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Le tendenze dello sviluppo

Nel periodo compreso tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l’Italia è attraversata da una immensa trasformazione del tessuto economico e produttivo, tanto che da paese prevalentemente agricolo nel giro di un brevissimo spazio di tempo essa si affermerà come potenza industriale a livello mondiale. Se importanti sintomi di un processo di crescita economica si erano manifestati con una certa evidenza già nella prima metà del decennio, una sorprendente accelerazione, espansione e intensificazione di tale processo caratterizzerà invece il periodo compreso tra la seconda metà del decennio e i primi anni sessanta. Il periodo di massima espansione dell’economia italiana e al contempo di vera e propria trasformazione del suo tessuto produttivo sarà peraltro concentrato in un periodo ancora più breve, ossia nel quinquennio 1958/63, gli anni del cosiddetto “boom” economico. Se si considera inoltre che ancora nel 1951 l’Italia risultava un paese prevalentemente agricolo, si può a ragione sostenere che sul finire dello stesso decennio in Italia si compì una sorta di “seconda rivoluzione industriale”, poiché fu solo a partire da quel periodo che in Italia si affermò il predominio dell’industria come settore trainante l’intero sistema economico.

1961

1951

25,70%

28,90%

30,50% 42,20%

32,10%

40,60%

Agricoltura

Agricoltura Industria

Industria

Terziario

Terziario

L’agricoltura

Il settore primario fu per certi versi la vittima sacrificale della grande trasformazione economica in atto. A partire dalla metà degli anni Cinquanta la campagna subì un progressivo quanto massiccio processo di spopolamento, fungendo da principale fornitore di manodopera a basso costo per l’industria in espansione. La “fuga dalla campagna” derivava dalla incapacità del settore primario di modernizzarsi e di integrarsi nel mercato internazionale. Gli effetti sortiti dalla riforma agraria si erano infatti rivelati insufficienti all’affermazione di competitive aziende agrarie di medie dimensioni con la conseguenza che il tessuto agricolo italiano aveva continuato a mantenere una struttura fortemente polarizzata tra poche, grandi aziende capitalistiche e numerosi piccoli proprietari terrieri capaci di produrre solo per l’autosostentamento. Soprattutto nel Mezzogiorno, a una grande proprietà poco interessata allo sviluppo dell’agricoltura continuava a fare riscontro una piccola proprietà poco produttiva, che non era in grado di garantire livelli di reddito sufficienti alle famiglie dei coltivatori diretti. Le prospettive di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita offerte dal lavoro nel settore dell’agricoltura parevano insomma ridursi drasticamente.

Alcune trasformazioni importanti si registrarono invece nel centro-nord del paese, dove già esisteva una tradizione di aziende capitalistiche di medie e grandi dimensioni che facilitò fortemente l’adeguamento dell’agricoltura ai principi del mercato. Meccanizzazione e tecnologia furono impiegati con grande successo per l’aumento della produttività delle coltivazioni. Questo fenomeno riguardò un numero circoscritto di regioni (Lombardia ed Emilia Romagna).

L’industria

Le principali tendenze di sviluppo relative al settore industriale nella seconda metà degli anni Cinquanta si possono ricondurre a tre aspetti:

