Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
Istituto professionale di istruzione secondaria superiore
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A.S. 2008/2009
Esame di Stato
Il bambino di ieri, il bambino di oggi:
due realtà a confronto
Che cosa è importante conoscere oggi?
Pamela Raguso 0
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
V A S.S. 1
Pamela Raguso
Che cosa è importante
conoscere oggi?
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto 1
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
Presentazione
Ho scelto come tema principale della mia tesina “Il bambino di ieri, il bambino di oggi” perché attraverso lo stage, svolto presso le strutture di asilo nido, ho potuto constatare l’importanza dell’infanzia; e come l’educazione e il modello degli adulti siano fondamentali per la crescita del bambino.
Scopo del presente lavoro è offrire spunti di riflessione sul passato e sul presente, in particolare sul modo di vivere del bambino. Analizzando le differenze e i cambiamenti che, durante gli anni, il bambino si è ritrovato ad affrontare.
Oggi è facile pensare che il bambino possegga un’intelligenza precoce e che sia frutto di un amore reciproco da parte dei genitori.
Ma in realtà, nel corso degli anni, vi sono state una serie di trasformazioni che hanno portato, oggi più che mai, a considerare il bambino uno strumento di auto-realizzazione della famiglia.
Il bambino dunque è visto con occhi diversi rispetto al passato.
Ma, qual era la concezione degli adulti nei confronti del bambino di ieri e del bambino di oggi?
Nel primo capitolo viene analizzato il bambino attraverso gli occhi degli adulti. E in come il fanciullo appartenesse già al mondo dei grandi. Per poi confinare nel capitolo successivo nella quale viene esaminato l’evoluzione del pensiero dell’adulto nei confronti dei più piccoli e l’approccio differente, grazie alla volgarizzazione delle scienze sociali, che i genitori assumono con il proprio bambino.
E infine nell’ultimo capitolo si evidenzierà l’importanza dell’infanzia di Gesù e di come sia stato, è, e sarà un modello per tutti i bambini di ieri, di oggi e di domani.
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto 1
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
Indice
Primo capitolo: Il bambino di ieri
Italiano: “La lunga vita di Marianna Ucrìa” di Dacia Maraini e “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino..................................................... 3
Storia: Il Nazismo........................................................................................... 9
Tecnica Amministrativa: Il lavoro.................................................................... 14
Cultura Medica: Il tifo; Il morbillo................................................................... 17
Secondo capitolo: Il bambino di oggi
Psicologia: I meccanismi di difesa di Anna Freud............................................ 22
Diritto: I diritti dell’infanzia.............................................................................. 28
Inglese: “The hundred is there” Loris Malaguzzi.............................................. 35
Terzo capitolo: Il bambino di ieri, di oggi e di domani
Religione cattolica: La nascita di Gesù............................................................ 39
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
Primo capitolo
Che cosa è importante conoscere oggi?
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Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
Nella società medievale, che assumiamo come punto di partenza, il sentimento dell’infanzia non esisteva; il che non significava che i bambini fossero trascurati, abbandonati o disprezzati. Si è portati piuttosto a pensare che in quel mondo non ci fosse posto per i bambini.
Il sentimento dell’infanzia non si identifica con l’affezione per l’infanzia, ma corrisponde alla coscienza delle particolari caratteristiche infantili che essenzialmente distinguono il bambino dall’adulto, anche giovane. Questa coscienza non esisteva. Perciò, appena il bambino poteva vivere senza le cure costanti della madre, della nutrice o della bambinaia, apparteneva alla società degli adulti. L’infanzia era, quindi, un periodo di transizione che passava presto e di cui si perdeva presto il ricordo.
Questa società d’adulti a noi, oggi, sembra molto spesso puerile: per via, indubbiamente, della sua età mentale, ma anche della sua età fisica, perché in parte si componeva di bambini e di giovanissimi.
La lingua non dava alla parola bambino il senso ristretto che ormai gli attribuiamo: si diceva bambino come oggi si dice correntemente ragazzo.
