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Anno scolastico 2013/2014

Tesina

Salvatore Quasimodo

Dell’intellettuale davanti alla guerra

Rocco Guerra

VA

Indice tesina alunno Del Prete Rocco VA

2013/2014

Modulo n. 1: l’intellettuale davanti alla guerra

Introduzione pag. 3;

Italiano da pag. 4 a pag. 10;

Storia da pag. 11 a pag. 19.

Modulo n. 2: i distillati

Introduzione distillati da pag. 20 a pag. 21;

Ristorazione da pag. 21 a pag. 24;

Alimentazione da pag. 25 a pag. 33;

Economia da pag. 33 a pag. 39;

Legislazione da pag. 40 a pag. 46;

Matematica da pag. 46 a pag. 50.

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Salvatore Quasimodo: l’intellettuale davanti alla guerra

Introduzione

La II Guerra Mondiale, come tutte le guerre, ha provocato dolori e ricordi indelebili su coloro che l’hanno vissuta. Un semplice soldato, un personaggio storico, un grande poeta o chiunque abbia vissuto la guerra ha subito le sofferenze senza distinzioni ed eccezioni.

In questo ultimo anno scolastico, seguendo le lezioni del programma di italiano e di storia ho conosciuto due argomenti interessanti e vasti.

Il personaggio intellettuale che più mi ha colpito e attirato la mia attenzione allo studio delle sue opere e al suo stile poetico è stato Salvatore Quasimodo. Un personaggio che inizialmente seguiva uno stile poetico chiuso, di una poesia riservata a pochi, difficile da comprendere e misteriosa, la poesia ermetica.

Ma con le esperienze della guerra e il dolore che egli ha subito, l’intellettuale ha avuto un grande mutamento filosofico e letterario, infatti, da una poesia pura e riservata a pochi, Quasimodo dopo la guerra ha iniziato a seguire e scrivere poesie più realistiche in modo che la poesia fosse più comprensibile e semplice per tutti i lettori.

Per quanto riguarda la storia l’argomento che mi ha appassionato è stato la seconda Guerra Mondiale, un evento storico importante che ha portato distruzione e carestie nell’intero globo terrestre, rilasciando ancora oggi le sue tracce, infatti, dopo la guerra fu organizzato l’ONU.

L’ONU nacque ufficialmente il 24 ottobre 1945, due mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale e lo scopo principale di questa organizzazione fu quello di evitare il ripetersi di altre guerre mondiali, che portano solo distruzione e carestia.

L’ermetismo

L’Ermetismo è stato uno dei più importanti movimenti letterari del ’900. Il nome “ermetico” fu applicato al movimento da un critico avverso, Costanzo Flora, nel suo saggio del 1936, per indicare una poesia caratterizzata da una voluta oscurità dovuta ad un procedimento analogico esasperato. I poeti dell’ermetismo, cioè, attraverso la costruzione di immagini poetiche complesse, realizzavano delle poesie difficili da comprendere per i lettori.

L’ermetismo esordì negli anni Venti e si sviluppò negli anni tra il 1935 ed il 1940. Più che una scuola, fu un modo di intendere la letteratura. Con “ermetico” si indicò un modo apparentemente oscuro di far poesia e quegli scrittori che si mostravano non impegnati e privi di riferimenti alla realtà. Questi autori non volevano descrivere nelle loro poesie il mondo e la storia, ma si soffermavano su concetti non concreti. Il legame tra gli ermetici è costituito dalla ricerca di una nuova poesia, gli ermetici restarono estranei alla cultura genericamente idealista del tempo e furono accusati di non essere impegnati, e di essere astratti.

Si è distinto un ermetismo spirituale e uno intellettuale: il primo ebbe un atteggiamento religioso, il secondo un atteggiamento indifferente. Proprio per queste sue caratteristiche l’ermetismo assunse l’idea di una letteratura intesa come invenzione continua.

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L’ermetismo fu un fenomeno essenzialmente fiorentino, l’organo ufficiale fu la rivista Campo di Marte, diretta dal poeta Alfonso Gatto e da Vasco Pratolini. Quasimodo anticipò l’ermetismo con la raccolta di poesie Oboe sommerso del 1932, usando un linguaggio evocativo, oscuramente analogico (= che procede per associazioni di idee) e consegnò all’ermetismo i sostantivi assoluti (= senza l’articolo), i plurali indeterminati (es. “mansueti animali”), immagini del sogno, evocative ed analogiche (es. le “pupille d’aria”). Con l’ermetismo il testo esce dal quotidiano e diviene astorico (= senza tempo), poiché la letteratura non deve avere scopi pratici.