  • La distribuzione territoriale: Se la prima fase dell’industrializzazione italiana alla fine del XIX sec. aveva riguardato esclusivamente quello che è stato definito il “triangolo industriale” – Lombardia, Piemonte e Liguria – la “seconda rivoluzione industriale” italiana coinvolse in misura molto eterogenea, l’intero territorio nazionale. Le regioni di più antica industrializzazione si trasformarono in una sorta di epicentro di un moto di sviluppo industriale che si propagò in un primo tempo nelle regioni circostanti – Emilia Romagna, Veneto, Friuli – per poi continuare, in una seconda fase, ad estendersi verso sud sino ad interessare alcune aree del Mezzogiorno. La Fiat nel 1953 compì un enorme investimento con la creazione dello stabilimento di Mirafiori, dove un’esemplare catena di montaggio inizierà la produzione in grande scala della Seicento, la prima vera utilitaria italiana.
  • L’espansione del settore automobilistico inizierà di conseguenza a coinvolgere un indotto sempre più ampio, composto da un numero crescente di imprese direttamente interessate dalla produzione di automobili. Nel nord-est iniziò a svilupparsi un tessuto di piccole e medie industrie, nella maggior parte dei casi a conduzione familiare o organizzate attorno ad un sistema di lavoro a domicilio spesso in nero. In Emilia Romagna, la parziale riuscita dell’industrializzazione dell’agricoltura stimolò in misura importante lo sviluppo di un’industria meccanica di piccole e medie dimensioni specializzate nella realizzazione di macchinari, motori e strumenti destinati all’impiego agricolo.
  • La diversificazione della produzione: Oltre all’espansione di settori già consolidati nel tessuto economico italiano una novità degli anni del “boom” fu rappresentata dall’affermarsi di nuovi e competitivi settori, tra cui quello dell’industria leggera, specializzata nella produzione di elettrodomestici.

Da segnalare anche il grande successo della produzione di macchine da scrivere, un settore che grazie soprattutto alle particolari capacità della Olivetti di Ivrea si affermerà rapidamente nel mercato internazionale. Anche la produzione di materie plastiche, connessa con lo sviluppo dell’industria chimica, subì una crescita letteralmente esponenziale. L’industria italiana iniziava pertanto a vantare una gamma di marchi e prodotti sempre più vasta.

Una più consapevole concezione dell’attività produttiva: in concomitanza, con la crescita, l’espansione, l’intensificazione e la diversificazione della produzione, in questo periodo iniziano a mutare anche l’organizzazione materiale dei processi produttivi così come la cosiddetta cultura imprenditoriale. Da piccole strutture a gestione familiare e basate su pochi e spesso ancora rudimentali macchinari, l’apertura e l’espansione dei mercati stimolarono nel nuovo ceto imprenditoriale in formazione la ricerca di più efficaci metodi di gestione e organizzazione della produzione.

Il terziario

Un impulso notevole del settore venne indubbiamente dalla crescita degli enti pubblici ed in particolare dell’industria statale, la gestione e organizzazione della quale richiedeva un ingente apparato amministrativo e burocratico. Nel settore privato iniziarono inoltre ad emergere gli effetti della crescente professionalizzazione gestionale delle imprese. Soprattutto le aziende di medie e grandi dimensioni iniziarono ad avvertire in misura crescente la necessità di più articolato settore amministrativo organizzato secondo funzioni e competenze diverse. Accanto alla domanda di addetti alla gestione contabile delle aziende, andava così aumentando la richiesta di personale sempre più specializzato in settori per certi versi del tutto “nuovi”, come le pubbliche relazioni, la pubblicità o le comunicazioni di massa. Nelle industrie più dinamiche di quegli anni (meccanica, chimica e automobilistica) acquistò un ruolo di grande rilievo la figura del tecnico. 3

All’incremento quantitativo del ceto impiegatizio non corrispose tuttavia un accrescimento di riconoscimento o prestigio sociale della figura dell’impiegato. Il principio della parcellizzazione del lavoro non riguardava infatti solo gli operai addetti alla catena di montaggio, ma anche l’organizzazione gestionale delle imprese, così che le tra le categorie meno qualificate degli impiegati non erano insoliti sentimenti di disagio e alienazione rispetto al proprio lavoro.

I fattori della crescita economica

I fattori della crescita economica si possono distinguere in due fasi. La prima fase, quella che va pertanto dall’inizio degli anni Cinquanta al 1957 è stata una fase definita “preparatoria”, nel corso della quale si sono consolidate le basi dello sviluppo successivo. In questo primo periodo la crescita economica dell’Italia fu principalmente favorita dall’integrazione del paese nell’area di influenza statunitense; ciò che aveva comportato l’adesione al sistema monetario internazionale di Bretton Woods, la possibilità di accedere alle risorse erogate dal Fondo monetario internazionale, oltre che la concessione di generosi finanziamenti e sapere tecnico erogati nel quadro del piano Marshall.

