla raffigurazione di un grande cane, accanto al quale è dipinto Trimalchione che entra a Roma guidato da Minerva. Il clima della cena è segnato dalla mancanza di gusto, di equilibrio, tutto appare eccessivo e ostentato. Le portate sono spettacolari e gli schiavi le servono su dei piatti che hanno inciso il peso dell’argento, cantando e danzando.

Trimalchione fa il suo ingresso a cena già iniziata ma, prima di mangiare, desidera finire una partita a scacchi: al posto delle pedine usa monete d’oro e d’argento e mentre gioca bestemmia. L’abbigliamento del padrone di casa è caricaturale, soprattutto gli anelli alla mano sinistra, che costituiscono un surrogato dell’anello d’oro, riservato ai cavalieri. Trimalchione, pur essendo un liberto, disprezza i suoi schiavi, che chiama «putidissimi servi», ma, a un certo punto, con la complicità dell’ebbrezza, promette di inserire nel proprio testamento grandi cose per la sua servitù.

Si entra così nel tema della morte. La questione della caducità della vita è già stata messa in risalto all’inizio del banchetto, quando uno schiavo ha portato in sala uno scheletro d’argento, secondo una tradizione egiziana. Ora Trimalchione descrive dettagliatamente all’amico Abinna come fare il suo monumento funebre; con ciò Petronio costituisce una preziosa testimonianza letteraria di arte plebea. Il monumento imponente piega i modelli classici a un nuovo contesto: le raffigurazioni mitologiche sono sostituite dalle rappresentazioni dei meriti acquisiti presso la comunità e delle ricchezze.

Trimalchione vuole inoltre ricordare con una statua la moglie Fortunata, collaboratrice nelle avventure commerciali, saggia consigliera e amministratrice delle ricchezze. Significativo è il proposito di porre un orologio sulla tomba, così tutti quelli che guarderanno l’ora inevitabilmente leggeranno il suo nome. Del tutto ubriaco, Trimalchione finge di essere morto e viene suonata una marcia funebre.

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