Il bambino piccolissimo, ancora troppo fragile per mescolarsi alla vita degli adulti, non contava nulla; perché poteva non sopravvivere. Infatti, appena il bambino aveva oltrepassato questo periodo di intensa mortalità, in cui la sopravvivenza era molto aleatoria, si confondeva col mondo degli adulti.
È in questo quadro che si colloca il libro scritto nel 1990 da una famosa scrittrice, Dacia Maraini, il cui titolo è “La lunga vita di Marianna Ucrìa”. La vicenda si svolge nella prima metà del 1700, in Sicilia, in una località chiamata Bagheria.
È il periodo dei matrimoni combinati fin dall’infanzia dai genitori che si vogliono assicurare sempre più ricchezze, è il periodo dell’inquisizione, delle punizioni esemplari nelle piazze adibite e allestite con forche e patiboli. Marianna Ucrìa, la protagonista di questo romanzo, è una piccola donna nobile destinata come le sorelle e le cugine al matrimonio o alla clausura. A lei, però, le è toccato un destino ben più crudele. Le è toccato, per ordine del proprio padre, sposarsi con suo zio Pietro da cui subisce violazioni fisiche e psicologiche tanto da renderla muta. Ma Marianna non ricorda perché ad un certo
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punto della sua vita le sue orecchie si siano rifiutate di ascoltare e la bocca di parlare. «Uno spavento l’ha assordata e uno spavento la deve guarire…», aveva scritto un giorno in una lettera il signor padre a sua moglie. Così il padre le fece assistere all’impiccagione di un ragazzo giustiziato dal macabro Tribunale dell’Inquisizione, ma le labbra della piccola Marianna non ce l’hanno fatta ad aprirsi. Senza sottrarsi al suo destino di povera femmina, nata solo per saziare l’appetito sessuale dell’uomo, allevare figli, ubbidire, sottostare, invecchiare precocemente; a soli tredici anni, Marianna, partorisce i suoi otto figli, di cui cinque vivi e tre morti. A lungo è rimasto molto vivo il senso che si mettevano al mondo parecchi bambini per conservarne solo qualcuno: per troppi la sopravvivenza era un fatto problematico!
Perciò, non era lecito attaccarsi troppo a ciò che si considerava esposto ad essere eliminato come un prodotto difettoso.
Marianna Ucrìa, quindi, aveva voluto tenere i suoi figli a una certa distanza preparandosi alla loro perdita. «Con l’ultimo però non ne era stata capace, suscitando con il suo affetto eccessivo, imperdonabile, il rancore degli altri. Non aveva resistito al richiamo di quella sirena». Finché un giorno, Signorotto, il suo prediletto figlio, si era ammalato. E la mamma bambina, chiusa in una disperazione sorda come le sue orecchie e muta come le sue labbra, tenta disperatamente di salvarlo. Ma il suo tentativo risulta essere vano. Anche «le figlie femmine le ha perse troppo presto si dice Marianna».
Manina, per volontà del padre, le è toccato a soli dodici anni diventare una sposa bambina. «Marianna ripensa alle tante lettere indignate che ha scritto al marito per dissuaderlo da quel matrimonio precoce. Ma è stata sconfitta da parenti, amici, consuetudini. Oggi si chiede se non sia stato troppo poco quello che ha fatto per la figlia più giovane». Felice «la più gaia delle sue figlie» è entrata in convento a 11 anni. Infine Giuseppa all’età di 18 anni è rassegnata ai tradimenti del marito.
È dunque chiaro che ai quei tempi il rispetto dovuto all’infanzia era del tutto ignorato. Basti pensare che davanti ai bambini ci si permetteva tutto: parole crude, azioni e situazioni scabrose; i bambini avevano sentito tutto, avevano visto tutto. Perciò lo stupro subito da Marianna Ucrìa non suscitava scalpore. Tantomeno il matrimonio combinato di una ragazza di appena tredici anni. Poiché sia i bambini
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che le bambine venivano già viste persone adulte. E lo si scorge anche dagli abiti che indossa Marianna «un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione cerea». Il modo di vestire attesta fino a che punto
l’infanzia era poco caratterizzata nella realtà concreta dei costumi: il bambino si trovava essere vestito come gli uomini e le donne della sua condizione.
