Oltre la mano invisibile
Cambiamento del ruolo dello Stato in economia con particolare riferimento al 1900.
Sommario
- Introduzione: cambiamento del ruolo dello Stato in economia con particolare riferimento al 1900;
- L'evoluzione del liberalismo economico;
- Introduzione alla crisi “del sistema economico liberale”; crisi del 1929;
- Le cause storico-politiche della crisi;
- Primi rimedi e loro conseguenze; due modi di intendere il ruolo dello Stato in economia;
- Il 1932-33: il New Deal di Franklin Delano Roosevelt;
- L'intervento statale e la fine del liberismo. Varie forme di interventismo dello Stato in economia;
- La diffusione e l'interpretazione delle idee keynesiane;
- The birth and the decline of the welfare state: Thatcherism;
- Motivazioni dell'intervento pubblico;
- Bibliografia. mano
La crisi economica è grave. Le ragioni stanno certo nella cattiva politica, nella libertà consentita alla speculazione finanziaria, nell'eccesso di fiducia nella forza regolatrice del mercato, comprimendo o addirittura osteggiando il ruolo delle pubbliche istituzioni: incentivi e interventi pubblici, con le riforme istituzionali che possono favorire l'economia.
A questo punto per rimediare non c'è che una strada: incentivi e interventi pubblici, con le riforme istituzionali che possono favorire l'economia. Oggi, in settori cruciali dell'attività economica, il ruolo dello Stato è certamente diverso rispetto al passato, ma non per questo meno pregnante. Bisogna perseguire la funzione del benessere sociale mediante l'intervento nell'economia per una più efficiente ed equa distribuzione delle risorse e per la stabilità del sistema economico.
Da «Perché è necessario ripensare l'economia per una società giusta, Kaushik Basu, Oltre la mano invisibile. Prefazione» Fonte: http://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1148&Itemid=101
“La scienza economica ha prodotto un'abbondante letteratura sui vantaggi del libero mercato. E dal punto di vista puramente logico non c'è dubbio che l'affermazione sia valida: il libero mercato può assolvere a funzioni sociali importanti, anche se non necessariamente contemplate dai singoli individui che costituiscono la società. O, per dirla come farebbe un economista, un equilibrio di mercato può essere socialmente efficiente anche se è il prodotto di individui che mirano ciascuno al proprio interesse egoistico. Esistono teoremi che dimostrano questo concetto con precisione e con tutta la potenza di fuoco della moderna teoria economica.
L'errore che compie una buona parte degli operatori – lobbisti, avvocati, politici ed influenti giornalisti economici – che attinge alla saggistica economica tradizionale consiste nel non rendersi conto che la concettualizzazione manualistica del libero mercato descriverà pure tutte queste qualità, ma che un mercato del genere non solo non esiste ma probabilmente non può esistere nella realtà. E che non è neanche sostenibile la tesi più cauta secondo cui avvicinarsi al modello di un mercato perfettamente libero serva a condurci verso una qualche sorta di ideale sociale. Il teorema del libero mercato possiede una grande forza intellettuale e un grande fascino estetico, ma l'abuso che ne viene fatto comporta implicazioni enormi per il pianeta, in particolare riguardo al modo in cui decidiamo le politiche economiche, ragioniamo sulla globalizzazione e rigettiamo il dissenso”.
L'evoluzione del liberalismo economico
Liberalismo economico e liberismo
Il liberalismo economico o liberismo ritiene che la libera iniziativa economica dell'individuo, non condizionata dallo Stato, sia la condizione per il funzionamento del mercato. La libera concorrenza e il libero scambio determinano l'aumento della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Il solo intervento dello Stato, riconosciuto come lecito, è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato.
Nel dibattito economico del XVIII secolo la Fisiocrazia ha esposto per prima questo concetto individuando nella natura la fonte di ogni ricchezza e condannando qualsiasi ingerenza da parte delle autorità, che ostacolasse o indirizzasse lo sviluppo economico del paese. Ai fisiocrati va riconosciuto il merito di aver superato l'idea mercantilistica che la ricchezza e il suo incremento siano dovuti allo scambio.
In Inghilterra fu Adam Smith a sostenere nell'«Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni» la medesima teoria, con la differenza che la ricchezza non è prodotta dal lavoro dei campi ma dall'attività industriale, che proprio in quel periodo conosceva il suo straordinario sviluppo.
Smith, il padre dell'economia politica classica, è l'ideatore della mano invisibile: «È come se nel mondo economico ci fosse una mano invisibile che guida gli interessi individuali in modo che producano un benessere collettivo».
Tuttavia egli stesso non riteneva così centrale il tema della «mano invisibile», prova ne è il fatto che nell'indice della prima stesura della Ricchezza delle nazioni non compariva neanche.
La politica liberista ebbe il massimo sviluppo in Europa nel periodo 1850-1880, soprattutto ad opera dell'Inghilterra, e continuò ad essere seguita fino alla prima guerra mondiale.
In ambito dottrinale, dagli anni '70 dell'Ottocento, si ebbe il superamento dell'impostazione tradizionale dell'economia con la scuola marginalista o neoclassica. Essa criticò la concezione ricardiana di valore/lavoro, condivisa da Marx, secondo la quale il valore della merce era stabilito dalla quantità di lavoro socialmente utile per produrla; riprese la teoria della “mano invisibile” di Smith, ma sviluppò in tutt'altro modo l'indagine economica.
L'analisi economica doveva partire non dall'offerta ma dalla domanda, dal bisogno del compratore che sa valutare quanto dei suoi risparmi o del suo reddito va speso per l'acquisto delle merci.
Il valore di una merce quindi è indicato nella sua “utilità marginale”, cioè in relazione al suo grado o “margine” di utilità. In altri termini, il valore e l'utilità di una merce sono in relazione alle altre merci e ai bisogni degli uomini.
Analogamente l'imprenditore è spinto a produrre una certa quantità di merce nella misura in cui consegue un “sufficiente margine” di guadagno. Questa analisi viene affrontata dai marginalisti in modo isolato e indipendente da considerazioni di altra natura, sia di ordine sociale, sia di ordine politico, come invece le precedenti teorie avevano sostenuto.
Tale sistema, ritenuto stabile e armonico, sarà oggetto di critica da parte di Keynes, che propose descrizioni più ampie e dinamiche dei rapporti economici.
Introduzione alla crisi “del sistema economico liberale”
Liberismo economico
Il liberismo economico entra in crisi in un determinato periodo storico, caratterizzato dal grande crollo di Wall Street che portò alla crisi del 1929.
Con questo termine viene indicato un periodo della storia economica del Novecento durante il quale si ridussero considerevolmente e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell'economia di un paese.
Le cause storico-politiche della crisi
Nel primo dopoguerra l'economia degli Stati Uniti ebbe un forte incremento, dovuto anche alla grande richiesta d'investimento che veniva dall'Europa per la ripresa delle varie potenze che avevano partecipato al primo conflitto mondiale.
Infatti, in America dal 1922 al 1929, la produzione industriale – soprattutto quella dei nuovi «beni durevoli» – aumentò del 64%, la produttività del lavoro del 43%, i profitti del 76% e i salari del 30%.