ISIS V. Manzini
Corso Linguistico Moderno
Anno scolastico 2013/2014
Lo sport femminile
Un caso pratico: il nuoto
La candidata Docente referente
Stefania Bratti Rosalia Sgubin
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Indice
- Introduzione.................................................................pag. 2
- Lo sport nella società di massa........................................pag. 3
- Il ruolo dello sport e delle donne nei regimi dittatoriali........pag. 7
- Sportlerinnen in der DDR................................................pag. 12
- Differenze fisiologiche e morfologiche tra il genere maschile e quello femminile........................................................pag. 15
- I fondamentali del nuoto..................................................pag. 19
- Conclusione.................................................................pag. 28
- Bibliografia e sitografia..................................................pag. 29
- Immagini................................................................pag. 30
Introduzione
Non so cosa mi abbia portato ad entrare per la prima volta in una piscina, ho solo ricordi sfocati di momenti indelebili. Molte volte ognuno di noi ha bisogno di aggrapparsi ad un sogno, fissare un obiettivo cercando di raggiungerlo ed io l’ho trovato nuotando.
La piscina è il mio porto sicuro, l’acqua il mio piccolo mondo nel quale passo interi pomeriggi ad allenarmi, così grazie a questo sport ho scoperto di essere combattiva e determinata e ho costruito giorno dopo giorno, un grande rapporto di amicizia con i miei compagni di squadra. Nuotare a livello agonistico per quasi otto anni mi ha formato come persona, insegnandomi cosa vuol dire sapersi organizzare e voler dare il meglio di sé.
Il brivido di quella sedia bianca e fredda, su cui mi siedo nell’attesa di una gara, il blocco bagnato che segna il punto di partenza, il riflesso della mia immagine nell’acqua nel momento del tuffo sono tutti particolari che mi danno emozioni che so rimarranno indelebili dentro di me.
Proprio per questa mia passione, quando ho dovuto scegliere un argomento da trattare sotto forma di tesina multidisciplinare, ho capito che per me era giunto il momento di fermarmi a riflettere e capire meglio quello che faccio quotidianamente.
Dovevo capire quando e come era nata questa pratica sportiva e quali erano state le difficoltà e le opportunità che avevano incontrato le donne nello sport. Volevo anche capire i rischi che un certo tipo di doping, di cui avevo vagamente sentito parlare, ha sul corpo femminile. Per questo ho deciso anche di approfondire il ruolo della morfologia e della fisiologia femminile rispetto a quella maschile nel raggiungimento di determinati risultati nel nuoto, i cui diversi stili infine ho scelto di trattare nella parte finale.
Nella scelta delle immagini ho utilizzato materiale messo in rete da una mostra tenutasi alla Biblioteca Braidense di Milano nel marzo 2010, chiamata “Pioniere dello sport”, per le foto di maggiore attualità ho utilizzato spesso quelle di Francesca Pellegrini, una celebrità del nuoto femminile, ma anche le mie che mi ritraggono nel mio elemento naturale: l’acqua...della piscina.
Lo sport nella società di massa
La nascita dello sport moderno si può far risalire al tempo della prima Rivoluzione Industriale in Inghilterra e, più precisamente, nelle “public school” o scuole private, luoghi dove venivano educati giovani aristocratici e borghesi. Attraverso la pratica di “nuove” discipline sportive gli insegnanti, oltre che i valori della società inglese come la lealtà e l’onore, miravano a formare il carattere dei ragazzi insegnando loro a reagire alle avversità.
La pratica delle nuove discipline sportive non è attuata solo nelle “public school”, e quindi solo da aristocratici e borghesi, perché, quando le condizioni di lavoro degli operai migliorano, soprattutto per la riduzione dell’orario di lavoro, anche le classi più svantaggiate possono permettersi di praticare attività ricreative.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento lo sport acquisisce anche un valore economico, infatti diventa un vero e proprio spettacolo d’intrattenimento, facendo divenire le pratiche sportive molto popolari tra i ricchi imprenditori, i quali incominciano a costruire stadi e investono sulle squadre comprando i giocatori migliori. È chiaro dunque come tutto ciò porti ad una vera e propria professionalizzazione dello sport dove chi gioca viene pagato e chi guarda paga. La nascita dello sport moderno però non fa arricchire soltanto le classi ricche, ma può anche dare una possibilità di ascesa sociale ai componenti più sportivi delle classi operaie.
Infine anche la pubblicità, le scommesse e la stampa sportiva specializzata hanno un ruolo importante nella mercificazione dello sport, infatti grazie ad essi si crea un vero e proprio coinvolgimento di massa con un grande impatto sulla società e di conseguenza cambiano abitudini, usanze e perfino modalità di pensiero.
