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Italo Svevo e il tempo della coscienza

Per quanto riguarda l'Italia, l'influsso delle nuove teorie sul tempo di Bergson si vede soprattutto nelle opere di Italo Svevo, e in particolar modo nell'opera “La coscienza di Zeno”, suo capolavoro del 1923.

La coscienza di Zeno è una sorta di autobiografia di un ricco commerciante triestino che egli scrive su consiglio dello psicoanalista che lo sta curando, volgendosi indietro a riconsiderare gli eventi della sua vita. Il romanzo è scritto in prima persona da Zeno Cosini, il protagonista, il quale è contemporaneamente l'attore e il narratore della storia che lo riguarda. Il romanzo è preceduto da una prefazione, a firma del Dott. S., psicoanalista, che spiega come ciò che segue sia il memoriale di un suo paziente (Zeno Cosini), steso come preparazione e aiuto alla terapia a cui Zeno si è sottoposto per poi ribellarsi e abbandonare l'analista, il quale intende vendicarsi rendendo pubblico il manoscritto privato.

La costruzione del racconto non è un'autobiografia compiuta ma un'analisi retrospettiva di episodi della vita del protagonista. La trama narrativa procede su due distinti piani temporali: uno è quello dell'attualità, il tempo del racconto (“L'adesso che scrivi”, come dice Zeno), nel quale si svolgono la redazione delle memorie e la cura psicoanalitica, e l'altro, il tempo del vissuto, riguarda esperienze e fatti evocati e riportati al momento attuale della narrazione da parte di Zeno.

La trama si viene così articolando in capitoli, ciascuno dei quali imperniato su un nucleo tematico che ripercorre un evento del vissuto del protagonista: il vizio del fumo, la morte del padre, la storia del suo fidanzamento e matrimonio con Augusta, la sua vita fra la moglie e l'amante, la storia dei suoi affari commerciali con Guido e la fine della cura psicanalitica con l'arrivo della guerra.

Si tratta di capitoli nei quali scompaiono la struttura e le sequenze temporali del romanzo tradizionale (non c'è storia da narrare e non c'è una successione logico-temporale da seguire), ma che procedono per argomento nel susseguirsi di eventi che il protagonista rivive in libera successione con il fluire dei ricordi. È un continuo alternarsi di passato e di presente, con una molteplicità di punti di vista e di retrospettive, nella realtà senza tempo della coscienza. Ed infatti protagonista del romanzo è proprio la coscienza nella quale si intrecciano e si mescolano disordinatamente i frammenti della memoria al di fuori di ogni percorso cronologico.

Nella sua prefazione a “La coscienza di Zeno” Eugenio Montale, uno dei primi a comprendere la grandezza dell'opera, scrive: “Nella Coscienza di Zeno non c'è più il senso temporale ed è facile spiegarsene le ragioni. Chi si volge indietro non può far sì che il tempo sia reversibile: può solo rioccuparlo parzialmente estraendolo dai giacimenti della memoria, ma parlo di ‘occupazione’ perché il tempo recuperato non svolge il suo filo, anzi ristagna… La Coscienza di Zeno è perciò una grande commedia psicologica e di costume, una rappresentazione che non ha un vero inizio e non ha propriamente termine.”

La coscienza non è più un'unità identica ed ordinata ma si scompone e si ricompone continuamente attraverso un complesso poliedrico di esperienze, di ricordi, di sentimenti, di desideri rivissuti da Zeno nello smarrimento e nel buio della sua realtà esistenziale; con un senso della durata temporale molto vicino al pensiero di Bergson, Svevo gioca su molti piani con continui rimandi e rispondenze, con modi simili a quelli usati negli stessi anni da Virginia Woolf e James Joyce.

L'io narrante confronta ieri e oggi, con giudizi e con riflessioni, senza un ordine cronologico, riportando alla luce episodi occultati per anni nelle stratificazioni dell'inconscio. Lo stesso Svevo afferma: “Il passato è sempre nuovo, come la vita procede esso si muta perché risalgono a galla delle parti che parevano sprofondare nell'oblio mentre altre scompaiono”.

