Estratto del documento

La società di massa

&

La propaganda 1

A cura di Federica Meani

Liceo scientifico: “Centro Scolastico”, classe 5^A

Anno scolastico 2007/2008

Indice

Introduzione

La produzione di massa; pag. 3

La società di massa; pag. 4

I mass media; pag. 4

Storia dell’arte

Pop art; pag. 6

Andy Warhol; pag. 8

  • Campbell’s Soup Cans; pag. 9
  • Marylin; pag. 10

Storia: il ruolo della propaganda

  • La propaganda di Mussolini; pag. 11
  • La propaganda nazista; pag. 17
  • La propaganda nell’URSS; pag. 20
  • La propaganda nella Guerra fredda; pag. 20

Latino

La propaganda negli autori latini; pag. 22

Il “Manifesto” della concezione liviana; pag. 23

Filosofia

Psicologia delle folle di Gustav Le Bon; pag. 25

Psicologia delle masse di Sigmur Freud; pag. 31

Karl Marx:

  • Manifesto del partito comunista; pag. 32
  • Alienazione del lavoro; pag. 33
  • Dalla rivoluzione alla dittatura del proletariato; pag. 33

Italiano

Giovanni Pascoli; pag. 34

  • La grande proletaria si è mossa;

Gabriele D’Annunzio; pag. 36

  • Canto augurale per la nazione eletta;

Eugenio Montale; pag. 37

  • Incontro

Inglese

Orwell – 1984; pag. 39

Fisica

La televisione; pag. 43

  • Breve accenno sulla storia della televisione;
  • Funzionamento della televisione;
  • Ricevitori televisivi;
  • Televisione a colori;

Bibliografia

pag. 46

Negli anni compresi tra la fine dell’ottocento e i primi anni del novecento il mondo sviluppato attraversa una nuova fase della Rivoluzione Industriale, quella che è stata definita la Seconda Rivoluzione Industriale, una vera e propria svolta strutturale dell’economia capitalistica caratterizzata non solo da innovazioni sul piano dello sfruttamento energetico (elettricità e petrolio) e dall’impulso dato da determinati settori produttivi (siderurgia, meccanica, chimica), ma soprattutto da una riorganizzazione dell’intero sistema produttivo.

Tale riorganizzazione interessa l’articolazione del mercato, la natura delle comunicazioni, il modo di produzione e la ricerca tecnico-scientifica, grazie ai contributi offerti dagli statunitensi Taylor e Gilbreth che realizzarono il principio della catena di montaggio applicato per la prima volta da Ford presso la propria fabbrica di Island Park, per riversarsi poi sul terreno politico-istituzionale, attraverso l’attuazione nei singoli stati di misure protezionistiche, e su quello sociale e culturale con atteggiamenti imperialistici da parte degli stati e dei gruppi economici.

La Seconda Rivoluzione Industriale quindi aveva maggiori caratteri scientifici ed era meno dipendente da quelle invenzioni che non avevano o avevano poca base scientifica.

Questa fase non era tanto diretta a migliorare o accrescere i prodotti già esistenti quanto a introdurre dei nuovi. Per questi motivi non poteva più essere chiamata la rivoluzione del carbone e del ferro ma dal 1870 iniziava l’età dell’acciaio, dell’elettricità, del petrolio e della chimica. Grazie ai contributi dei già citati Taylor e Gilbreth, che realizzarono il principio della catena di montaggio, la fabbrica al proprio interno andò rinnovandosi passando da luogo di produzione a quello di macchina di produzione di massa. Il risultato di tutte queste innovazioni è l’aumento di produttività delle aziende. L’attività industriale viene finanziata nelle diverse nazioni dalle banche e le nuove aziende capitalistiche cercano di schiacciare la concorrenza e a tramutarsi in monopolio. Così molti piccoli imprenditori cedono il passo al trust dei grossi imprenditori e finanzieri.