È proprio con la nascita della cultura di massa che si diffonde, grazie soprattutto alla stampa e al cinema, un’immagine di donna più libera, sebbene la figura maschile, più forte e importante economicamente e culturalmente, sia sempre stata favorita rispetto a quella femminile, anche per quanto riguarda la partecipazione alle pratiche sportive. La causa di tutto ciò è forse da ricercare nello stereotipo che vede la donna come debole, remissiva e passiva a differenza dell’uomo, forte, competitivo e attivo, il carattere simbolicamente bellico che lo sport richiede nello scontro tra due squadre.
Dai primi anni del Novecento però le donne di provenienza sociale media e medio-alta iniziano a praticare attività sportive, pur mantenendo l’idea di femminilità che, secondo la tradizione, imponeva loro dure limitazioni rispetto al modo di vestire e agli sport competitivi, considerati praticabili esclusivamente dal sesso forte. Nell’Inghilterra vittoriana, terra natale dello sport moderno, infatti, le prime pratiche sportive femminili che si diffondono sono quelle che non entrano in conflitto con l’idea di femminilità e raffinatezza tipiche dell’epoca e che non richiedono un consumo di energia eccessivo.
Inoltre alla donna vengono poste barriere simboliche e culturali che la relegano al ruolo di madre e quindi esclusivamente alla sfera domestica. Il suo ruolo principale, infatti, è quello di avere ed educare i figli e quindi la sua conformazione fisica, legata soprattutto alla gravidanza e all’allattamento, è considerata poco idonea alla pratica di attività sportive impegnative, perciò le atlete si dedicano piuttosto ai giochi da tavolo o all’attività fisica leggera.
L’estensione dell’attività fisica anche alle donne è un passo importante per la storia dell’emancipazione femminile in quanto è una possibilità di crescita mentale e fisica, sebbene si vengano comunque assegnati loro sport che conservino il decoro e la moralità tipiche di una signora per bene.
Tuttavia è a partire dagli ultimi due decenni dell’Ottocento che la medicina inizia a valutare che l’esercizio fisico leggero, come la ginnastica svedese o il croquet, possa aiutare anche la capacità riproduttiva delle donne.
Come nello sport maschile anche quello femminile vede evidenti differenze fra le varie classi sociali, in quanto la pratica dello sport per le classi più agiate non solo permette loro di fare attività all’aria aperta, ma anche esibire comportamenti e attrezzature adatte, distinguendosi dai volgari ceti popolari, lasciando intatta l’idea di femminilità tanto cara alle élite.
È sempre a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento che si diffonde l’uso della bicicletta che determina un progressivo cambiamento dell’abbigliamento per il tempo libero.
Con la diffusione della bicicletta infatti c’è una legittimazione di abiti meno formali e più adatti al movimento, come gonne più corte, gonne pantaloni o con l'inserimento di elastici e nastri per accorciarle e fissarle. Si tratta di una piccola rivoluzione perché la donna deve comunque evitare di apparire troppo sessualmente aggressiva e libera. Andare in bicicletta, però, inizialmente non ha finalità competitive, in Inghilterra per esempio alle donne è permesso iscriversi all’Associazione Nazionale di Cicloturismo già dal 1880, ma è solo a partire dal 1916 che a queste è permesso di gareggiare, segnando così la nascita del ciclismo femminile.
Come lo sport moderno maschile ha inizio nelle “public school” in Inghilterra, anche per le donne l’attività fisica si diffonde proprio nelle scuole e nei collegi femminili, grazie anche all’estensione per le ragazze degli studi superiori. Secondo alcuni medici infatti l’educazione fisica deve far parte del bagaglio scolastico di ogni ragazza, che deve saper dimostrare di poter essere contemporaneamente madre e donna.
In Italia, però, a cavallo tra Ottocento e Novecento, nonostante l’intensa propaganda e le riforme scolastiche di De Sanctis e Gentile, non viene praticata molta attività fisica. Nel 1879 la riforma del Ministro della Pubblica Istruzione De Sanctis rende obbligatoria la ginnastica, che lui chiama “Ginnastica educativa”, nelle scuole di ogni ordine e grado (elementari, secondarie, normali e magistrali) anche per il sesso femminile. Lo scopo è quello di sviluppare nei fanciulli il “sentimento dell’ordine e il coraggio”.