Questo vecchio genere di vita non separava i bambini dagli adulti né attraverso il vestire, né attraverso il gioco, né attraverso il lavoro. E si andrà così fino a tutto l’Ottocento e la metà del Novecento. 5
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Né è testimonianza il romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” raccontato da Italo Calvino, durante il periodo della resistenza partigiana italiana. Pubblicato nel 1947.
Il protagonista della storia è Pin, un bambino con la «giacca troppo da uomo per lui» che «tracanna bicchieri di vino tutto d’un fiato come inghiotte fumo»; un bambino solo e desideroso di appartenere al mondo degli adulti, che a soli dieci anni lavora nella bottega del ciabattino Pietromagro da cui viene continuamente picchiato a causa della sua perenne assenza nel posto di lavoro. La sera solitamente si reca all’osteria dove degli uomini gli offrono da bere e gli chiedono di cantare con la sua voce rauca. Pur sentendo questi uomini a lui più vicini dei «mocciosetti» della sua età, tra loro si sente sempre escluso, di troppo ed essi gli sembrano misteriosi, ambigui «con quella loro fissa di donne e di armi». Pin è molto influenzato dal mondo degli adulti, dai loro vizi di cui scherza, ma che non comprende del tutto.
Quando la storia ha inizio, Pin è un ragazzino che osserva dal suo mondo fiabesco di «bambino vecchio» le esistenze misteriose e ingarbugliate dei grandi: e a volte sono gli amplessi animaleschi della sorella, che Pin spia con «occhi come punte di spillo» dal ripostiglio stretto e scuro che è la sua camera, a volte sono parole oscure e affascinanti alle quali il bambino attribuisce significati favolosi. E tutto questo è la Storia, ma Pin non lo sa, non sa ancora cosa sia la Storia, quest’oggetto incomprensibile che nei suoi sogni di bambino prende la forma di una pistola, una P38 rubata a un ufficiale tedesco, uno degli amanti di sua sorella. La pistola diventa allora l’oggetto magico delle favole, è l’anello che rende invisibili, la bacchetta magica che permette a Pin di entrare nel mondo favoloso dei grandi.
Pin è un personaggio di confine, sospeso tra un’infanzia che non gli è mai appartenuta e un mondo adulto ancora lontano ad estraneo, ma che tuttavia lo attrae, perché sente che lì forse potrà avere un’occasione di riscatto, potrà trovare l’Amico, il compagno, l’anima con cui condividere il castello dei sogni e segreti su cui poggia la sua piccola vita di picaro senza affetti. In questa sua ricerca sconclusionata, senza guide e senza direzioni preordinate, Pin diventa a volte un inconsapevole moralista: guarda gli adulti con i suoi occhi vuoti di esperienza, e da questa osservazione sa trarre una saggezza tutta sua, che lo rende ancora più solo, ancora più in bilico tra desiderio, rabbia e paura. 6
Il bambino di ieri, il bambino di oggi: due realtà a confronto
L’unico gioco a contare in questo momento è la guerra, e anche Pin vuole parteciparvi, con la cieca cocciutaggine del bimbo che non vuole rimanere da solo nell’angolo del cortile, che vuole anche lui far parte della banda. Ma è un gioco duro e difficile, le regole molto spesso sfuggono a Pin: non capisce i comportamenti e le reazioni di questi uomini, un po’ delinquenti, un po’ clown, che si trovano, riuniti in un bosco come i personaggi di una fiaba, a recitare il dramma della Storia ognuno a modo suo, senza che ci sia un regista a dare un senso a tutto. Anche Pin prova a ritagliarsi un suo ruolo, nel modo che conosce meglio: quello del monello beffardo, senza vergogna, senza peli sulla lingua, che con i suoi scherzi spazza via le ipocrisie degli adulti. Ma anche la sua è una maschera, anche Pin ha un vuoto, un dolore segreto da nascondere. Sotto la scorza di scugnizzo buffo e vivace, il