Salvatore Quasimodo: la vita

Salvatore Quasimodo nacque a Modica il 20 agosto 1901. Il padre era un ferroviere e dunque fu costretto a spostarsi frequentemente con la propria famiglia. Dopo il catastrofico terremoto di Messina del 1908 Quasimodo fu costretto a vivere a Roccalumera, un piccolo paese che si affaccia sul Mar Jonio in provincia di Messina. Come molti superstiti che subirono le conseguenze del post-terremoto, egli dovette alloggiare insieme alla sua famiglia in vagoni ferroviari; questa esperienza dolorosa e tragica lasciò un segno profondo nell’animo del poeta. Quasimodo si diplomò nel 1919 presso un Istituto Tecnico, nello stesso anno, appena diciottenne, lasciò la Sicilia e si stabilì a Roma dove iniziò a pubblicare le sue prime poesie per delle riviste provinciali e cominciò a studiare il latino e il greco.

Per quanto riguarda l’attività lavorativa Quasimodo per sopravvivere fu assunto al Ministero dei Lavori Pubblici con assegnazione al Genio Civile di Reggio Calabria.

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Ma la professione del geometra, per il poeta, ostacolava la sua passione per la poesia e per la letteratura e quindi dovette pensare di abbandonare per sempre le sue ambizioni letterarie. Nel 1929, anno di svolta per Quasimodo in ambito letterario, si trasferì a Firenze dove il cognato Elio Vittorini lo introdusse nell’ambiente della rivista “Solaria”, facendogli conoscere i suoi amici letterati (Alessandro Bonsanti, Arturo Loira, Gianna Manzini, Montale, ecc.) che notarono subito il talento posseduto dall’autore siciliano. Sono questi gli anni in cui Quasimodo aderì in maniera profonda all’ermetismo. Durante la guerra continuò a lavorare come traduttore, ma il conflitto influì profondamente sulla sua attività letteraria. Nel 1945 aderì al Partito Comunista e si convertì ad una poesia più impegnata, dedita alla storia ed alla realtà concreta. Nel 1958 vinse il Premio Viareggio e l’anno dopo fu insignito del prestigioso premio Nobel per la Letteratura. Negli ultimi anni tenne numerose conferenze tra l’Europa e l’America. Salvatore Quasimodo morì nel 1968 a Napoli.

Opere e poetica di Quasimodo

Il primo libro pubblicato da Quasimodo fu pubblicato nel 1930 chiamato Acque e terre, nel 1932 uscì Oboe sommerso e successivamente nel 1936 fu pubblicato Erato e Apòllion.

Salvatore Quasimodo, nel 1938 lasciò il lavoro al Genio Civile e iniziò l’attività editoriale come segretario di Cesare Zavattini, inoltre collaborò anche alla principale rivista dell’Ermetismo, la fiorentina “Letteratura”. Dopo la guerra, nel 1947 uscì la sua prima raccolta del dopoguerra, Giorno dopo giorno e nel 1949 pubblicò La vita non è sogno.

Nella poetica e nella letteratura del Quasimodo possiamo riscontrare due fasi di tipologia letteraria, filosofica e poetica: infatti, inizialmente, egli concorda e condivide le ideologie ermetiche, ma successivamente, nel dopoguerra, il poeta subisce un grande mutamento passando dalla fase ermetica (mistica, riservata e misteriosa) ad una fase più realistica, concretizzando la realtà dura dei fatti, che appunto il duro conflitto bellico gli aveva impresso.

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Il mutamento è potenzialmente avvertibile nell’opera Le nuove poesie ove il ricordo della Sicilia è sempre presente, ma è al contempo si nota anche la voglia di uscire dalla solitudine (la solitudine è appunto il principale oggetto dell’Ermetismo) e confrontarsi con i luoghi e le persone della sua vita attuale.

Salvatore Quasimodo, la fase ermetica

Salvatore Quasimodo è stato uno degli autori importanti dell’Ermetismo. Tra le sue raccolte ermetiche troviamo: Acque e terre, Oboe Sommerso ed Erato e Apollion. Il poeta attraverso queste raccolte esprime le caratteristiche ermetiche come la solitudine, dove la parola si chiude ad ogni forma di volontà comunicativa, assumendo un valore assoluto ed enfatizzato, che tende all’astrazione. La prima raccolta, Acque e terre, è incentrata sul tema della Sicilia. L’isola diviene l’emblema di una felicità perduta cui si contrappone l’asprezza della condizione presente, dell’esilio in cui il poeta è costretto a vivere, così in una delle liriche più celebri del libro, Vento a Tindari.