L’intervento dello Stato

L’innesco del processo di sviluppo economico fu favorito anche dalla concomitanza di alcuni fattori più specificamente endogeni, più attinenti cioè alla particolare struttura economica dell’Italia. Tra questi vanno segnalati in primo luogo l’intervento dello Stato, importante fu soprattutto per l’opera di promozione delle materie prime necessaria alla produzione industriale. In seguito alla creazione della Finmeccanica (voluta da Oscar Sinigaglia, un manager pubblico a cui si dovette il piano di ristrutturazione dell’intero settore siderurgico) l’acciaio italiano riuscì ad attestarsi su prezzi estremamente competitivi così da poter stimolarne una crescente richiesta da parte dell’industria meccanica privata. Analogo fu il tipo di intervento perseguito da altri due “bracci” dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), come la Finelettrica e la Fincantieri. Analogo fu anche l’effetto sortito dalla creazione dell’Eni e la messa a disposizione di combustibili competitivi all’industria privata italiana.

Le rimesse degli emigrati

Una importante fonte di risorse era costituita dalle rimesse degli emigrati. È importante ricordare che in questo periodo l’Italia era ancora un paese di forte emigrazione (verso gli Stati Uniti sin dagli anni Venti e Trenta, e in misura crescente verso la Svizzera, il Belgio, la Francia e la Germania nei primi anni del secondo dopoguerra, poiché in questi paesi i salari erano notevolmente più elevati che in Italia). Ancora nei primi anni Cinquanta l’emigrazione favorì il drenaggio di risparmi e capitali verso l’Italia, stimolando in questo modo la domanda interna, ciò che nella prima metà del decennio si rifletté soprattutto nel dinamismo dei settori dell’edilizia (la situazione abitativa di milioni di persone era in quel periodo ancora estremamente precaria) e dell’industria alimentare. 4

Gli effetti dello sviluppo

Un aspetto importante del “boom” riguarda il grande sviluppo della mobilità sociale e le conseguenze che ciò poteva comportare.

L’esodo dalle campagne, l’emigrazione, la ricerca di un lavoro meglio retribuito nelle grandi città apriva alle più giovani generazioni un orizzonte di opportunità.

La Lambretta, la Seicento, le moto Ducati, Guzzi, Benelli e poi la Vespa della Piaggio ecc... queste sono le grandi marche che inaugurano l’avvio della motorizzazione della società italiana, con tanto di continuo ampliamento della rete dei collegamenti stradali.

Un oggetto di studio fortemente rivelatore di come e quanto stesse cambiando la società italiana in relazione alla crescita economica è offerto dal tema dell’alimentazione. Oltre a farsi più ricca e più varia, l’alimentazione degli italiani risentì fortemente delle trasformazioni indotte dall’industrializzazione. Grazie alla fittissima rete dei commercianti al dettaglio le innovazioni introdotte dall’industria alimentare (prodotti conservati, i preparati, gli inscatolati) raggiungono rapidamente tutte le famiglie italiane.

I costi dello sviluppo

L’estrema rapidità con cui si è compiuta la grande trasformazione dell’assetto economico dell’Italia repubblicana, la mancanza di una politica economica volta alla pianificazione dello sviluppo, i preesistenti squilibri del tessuto economico italiano, non potevano non influire su quelle che sono state definite le distorsioni che hanno accompagnato, per certi versi anche approfondendosi, la grande fase di crescita economica attraversata dall’Italia.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il volto delle grandi città del nord come Milano e Torino subì una profonda trasformazione a causa del grande flusso migratorio interno. Migliaia di immigrati approdavano alle stazioni in cerca di lavoro e di un luogo dove abitare. Intorno a Milano, là dove ancora c’erano terreni di campagna privi di luce, acqua e di tutti i servizi essenziali, si crearono le coree. Lì gli immigrati abitavano in case sempre più affollate poiché i primi arrivati affittavano ai nuovi stanze e cantine.

