Estratto del documento

Dio

Tra scienza e filosofia

Alunno: Ludovico Martocchia

Scuola: Liceo Scientifico Statale Francesco D’Assisi

Classe: V D

Anno: 2011-2012 2

Indice

  • 1. L’esistenza di Dio e la sua visione
  • Dante Alighieri: il Canto XXXIII, l’ineffabilità e la visione di Dio
  • Anselmo d’Aosta: la prova ontologica
  • Tommaso d’Aquino: le cinque viae
  • 2. Dio come ordine geometrico
  • Cartesio: la scienza mirabile & il Dio matematico
  • Baruch Spinoza: la sostanza è Dio come regolarità nella natura
  • 3. Dio come perfezione matematica
  • Richard Feynman: “la formula più straordinaria della matematica”
  • 4. Dio come risposta scientifica
  • Scienza e religione: cosa c’era prima del Big Bang?
  • Stephen Hawking: Il Grande Disegno & la scienza non ha bisogno di Dio
  • 5. Dio come postulato
  • Immanuel Kant: l’agnosticismo & i Cento talleri
  • 6. L’ateismo
  • Ludwig Feuerbach: il primo pensatore ateo
  • Karl Marx: un passo avanti nel sociale
  • Friedrich Nietzsche: Dio è morto
  • 7. La Chiesa e lo Stato italiano nel Novecento
  • Il rifiuto dello Stato: il Non Expedit
  • L’antisocialismo: la Rerum Novarum
  • La distensione: il Patto Gentiloni
  • La connivenza: i Patti Lateranensi
  • La Resistenza e la Democrazia Cristiana

1. L’esistenza di Dio e la sua visione

Dante Alighieri: il Canto XXXIII e l’ineffabilità

Nell’opera “Essere e tempo” del 1927, il filosofo tedesco Martin Heidegger sosteneva che l’uomo ha una sorta di primato ontologico, essendo l’unico ente a porsi il problema dell’Essere. Secondo questa definizione si vuole dare maggiore importanza all’uomo, perché è in grado di porsi quelle famose domande esistenziali che lo contraddistinguono dai semplici animali. Anche Arthur Schopenhauer pensava l’uomo come un “animale metafisico”; per lui questa superiorità porta inevitabilmente al dolore.

Il concetto di “primato metafisico” dell’uomo può essere facilmente trasferito al problema dell’esistenza di Dio, difatti ogni civiltà e ogni grande filosofo si è sempre posto la domanda che tutti, almeno una volta nella vita, ci poniamo: esiste Dio? Che cosa si intende con la parola Dio? L’idea di Dio è innata oppure a posteriori?

Anche se i tentativi di dimostrazione dell’esistenza di Dio sono invalidi, l’uomo continua a crederci e testimonianze di questa fede intramontabile sono insite nell’arte. Il sommo poeta, “padre” della letteratura italiana, Dante Alighieri si assume una responsabilità ancora più pesante di provare Dio; racconterà all’umanità il suo viaggio nel Regno dei Cieli.

Il dilemma che affligge Dante nel Paradiso è l’impossibilità di descrivere Dio, perché questa visione è talmente intensa da perdersi nell’immensa luce divina. Ciò che vede il poeta va troppo al di là delle possibilità umane e l’impossibilità di rappresentare almeno una pallida immagine di Dio apre il tema dell’ineffabilità, la difficoltà di tradurre in poesia la smisurata apparizione della trinità cristiana.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. 123

O luce etterna che sola in te sidi,
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi! 126

Nel Canto XXXIII del Paradiso, dopo aver tentato di rappresentare il mistero dell’unità e della trinità divina, Dante esce nell’esclamazione sull’insufficienza del proprio dire, che è corto e fioco, addirittura bisognerebbe dire “nulla”. Nella seconda terzina vuole celebrare la trinità divina; infatti la luce eterna, che risiede in se stessa (perché non può essere contenuta in nulla), da sola si comprende (come Padre), è compresa (come Figlio) e comprendendosi, arde di amore (nello Spirito Santo). 4

Dante Alighieri: il Canto XXXIII e la visione di Dio

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza; 117

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri. 120

Pur essendo impossibilitato nel trattare di Dio, Dante vive un rapimento mistico, con la realtà intorno a lui che sembra scomparire, per lasciare solo il poeta a contemplare la luce di Dio; resta pur sempre un’estasi dell’intelligenza e della volontà. Come per tutto il Paradiso Dante ricorre ancora alla luce nel suo duplice significato di splendore e di conoscenza, per riferire della meravigliosa esperienza della contemplazione di Dio. Dio è un punto straordinariamente luminoso, una luce pura della sua essenza, una luce che non disegna nulla perché è essa stessa la verità di Dio; tuttavia con uno sforzo intellettualistico, con il chiaro proposito di offrire un’allusione al mistero della Trinità, Dante propone l’immagine dei tre cerchi sovrapposti e identici, in uno dei quali balena l’effige umana di Gesù Cristo. Il mistero dell’incarnazione diventa quindi il fondamento di ogni cosa, proprio perché da esso dipende il destino dell’umanità, un mistero che resta ovviamente impenetrabile dalla mente umana.