Produzione di massa

Legato al rinnovato sviluppo della seconda rivoluzione industriale è il fenomeno che passa sotto il nome di produzione di massa, per cui si immette sul mercato una grande quantità di manufatti con buone possibilità di vendita grazie alle accresciute capacità di acquisto dei consumatori. Cosicché diventa fondamentale per ogni azienda conquistare una fetta consistente di mercato e quindi investire grandi risorse nei settori della pubblicità, delle ricerche di mercato, della commercializzazione e distribuzione dei prodotti. Si crea così il rapporto tra industria e consumatori e nascono le tecniche di persuasione e di controllo caratteristiche della vita di questi ultimi anni. Questo fenomeno consiste nella trasformazione del modo e della scala di produzione.

Con il termine produzione di massa gli storici dell’economia e gli studiosi di sociologia industriale si riferiscono a due distinti processi. Un primo significato concerne la razionalizzazione dei metodi produttivi secondo una linea implicita fin dall’inizio della tecnologia di fabbrica nell’ambito delle condizioni capitalistiche di produzione, tendenza già pienamente evidenziata da Marx nell’analisi del primo sviluppo industriale. Tale tendenza ha un salto di qualità negli Stati Uniti già anteriormente alla prima guerra mondiale. Alla vigilia del conflitto mondiale le auto uscivano dalla linea al fantastico ritmo di una ogni due minuti, un tempo che fu più tardi dimezzato.

Queste considerazioni ci introducono al secondo significato di produzione di massa, cioè il largo mercato di beni di consumo connesso alla crescita dei redditi nei paesi economicamente progrediti a cominciare dagli Stati Uniti. Ma anche in Europa tra il 1870 e il 1913 si ha un notevole incremento dei redditi pro capite e dei salari reali. Concorsero a questo risultato la caduta dei prezzi alimentari per l’importazione di grano dal Nord America e dalla Russia e delle carni dall’Argentina, la modernizzazione dell’agricoltura in alcune aree europee, la diminuzione del costo dei manufatti per i miglioramenti tecnologici e per il progresso dei trasporti. Tutto ciò avvenne in un quadro di rapporti sociali nel quale la presenza ormai consolidata di forti organizzazioni di lavoratori impediva di trasformare automaticamente l’abbassamento dei costi in decurtazione dei salari.

La società di massa

Per società di massa si intende un aggregato omogeneo in cui i singoli tendono a scomparire rispetto al gruppo. Numerose ed articolate sono le cause che determinano lo sviluppo della società di massa nell’800; i fattori principali sono:

  • La rivoluzione industriale. Le industrie rivoluzionano le produzioni artigianali, sviluppando metodi di produzione basati sul Taylorismo e sul Fordismo, con lo scopo di aumentare le quantità e ridurre tempi e costi di produzione.
  • La migrazione nei grandi e medi agglomerati urbani crea un più stretto contatto tra le persone, ma è un rapporto privo di radici, anonimo e impersonale. Il sistema delle relazioni sociali non passa più attraverso le piccole comunità tradizionali, ma fa capo alle nuove grandi istituzioni nazionali, i sindacati, i partiti, i servizi sociali.
  • La maggioranza dei cittadini esce dalla dimensione dell’auto-consumo ed entra, da produttore o da consumatore, nel circolo dell’economia di mercato.

I mass media

Per mass media, o mezzi di comunicazione di massa, si intendono gli strumenti la cui tecnologia permette una diffusione delle notizie e della cultura estremamente più dilatata che in qualsiasi altra epoca della storia. Da un lato quindi tutti gli strumenti tecnologici come la radio, il cinema, la televisione; dall’altro anche linguaggi o canali di comunicazione che si appoggiano a tecnologie antiche come la stampa ma che, per mezzo di innovazioni tecniche e soprattutto per la grande rivoluzione nei meccanismi della distribuzione culturale avvenuta agli inizi del Ventesimo secolo, si sono imposti nel panorama delle moderne comunicazioni: è il caso della stampa a grande diffusione come i giornali, i libri pocket o i fumetti. Tuttavia i mezzi di comunicazione di massa in sé sarebbero inconcepibili se non si comprendesse nel loro studio ciò che li produce, l’industria culturale, e ciò che essi producono, la cultura di massa.