Lezioni di ginnastica femminile alla Società Ginnastica di Torino alla fine del secolo XIX
A testimonianza del clima di quegli anni e del dibattito intenso che accompagnò la riforma di De Sanctis, vi è il libro pubblicato nel 1892 da Edmondo De Amicis che si chiama “Amore e Ginnastica”. È significativo che nel libro a essere decisa sostenitrice della ginnastica sia una maestra, la signorina Maria Pedani. Nel libro la disciplina viene discussa da vari personaggi non come un’attività fine a se stessa, ma nell’ambito di un processo educativo in cui l’insegnante deve avere una preparazione specifica, perché deve conoscere la fisiologia, l’igiene e la tecnologia.
Nel 1923 invece Gentile istituisce l’Ente nazionale per l’educazione fisica a sostegno, anche economico, della ginnastica scolastica.
In linea di massima tutte queste forme di ginnastica organizzate dallo Stato o da élite filantropiche che si sviluppano a partire da fine Ottocento in Europa e negli Stati Uniti sono atte ad aumentare la coscienza dell’utilizzo del corpo e a migliorarne l’igiene al fine di formare cittadini migliori e preparare le classi più povere a prendere il proprio posto di lavoratori, soldati e madri nell’ordine sociale.
Lo Sport Illustrato 14 agosto 1921
Il ruolo dello sport e delle donne nei regimi dittatoriali
Nei regimi totalitari che nascono tra la prima e la seconda Guerra Mondiale, nazismo in Germania e fascismo in Italia le pratiche sportive diventano strumento per governare meglio, ovvero per distrarre dalle attività politiche, perché creare uno spirito unitario e un’immagine di uomo forte e virile in modo tale da dimostrare le ottime qualità della razza.
In Italia la partecipazione femminile agli sport è frenata dal fatto che Mussolini, ritenendo che una crescita demografica possa incoraggiare lo sviluppo dei suoi piani di espansione bellica, attua una politica natalista con una linea antifemminile. Con questa politica demografica “del numero” la donna viene relegata come subordinata all’uomo e limitata alla sua funzione di moglie e madre. A questo proposito viene ridotta l’istruzione femminile, imponendo alle studentesse universitarie il pagamento del doppio delle tasse rispetto a quelle imposte ai loro colleghi maschi. Si esalta il ruolo materno delle donne, scoraggiandole ad intraprendere carriere professionali o attività lavorative. Nel 1923 quindi viene proibito alle donne di diventare presidi, a partire dal 1926 non possono insegnare storia, filosofia, materie letterarie, diritto ed economia alle superiori e dal 1934 viene introdotta la politica delle “quote negative” per le amministrazioni pubbliche e, perciò, le donne non possono superare una certa percentuale, ovviamente minoritaria, tra il personale. Al fine di spingere le donne al solo ruolo di madri, inoltre, il 10 dicembre 1925 viene istituita l’Opera Nazionale per la protezione della Maternità e dell’Infanzia (Onmi), ovvero un ente assistenziale per madri e bambini in difficoltà.
Per raggiungere il suo scopo il regime oltre a ciò riduce le tasse per gli uomini che sono a capo di famiglie numerose e dà loro assegni familiari e premi, considera l’aborto un crimine contro lo Stato, scoraggia la contraccezione, impone ai celibi un’imposta speciale e infine perseguita gli omosessuali.
Nonostante questa particolare politica, a partire dagli anni Trenta il fascismo inizia a fare propaganda all’esercizio fisico e quindi all’associazionismo sportivo sia maschile che femminile. Sia in campo maschile che femminile infatti, seppur in modi diversi, viene esaltata la pratica sportiva e i benefici salutistici che questa comporta, che incarnano l’ideale di forza, coraggio e prestanza tipica dell’uomo che il fascismo pretende. Ma, se per gli uomini praticare sport rappresenta il modo per divenire eccellenti, sani e coraggiosi soldati, per le donne questo significa molto di più perché devono curare la loro salute al fine di mettere al mondo questi “guerrieri” che devono essere già forti e sani dalla nascita e che quindi devono venire allattati e cresciuti da madri sane. Ed è per questo che, nonostante le resistenze dei cattolici e dell’opinione pubblica, il fascismo si impegna a portare avanti questo progetto che è un vero e proprio investimento per il regime.
Prima del fascismo infatti né il partito liberale, né il movimento socialista avevano posto l’attenzione all’esercizio fisico femminile. Solo i modernizzatori cattolici avevano sostenuto una “ginnastica cattolica” e, nel 1923, grazie alla professoressa Teresa Costa, la Gioventù femminile fondò i primi gruppi sportivi, “Forza e Grazia”.
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Storia
- Lo sport nella società di massa
- Il ruolo dello sport e delle donne nei regimi dittatoriali
Tedesco
- Sportlerinnen in der DDR
Scienze
- Differenze fisiologiche e morfologiche tra il genere maschile e quello femminile
Educazione fisica
- I fondamentali del nuoto