Ricordo, a proposito, un episodio del romanzo: il suocero, per il quale l'io narrante, Zeno, ha sempre portato venerazione ed affetto, è gravemente malato e il medico gli ha proibito il vino. Ma durante una festa Zeno gli versa abbondantemente da bere ed il suocero non approfitta del vino offertogli e intuisce, in un momento di lucidità, l'avversione per lui che si agita nell'animo del genero.

E anche Zeno, nel rievocare l'episodio, è costretto a prendere atto di questa verità che non gli fa onore e che tanti anni prima aveva avvertito e poi rimosso. Sono le piaghe dell'inconscio, riportate alla luce, a dominare la “dimensione tempo”, fondendo passato e presente in libera successione cronologica con il fluire dei ricordi e il flusso della coscienza.

Poiché Svevo non segue una progressione logico-narrativa, ma procede secondo un ordine che obbedisce all'analogia e all'associazione di idee, in passato alcuni critici hanno accostato il “flusso di coscienza” dell'Ulysses di Joyce al monologo interiore di Zeno: ma se ci sono alcuni punti in comune (la narrazione che procede ad episodi autonomi, spontaneamente), tuttavia ci sono evidenti differenze tra le due opere, che nascono con una struttura radicalmente diversa.

Zeno nel suo monologo ricostruisce il proprio passato per iscritto, costruendo logicamente il discorso, con un ordine preciso, selezionando il materiale; quella del protagonista dell'Ulisse (Mr Bloom) invece è una registrazione diretta e immediata dei contenuti della mente, al presente, senza alcun controllo, in un processo da cui sono escluse coscienza e volontà; inoltre Bloom parla tra sé, mentre Zeno si rivolge a un preciso destinatario (il dottor S.) e questo lo porta a esercitare un controllo sul discorso, cosicché esclude alcune parti che non vuole far conoscere.

La coscienza di Zeno

Svevo

2. Preambolo

Vedere la mia infanzia? Più di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli d’ogni genere, vere alte montagne: i miei anni e qualche mia ora. […]

Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo. S’alza, s’abbassa… ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco che la fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato. […]

Mercé la matita che ho in mano, resto desto, oggi. Vedo, intravedo delle immagini bizzarre che non possono avere nessuna relazione col mio passato: una locomotiva che sbuffa su una salita trascinando delle innumerevoli vetture; chissà donde venga e dove vada e perché sia ora capitata qui! […]

3. Il fumo

[…]

Oggi scopro subito qualche cosa che più non ricordavo. Le prime sigarette ch’io fumai non esistono più in commercio. Intorno al ’70 se ne avevano in Austria di quelle che venivano vendute in scatoline di cartone munite del marchio dell’aquila bicipite. Ecco: attorno a una di quelle scatole s’aggruppano subito varie persone con qualche loro tratto, sufficiente per suggerirmene il nome, non bastevole però a commovermi per l’immenso incontro. Tento di ottenere di più e vado alla poltrona: le persone sbiadiscono e al loro posto si mettono dei buffoni che mi deridono. Ritorno sconfortato al tavolo. […]

8. Psico-analisi

[…] Almeno sono sicuro che questo è il vero sistema per ridare importanza ad un passato che più non duole e far andare via più rapido il presente uggioso. […]

Non solo il dottore ma anch’io avrei desiderato di esser visitato ancora da quelle care immagini della mia gioventù, autentiche o meno, ma che io non avevo mai avuto bisogno di costruire. Visto che accanto al dottore non venivano più, tentai di evocarle da lontano da lui. Da solo ero esposto al pericolo di dimenticarle, ma già io non miravo mica ad una cura! Io volevo ancora rose del Maggio in Dicembre. Le avevo già avute; perché non avrei potuto riaverle? […]

Leopardi: l'infinito

In un primo momento per Leopardi il tempo è una forza negativa, antagonista delle speranze umane, che distrugge in continuazione e senza motivo ciò che creiamo e tutto quello in cui crediamo. In seguito però si distaccherà da questa visione “foscoliana” e troverà nel tempo un prezioso alleato per arrivare alle risposte che sta cercando; infatti diviene l'elemento che gli permette di vedere l'inutilità del presente e dimostrare lo sbaglio del passato, e di conseguenza l'inganno della vita.