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna: 87

sustanze e accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. 90

Dante ritiene che, se i suoi occhi si distogliessero improvvisamente dal raggio divino, egli si sentirebbe smarrito: è proprio per tale motivo che ha portato alla massima tensione la sua vista, immergendola nella luce eterna. Poi il poeta, nella profondità di quella luce, vede legato in un comune vincolo d’amore, come quaderni in un volume, tutto ciò che è sparso nell’universo (infatti: nella profondità dell’essenza divina vidi che tutto ciò che nell’universo è sparso e diviso, si trova raccolto, legato con amore tutto insieme). L’immagine vigorosa viene utilizzata da Dante per indicare l’unità divina in cui si conciliano e si unificano tutte le antinomie nell’universo.

Sostanze (ciò che per sé sussiste) ed accidenti (le qualità di una cosa non pertinenti alla sua essenza) sono fusi insieme e Dante crede di vedere l’essenza stessa di quell’unione poiché avverte nel suo animo una gioia maggiore. In conclusione Dante ci ha dato uno squarcio di ciò che lui si è immaginato di Dio raggiungendo le vette più alte dal punto di vista poetico.

Dal punto di vista propriamente filosofico l’idea di Dio è ancora più complessa e innumerevoli studiosi si occuparono di essa. Dopo questo breve assaggio della difficoltà incontrata da Dante nel descrivere Dio, il discorso si sposterà su un livello oggettivo e quindi più impraticabile: le prove dell’esistenza e il suo rapporto con la scienza. 5

Anselmo d’Aosta: la prova ontologica

Possiamo dire che nella filosofia scolastica, Anselmo d’Aosta fu il primo a porsi il problema dell’esistenza di Dio. In un periodo in cui la libera ricerca scientifica e filosofica non era ai massimi livelli, l’obiettivo della Chiesa era di difendere qualsiasi tentativo di minare la verità religiosa, anche attraverso la scolastica.

Anselmo partì da un concetto fondamentale: Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore (in latino: Id quo maius cogitari nequit). È stato definito argomento ontologico o a priori perché, essendo una prova astratta, presuppone in un certo senso già l’esistenza di Dio. Nel “Proslogion”, quando l’insipiens (il non credente, colui che non sa) nega l’esistenza di Dio, a sua volta nega il concetto di “Id quo maius cogitari nequit”, ma negandolo deve avere per forza quella nozione nell’intelletto. Questo concetto non può esistere solo nell’intelletto perché altrimenti sarebbe possibile qualcosa di più grande, quindi si scade in una contraddizione. Di conseguenza, se questo concetto esistesse solo nella mente o nella realtà non sarebbe più valido. Da questo si ricava che Dio esiste necessariamente.

In poche parole, essendo Dio un essere perfetto (ovvero non manca di nulla), deve per forza esistere, perché non può mancare dell’esistenza. Il suo stesso discepolo, il monaco Gaunilone, obiettò che non è sufficiente pensare una cosa perché esista, anche se rappresenta la perfezione. Disse infatti che, nonostante si potesse immaginare un’isola piena di delizie, ciò non dimostrava la sua esistenza. Rifiutò insomma il passaggio obbligato dal mondo ideale a quello reale. Critica che operò anche Immanuel Kant, trattata in seguito.

Tommaso d’Aquino: le cinque viae

Il filosofo cristiano pensava che l’essenza di Dio e la certezza inoppugnabile della sua esistenza fosse data dalla fede, ma attraverso la ragione si prepara l’adesione libera dell’intelletto e della volontà umana, rendendo plausibile Dio. Sulla base di questo sfondo di pensiero Tommaso espose le sue prove dell’esistenza di Dio, non a caso chiamate in latino viae, cioè “percorsi”, “cammini” presi come esempi di largo respiro. Tommaso si discostò dalla prova a priori di Sant’Anselmo, elaborandone cinque viae a posteriori edificate su alcuni principi:

  • Constatazione di un fatto in rerum natura, nell’esperienza sensibile ordinaria;
  • Analisi metafisica di quel dato iniziale esperienziale alla luce del principio metafisico di causalità, enunciato in varie formulazioni (“Tutto ciò che si muove è mosso da un altro”; “È impossibile che una cosa sia causa efficiente di sé stessa”);
  • Impossibilità di un regressus in infinitum inteso in senso metafisico, non quantitativo, perché ciò renderebbe inintelligibile, inspiegabile pienamente il dato di fatto di partenza esistente;
  • Conclusione deduttiva strettamente razionale (senza nessuna cogenza di fede) che identifica il “conosciuto” sotto quel determinato aspetto con quello “che tutti chiamano Dio”, o espressioni simili.

Da ciò si nota come Tommaso è un grande studioso ed estimatore di Aristotele, che venne concordato con il Cristianesimo. Le cinque viae sono più precisamente:

1) Ex motu et mutatione rerum (tutto ciò che si muove esige un movente primo perché, come insegna Aristotele nella Metafisica: “Non si può andare all’infinito nella ricerca di un primo motore”);

2) Ex ordine causarum efficientium (cioè “dalla causa efficiente”, intesa in senso subordinato, non in senso coordinato nel tempo. Tommaso non è, per sola ragione, in grado di escludere la durata indefinita nel tempo di un mondo creato da Dio, la cosiddetta creatio ab aeterno).

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Sintesi

Dio tra scienza e filosofia

Tesina su Dio nel panorama scientifico e filosofico. Materie incluse: filosofia, storia, matematica, fisica, geografia astronomica, italiano (Dante).

Indice

  • L’esistenza di Dio e la sua visione
  • Dio come ordine geometrico
  • Dio come perfezione matematica
  • Dio come risposta scientifica
  • Dio come postulato
  • L’ateismo
  • La Chiesa e lo Stato italiano nel Novecento
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