desiderio profondo è la pace, la purezza, quelle che la Storia non può né potrà mai dare e che allora Pin cerca nella natura. È una natura libera, selvatica e incontaminata. Il mondo immobile e incantato del sentiero dei nidi di ragno, che solo Pin conosce, e che rivelerà solo al suo grande Amico, quando finalmente lo incontrerà: ma nel frattempo, il bambino trasporta anche lì il suo bagaglio di sofferenza e crudeltà, e da vittima dei grandi si trasforma in carnefice delle creature di fossi e prati. «Chissà che cosa succederebbe a sparare una rana», si domanda, «forse resterebbe solo una bava verde schizzata su qualche pietra»; e poi infilza i ragni su lunghi stecchi per osservarli con gelida attenzione, «un piccolo ragno nero, con dei disegnini grigi come sui vestiti d’estate delle vecchie bigotte»; e ancora grilli, con la loro «assurda faccia di cavallo verde», li taglia a pezzi per fare «strani mosaici con le zampe su una pietra liscia». Non è una natura idilliaca, quella che fa da teatro alle scorribande di Pin: è un macello, un laboratorio di piccoli orrori, un teatrino gotico dove Pin mette in scena la lezione imparata suo malgrado dalla Storia: che esistono sempre e ovunque, i forti e i deboli, e sempre e ovunque i forti hanno la meglio. Anche se a volte sembra volerne dubitare, questa è l’amara saggezza raggiunta nel corso della sua minuscola vita. Troverà il suo amico, Pin, e lo troverà proprio nel modo dei grandi: Cugino, con il suo mantello scuro e le mani grandi, che sembrano di pane, le poche parole brusche e il peso di un grande dolore alla spalle. Un altro tradito dalla
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vita, che trova nella guerra un senso, un’alternativa, uno scopo per vivere. Lui alla fine del romanzo, sarà incaricato di uccidere la sorella di Pin che fa la spia per i tedeschi. Ma Pin non lo capirà, Pin non riesce a decifrare la Storia nei suoi significati profondi: per il bambino, essa rimane un geroglifico, un enigma, come quei strani mosaici fatti di zampe di grillo, come gli schizzi verdi di rana spiaccicati su un sasso. Conta solo aver trovato l’Amico, e solo in ragione di questo umile affetto umano Il sentiero dei nidi di ragno può chiudersi con un’immagine di speranza.
«E continuarono a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano». 8
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È qualcosa in più che rende Il sentiero dei nidi di ragno un romanzo particolare, quasi unico nella tradizione letteraria italiana. È lo sguardo dal basso: la guerra è raccontata attraverso lo sguardo trasognato e dispettoso di un bambino, che vede il mondo con l’asciutta chiarezza di una macchina fotografica, non per una raggiunta consapevolezza di stile, ma perché non possiede ancora gli strumenti etici con cui gli adulti distinguono il bene dal male (scegliendo poi, quasi sempre, la seconda alternativa).
In tutte le guerre i bambini sono stati vittime. Ma soprattutto durante il nazismo conobbero la crudeltà dell’essere umano.
La stabilità raggiunta dalla Germania weimariana alla metà degli anni venti s’infranse, quando le conseguenze della crisi economica del 1929 si abbatterono con violenza sul paese: l’economia tedesca, strettamente legata ai finanziamenti americani, soffrì più di altre le conseguenze del crollo di Wall Street. Nel giro di pochi anni la produzione industriale si dimezzò e i disoccupati raggiunsero nel 1932 i sei milioni, pari quasi ad un terzo della popolazione attiva. Ripresero con intensità i conflitti sindacali perché una nuova ondata inflazionistica colpì il potere d’acquisto dei salari. È in questo quadro che si colloca l’ascesa al potere di Hitler e quindi l’affermazione del nazismo.
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