L'uomo può ingannare il tempo impossessandosi di quella parte di passato che ci interessa particolarmente conoscere e poi, grazie al ricordo, conservarla e mantenerla viva, sottraendola all'istantaneità che il tempo conferisce a tutte le cose. Per Leopardi assume particolare importanza il concetto di “rimembranza”, per usare un suo termine, intendendo che nel ricordo c'è qualcosa in più, di struggente e suasivo, che rende piacevoli anche le cose negative.

In effetti con il ricordo possiamo fermare il tempo e in questa ideale situazione tanto le gioie come i dolori perdono la loro consistenza, diventano puri, oggettivi modi di essere e non possono pertanto farci soffrire. Il tempo inizia ad assumere il ruolo del vero responsabile dei nostri piaceri ed affanni.

Nel “Sabato del villaggio” Leopardi descrive una situazione di festa: la vecchierella è contenta “novellando del suo buon tempo”, la donzelletta è entusiasta per quello che deve ancora venire; abbiamo due esempi in cui la felicità del momento poggia su delle certezze che risiedono nella dimensione del passato e del futuro.

Ma il tempo, così carico di aspettative che noi con la nostra fantasia costruiamo nel prima o nel poi, non solo non viene mai, ma, se messo alle strette, ci sopprime, a riprova del fatto che non sa e non può perdere, come vediamo in “A Silvia”, la quale “crolla all'apparir del vero”, oppure nel vecchierello del “Canto notturno”, che trova come punto d'arrivo al suo faticoso percorso “l'orrido abisso” che pone fine alle sue sofferenze e al suo tempo.

Da queste considerazioni nasce la conclusione che sarebbe saggio non vivere il tempo, ma lasciar scorrere la vita standosene seduti su di un sasso, come fanno gli orientali, e lasciarla passare senza provare alcuna speranza o emozione, in maniera apatica, poiché solo così evitiamo la delusione di vedere annullato tutto quello che di bello abbiamo immaginato.

A questo punto però abbiamo la svolta: il crudele tempo ci ha, sì, distrutto le speranze del passato, ma ci ha anche svelato la verità, quella oggettiva, che generalmente è nemica della poesia, ma che per lui, a quel punto, rappresenta l'unica certezza, l'unica strada da seguire per dare un senso ed un fine ad una ricerca che gli è costata il prezzo della vita.

Se il tempo distrugge con il presente tutte le speranze del passato, il poeta può ragionevolmente affermare l'inutilità del futuro e addirittura usarlo come strumento di verifica della sua teoria. A complicare ulteriormente le cose c'è da dire che se per il Foscolo la dimensione verticale della poesia veniva in aiuto del poeta, sottraendolo momentaneamente alla tirannia del tempo, per Leopardi la poesia non deve ingannare chi la scrive e chi la legge (e su questo punto è polemico contro l'ottimismo dei contemporanei), ma deve inevitabilmente registrare il fallimento anche di se stessa, in quanto incapace di fornire risposte concrete ai bisogni innati dell'uomo.

L'infinito

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminato

Spazio di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo, ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Infinita s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.

L'infinito: analisi della poesia

La poesia esprime mirabilmente l'ansia romantica di superare il limite razionale delle cose materiali per proiettarsi nella dimensione parallela ed irrazionale delle nostre emozioni.

In questo componimento Leopardi si getta in una sensazione metafisica, atemporale, grazie all'effetto oscurante di una siepe la quale, lasciando immaginare al di là “interminati spazi ... sovrumani silenzi e profondissima quiete”, determina la verticalizzazione “io nel pensier mi fingo”; il poeta esce cioè dalla realtà dello spazio e del tempo.

Il poeta vuole percepire la sensazione di assenza dal tempo nel momento in cui ci si trova e non dopo, quando, avendo ripreso il contatto con la realtà temporale, è automaticamente uscito da quella sensazione atemporale.

Leopardi riesce perfettamente a vivere la sensazione cosmica dell'infinito: quando il rumore delle piante (realtà fisica) attiva la percezione acustica, il poeta, che si trova nella realtà metafisica, al di là della siepe, riesce a rimanere in bilico (“vo comparando”) tra le due realtà, di qua e di là dalla siepe.