Oltre ai grossi disagi vissuti dai nuovi arrivati, in quegli anni i ritmi e le dimensioni dell’urbanizzazione erano tali da creare numerosi e nuovi problemi alle intere collettività e soprattutto alle amministrazioni cittadine, che si trovarono a dovere gestire situazioni di vera e propria emergenza, in cui il problema abitativo si sovrapponeva a pressanti quanto crescenti domande di infrastrutture, servizi, scuole, trasporti e tutto ciò che la vita in un contesto urbano può richiedere.

Una delle manifestazioni più palesi dell’aumentato tenore di vita degli italiani negli anni del boom economico si poteva riscontrare nella impetuosa crescita e diffusione dei consumi.

Gli effetti indotti dalla trasformazione dell’economia del paese, tra cui il declino di alcuni settori tradizionali come l’agricoltura o l’industria tessile produssero un ulteriore effetto nel mercato del lavoro, ossia la crescente tendenza alla estromissione delle donne dal mercato del lavoro.

La rapidità con cui si compié la trasformazione dell’Italia da paese agricolo a potenza industriale innescò un processo altrettanto rapido di modernizzazione materiale del paese. Molto più lenti sarebbero stati invece i tempi della modernizzazione culturale della società italiana, poiché i tempi dei mutamenti profondi, a livello di sistemi di valori e di mentalità, sono tendenzialmente più lunghi dei processi economici. 6

L’autore nel suo tempo

L’attività intellettuale e di scrittore di Italo Calvino, che si estende dall’immediato dopoguerra ai primi anni ottanta, abbraccia un periodo cruciale per la società italiana che, affronta la propria ricostruzione e in pochi decenni si trasforma radicalmente da società prevalentemente agricola ad avanzata società industriale.

Egli aveva partecipato ancora molto giovane alla Resistenza e, nell’euforia del dopoguerra, condivise lo slancio ottimistico degli intellettuali, impegnati nella ricostruzione del paese su basi democratiche e nella fondazione della nuova cultura. Erano gli anni del Neorealismo e della fiducia, da parte degli scrittori nella possibilità di conciliare attività letteraria e politica, per contribuire alla diffusione degli ideali antifascisti maturati durante la Resistenza. In quel periodo Calvino pubblicò il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e la raccolta dei racconti Ultimo viene il corvo (1949). In essi sono già ampiamente presenti quegli aspetti di favola, di gioco e di avventura che diverranno fondamentali nella narrativa di Calvino, per la quale Vittorini coniò la formula di realismo a carica fiabesca o fiaba a carica realistica.

Una nuova visione della letteratura

La stagione degli entusiasmi e della fiducia in un ruolo politicamente attivo degli intellettuali non durò a lungo e già nei primi anni cinquanta il Neorealismo era in crisi. Calvino affermò invece il diritto per lo scrittore a una totale libertà creativa ed espressiva, che non significava però disimpegno e isolamento della realtà. Anzi, Calvino fu sempre molto attento a tutto ciò che gli succedeva intorno; ma il suo sguardo sul mondo, acuto, intelligente, ironico, restò libero da predisposte posizioni ideologiche.

Tra fiaba e realtà

Il gusto di raccontare storie fantastiche e fiabesche, già presente nelle prime opere, si espresse appieno nei romanzi degli anni cinquanta. Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), che insieme formano una trilogia a cui l’autore diede il titolo I nostri antenati. Ma in queste opere, accanto all’elemento fiabesco, è presente l’elemento razionale: sono i due poli attorno ai quali sempre ruota la narrativa di Calvino. Le sue storie fantastiche non sono puri divertimenti ma, attraverso significati allegorici e simbolici presenti nella struttura della favola, contengono molti aspetti di analisi e di critica dalla società. Per Calvino, la favola, così come Le cosmicomiche (1965) e di Ti con zero (1967), non è mai solo evasione nel mondo dell’irreale e dell’assurdo, ma è lucida e ironica rappresentazione della realtà che, proprio perché capovolta, può essere osservata con maggior distacco e razionalità. Del resto, Calvino si espresse anche nel registro realistico, come avviene ne I racconti (1958).

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