Il fenomeno si può inquadrare nel periodo compreso tra la fine degli anni Venti e la seconda guerra mondiale, nei paesi più industrializzati, dove fecero quasi simultaneamente la loro comparsa molti nuovi strumenti destinati all’informazione e al divertimento: dalla radiodiffusione al cinema sonoro, dalla stampa al libro tascabile.

Nasceva un’espressione destinata a larga e duratura fortuna: in italiano mass media, mezzi di comunicazione di massa. La più importante e inquietante caratteristica dei nuovi strumenti stava proprio nel loro essere “di massa”, nel fatto cioè che essi si rivolgevano ad un pubblico quantitativamente enorme e qualitativamente indifferenziato e anonimo. La “massa” era una nuova misteriosa entità che prescindeva da differenze di ceto, di istruzione o d’opinione.

La Pop Art

Pop(ular) art è stato definito in Inghilterra un fenomeno artistico che ha origine in America intorno al ’60 e che di qui si è diffuso rapidamente in tutto il mondo, sconcertando l’opinione pubblica.

La pop-art muove dalla constatazione che viviamo, consapevolmente o no, in mezzo ad oggetti industriali, bombardati da messaggi industriali (auditivi, ma più ancora visivi a causa dello straordinario potere di attrazione che esercita l’immagine), moltiplicati in un numero enorme di copie, ingranditi e occhieggianti dai muri delle vie, stampati sui giornali, trasmessi capillarmente nelle nostre case per mezzo della televisione.

Da tutto ciò siamo condizionati, modificando conseguentemente il nostro modo di vivere e di capire l’immagine.

Pop-art, dunque, o in italiano “arte popolare” perché assume quel linguaggio visivo che è patrimonio di tutti e perché pone al centro dell’attenzione quegli oggetti (nuovi o usati o addirittura di scarto) da cui siamo circondati, i più banali, quelli a cui siamo maggiormente abituati e della cui esistenza quasi neppure più ci accorgiamo.

La critica alla società dei consumi, degli hamburger, delle auto, dei fumetti si trasforma presto in merce, in oggetto che si pone sul mercato (dell’arte) completamente calato nella logica mercantile. Ciò nonostante gli artisti che hanno fatto parte di questo movimento hanno avuto un ruolo rivoluzionario introducendo nella loro produzione l’uso di strumenti e mezzi non tradizionali della pittura, come il collage, la fotografia, il cinema, il video.

La sfrontata mercificazione dell’uomo moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a sistema di vita, il fumetto quale unico, residuo veicolo di comunicazione scritta, sono i fenomeni dai quali gli artisti pop attingono le loro motivazioni.

In altre parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dall’universo del quotidiano – in specie della società americana – e fonda la propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente noti e riconoscibili.

Con sfumature diverse, gli artisti riprendono le immagini dei mezzi di comunicazione di massa, del mondo del cinema e dell’intrattenimento, della pubblicità. La Pop Art infatti usa il medesimo linguaggio della pubblicità e risulta dunque perfettamente omogenea alla società dei consumi che l’ha prodotta. L’artista, di conseguenza, non trova più spazio per alcuna esperienza soggettiva e ciò lo configura quale puro manipolatore di immagini, oggetti e simboli già fabbricati a scopo industriale, pubblicitario o economico. Questi oggetti, riprodotti attraverso la scultura e la pittura, sono completamente spersonalizzati.

L’oggetto viene “estraniato” dal proprio contesto per meglio far notare la sua “esistenza”, concentrando su di essa la nostra attenzione.

Questo movimento, che pure trova corrispondenze nell’arte europea, era esclusivamente americano nello schieramento dei suoi protagonisti. La prima mostra in ordine di tempo fu ‘The Popular Image’, inaugurata il 18 aprile nella Washington Gallery of Modern Art di Washington: comprendeva opere, tra gli altri di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Jim Dine, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Andy Warhol, James Rosenquist, Tom Wesselmann, ovvero già l’intera formazione della Pop Art ufficiale.

