La crisi del liberismo
1. L'evoluzione del liberismo economico
Il liberismo economico ritiene che la libera iniziativa economica dell'individuo, non condizionata dallo Stato, sia la condizione per il funzionamento del mercato. La libera concorrenza e il libero scambio determinano l'aumento della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Il solo intervento dello Stato, riconosciuto come lecito, è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato.
L'analisi economica doveva partire non dall'offerta ma dalla domanda, dal bisogno del compratore che sa valutare quanto dei suoi risparmi o del suo reddito va speso per l'acquisto delle merci. Il valore di una merce quindi è indicato nella sua "utilità marginale", cioè in relazione al suo grado o "margine" di utilità.
In altri termini, il valore e l'utilità di una merce sono in relazione alle altre merci e ai bisogni degli uomini. Analogamente l'imprenditore è spinto a produrre una certa quantità di merce nella misura in cui consegue un "sufficiente margine" di guadagno.
2. Introduzione alla crisi
Il crollo di Wall Street, il grande crollo, la crisi del 1929, sono tutte espressioni usate per indicare un periodo della storia economica del Novecento durante il quale si ridussero considerevolmente e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell'economia di un paese.
La crisi si manifestò in maniera improvvisa ma non inattesa. Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York, nella quale poi esplose, attraversava una fase di grande euforia e speculazione. Ma prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 ML di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 ML).
Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini. 1
3. Le cause della crisi
Dopo il primo conflitto mondiale gli Stati Uniti conobbero una crescita economica senza precedenti, infatti si andava sempre più affermando per capacità produttiva e finanziaria come Stato-guida del mondo capitalistico.
I contadini americani avevano realizzato notevoli guadagni rifornendo l’Europa durante gli anni di guerra e del primo dopoguerra senza tener conto di eventuali arresti del commercio internazionale.
Le banche maggiori e minori incoraggiarono questa elevata produzione sia agricola che industriale aprendo crediti a chiunque volesse dare vita a nuove iniziative.
La speculazione contribuiva largamente ad esaltare questa euforia di affari di ogni genere, infatti sulla fine del 1929 spinse il corso dei titoli industriali dell’80% rispetto all’anno precedente. Dal momento che i prezzi crescevano appariva vantaggioso comprare per rivendere, senza preoccuparsi della bontà dei titoli.
Di fronte a questi sintomi di crisi il sistema economico americano cominciò a scricchiolare, ma tutti erano convinti che si trattava di una crisi passeggera e che non vi sarebbe stata nessuna catastrofe. Prima a esserne colpita era l’agricoltura i cui raccolti sovrabbondanti non si riuscivano a vendere e seguivano le crisi nell’industria automobilistica ed edile.
I prezzi si contraevano del 25%, i profitti di altrettanto e le azioni industriali, che nel 1928 si erano gonfiate enormemente, cominciavano a precipitare.
Cumuli di titoli furono portati in Borsa per la vendita, ma gli acquirenti non si trovavano. Il 24 ottobre 1929 crollava la Borsa di New York con sede in Wall Street, con la vendita di 13 milioni di azioni a costo ribassato.
La produzione industriale aveva superato la domanda di beni di consumo, perciò inevitabile erano i fallimenti di banche e imprese e di conseguenza un elevato tasso di disoccupazione.
4. Caratteri della crisi 2
La conseguenza diretta del crollo della borsa fu la caduta dei prezzi agricoli, delle materie prime e, poi (ma in misura minore), dei prodotti industriali e la rapida contrazione del commercio in tutto il mondo, il che non poteva non riflettersi negativamente sul potere d’acquisto degli strati produttivi di tutti i paesi.
Il quadro degli effetti della crisi è desolante, seppur costellato di luci e ombre:
- I salari si ridussero ovunque, anche se la caduta dei prezzi delle derrate alimentari servì a contenere i danni per il livello dei consumi; tuttavia la riduzione dei salari non contribuì ad accrescere la produzione attraverso nuovi investimenti, ma si tradusse solo in riduzione di prezzi.
- I profitti industriali si contennero, ma non vennero eliminati completamente, grazie al processo di rapida concentrazione industriale che si era sviluppato dal dopoguerra.
- Altro fenomeno di rilievo nei paesi industriali colpiti dalla crisi, come la Gran Bretagna, dove il movimento sindacale era più solidamente organizzato.