Ecco allora la percezione dell'infinito: riuscire ad essere fuori dal tempo con il pensiero, ed avere la prova tangibile (grazie al rumore delle piante) di esserci.

Quello che Leopardi scopre in questa nuova dimensione è un infinito pieno, dentro al quale il poeta naufraga piacevolmente spaziando nel passato e nel futuro. Padrone della situazione, alla scoperta di un mondo nuovo, enorme, affascinante, smisurato che in seguito, purtroppo, si dimostrerà vuoto, privo di un senso logico e di un senso storico.

Sembra che l'ansia romantica di vivere la vita analizzando a fondo tutte le emozioni e il rigore illuminista di perseguire scrupolosamente il vero abbiano incanalato Leopardi in una lotta drammatica e suicida contro il tempo, il vero responsabile delle nostre emozioni, quelle che danno un senso alla vita.

Senza il tempo ogni sensazione non avrebbe inizio né fine e sarebbe un normale stato di essere senza distinzione da altre sensazioni. La stessa sensazione, bella o brutta che sia, poco conta, diventa piacevole se inserita nel tempo passato, nel ricordo; pessima nel presente, perché così rivela la sua vera natura; ambigua se riferita al futuro, perché da una parte la fantasia la concepisce bella, dall'altra la ragione non può prescindere dal dato oggettivo del passato.

La concezione del tempo di Pirandello

Anche Pirandello riprende il tema caro alla filosofia di Bergson, che ritiene che l'universo sia continuo divenire, oggetto ad un'evoluzione creatrice, per cui contemporaneamente resta se stesso e cambia.

Ovviamente anche l'uomo è partecipe a questo moto continuo o flusso vitale, ma allo stesso tempo vorrebbe capirlo, schematizzarlo e riportarlo ad una legge. Così l'uomo cerca di analizzare tale flusso, ma è troppo limitato nel tempo e nello spazio per raggiungerne risultati utili; la ricerca risulta superficiale o addirittura vana.

Da qui nasce il dramma: l'uomo tenta di catturare il flusso inutilmente, in forme fisse e quindi inadeguate. Più si sforza producendo forme diverse e più si aliena, in quanto più si circonda di forme fittizie e più si allontana dalla realtà.

Il tempo è una delle tante forme create dall'uomo per le sue esigenze, e quindi è falsa ed inconsistente. Vera è invece la nozione di durata o tempo soggettivo, scandito cioè dalla coscienza di ogni singolo individuo.

Ma la durata non conosce la distinzione presente-passato-futuro, e non procede linearmente a senso unico: emette salti, accelerazioni e decelerazioni. Ogni individuo è dunque un mondo a sé stante che può sfiorare gli altri, ma non comunicare in quanto manca qualsiasi termine comune di riferimento.

I futuristi e il tempo

Con il Futurismo il nostro argomento arriva ad una svolta sostanziale, infatti questi artisti pongono il tempo alla base della loro nuova e rivoluzionaria visione della vita.

La protesta è indirizzata al passato perché tanto i romantici quanto i decadenti, per citare solo quelli che abbiamo preso in esame, hanno fallito nella loro ricerca: i primi, con miti ed ideali, i secondi con intuizioni ed irrazionalità, entrambi non sono riusciti a congiungere il tempo interiore delle proprie emozioni con quello esterno delle percezioni, e proprio da questo scarto doloroso avrebbero scritto le opere ben note.

I Futuristi propongono di vivere nel tempo, nella dinamicità di tutte le cose che ci circondano; osservare il tempo che scorre in noi o nelle cose è il sistema migliore per perdere, per non vivere.

È inutile rincorrere la realtà in movimento per fermarla e ridurla al nostro stato contemplativo, dobbiamo invece competere con la sua caratteristica costitutiva, cioè il movimento.

In pratica i Futuristi, che ce l'hanno con “L'immobilità pensosa” del passato, con i musei e le biblioteche, che cercano addirittura di fuggire dal rigo della pagina, dopo aver eluso le regole della sintassi e della grammatica.

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