Andy Warhol - Autoritratto

Andy Warhol

Andy Warhol nasce nel 1928 a Pittsburgh, figlio di una coppia di immigranti cecoslovacchi. La grande mela gli offrì subito molteplici possibilità di affermarsi nel mondo della pubblicità, lavorando per riviste come Vogue e Glamour. La sua attività artistica conta tantissime opere, infatti produceva in serie le sue opere con l’ausilio dell’impianto serigrafico. Andy Warhol fu definito il grande vate della società dei consumi americana degli anni Sessanta. Società della massificazione e della produzione in serie, che sono le prerogative stesse del lavoro dell’artista. I primi anni Sessanta saranno fondamentali per la codificazione della sua produzione artistica, che accusava ed esaltava, al tempo stesso, la società, di cui egli stesso si proponeva come integrato e consumatore, fino a divenire un’autentica star.

Il consumo frenetico di immagini coinvolge infatti anche l’arte la quale, tuttavia, pur emulandone le leggi riesce a evidenziare i meccanismi di ricezione passiva. Immagini positive della pubblicità o negative della cronaca vengono decontestualizzate e ricreate da Warhol con interventi di colore abbagliante e si presentano allo spettatore con prepotente allegria e sottile inquietudine. È il tema del consumismo il filo che unisce tra loro le immagini proposte da Warhol nei suoi lavori e l’adozione di una tecnica come la serigrafia, con la sua meccanica serialità da prodotto di massa, scaturisce da una logica e diretta conseguenza dell’assunto di base: il consumismo, infatti, con il suo corollario di assoluta massificazione, è inteso come la perfetta negazione dell’atto creativo dell’artista, che quindi si limita a riprodurre immagini del déjà-vu, dei prodotti commerciali di largo consumo e di volti divinizzati dai media, in modo del tutto meccanico e senza alcuna apparente partecipazione personale.

Nel 1957 fonda la Andy Warhol Enterprises, un’azienda per la commercializzazione delle sue opere, già basate sulla ripetizione e sulla uniformità seriale di immagini, ampiamente diffuse dai mass-media, riproducenti oggetti di consumo industriale. Nel 1962 iniziò la serie delle scatolette di zuppa Campbell, delle bottigliette di Coca Cola, e quella dei ritratti di Marilyn Monroe, di Elvis Presley e di altri personaggi dello spettacolo e della politica. La tecnica usata da Warhol fu quella del riporto fotografico, con i violenti colori industriali della stampa in offset, che dissacrava il concetto di unicità dell’opera d’arte, creando un procedimento artistico meccanico.

La riproduzione seriale intensifica la presenza dell’immagine, ma al tempo stesso ne svuota i significati e ne annulla la drammaticità, in un livellamento simile a quello stesso della notizia televisiva. La ripetizione allude alla sequenza, propria del film, del racconto televisivo o soltanto dell’indiscriminato succedersi degli avvenimenti; ma blocca contraddittoriamente la sequenza, come un disco incantato, o come una trasmissione sfasata d’immagini, su un fotogramma unico e moltiplicato, spiazzando l’osservatore e sottoponendolo a quel tipo di “bombardamento” che è caratteristico dei mass-media.

La tela diventa simile allo schermo di un film o ad un video, dove trascorrono e si mescolano le più svariate emergenze della cronaca.

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Sintesi

Tesina esame di maturità sulla propaganda

tesina esame di maturità sulla propaganda

Storia dell'arte: Pop art (Andy Warhol, Campbell’s soup can, Marilyn);

Storia: propaganda nei regimi totalitari;

Latino: la propaganda negli autori latini, il Manifesto della concezione liviana;

Filosofia: Gustav Le Bon, Sigmund Freud, Karl Marx:

Italiano: Giovanni Pascoli (La grande proletaria si è mossa), Gabriele D’Annunzio (Canto augurale per la nazione eletta), Eugenio Montale (Incontro);

Inglese: George Orwell (1984).

Fisica: la televisione.

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