Dalla rievocazione del tempo passato emerge spesso un’angoscia esistenziale che, nella forzata lontananza, si fa sentire in tutta la sua pena. Questa condizione di dolore insopprimibile assume particolare rilievo quando il ricordo è legato ad una figura femminile, come nella poesia Antico inverno.

In quest’opera è richiusa una grande solitudine. Quasimodo voleva far capire a tutti che grazie all’acqua e alle terre noi siamo nati, ma lo fa capire attraverso degli elementi di solitudine, di dolore. In Oboe sommerso (1932) ed Erato e Apòllion il poeta raggiunge la piena maturità espressiva.

Le raccolte del periodo ermetico sono contrassegnate dal distacco tra la lingua poetica e quella parlata; le parole si chiudono in se stesse, assumendo valori assoluti e tendendo all’astrazione. Sono molto diffusi gli accostamenti analogici, alcuni decisamente arditi, il tutto per dare ai componimenti un senso misterioso e magico, senza mai rinunciare alla raffinatezza.

Il mutamento letterario, filosofico e poetico di Quasimodo

L’esperienza della guerra, le sofferenze e gli effetti negativi favorirono il cambiamento letterario del Quasimodo. Questo cambiamento lo notiamo nelle opere come Con il piede straniero sopra il cuore, Impareggiabile, Giorno dopo giorno.

Il verso si allunga e diventa più lineare, i temi si ampliano e si arricchiscono di elementi tratti da una realtà più concreta, aprendosi verso le forme di un messaggio più facilmente accessibile e comunicativo.

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Il discorso poetico passa dal mito alla storia, attingendo anche alla cronaca come fonte d’ispirazione. Questo passaggio è dovuto ai tragici avvenimenti della guerra e dell’immediato dopoguerra, che spinsero l’autore ad un maggior impegno, investendo il poeta di precise responsabilità civili.

Questa idea sarà espressa anche nel discorso Il poeta e il politico, pubblicato nel 1960 e pronunciato l’anno prima a Stoccolma durante la consegna del Nobel.

La distinzione tra le due fasi può essere compresa con il confronto tra due poesie di Quasimodo.

La prima appartiene alla fase ermetica:

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

La lirica è certamente la più breve e famosa dell’autore, scritta secondo il criterio ermetico. È una lirica che, nella sua essenziale brevità, bene esemplifica le intenzioni e i risultati della ricerca ermetica: la concisione estrema dell’espressione; il significato profondo della parola, che, nella sua rarefatta concentrazione, entra in rapporti di intensa collaborazione analogica; la problematica interiore ed esistenziale, di cui il testo si fa portatore.

Il primo verso esprime la solitudine dell’uomo, che pure si trova «sul cuor della terra», nel cuore e quindi al centro delle cose (il termine indica in più il pulsare della vita, da cui scaturiscono i sentimenti, le emozioni, gli affetti). Da questi elementi sprigiona una contraddizione che si ripercuote su «trafitto», il cui significato racchiude in sé una profonda ambivalenza: il «raggio di sole» che colpisce l’uomo è simbolo di luce e di calore, e quindi della stessa vita (oltre a portare con sé un’idea di infinito, che allude al mistero stesso della creazione); ma «trafitto» implica soprattutto il significato di “ferito”, trasformando il «raggio» in una specie di dardo, portatore di morte. È questa l’impressione destinata a prevalere dopo la lettura dell’ultimo verso, che (separato dai due punti, ma direttamente unito dalla congiunzione «ed») registra l’improvviso («subito») sopraggiungere della «sera», ossia della fine.

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Nel brevissimo giro del discorso poetico sono condensati i motivi di una desolata solitudine, della precarietà della vita e dello sfiorire delle illusioni, dell’infinito e della morte, come segno del segreto dell’esistenza, dell’insondabile rapporto fra l’uomo e le cose. Ogni prospettiva di tipo naturalistico è abolita: al dilatarsi dello spazio corrisponde la contrazione del tempo, il precipitare che lo riduce alla frazione di un attimo. È evidente l’influsso della lezione ungarettiana e non c’è dubbio che il precedente più diretto di questi versi è costituito da Mattina. Ma al tentativo di cogliere un frammento di verità attraverso una folgorante illuminazione, Quasimodo sostituisce qui una sintetica riflessione sulla condizione umana, offrendone per così dire una definizione poetico-filosofica.

La seconda è propria della fase realista:

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

Con il piede straniero sopra il cuore,

tra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese:

oscillavano lievi al triste vento.

La poesia si apre con una lunga domanda, accorata ed angosciosa, sul suo significato in un mondo sconvolto e distrutto dalla guerra, oppresso e soffocato. La risposta suona negativamente negli ultimi tre versi, in cui il silenzio del poeta traduce lo strazio dell’uomo e la protesta contro le atrocità commesse. A differenza della fase precedente, in cui la poesia mirava a cogliere l’essenza delle cose o si proponeva come esperienza puramente individuale, Quasimodo

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utilizza qui la prima persona plurale, a conferma di una nuova direzione dell’esercizio poetico, che riscopre i valori della solidarietà collettiva e si apre verso la storia.

Il discorso si sviluppa in forme più comunicative, insieme drammatiche e composte nel loro misurato rigore. Un sentimento di commozione religiosa pervade questi versi; di qui il carattere meditativo e solenne che assume lo stesso orrore, mescolando al presente immagini di sacrificio e martirio. Ma il dolore è impotente e la poesia non può offrire che il silenzio, nell’immagine delle cetre che oscillano alle fronde dei salici, alberi rappresentanti pianto e dolore.

Anche in questa poesia, come nella maggior parte delle liriche della seconda produzione, possiamo trovare una certa musicalità, in particolare nell’ultimo verso.

L’autore utilizza molte figure retoriche, in particolare metafore: “triste vento”, “al lamento d’agnello dei fanciulli” e “piede straniero”. Quest’ultima, che può essere pensata anche come metonimia, ha un preciso riferimento storico, l’attacco tedesco e la sua avanzata nell’Italia centro-settentrionale, l’8 settembre 1943. Il piede rappresenta la dominazione straniera (tedesca) che schiaccia il cuore delle vittime innocenti.

L’agnello, di cui si parla nella seconda metafora, ricorda l’agnello, vittima sacrificale, di cui si parla nella Bibbia. Con questa figura retorica l’autore ha voluto spiegare che il pianto dei bambini è innocente come la figura sacra dell’agnello.

L’ultima metafora “triste vento” è simbolo del dolore e del male.

Il poeta, inoltre, utilizza una sinestesia molto significativa: “urlo nero”; con questa l’autore esprime l’urlo disperato ed angoscioso della madre, nero perché è già impregnato dell’oscurità della morte.

In questa lirica Quasimodo utilizza uno stile epico-corale; epico perché celebrativo, corale perché riguarda più persone. Il poeta vuole essere la voce del popolo italiano che soffre e che non può più cantare, sotto la dominazione tedesca, invocando così nel lettore sentimenti di fratellanza e comunione.

Questa poesia fa parte della seconda produzione, quando Quasimodo concepisce in modo più serio l’impegno civile. In

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quest’ultima produzione egli rivolge l’attenzione all’umanità colpita dalla guerra e dalla sofferenza.

In questa poesia l’autore volutamente ricorda l’esilio in Babilonia del popolo ebraico, ripetendo quasi fedelmente nel primo e nell’ultimo verso della lirica due passaggi del salmo 136. In tale salmo il profeta ebraico afferma l’impossibilità di cantare a causa dell’esilio del suo popolo in Babilonia: per questo le cetre, usuale accompagnamento musicale, dovranno essere appese alle fronde dei salici.

Allo stesso modo Quasimodo afferma l’impossibilità a “cantare” dei poeti italiani, a causa dell’invasione straniera.

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Sintesi

Introduzione: Salvatore Quasimodo, tesina

La seguente tesina di maturità tratta di Salvatore Quasimodo. La tesina abbraccia anche i seguenti argomenti nelle varie discipline scolastiche: Salvatore Quasimodo in Italiano; la Seconda guerra mondiale in Storia; i distillati in Ristorazione; le conservazioni degli alimenti in Scienze e Tecnologie Alimentari; il contratto in Legislazione; le imposte in Economia e Gestione delle Imprese Ristorative; studio di funzione in Matematica.

Collegamenti

Salvatore Quasimodo, tesina

  • Italiano - Salvatore Quasimodo (Vita ed opere);
  • Storia - La seconda guerra mondiale;
  • Ristorazione - I distillati;
  • Scienze e tecnologie alimentari - Le conservazioni degli alimenti;
  • Legislazione - Il contratto;
  • Economia e gestione delle imprese ristorative - Le imposte;
  • Matematica - Studio di funzione.
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